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Dina Crisetti

Ricercatrice di "storie" e tradizioni garganiche e docente di socio-psico-pedagogia al liceo di Cagnano Varano (FG)

Leonarda Crisetti

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FINO AL 30 GIUGNO APERTE LE ISCRIZIONI AL CAGNANO LIVING FESTIVAL- CONCORSO MUSICALE
per info: http://www.cagnanolivingfestival.com
June 16

   

May 13
è proprio così: siamo effimeri. auguri anche a te
Apr. 9
YakkyMaxwrote:

Cari Amici e Amiche…

Solo una settimana fa non avremmo mai pensato a quale grande tragedia molti di noi stavamo andando incontro.

E allora penso che

viene sempre il momento di chiudere un libro per cominciarne un altro,

perché gli eventi procedono seguendo le leggi della natura che determina i ritmi antichi del mutamento.

La vera sicurezza è al fianco di chi passeggia con loro

senza mai rimanere aggrappati.

Buona Vita Amici e Amiche...

Auguri di Buona Pasqua a chi soffre…

Auguri di Buona Pasqua ai Volontari, ai Soccorritori…

Auguri di Buona Pasqua a Tutti…

YakkyMax (il collezionista di attimi)

Apr. 9
Antowrote:
in realtà qul racconto non l'hoideato io, ma lo sento molto forte, per questo l'ho messo nellospace, oggi mi sento un pò come quella mammina, che piange vedendo la sofferenza altrui, in quanto anche io spesso sono stata girasole, a scuola, nella società, come un pò tutti, e solo chi ha provato la solutidine e un la diversità di sensibilità, sa cosa vuol dire il dolore che sente una persona ... ciao!!!
Nov. 7
June 28

Esame di stato 2009- Seconda prova- Scienze sociali

Le tracce e il commento

Tutte accessibili le quattro tracce della prova di scienze sociali, con tematiche socio-antropologiche che riflettono lo scenario dei nostri tempi, aspetti culturali, sociali e valoriali della nostra società. La prima traccia indugia sul rapporto tra etnocentrismo e relativismo culturale in un mondo in cui il “traffico delle culture” si fa sempre più intenso; la seconda  sui “prodotti culturali” di successo e sul ruolo della pubblicità; la terza sul rapporto genitori-figli, mediato dalle tecnologie che avrebbero allargato la forbice tra le generazioni; la quarta sulla miseria nel mondo contemporaneo ancora stratificato, che vede crescere il livello di povertà di chi vive soprattutto negli slum dei Paesi in via si sviluppo, senza lasciare del tutto fuori le nostre  realtà geografiche. Proviamo a commentare queste tracce.

 

PRIMA TRACCIA

La prima traccia, che apre con un testo di T. Torodov, dal titolo emblematico e moderno “La paura dei barbari” [Milano 2009], affronta il problema delle “differenze” culturali, oggi accentuate a causa dell’intensificarsi dei flussi  migratori e della società globalizzata.

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 Nel testo  si pongono a confronto due teorie: quella universalistica- etnocentrica e quella localistica del relativismo culturale. In base alla prima, sono possibili giudizi di valore estensibili a tutto l’universo umano; in base alla seconda, ogni fenomeno culturale è funzionale al gruppo in cui nasce e di cui è espressione.  Entrambi i modi di pensare sono difettosi, secondo l’autore del testo,  dal momento che l’universalismo può alimentare l’etnocentrismo, ponendo in primo piano i valori e le scelte della cultura dominante. L’universalismo, inoltre, può avere come conseguenza il dogmatismo e assumere la pretesa che il buono e il giusto siano presenti solo nella propria cultura, arrogandosi quindi il diritto di estenderla - imponendola- alle culture “altre”. È la logica dell’assimilazione.  Il concetto di “relativismo culturale” è  riconducibile a Boas e a Malinowski , secondo i quali ogni cultura va studiata e compresa in relazione allo specifico ambiente in cui si sviluppa e alle difficoltà che deve superare. Non esistono, dunque,  culture superiori che meritano di estendersi all’universo e culture inferiori da reprimere. Tutte le culture hanno validità e non meritano di essere valutate secondo parametri esterni, che in definitiva coincidono con quelli prodotti da una cultura che si ritiene superiore, promuovendo l’etnocentrismo. Il relativismo culturale potrebbe, però,  produrre come effetto il  nichilismo, lasciando ciascun popolo al proprio destino, così legittimando, ad esempio,  schiavitù e tortura per il fatto che tali fenomeni in quel determinato gruppo sociale esistono da sempre.  Bisognerebbe uscire dal bivio. È possibile? Come fare?

La complessa questione del multiculturalismo nella società del cambiamento deve impegnare le democrazie occidentali a rivedere alcuni principi fondamentali, e, al contempo, le scienze sociali ad interrogarsi sui difficili problemi dell’identità  personale e sociale di ciascuno. Con la globalizzazione  si è avviato un processo che ha rivoluzionalto le coordinate fondamentali di spazio e tempo, i rapporti città-campagna, i concetti di cultura regionale e di economia nazionale, dal momento che anche chi vive nei piccoli spazi – collegandosi a Internet - può essere messo a parte di tutto, fare acquisti, intervenire ai dibattiti internazionali, partecipare a movimenti, …, così modificando di fatto la propria cultura e influenzando quella degli altri. La sociologia deve affrontare il difficile compito di comprendere il tipo di società in atto, decisamente diversa da quella fondata sul modello industriale. Si deve chiedere se stiamo andando incontro ad una società planetaria o, al contrario, verso una concorrenza spietata tra culture ed economie, da cui l’Occidente sa già che dovrà fare la parte del leone. Si deve domandare se l’abbattimento delle barriere porterà ad un rinnovamento delle culture, alla valorizzazione delle “diversità”, oppure costituità il veicolo delle società capitalistiche per acuire la distanza tra le aree geografiche ricche e quelle povere. A. Salza (traccia n. 4), vedendo all’orizzonte l’Homo nihil, l’ultimo anello della evoluzione umana, sembra propendere per quest’ultima ipotesi.

