Leonarda's profileDina CrisettiPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    January 18

    La scuola per lo sviluppo: linee guida per la formazione dei docenti

    LA SCUOLA PER LO SVILUPPO- LINEE GUIDA PER LA FORMAZIONE DEI DOCENTI (sintesi

     

    Gli estensori del documento Rilevazione qualitativa 2003 trovano che a fronte dell’interesse generale a livello di partecipazione, i progetti realizzati hanno posto scarsa attenzione agli esiti curricolari. Debolezza riscontrata soprattutto nella formazione linguistica e matematica. Per contrastare il fenomeno della dispersione non sono sufficienti interventi episodici e giustapposti occorre integrare Progetti e attività curricolari.

     

    Occorre rivedere l’organizzazione e realizzazione del curricolo ordinario, riconsiderando il processo d’insegnamento/apprendimento e in particolare la struttura delle discipline le strategie d’insegnamento, i percorsi didattici, le interazioni e le “formae mentis” alla luce delle recenti ricerche epistemologiche e psicologiche.

     

    Le iniziative del FSE e del FESR hanno da sempre ritenuto che l’ampliamento delle conoscenze e competenze va coniugata con il cambiamento e l’innovazione di ordinamenti, istituzioni e didattica dei sistemi scolastici nazionali.

     

    L’oggetto della Rilevazione è incentrato sulla formazione dei docenti i quali in base al DD.vo né 59/2004 nell’elaborare i piani di studio personalizzati per la scuola di 1° grado devono considerare che l’ordine epistemologico di presentazione delle conoscenze e delle abilità che costituiscono gli OSA non va confuso con il loro ordine di svolgimento psicologico e didattico negli alunni.

     

    Se  il primo deve essere una padronanza tipica del docente che ha già in mente una mappa culturale, sintattica e semantica, da aggiornare costantemente per poterla rendere operativa in modo efficace, l’ordine psicologico e didattico si riferisce agli alunni. E’ sugli interessi e sulle esperienze di questi ultimi che vanno costruiti i percorsi educativi, fissando via via gli OSA che nel sistema dell’autonomia corrispondono ai contenuti disciplinari, realizzando la cosiddetta didattica contestualizzata che va, appunto, dall’esperienza alle discipline.

     

    La formazione dei docenti verterà allora sul punto d’incontro tra conoscenze hard curricolari (dure e certe) e dinamiche motivazionali e relazionali giovanili. Anche qui occorre procedere dall’esperienza dei docenti, dagli elementi di contesto, per giungere alla cognizione e alla metacognizione.

     

    Si parte dunque dalla situazione, il progetto, il quale nasce da esigenze soggettive: bisogni, interessi a/i, competenze, cultura, sensibilità dei docenti, e oggettive del contesto in cui si opera con le sue caratteristiche naturali e culturali.

     

    Lo sviluppo del progetto, però rinvia sempre a conoscenze abilità tematiche afferenti alle discipline. Il compito del docente è perciò quello di leggere il progetto dal punto di vista della propria disciplina, valorizzandone gli elementi e finalizzandoli al successo formativo, e gli atteggiamenti degli alunni, rimuovendo eventuali ostacoli affettivi e cognitivi, che condizionano negativamente l’apprendimento.

    Oltre ai caratteri generali sopra specificati, vanno considerati i caratteri specifici della formazione, la quale è contestuale, nel senso che si realizza analizzando il progetto e riflettendo sulle modalità di sviluppo; è destinata ad  un gruppo di docenti ben preciso, inizia ancor prima dell’approvazione e si avvale anche del contributo di esperti e di gruppi di lavoro.

     

    Il percorso formativo è incentrato:

    1. sugli aspetti comunicativi e relazionali, che prevedono capacità di ascolto, di decentramento e gestione della discussione, revisione di stereotipi, accoglimento di punti di vista altri, costruzione di un linguaggio comune;
    2. sugli aspetti didattico-formativi, che concernono le capacità di far interagire punti di vista disciplinari diversi, di individuare metodi e tecniche didattiche interattive per valorizzare i saperi acquisiti nell’extrascuola e i diversi stili di apprendimento, di progettare indagini, di familiarizzare con l’uso delle fonti e con una molteplicità di linguaggi;
    3. sugli aspetti metacognitivi, invitando anche concretamente a riflettere su come procede la mente quando pensa, esercitando l’analisi sulle varie forme d’intelligenza impiegate nella quotidianità, comprendendo che il successo dell’apprendimento non è connesso alla quantità delle conoscenze, ma da come vengono collegate, organizzate e gestite. Perché il progetto abbia esiti positivi, bisogna assumere, inoltre, le seguenti convinzioni:
    • il gruppo docente e/o consiglio di classe va valorizzato e coinvolto a garanzia dell’integrazione dl progetto con le attività curricolari;
    • il focus/tema del progetto deve suscitare la motivazione degli alunni e dei docenti, essere coerente con le caratteristiche dell’età evolutiva dei discenti e connesso con la realtà del territorio;
    • l’integrazione curricolo-progetto va

    • sapientemente elaborata e monitorata da un gruppo, procedendo in modo circolare dal primo al secondo e viceversa, adottando comuni metodologie e modalità di valutazione, nella quale confluiscono, dunque, anche le performances esibite durante l’attuazione della progettazione;
    • i docenti devono riconsiderare alcune competenze disciplinari e metodologiche e costruire un linguaggio comune per condividere e realizzare la trasversalità;
    • il piano della valutazione delle dimensioni motivazionali, cognitive e metacognitive dell’apprendimento, le strategie/metodologie dell’insegnamento va rivisto alla luce dell’esperienza progettuale.

    Progetto habitat: L'olivicoltura, una strada del gusto per riscoprire il Mediterraneo

    Progetto Habitat IRRE PUGLIA

    “Mari da scoprire. Terre da inventare.”

    La Puglia vista dal mare

     

    Denominazione Progetto della Scuola: L’OLIVICOLTURA UNA “STRADA DEL GUSTO” PER RISCOPRIRE IL MEDITERRANEO. CASO STUDIO: ILPOZZONE.

     

    Nome della Scuola: LICEO SOCIOPSICOPEDAGOGICO E LINGUISTICO CAGNANO VARANO (FG) S. S. Liceo Classico e Scientifico “De Rogatis” San Nicandro Garganico (FG), Via Ungaretti, 71010 Cagnano Varano (Foggia);

    E-mail scalziantonio@tiscali.it ; telefono: 0882/491038 (San Nicandro)

    Cagnano Varano: tel. 0884/80194, fax 0884/854005

    Nome Dirigente Scolastico: prof. Antonio Scalzi

    E- mail Referente progetto lcrisetti@alice.it

     

    Docente Referente del Progetto: Prof.ssa Leonarda Crisetti

    Équipe di progetto con nomi dei Docenti Responsabili: L. Crisetti, R. Battista, G. Tancredi,  C. Varrese, A. Miucci, E. Di Gregorio, A.M. Apicella.

    Destinatari (classi): III A, V A, V B Liceo Sociopsicopedagogico e IA, VA Liceo Linguistico.

    _______________________________________________________

    Rapporti con Esperti Esterni: prof. M. Grimaldi, geologo ed ex frantoiano, Giovanni Lombardi (pastore e guardiano del Pozzone), nonni e nonne raccoglitrici, Pasquale Giannetta, proprietario museo della civiltà contadina.

     

     

    Descrizione del Progetto: Cagnano Varano: Costa Pozzone.

    Cenni sull’abitato. Cagnano è un centro abitato del Gargano Nord. In base alle ipotesi più accreditate, il termine Cagnano  nel Medioevo “Canjanum”, deriverebbe  da “Canius”, nome gentilizio romano, o da “Ca Janum”, casa di Giano, il cui culto era diffuso nel Gargano.  Il casale Canyanum era sicuramente  vivo nell’Altomedioevo, ma nel suo territorio, dalla Preistoria all’Età di mezzo si sono succedute diverse comunità, le quali abitarono caverne, capanne e costruirono villaggi.

    Meritano attenzione le località: Vadovina, uno dei primitivi insediamenti umani, con resti litici di forma grossolana del Paleolitico inferiore (tra 1 milione e 700 mila anni); Grotta di San Michele Arcangelo risalente al Paleolitico (Musteriano) di notevole interesse storico-archeologico e religioso; i siti Arena Daniele e Giardenera, dove sono tuttora presenti interessanti ipogei paleocristiani; la laguna di Varano, per tre quarti compresa nel territorio di Cagnano che con i suoi prodotti, con la sua storia e con la sua bellezza, costituisce uno dei più rilevanti punti di forza di questo paese garganico.