Dunque, universalismo-etnocentrismo o relativismo-nichilismo? In altri termini: è possibile creare una nuova umanità che non cancelli le identità e al contempo creda nei valori universali? Esistono valori universali? Rispetto a quale universo: a quello degli Occidentali o dei paesi in via di sviluppo? Oppure ad una umanità “costituenda”?  La moderna sociologia è impegnata proprio in questa sfida. 

 

SECONDA TRACCIA

La seconda consegna fa il punto sull’industria culturale della società dei consumi e sul potere della pubblicità. Invita il candidato ad esaminare il rapporto tra prodotto culturale e successo, individuando quanto è riconducibile alle operazioni di marketing e alla pubblicità, quanto invece alla “creazione”culturale. Il testo è tratto da “Vita liquida”, del sociologo Z. Bauman, da sempre critico verso la società globale e consumistica. Il candidato è quindi invitato a sviluppare i seguenti quesiti:

1.     Il significato di “prodotto culturale” nel nostro tempo;

2.     la relazione tra “indagini di mercato” e “prodotti culturali” di successo;

3.     Il ruolo della “pubblicità” nel costruire il successo di un prodotto culturale.

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Il destino delle creazioni culturali, sempre più numerose, variegate, sofisticate nella società del nostro tempo - detta post-industriale proprio perché si fonda sul consumo, sull’informazione e sulla comunicazone -, è decretato dai clienti potenziali, di cui l’industria culturale promuove la conoscenza. Per produrre e vendere prodotti culturali, le aziende ralizzano ricerche di mercato, volte a percepire tendenze e a  far nascere nuovi gusti, e pubblicità, finalizzata a persuadere e a far acquistare il prodotto. Perché un prodotto culturale abbia successo, si realizzano le indagini di mercato, utili in fase preliminare, orientate a conoscere  i gusti, le opinioni, il target, gli stili di vita, la psicologia di chi acquista, ma anche le resistenze del probabile acquirente, che è meno sprovveduto di quanto si pensi.

A segnare al differenza tra un prodotto culturale (un libro, un film, .. ogni creazione della mente umana) di successo e uno che resta nell’anonimato sarebbero, pertanto, le strategie messe in opera dall’industria culturale. I critici d’arte – considera Bauman - non sono riusciti ad individuare il nesso esistente tra “creazione culturale” e “livello di celebrità”, ma tra “celebrità” e “potere del marchio”. nel testo si legge, infatti: “Se correlazione si trova, è piuttosto tra celebrità e il potere del marchio”. È, dunque, il linguaggio della pubblicità, “il potere del marchio, il logo che  eleva l’incipiente objet d’art dall’oscurità alle luci della ribalta”. Un marchio non casuale, ma che è frutto dell’incontro tra psicologi della scelta e meccanismi della percezione, tra arte della persuasione e scienza della comunicazione. Un logo che trasmette messaggi condivisibili dall’universo degli uomini, che comunica l’idea della “simmetria”, infondendo stabilità, affidabilità e sicurezza, e, al contempo, della “rottura della simmetria”, incitando all’acquisto, alla voglia di cambiamento. Il venditore, dovrà condurre l’interlocutore dall’incertezza iniziale alla decisione finale dell’acquisto, utilizzando ogni strategia opportunamente studiata.

La pubblicità si avvale a tale scopo di una struttura complessa e organizzata, costituita da soggetti che si dividono il lavoro: c’è chi cura le relazioni con i clienti, chi pianifica la strategia della campagna pubblicitaria, chi produce i messaggi, chi cura la grafica. Ci sono, inoltre, soggetti sociali che compiono indagini di mercato, case di produzione video e audio, archivi fotografici, fotografi, concessionari di pubblicità. La pubblicità, con il suo linguaggio, fatto di visual, headline, body copy, logo, payhoff, musiche, colori … , con le sue strutture e l’organizzazione,  conferisce in definitiva realtà ad un prodotto o a una marca, promuove e legittima la civiltà dei consumi, promuove e veicola valori, concorre alla costruzione sociale della realtà. Pur non dicendo falsità, essa è, tuttavia, ingannevole per le suggestioni che mette in atto nei confronti del consumatore, per la potenza allusiva del suo linguaggio, per il fatto che genera aspettative che non potrà soddisfare.

 

TERZA TRACCIA

La terza traccia presenta un testo di M. N. De Luca, tratto da Repubblica [21.01.2009], dal titolo: “Internet, sms e troppa Tv. Un muro del silenzio divide i padri dai figli”. La consegna chiede di

1.     analizzare il rapporto genitori-figli, una relazione che ora si fa più complicata perché tra gli uni e gli altri s’interpongono le tecnologie, verso le quali i grandi in genere non hanno familiarità;

2.     illustrare l’importanza del computer nella formazione delle nuove generazioni;

3.     esprimere il proprio parere in merito al valore educativo delle tecnologie multimediali.

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Il rapporto genitori-figli da sempre conflittuale per il fatto che la comunicazione tra i soggetti coinvolti nella relazione è per natura asimmetrica, ponendo da una parte padri e madri, che sono adulti e hanno il compito di educare, e dall’altra soggetti in crescita che hanno il diritto di crescere nelle migliori condizioni, camminando con le proprie gambe, ma anche il dovere di rispettare e aiutare i genitori.