    L’economia e la cultura del territorio sono dipese dalle risorse agropastorali costuite da altipiani, colline e vallate, che hanno permesso l’allevamento ovino caprino, bovino, suino ed equino, e che hanno consentito la coltivazione di olivi, viti, cereali, e dalla laguna di Varano ove è possibile pescare tuttora anguille, capitoni, cefali, spigole e orate. Cagnano è perciò caratterizzato sia dalla civiltà della pesca, sia da quella contadina.

    Il progetto intende richiamare l’attenzione degli studenti sull’importanza dell’ulivo, elemento culturale unificante dei Paesi bagnati dal Mediterraneo, attraverso il recupero storie, termini, proverbi, racconti, canti, utensili; vuole offrire ai giovani l’opportunità di rapportarsi con la natura, conoscere l’ambiente dei loro padri e integrarsi, imparando a stare bene con se stessi e con gli altri.

    La prima parte del progetto vede i partecipanti impegnati soprattutto nella pianificazione e nello studio delle fonti, al fine di riscoprire utilità, diffusione, storia, mito e sacralità della pianta, mentre la seconda parte conduce gli studenti direttamente sul campo, per effettuare riscontri, individuare contrade contrassegnate da una forte presenza dell’ulivo e zone caratterizzate dal degrado.

    Per meglio conoscere la dinamica uomo-ambiente (correlazioni e trasformazioni) sarà significativo un caso studio: il Pozzone, area demaniale patrimoniale del Comune di Cagnano Varano (FG), sita a qualche chilometro dal centro urbano, che si estende per Ha 175 circa e ricade nella Tav. I, SW, Foglio 156 dell’I.G.M. . 

    Questo fondo è bagnato a Settentrione dalle acque della laguna di Varano ed è delimitato a Sud dalla strada provinciale che conduce a San Nicola Imbuti, correndo parallelamente a Valle San Leonardo e Canale San Michele.

    La costa del Pozzone risulta interessante, a livello morfologico, vista dal sandalo (sànere) imbarcazione tipica del Varano, perché evidenzia un susseguirsi di nicchie incavate nella roccia tufacea, cavità più aspre modellate dal rifrangersi delle onde, baie e insenature con qualche faraglione e sorgenti.

    Il sito vanta una lunga frequentazione e conserva tuttora, su un poggio denominato Coppa Castédde, tracce di un àggere dalla pianta circolare, afferente all’età del Bronzo, che lasciano ipotizzare l’esercizio della transumanza. Nel sito insiste anche un’interessante cavità naturale originata dal carsismo, la grotta di San Michele, abitata sin dal Paleolitico medio. Al tempo delle leggi eversive della feudalità, la contrada continuò ad essere adibita soprattutto al pascolo, grazie alla presenza di erbaggi e di sorgenti,  quindi gli amministratori del Comune decisero di riconvertirlo ad uliveto, innestando tutti gli olivastri. Dai primi decenni del secolo scorso il Pozzone ha distribuito olio pressoché a tutta la popolazione mentre oggi, a seguito dei ripetuti incendi, del pascolo irrazionale e dell’incuria, versa in uno stato di degrado.

    La ricerca intende offrire, inoltre,  agli alunni l’occasione per imparare il metodo della ricerca e per esercitare la progettualità, ipotizzando l’ulilizzo futuro del sito preso in considerazione.

    Titolo del progetto: L’olivicoltura, una “strada del gusto”, per riscoprire il Mediterraneo. Il caso del Pozzone.

     

     

     

    Finalità e Obiettivi Formativi:

    1.        creare legami col territorio, inteso come spazio da conoscere, vivere con responsabilità e creatività;

    2.        prendere atto della “cultura” dell’ulivo, identità dei popoli del Mediter-raneo; 

    3.        conoscere la dinamica uomo-ambiente, relazioni e trasformazioni del ter-ritorio;

    4.        familiarizzare col metodo della ricerca;

    5.       saper condividere esperienze nel rispetto delle regole.

     

    Obiettivi specifici disciplinari (conoscenze e abilità): 

    ·            conoscenze sull’ulivo e sull’olio (descrizione, coltivazione, diffusione, trasformazione, conservazione, usi, dieta, strumenti, termini, simboli, racconti, miti, canti, ecc.);

    ·            lettura di carte tematiche e individuazione dei Paesi dell’ulivo bagnati dal   Mediterraneo;

    ·            inferenze (mare divide spazi geografici e unisce i popoli, caratterizza l’identità, favorisce il dinamismo e l’interculturalità, … );

    ·            osservazione del territorio e individuazione del paesaggio dell’ulivo, facendo particolare attenzione al mare (presenza necessaria per la vita di questa pianta);

    ·            costruzione della carta topografica e mentale e dell’ulivo;

    ·            individuazione nel territorio e su mappa del sito del Pozzone, conoscenza del toponimo, osservazioni delle caratteristiche antropofisiche attuali dell’area;

    ·            individuazione di nessi e relazioni (prendendo atto del diverso utilizzo del sito a sostegno dell’economia locale, riflettendo sul perché delle diverse fruizioni, evidenziando correlazioni tra aspetti fisici/sociali/economici e storici), ed elaborazione di ipotesi di valorizzazione del sito, per combattere il processo di desertificazione;

    ·            conoscenza delle fasi ideativa e attuativa della ricerca: oggetto, indagine preliminare, formulazione ipotesi, ricerca-elaborazione dati, transfert, valutazioni, relazione.

     

    Attività didattiche :

    ·            Fase ideativa: destare motivazione, curiosità e interesse sull’argomento; identificare l’oggetto d’indagine; fare brain storming per la raccolta delle idee; mettere a punto le eventuali piste da seguire; stabilire l’iter dell’indagine preliminare (valutazione delle tecniche da utilizzare, scelta delle fonti da cui attingere per la documentazione, individuazione dei testimoni privilegiati da intervistare) e giungere alla definizione dell’ipotesi.

    ·            Fase attuativa: formazione dei gruppi di lavoro e divisione dei compiti, indagine sul campo con uscite guidate, reperimento-analisi-interpretazione-valutazione dei dati raccolti (documenti d’archivio, fonti visive e materiali), relazione finale.

    ·            Documentazione.

     

     Contenuti: percorsi della ricerca

    1.          L’ulivo: mito, arte, religione, macro e microstoria; raccolta di racconti, canti, massime, detti, credenze, ricette, rituali religiosi e superstiziosi (scienze umanistiche, umane e sociali).

    2.    L’ulivo: coltivazione, trasformazione, conservazione e alimentazione (scienze naturali, forestali, umane e sociali).

    3.   Il caso del Pozzone, da risorsa agrosilvopastorale a risorsa olivicola, al degrado attuale (macro e microstoria, geografia, scienze geologiche, naturali, archeologia e antropologia). 

    Metodologie - Strumenti - Materiali da utilizzare:

    I docenti si ispireranno alle strategie della ricerca-azione, facendo ricorso a metodologie attive, interattive, costruttive, orientate a promuovere la formazione affettivo-emotiva sociale e cognitiva della personalità degli studenti. La lezione frontale sarà contenuta, limitata a fornire le linee guida della ricerca, dare suggerimenti, “formare gli intervistatori”, e sarà rivolta sia al maxigruppo, sia ai piccoli gruppi spontanei che si formeranno. Saranno promosse interazioni con il territorio, inteso come spazio fisico e spazio umano, e con le risorse umane: docenti-alunni, alunni-alunni, alunni-docenti, alunni-esperti.

    Sono previste alcune uscite guidate: intorno all’abitato per individuare le aree olivicole, al municipio, al museo locale per reperire dati; al sito Pozzone per lo studio di un caso. Le interviste ad ex frantoiani, ai nonni e alle raccoglitrici potranno essere effettuate dal piccolo gruppo anche senza la presenza dei docenti. Le operazioni di elaborazione-analisi-interpretazione guidata dei dati saranno svolte a scuola: nelle aule, nei laboratori e nella sala riunioni, in base alle necessità.

    Strumenti, materiali e  mezzi: scuolabus del comune, computer, internet, enciclopedie, manuali, fonti d’archivio; TV, videocamera, registratore, macchina fotografica anche digitale, lavagna luminosa, acetati, fogli A4, videocassette, audiocassette, Cd.