In una società sempre più complessa come l’attuale dove sono cresciuti i diritti dei figli – ad essere amato, istruito e a vedere soddifatti anche i bisogni indotti -,  come pure quelli dei genitori – non più disposti a intendere la vita come un “calvario”, tanto meno a sacrificarsi sia pure a favore dei figli -, in una società che non offre spazi adeguati e tempi rilassati come una volta, in una società dove tutti vogliono tutto altrimenti si sentono emarginati, in una società dove il lavoro impegna papà e mamme a stare fuori casa tutto il tempo perché tutto costa di più, …  il rapporto si complica.

Se tra genitrori e figli si frappongono le tecnologie, verso le quali i grandi in non hanno in genere familiarità, pare che la relazione si faccia ancora  più intricata. I figli, di fronte a situazioni conflittuali, non si chiudono più in camera a meditare, non scappano dalla finestra per incontrarsi con gli amici, non si confidano con i fratelli [perché spesso figli unici], non trovano più la figura del nonno o della nonna, non leggono un buon libro, ma  si rifugiano nel mondo virtuale utilizzando Internet, la rete tra le reti.

In questo mondo  fatto di “minacce” e di “opportunità” si possono fare incontri utili, positivi, favorevoli alla crescita, e incontri spiacevoli, che lasciano segni indelebili soprattutto nelle fasce dei ragazzi più sensibili, deboli e sprovveduti, visitando, ad esempio, siti web poco decenti, oppure chattando con sconosciuti. Il testo parla di “muro”, fatto di “codici incomprensibili, di nascondigli virtuali, di incontri pericolosi” e di “linguaggi ermetici”. La personalità del soggetto in crescita potrebbe essere compromessa, qualora  trascorresse tutto il tempo davanti alla macchina elettronica, perché ciò significherebbe tagliare i ponti con la vera realtà, che è quella fatta di persone in “carne ed ossa”: mamme e papà, fratelli e  sorelle, amiche ed amici, docenti, istruttori, parroci.

Le tecnologie, pertanto, hanno punti di forza e punti di debolezza. Esse vanno adoperate quando serve e per il fine per il quale sono state create: aiutare l’uomo, semplificargli il reperimentro di dati, facilitare l’attività lavorativa, risolvere i problemi della quotidianità. Per il resto, ogni individuo ha bisogno di muoversi, di ascoltare le “narrazioni”, di piangere sulla spalla dell’amico, di vedere le reazioni di chi gli sta di fronte, mentre informa, si confida, discute o si arrabbia. Ogni persona ha bisogno del contatto umano.

Se per educazione s’intende quel processo che si attiva dalla culla alla bara, che coinvolge ogni aspetto della personalità individuale (cognitiva, sociale, affettiva e morale); se le tecnologie hanno facoltà di agevolare detto processo, mettendo a disposizione di ciascuno l’informazione, personalizzandola, persino semplificandola con opportuni software, incidendo soprattutto sulla dimensione cognitiva; credo di poter concludere affermando che gli strumenti multimediali possono agevolare il processo educativo. Il loro utlizzo, però non dovrà essere esaustivo ed esclusivo, ma integrato con le altre strategie e pratiche educative consegnate dalla tradizione.

Nel caso della relazione genitori-figli, inoltre, al contrario dell’autore, sarei portata a credere che lungi dal creare un abisso tra le due generazioni, le tecnologie possano accorciare le distanze tra gli uni e gli altri, ad esempio, portando in genitori a chiedere ai figli “come si fa” …  ad aprire in file, a inviare un messaggio di posta elettronica, a trovare un sito che interessa il papà o la mamma. Le tecnologie consentono in questro caso ai figli di essere utili ai padri e alle madri, attivando la socializzazione “alla rovescia”, dato che sono i giovani ad insegnare agli adulti e agli anziani. Scambiando i ruoli, i figli si sentono, inoltre, importanti.

 

QUARTA TRACCIA

Il candidato è invitato a commentare un testo di A. Salza, tratto da Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà, Milano 2009, che mette in risalto il tema della povertà pei Paesi in via di sviluppo. Esordisce constatando la presenza di milioni di persone “accalcate negli slum”, luoghi di povertà, di esclusione, di degrado, di criminalità. Un pretesto per entrare nel tema della povertà, invitando il candidato ad interrogarsi sulla nuova tipologia di miseria. L’autore adotta la metafora poco edificante del “sifone” per introdurre il concetto delle “stratificazione” sociale, collocando i benestanti a livello più alto e i più poveri al di sotto della curva del sifone, senza avere facoltà di risalire a galla, nonostante gli sforzi. Tutta la società, in ogni caso, è dall’autore collocata in un “sifone”. Vorrà dire qualcosa?

Problemi e carenze si registrano ovunque nel mondo, ma soprattutto nei paesi in via di sviluppo, tanto da indurlo ad ipotizzare la nascita del più povero di tutti gli uomini finora esistiti: l’“Homo nihil”. Il  candidato è chiamato ad effettuare riscontri, individuando se nella nostra società occidentale esistono realtà con simili situazioni di precarietà, d'inquinamento e  di violenza, a valutare l’ipotesi dell’Homo nihil come ultimo anello della catena sociale [nel testo si legge, però: Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? Homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo della catena sociale?], a pensare se sia possibile un mondo senza povertà.

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Sulla definizione di povertà si sono versati fiumi d’inchiostro, senza riuscire ad accontentare tutti. Si è parlato di povertà assoluta (teoria della sussistenza), di chi non riesce a soddisfare i bisogni primari, escludendo molti deprivati,  e di povertà relativa (approccio di chi lega la condizione dell’individuo al tenore della società in cui vive). Si è giunti ad una teoria di sintesi che collega i termini di povertà assoluta e relativa. Il fatto è che la povertà non è solo un fatto economico legato a fattori esterni. Essa è condizionata anche da fattori riconducibili all’individuo (aspettative) e all’ambiente (più o meno stimolante); produce conseguenze fisiche (dalla malnutrizione alla vita breve), psichiche (basso livello di autostima), sociali (a livello di percezione dei poveri e di reazione ad essi).

La povertà in generale è da sempre esistita e se nel mondo antico e nel medioevo era tollerata da parte dei ricchi e  degli stessi miseri, dall’epoca dell’industrializzazione si pone invece il problema sociale della povertà. Tra gli indicatori della povertà ricordiamo la durata della vita, la salute, l’accesso all’istruzione, ai servizi, la disponibilità economica. Dalla tabella dell’IPU 1999 (indicatore di povertà umana) si evince che stanno peggio i paesi in via di sviluppo (Niger e Ciad in testa rispettivamente con il 65,5% e il 52,1% ), che alcuni stati avanzati non godono di ottima salute (Usa 16,5%).

Detto questo credo si possa aggiungere che situazioni di precarietà e miseria si registrano anche nelle nostre realtà geografiche, nei piccoli centri, che si continuano a spopolarsi alla ricerca di un posto di lavoro, come nelle grandi città, dove lo sfruttamento si fa sempre più palese, nei centri delle megalopoli come nelle periferie. La miseria, a seguito della crisi finanziaria, si sta estendendo anche in Italia, interessando nuove fasce della popolazione. Ciò a causa dei licenziamenti, della cassa integrazione, della disoccupazione. A soffrire di più sono i giovani, le donne, gli anziani del posto, quindi gli immigrati. Anche il problema sicurezza sta allertando i governi, predendolo pretesto per  emanare leggi più restrittive sull’immigrazione e porre freno alle migliaia e migliaia di persone che fuggono dalla miseria. Realtà preoccupanti anche le nostre, dunque, ma non credo ai livelli denunciati nel testo di Salza.

Non sarei portata a sposare l’idea che l’homo nihil sarà l’ultimo della evoluzione umana, ritenendo che prevarrà infine l’istinto alla conservazione della specie, che i poveri saranno aiutati dai governi in nome del principio dell'equità, come non credo che la miseria umana alla fine scomparirà dalla terra, probabilmente per lo stesso motivo riconducibile soprattutto alla natura umana, che fa di alcuni uomini dei “lupi” e di altri degli “agnelli”.

June 25

maturità seconda prova: 5 consigli utili

Messaggio ai maturandi  licei di scienze sociali e sociopsicopedagogia.
 
  1. Prima di prendere decisioni, leggere attentamente i quattro quesiti.
  2. Scegliere i due quesiti che s'intendono sviluppare sulla base delle conoscenze possedute;
  3. Se, nella peggiore delle ipotesi, i candidati non avessero a disposizione alcun dato richiesto espressamnte dai quesiti - eventualità pressoché assurda, dato che dopo cinque anni di frequenza un po' di familiarità con le tematiche si dovrebbe avere -, consiglierei di ritornare alla premessa.
  4. Leggete attentamente la premessa a ciscun quesito, spesso in essa sono presenti in germe i nuclei concettuali da sviluppare.
  5. A questo punto, però, occorre qualche competenza in lingua madre: saper leggere, decodificare, interpretare un testo. Non demordete, dunque, e ... in bocca al lupo!
 
June 24

Kàlena: un po' di storia

Kàlena è una località legata inizialmente ad una chiesa abbandonata. Ad un certo punto la storia di questa abbazia s’intreccia con quella dei monastero di Montecassino e di Tremiti. Accade, poi, che Tremiti la fagocita, assorbendola nel suo seno, insieme alle sue proprietà. A fine Settecento, in ogni caso, anche il ciclo dell’abazia tremitese si chiude, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine di storia.

Corre l’anno 1023 quando l’arcivescovo di Siponto, con il consenso del clero diocesano, dona al monastero [cenobio] di Santa Maria delle isole Tremiti, nella persona dell’abate Roccio, “la chiesa non più officiata [ecclesia deserta] di Santa Maria di Calena con le sue pertinenze, quattro appezzamenti di terreno appositamente acquistati e i boschi siti nella medesima zona”.[1]  Ecco la motivazione: "molte terre di proprietà della mensa vescovile restano incolte per la lontananza della sede”. Leggiamo testualmente:

En ego Leo divina concedente grazia sancte Sipontine sedis arcgiepiscopus, testamentum declarationis  facio qualiter plurimis terris abuntantibus de episcopio nostro pertinentibus, plurima inculta remanent propter sui diversitatem, in diversis enim locis consistunt, intre que plurima que laborare nequimus, est una ecclesia deserta in loco que vocatur calena, cuius vocabulum est Sancta Maria; anc ecclesiam cum ipsa terricella parva in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello, placuit mich[i] et omnibis sacerdotis et levitis, cunto clero nostre sedis, omnibus in unum pro hac causa ad consilium ollectis, offerre ij cenobio Beate Marie in insula que Tremiti dicitur, in qua preesse videtur domnus Roccius abbas; [ …].[2]

Sulla data non sembra esservi dubbio, poiché il documento dice espressamente che la donazione è rogata “sexagesino secundo anno imperii domini Basilii et domini Costantini sanctissimi imperatoribus nostris”.[3]

Pare che sia costume dei tremitesi acquistare appezzamenti di terreno coltivati a grano o a vigne, anche in piccole chiese rurali di origine privata, con l’impegno di fondarvi una cella benedettina.