    Documentazione:

    1.    Cd in Power point

    2.    Relazione scritta dell’attività di ricerca

    Competenze da raggiungere

    Alla fine dell’attività di ricerca gli studenti saranno in grado di:

    1.            raffigurarsi mentalmente il territorio, ubicandovi le aree olivicole;

    2.          riconoscere i Paesi dell’ulivo ed effettuare inferenze sul mare elemento unificante della cultura mediterranea;

    3.           utilizzare termini connessi all’olivicoltura e all’olio;

    4.          saper leggere mappe, tabelle, grafici, documenti d’archivio e materiali;

    5.          comprendere l’importanza dell’ulivo e dell’olio (utilità, bontà, sacralità);

    6.          riflettere sui diversi usi di uno spazio rurale nel tempo;

    7.           individuare le interconnessioni storia-economia-cultura-religione-società;

    8.          conoscere meglio i compagni e i docenti;

    9.          riconoscere fasi e problematicità di una ricerca;

    10.      esprimere valutazioni sui punti di forza e di debolezza del proprio territorio;

    11.       considerare la necessità di agire con responsabilità e preservare l’ambiente dal degrado.

    Schede di rilevamento utilizzate e allegate al Progetto:

    Per l’elaborazione del presente progetto sono stati accolti alcuni suggerimenti offerti dalla scheda intestata L’oro di Puglia redatta da Carmen Genchi.

    Foto antiche e foto attuali

                           

    La bottarga di Mugil Cephalus, il "caviale" delle lagune di Lesina e di Varano

     

    La bottarga di Mugil Cephalus, il "caviale" delle lagune di Lesina e di Varano

    Il 21 dicembre 2006 presso l’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II, FACOLTA’ DI SCIENZE MM. FF. NN., Leonardo Grimaldi ha conseguito il diploma di laurea specialistica in Biologia dei Sistemi Acquatici, con 110 e dichiarazione di lode, discutendo la TESI  SPERIMENTALE in Tecnologie di allevamento, avente per oggetto “IDENTIFICAZIONE  E  VALUTAZIONE  DELLA  QUALITA’DELLA  BOTTARGA  DI  Mugil Cephalus”. Relatore, Prof. M. Rampacci.

    La tesi ha visto la collaborazione della Società di Gestione della Laguna di Lesina srl, Presidente G. Di Giuseppe, l’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, Roma, la Dott.ssa E. Orban dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Dipartimento delle Scienze Biologiche, la Sez. Biologia Evolutiva - Lab di Istologia , Prof.ssa A. Capaldo, la Sez. Zoologia – EC Lab, Responsabile Prof.ssa G. Guerriero.

     

     IL “CAVIALE  DEL  MEDITERRANEO”

    La bottarga è un alimento costituito da uova di pesce essiccate. Nel bacino del Mediterraneo viene ricavata dalle uova di muggine (in particolare Mugil cephalus), di tonno o anche di pesce spada.

    Si trova sottoforma di "baffe" intere, più costose, costituite dalle sacche ovariche integre, oppure in polvere. È stato per secoli un alimento molto costoso, che si potevano permettere solo i ricchi: era. infatti, oggetto di dono e merce di scambio molto importante. Oggi il suo costo non è proibitivo, anche se le bottarghe più pregiate non sono propriamente a buon mercato. Questo prodotto di nicchia, in ogni caso, potrebbe costituire il valore aggiunto delle lagune di Lesina e di Varano.

    Il dirigismo del Liceo Lanza voluto dal regime

     

    IL DIRIGISMO DEL LICEO LANZA

    VOLUTO DAL REGIME 

    di

    Leonarda Crisetti

    Dopo una serie di interessanti collaborazioni, contributi a nome del Centro Studi Martella (Peschici), Maria Teresa Rauzino dà alla stampa un’opera tutta sua, Il Regio Liceo Lanza, Dalle scuole Pie agli anni del Regime, Ed. Parnaso 2004, pp.400, compendio di circa 80 di storia di questa istituzione scolastica.

    Il Lanza- come ribadisce l’autrice- nasce per rispondere all’esigenza di formare la classe dirigente dello Stato italiano, che conta pochi anni di vita. La storia di questa istituzione, che accoglie inizialmente gruppi elitari, risente pertanto degli scossoni provocati dall’avvicendarsi dei governi e delle gestioni: dall’esperienza confessionale degli Scolopi, a quella anticlericlale postunitaria a quella fascista.