Nel 1053, anno della battaglia di Civitate [giugno 1053], che segna la vittoria dei Normanni sui bizantini, Sancte Marie in loco Calena è tra i beni tremitesi. Lo conferma il Privilegium di Leone IX. È Guisenolfo, abate tremitese filobizantino, a chiedere tale conferma al papa, temendo i Normanni. Insieme ai possedimenti, la prima autorità della chiesa di Roma concede all’abate l’immunità dalla giurisdizione vescovile.[5]

Nel 1059 si assiste al tentativo di Desiderio, abate di Montecassino, di annettere a Cassino le isole di Tremiti e tutti i loro beni. Quando, nell’estate del 1059, papa Niccolò II scende a Melfi per il concilio, Desiderio si fa donare da Riccardo d’Aversa anche il monastero di Santa Maria di Calena. Il monaco tremitese Adam, però, interviene prontamente per dimostrare le ragioni di Tremiti e, due giorni dopo, esibendo gli antichi prvilegi, ottiene sentenza favorevole.  Il privilegium del 1061 riconferma, quindi, al monastero di Santa Maria di Tremiti, retto dal monaco Adam, tutti i possessi e i diritti che gli spettano. Ciò  soprattutto dopo le pretese dell’abate di Desiderio. Anche qui troviamo in elenco Santa Maria di Calena.[6]

L’ecclesia Sanctae Mariae de Calena è poi citata nel Privilegium del papa Alessandro III, datato 25 luglio 1172, ed è compresa nel territorio Montis Sancti Angeli de Gargano.[7]

Il privilegio più importante, che testimonia la grandezza dell’abbazia di Càlena, è del 7 maggio 1176. È emanato a Palermo da Guglielmo II. I suoi beni comprendono il luogo in cui insiste il monastero di Kàlena, i terreni, le chiese, le celle, le case, i castelli, gli orti, i vigneti, gli oliveti, i mulini, i casali, le saline, le pertinenze ubicate un po’ ovunque, soprattutto lungo la fascia che dal Gargano nord giunge fino a Campomarino. 

 

cellam beati Pauli, cum terris et aliis pertinentiis suis; cellam Sancte Trinitatis de Monte sacro com terris et pertinentiis suis; cellam Sancti Nicoli de Marino cum pertinentiis suis; cellam Ss. Cosmi et Damiani cum pertinentiis suis; cellam Sancti Nicolay de Montenigro cum ipso casali, molindinis et aliis pertinentiis suis; cellam San Petri de Schitela cum pertinentis suis; cellam S. Iohannis de fauce Sparviperga cum pertinentis suis; cellam  Nicolai de Imbuto cum pertinentis suis; et castrum ipsum imbutum cum silvis, terris et vineis suis; cellam S. Petri de Casa veteri cum pertinentis suis; cellam S. Salvatoris sita in territorio civitatis vestan (e) cum pertinentis suis; in loco  qui dicitur Pesclice cellam S. Andree, cellam S. Barbare, cum baptisterio et casali et cellam S. Petri cum earum pertinentiis; in civitate Siponto cellam S. Lucie et cellam S. Giorgii cum earum pertinentiis; cellam S. Stephani de Cannis cum salinis et terris suis, cellam S. Giorgii in territorio Rignani cum pertinentis suis ; et ibidem terras et olivas; in Casali novo ecclesiam S. Basilii cum domibus, vineis et olivis; iuxsta castrum Cagnariii ecclesiam S. Giorgii, ecclesiam S. Marci et ecclesiam S. Barbare cum earum pertinentis; in pertinentis Caprilis ecclesiam S. Marine, sancti Helie et S. Bartolomei cum pertinentiis earum, in territorio Rodi eccelsiam S. Agate, S. Teodori, S. Martini e S. Menne cum molendinis et earum pertinentiis; in Barano piscatores ad piscandum in Pantano et flumine; in territorio Vici ecclesiam S. Blasii, S. Nicolai Pancratii Sancli Angeli de gaio et S. Stephani cum molendinis et earum pertinentiis; item in castro Peschlice homines cum possesionibus, dominio districto et omni iure ipsorum et iuxsta ipsum castrum ecclesias S. Nicolai monachorum et S. Maria de Calenela  cum hominibus et pertinentiis earum; item in praedicta civitate vestane domos et extra civitate vineas et olivas et ecclesias S. Iohannis, S. Marci et S. Felicis cum pertinentiis earum; in Campomarino ecclesia S. Thome cum domibus, vineis, olivis et terris et aliis pertinentiis suis”.[8]

Alle dipendenze dell’abazia di Kàlena sono dunque ben 16 celle,  obbedienti alla regola di San Benedetto da Norcia, variamente distribuite in terra garganica, dove uno, dove due e dove tre: a Ischitella, a Carpino, a Cagnano, a Vico, a Vieste, a Rignano, a Peschici.[9]  

Nel tenimento di San Nicola Imbuti – territorio di Cagnano Varano - Kàlena possiede la cella omonima con le pertinenze, il castello dell’Imbuto, boschi, terre e vigneti. Esercita, inoltre, i diritti di pesca  sul lago di Varano e sul fiume.[10]

 

L'abazia Calena per un certo tempo conduce una vita indipendente e gode di buona salute sul piano economico. Lo conferma il succitato Privilegium e quello sottoscritto da Innocenzo III nel 1208.[11]

Per il monastero tremitese inizia intanto una fase di declino. Per uscirne fuori, nel XIII secolo il governo di Tremiti passa all’ordine dei Cistercensi e nel XV ai Canonici regolari di Sant’Agostino, che, pensano di recuperare il patrimonio, rivendicando  anche il possesso di Calena.[12]  In queste pretese i priori di Tremiti hanno l’appoggio di papa Eugenio IV e alla fine vi riescono, dato che il 7 marzo 1445 il papa ordina che Kàlena sia restituita ai Canonici. Il provvedimento consente, intanto, al monastero tremitese di rifiorire, ampliando  i territori anche con altre donazioni.

La vita a Tremiti non è semplice perché bisogna contrastare il potere dei feudatari e dei vescovi locali. I tremitesi, però, hanno dalla loro sovrani e papi, per cui non affrontano da soli le difficoltà. Al tempo degli aragonesi  è soprattutto re Ferdinando a proteggerli. Nel Gargano, ad esempio, nel 1451 Giovanni Dentice, signore di Ischitella,  è condannato a restituire al monastero la barra dell’isola Varano; nel 1467, il priore di Tremiti riesce a spuntarla sul signore di Vico, Ettore Bulgarelli, che pretende i diritti di pesca sul lago. Dal 1464, inoltre, re Ferdinando obbliga detti signori garganici a far macinare il grano nei molini tremitensi di Calena e di Montenero (Vico).   

I priori di Tremiti ora sanno che non possono vivere isolati, che hanno bisogno dell’appoggio delle massime autorità. Si fanno sempre più furbi. Basti pensare che nel 1462 tentano di corrompere l’abate di Ripalta, al fine di barattare Kàlena, esentasse, con la chiesa di Ripalta - altro possedimento benedettino in terra garganica molto appetitoso. Il tentativo non si traduce in realtà, probabilmente perché i cistercensi sono messi a parte del piano.

I canonici di Tremiti, in ogni caso, ottengono diversi privilegi: dal re Ferdinando, che nel 1475 li esenta dalla gabelle su ogni prodotto importato dalla terraferma, dal papa Sisto V, che nel 1483 li esonera da ogni imposizione. Lo stesso fa papa Innocenzo VIII (1482).

Grazie a queste agevolazioni fiscali, l’economia del monastero di Tremiti si fa sempre più robusta, consentendo ai priori di investire in opere di pubbliche utilità, mettendo in primo piano la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, la fortificazione dell’isola di san Nicola, la sistemazione delle zone agricole possedute in terraferma. Il monastero di Tremiti riesce finalmente ad ottenere la chiesa di Santa Maria della Carità di Ripalta. Accade anche che da priorato diviene abazia: primo abate Savino da Mortara.

Sin dal XIII secolo il monastero di Tremiti attira lungo le sue coste un pubblico eterogeneo, spinto da motivi diversi: dai mercanti, contrabbandieri e pirati, ai pellegrini che giungono dal Molise e dai centri garganici perché denoti alla Vergine. Se quest’ultima ragione giustifica l’ampliamento della chiesa, la presenza e le incursioni turche lungo le coste legittima la costruzione delle mura di cinta e delle torri.

All’inizio del secolo decimo sesto, mentre Tremiti vive gli ultimi momenti di gloria, l’abazia di Kàlena è in declino ma nelle sue mani, ancora con un interessante patrimonio posseduto sulle coste garganiche: estesi uliveti intorno a Kàlena, frutteti e vigneti intorno alla chiesa di San Nicola di Montenero, la chiesa di San Nicola Imbuti sulle rive del Varano, con terreni e boschi per sette miglia, tutta l’isola Varano adibita a pascolo invernale degli animali grossi.

Molto più allettante è un’altra ex dipendenza di Kàlena: il grande complesso agricolo di Sant’Agata, che si estende per 27 miglia alla foce del Fortore, con colture cerealicole, viticole, boschi e pascoli dove si alimentano  ovini, bovini, suini e cavalli.

L’abazia tremitese  e quella di Kàlena svolgono, in definitiva,  ruoli diversi e importanti, sui piani economico, culturale e religioso. Gli abati insegnano a coltivare i campi, a praticare le colture specializzate della vite e dell’olivo, l’allevamento, a coltivare il rapporto con Dio e con i Santi, consentendo al Gargano di procedere in qualche modo verso il progresso.

Dopo l’attacco dei turchi (1567), nonostante si sia ben difesa, per l’abazia inizia l’agonia. Con il tempo, i suoi interessi cominciano a confliggere anche con quelli della chiesa e dei sovrani. Il colpo di grazia le viene inferto dalla politica anticlericale di Carlo III di Borbone, che nel 1737 dichiara le isole di “real dominio” e decide di presidiarle. Nel 1872 l’abazia è soppressa e i suoi beni vengono incamerati nel regio demanio, affidati ad un amministratore di nomina regia.

Dopo di che la storia continua, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine.



[1] Nel sessantaduesimo anno dal dominio di Basilio e di Costantino, cfr. ARMANDO PETRUCCI [a cura di], Codice diplomatico del monastero benedettino di Santa Maria di Tremiti (1005-1235), Roma 1940.

[2] Ibidem, Chartula offertionis, n. 8, pag. 25

[3] Ibidem, pag 25.

[4] Ibidem, Chartula offertionis, n. 18.

[5] Ibidem, Leonis papae IX Privilegium, n. 49

[6] Ibidem, Nicolai papae privilegium, pag. 214.

[7] Ibidem, , doc. n. 11, pp. 316-322.

[8] A. PETRUCCI, cit., Introduzione, pag. LXXXVI.