    Nel ventennio di Mussolini, l’istituzione divienve sempre più instrumentum regni e fabbrica del consenso, come si evince chiaramente, leggendo l’opera. E la Rauzino si compiace di registrare distorsini e incrinature del regime rappresentati in presidi zelanti e docenti ossequiosi, alunni irregimentati. Sembra così entusiasta di notare contraddizioni, sì da insinuare nel lettore il sospetto che abbia preso a pretesto il Lanza per argomentare sulla politica scolastica del Regime.

    Su questa politica si concentrano perciò le energie dell’autrice e, mentre espone la tesi dominate espressa dalla puntuale lettura del documento, in cui sono presenti le lamentele dei presidi circa l’insufficienza e inagibilità dei locali, gli alunni inadempienti e gli esami truccati, i docenti impreparati, i rapporti con l’Onbm, che intende prevaricare l’istituzione, …, costruisce la sua antitesi, che si rende palesa nelle note di commento e in alcuni spazi ritagfliati per da voce a figure controverse, i dissidenti.

    Lo spazio maggiore è comunque rappresentato dai rapporti dei presidi, i giudizi dei quali sui docenti sembrano essere troppo soggettivi, dato che non trovano riscontro ad es. negli allievi e nelle famiglie. Gli studenti non rispondono agli standard: “i rusultati sonos empre inferiori alle aspettative”. Il successo dell’apprendimento sembra essere riposto in gran parte nell’insegnamento, rispecchiandosi in esso, quindi “ se la classe fosse stata più idonea e preparata… la valentia del professore sarebbe parsa appiena”.

    Gli allievi fanno registrare troppe assenze ingiustificate e con la complicità dei genitori. Anche alla famiglia è riconosciuto dunque un peso nel successo scolastico, si afferma perciò che con una maggiore collaborazione “il risultamento” sarebbe stato migliore.

    Lagnanze di un tempo che trovano riscontro nel presente: problemi di sempre.

    Nell’onorificare la memoria del regio LiceoLanza,  la Rauzino scava, dunque, nelle storie di vita dei presidi dirigenti al fine di riportare allo scoperto le defaillances del Regime. Su quesi personaggi a tratti affonda il taglio, tanto che l’opera avrebbe potuto intitolarsi Il ruolo dei presidi nella fabbrica del consenso rappresentato dal Lanza.

    Vengono quindi ripescati i casi degli emarginati come Severgnini e Marangelli, docenti preparati, sensibili, dotati di capacità relazionali- qualità oggi apprezzate in teoria- stigmatizzati dai dirigenti della scuola del tempo, tirannelli anch’esi irregimentati, che purtroppo si contano anche oggi.

    Il libro della Rauzino smbra perciò un pretesto per mettere a nudo l’assurdo comportamento dittatoriale di manager scolastici sedicenti di destra e di sinistra che premiano soprattutto docenti devoti, meccanici esecutori di formule, gratificandoli anche economicamente, mentre bocciano, emarginandoli, quei professori creativi, vocati, preparati.

    Dirigenti probabilmente frustrati e avidi di potere, desiderosi di mostrare attraverso al carica la loro visibilità, dimentichi di essere stati doicenti, ma soprattutto del loro ruolo significativo volto a coordinare al meglio anche didatticamente le risorse umane e paterialid ella scuola che rappresentano, per promuovere la formazione di un uomo integrato e completo.

    Tracce di uno strapotere che trovano conferma nell’opera della Rauzino anche allorché interroga i documenti sulla donna-insegnante, il cui insegnamento è ritenuto dai presidi “un inconneniente che sarà difficilmente eliminato, dato che la donna è nata per essere educatrice della famiglia e non della scuola”. E’ ammessa tuttavia qualche eccezione, ma a condizione che rinunci “al sacrosanto diritto di farsi una famiglia, perché la donna maritata non può dare tutta la sua attenzione e la passione richiesta alla scuola”.

    Pensieri assurdi, anacronistici, che trovano comunque anche oggi sostenitori in quegli elementi maschilisti che desiderano trovare la moglie in casa e a scuola continuano ad affidare incarichi ai maschi, sui quali si può fare maggiore affidamento.