[9] Anni fa in un articolo su Il Gargano nuovo lanciai l’idea di ricostruire un percorso turistico culturale alternativo da intitolare “Per cellas casinates”. Rilancio l’idea, affermando che sarebbe interessante individuare e censire le cellas elencate in questo documento [o per lomeno quelle di cui è rimasto un brandello di muro], progettare la loro ristrutturazione, disegnare un percorso che conduca i visitatori dal monastero madre alle piccole celle. E per chiudere, una visita alla laguna.

[10] Ciascun lettore garganico (Vico, Ischitella, Peschci, Carpino, Rodi, Rignano, Siponto …) e molisano, leggendo il documento, troverà almeno un toponimo familiare.

[11] Ibidem, pp. LXXXV-VI.

[12] Ricordo che la prima contesa tra Montecassino e Tremiti per il possesso di Calena e suoi beni risale all’XI secolo.

June 16

Aung San Suu Kyi libera … Kàlena fruibile!

In difesa dei diritti umani

 

La proposta d’invito

 “Dina? Pronto! Sono Teresa. Ciao, … . Abbiamo organizzato per domani a Kàlena una dimostrazione simbolica per la libertà di Aung San Suu Kyi, la birmana tenuta per molti anni alle carceri domiciliari e attualmente in prigione, perché non condivide le scelte del regime. È una dimostrazione a sostegno dei diritti umani. Abbiamo scelto Kàlena per le sue vicissitudini  che la portano ad essere reclusa, chiusa ai cittidini del luogo e del mondo, che invece vorrebbero fruire della sua storia.  Sai, grazie, all’interessamento dell’assessore alla cultura, Leonardo Di Miscia, troveremo aperta l’antica abbazia di Kàlena e potremo visitarla. Vieni anche tu? 

“Verrò, anche per cogliere l’occasione di conoscere de visu l’abbazia, di cui ho tanto sentito parlare, nei convegni, di cui ho letto nei giornali e in altre pubblicazione a stampa e su internet, ma che non ho potuto visitare personalmente perché è chiusa al pubblico.”

Questo grosso modo il contenuto della telefonata.

 

L’arrivo a Kàlena (Peschici)

Il giorno successivo, 14 giugno 2009, ore 17,35, sono dunque a Kàlena, con 5 minuti di ritardo rispetto all’appuntamento prefissato. Noto che sono tra i primi arrivati. Scorgo, infatti, Maria Teresa Rauzino e il marito, la famiglia dell’amico Vincenzo Campobasso, Carla Di Nunzio presidente dell’ass. “Ideale Osservatorio” Torre di Belloluogo (Lecce) e il marito, i promotori dell’iniziativa.

In pochi minuti giungono anche altre persone: amici di facebook, rappresentanti di istituzioni e associazioni, privati cittadini. Faccio un po’ di foto, per contestualizzare Kàlena, dalla SS 89, nel tratto che dal territorio di Vico conduce a Peschici, per  proseguire poi verso  Vieste.

Faccio qualche domanda alla presidente giunta dal Salento e vengo a sapere che non è nuova  a manifestazioni del genere, che grazie alla sua associazione, ad esempio, a Lecce sono riusciti a restaurare e consegnare al pubblico la Torre dei Durazzo,c he ora intendono realizzare intorno alla torre un parco attrezzato, coniugando storia e tradizione con modernità,  che portano avanti altri progetti interessanti, come quello sui diritti umani, che fanno riflettere e invitano all’esercizio buone pratiche.

 

A proposito dei diritti umani

Prima di entrare nel merito dei diritti umani, anteponendo il diritto alla libertà, mi sia consentita qualche riflessione sul concetto di libertà, di cui esistono diverse visioni. Tra le chiavi di lettura oggi più accreditate sono la teoria della libertà negativa, riconducibile a Locke e a Mill, intesa come assenza di costrizioni altrui,che pone in primo piano l’individuo, e quella di libertà positiva, afferibile a Kant e a Rousseau, intesa come possibilità di agire e, nel caso della politica, di partecipare al governo della repubblica, di integrarsi nella comunità di appartenenza e di garantire un minimo di giustizia a tutti,  ponendo in primo piano la società e i suoi valori. C’è poi una terza corrente che cerca di conciliare le due posizioni, affermando che ogni libertà è al contempo negativa e positiva, che attraverso le scelte di politica estera, interna e assistenziale, è possibile incidere sullo sviluppo della libertà intesa come non- dominio e come partecipazione, come possibilità di contestare le decisioni del governo anche quando questo è legittima espressione della maggioranza.   Sotto questo profilo, il riconoscimento e l’esercizio delle libertà individuali costituisce la premessa del consolidamento delle libertà del gruppo di appartenenza, garanzia della possibilità di avere istituzioni statali che esercitino il potere in modo non arbitrario.

I diritti umani sono sanciti nel 1776 dalla Dichiarazione d’indipendenza americana, dove si legge:

“Noi riteniamo che le seguenti verità siano evidenti per se stesse: che gli uomini siano stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti, che fra questi sono la Vita, la Libertà, la ricerca della felicità.”

Essi  sono stati ribaditi in Francia nel 1789, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino:

“Gli uomini nascono e vicono liberi ed eguali nei diritti. (art. 1) […] Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza dall’oppressione”. (art. 2).

Il rispetto del “principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, a prendere misure atte a rafforzare la pace univesale”, è sancito dall’O.N.U. (Organizzazione delle Nazioni Unite), 1945, all’art. 1, punto 2.

Il riconoscimento e la garanzia dei diritti dell’uomo, in quanto singolo e come soggetto inserito nei contesti sociali in cui si svolge la propria personalità, è alla base della Costituzione italiana. È posto alla base del documento, inserito tra i “Principi fondamentali” all’art. 2, dov’è specificato che i dirittti umani sono “ inviolabili” , per il fatto che nessuno può toccare.  Essi sono anche inalienabili, nel senso che non si possono conferire ad altri.

L’articolo successivo estende i diritti umani a tutti gli uomini, senza distinzione alcuna. Afferma, perciò: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione dis esso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

La Costituzione, però, ritiene di dover andare oltre la semplice elencazione dei diritti. Evidentemente alle spalle c’erano uomini consapevoli del fatto che non c’è libertà di, senza la liberta da… (dall’oppressione dai condizionamenti socio-economico-culturali). Il documento precisa, perciò:

“È compito della repubblica rimuovee gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2)

Entrando nel merito dei diritti fondamentali dell’uomo, nella  Parte Prima, Titolo primo del testo base dell’educazione civica degli italiani, riguardante i rapporti civili, leggiamo:

“La libertà personale è inviolabile

Il domicilio personale è inviolabile

 ….

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili

Ogni cittadino può soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale

… .

Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della repubblica e di rientrarvi, salvo

… .

I cittadini hanno diritto a riunirsi pacificamente […], di associarsi liberamente, di professare la propria fede religiosa, di manifestare il proprio pensiero con la parola con los critto, con altro mezzo di diffusione.

Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

Peccato che in gran parte dei casi la nostra Costituzione resti un elenco di utopie! Ma, proprio perché c’è questo rischio,  credo sia importante e utile ricordare a noi e ai giovani che bisogna vigilare affinché i principi fondamentali della Costituzione non siano  disattesi e non subiscano attentati. Ciò, anche in considerazione del fatto che i nostri figli, al contrario di noi, non avendo  vissuto il clima familiare e sociale di autorità e di mancato rispetto delle libertà, faticano a figurarsi realmente cosa significhi una vita senza diritti. Va considerato, inoltre, che i mezzi mass e multimediali, nel trasmettere messaggi pervasivi, riescono a mistificare la realtà e in molti casi a manipolare adolescenti e non, con l’arte della persuazione occulta. 

 

 

Un merito alle tecnologie

 

Le tecnologie, odiate e amate, hanno comunque permesso in pochissimo tempo di organizzare questa manifestazione simbolica a difesa dei diritti umani e delle “raggioni” di Kàlena.  Facebook, se da un lato mette a rischio la privacy individuale potendo monitorare costantemente le persone, dall’altra offre l’opportunità di contattare velocemente gli “amici” e di organizzare venti, come quello che andremo a commentare. Questa sorta di rivoluzione culturale consentita dalla  globalizzazione cfa sì che uomini e donne, svissuti in modo separato, attivino il traffico delle culture, diffondendo nuove sensibilità e stili di vita.  

Dunque, grazie ai mezzi informatici e agli stimoli del mondo delle associazioni, ci siamo incontrati nella piana di Kàlena a perorarela causa dell’apertura di quest’abazia, nutrendo la convinzione che, oltre ai soggetti umani sono/dovrebbero essere liberi anche gli oggetti culturali dagli uomini prodotti.  

Che Kàlena e altri beni culturali debbano essere fruibili trova conferma nella nostra Costituzione, che all’art. 9 dei Principi fondamentali recita:

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Il concetto è ribadito all’art. 33, che afferma la libertà dell’arte e della scienza.

 

Un lucchetto ha impedito l’accesso ma non la manifestazione simbolica in difesa dei diritti umani

Nei locali dell’abazia purtroppo non siamo potuti entrare perché un lucchetto con una catena nuova di zecca ne bloccava il passaggio. È la vecchia storia/conflitto tra i Martucci, l’Amministrazione comunale e l’ufficio di Soprintendenza, che non riesce a risolversi. Una lotta portata avanti dal Centro Studi Martella da diversi anni nella persona di Maria Teresa Rauzino –da meritarsi un premio simbolico da parte dell’associazione leccese - senza soluzione di continuità.

Il drappo bianco per la birmana senza libertà

Siamo rimasti, pertanto, nel cortile della prestigiosa abazia a fare la dimostrazione per San SUU Kyi.   Momenti toccanti durante l’apertura del lenzuolo bianco, simbolo di pace.  Momenti commoventi durante l’esternazione delle riflessioni e la lettura di brani opportunamente scelti per l’occasione, proposti dal poeta filosofo Vincenzo Campobasso, il direttore di Punto di stella Piero Giannini, una giovane e graziosa turista,  … . Momenti di coesione del gruppo, che alla fine ha applaudito e inneggiato

“Per la libertà Aung San Suu Kyi!”.


 

June 08

i porticcioli del Varano fanno ancora parlare di sé

I pescatori non ci stanno, non vogliono che vengano realizzati porticcioli "scomodi", di difficile accesso, di non agevole condivisione, non funzionali come quelli già costruiti, che hanno distrutto già diversi sandali e motori.
 
 
"Prima rifate quelli già modificati, apportando le dovute correzioni. Se ci piaceranno, potrete procedere demolendo i nostri e ricostruendoli" - così mi hanno detto due pescatori "allarmati" domenica 7 giugno, chiedendo sostegno.
 
Da parte mia, devo dire che mi sono già espressa in merito, sostenendo l'ipotesi che ogni opera pubblica deve essere migliorativa e non peggiorativa della situazione esistente.
 
L'amministrazione sembra promettere dialogo. Speriamo che alle parole seguano i fatti, perché non è giusto, né opportuno alimentare lo stato di tensione, che sicuramente si eleverà mamo a mano che si procede nella realizzazione dell'opera, dato che coinvolgerà un numero maggiore di persone.
 
 
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