    Teresa Rauzino, non si accontenta di riportare ild ato, affonda gli artigli e trova che “la debolezza argomentativa del preside […] svela l’arcano della sua misoginia. E’ l’intelligenza delle donen a fargli paura”.

    Il focolare, e la cura della prole sana e robusta sono le funzioni più importanti concesse alal donna del regime, mentre se è troppo intellettuale, secondo la visione del tempo, non riesce a svolgere neanche quei ruoli consegnati dalla tradizioni.

    Trattando dei rapporti con le attività parascolastiche e dei rapporti con l’extrascuola, si ha modo di prendere atto del peso della scuola parallela svolta allora dalle organizzazioni fasciste come L’Onb e la G.l, incaricati della formazione culturale e fisica dei giovani. A ben guardare la loro funzione è paragonabile a quella svolata dai emzzi mass e multimetiali attuali che, insieme alle opportunità dic reascita cognitiva e sociale, presentano i rischi dell’indottrinamento, dell’omologazione, dell’anullamento delle coscienze.

    Problemi dis empre presenti nelle istituzionis colastiche, copn la differenza che tra il Liceo Lanza del regime e i licei di oggi c’è di mezzo oltre mezzo secolo e che l’utenza non è più quella ristrezza della borghesia agraria, ma sempre più variegata.

    Mi piace pensare che l’opera, la quale si avvale di un ricco corredo di fonti scritte, visive e orali pazientemente recuperatid all’autrice, non costituisca solo un’occasione per indugiare sulla grandezzo del Lanza, dando modo agli studenti che l’hanno frequentata di ristrovarsi, ma sottenda finalità di politica educativa, additando ai dirigenti del futuro che la scuola è soprattutto un mezzo di promozione umana e sociale, uno strumento di valorizzazione delle intelligenze, e agli studenti che la scuola è ambiente di apprendimento, “vivaio di relazioni umane” e di dialogo, vita, al fine di prevenire abbandono e assenteismo.

    La storia del Lanza, e quindi della popolazione della Capitanata,  nella ricostruzione-interpretazione di Maria Teresa Rauzino vuole far riflettere in definitiva sugli errori del passato, per orientare il comportamento del presente, in modo che sia vitae magistra.

     

     

     

    Gargano: Necropoli tra Pineto e Avicenna (Cagnano-Carpino)

     

    6.               NECROPOLI TRA PINETO E AVICENNA a sud del Varano.

    L’area insistente sulla costa meridionale della laguna è molto ricca di informazioni racchiuse nella roccia e sepolte dai terreni alluvionali trasportati dalle piogge. Nei pressi delle Chianche di bagno sono venute alla luce schegge di selce, resti di vasellame, monete e piccole borchie d’oro, chiodi in rame e diversi pesi a forma di tronco di piramide, attestanti una lunga frequentazione  della zona.

    Poco distante, dopo aver percorso qualche km in direzione ovest, tra il   Piano di Cagnano e quello di Carpino e precisamente tra Bagno, Piano, Pineto  e Avicenna (Guado San Pietro e Montaltino) sono state rinvenuti in diverse occasioni altri manufatti di epoca preromana, romana e altonedievale: tombe, monete (con l’effigie di imperatori romani, bizantini e della moglie di Diomede figlia del re di Siponto), iscrizioni, lucerne, spille, bracciali, collane, punteruoli, aghi, testa di medusa e greche, orci con residui di frumento e di olio. Nel 1930 ad esempio a Fiumicello vennne alla luce una necropoli con corredo costituito da grandi e piccoli vasi, piatti e ceramica. Dato il continuo riaffioramento di reperti, le suddette zone furono oggetto di scavi archelogici, negli anni 1953-54 col l’intento di trovare le vestigia dell’antica Uria. Il cantiere lavorò complessivamente per 153 giorni. Purtroppo i lavori non furono eseguiti ad opera d’arte, ma concepiti come vero e proprio sterro, inoltre molti materiali furono trafugati, per cui si optò per la sospensione degli scavi, che peraltro furono eseguiti in due sole località. Sulla base di tali studi, comunque, fu ipotizzata la presenza di fattorie di età ellenistica e imperiale. Molto interessanti risultarono il sontuoso edificio  in zona Pineto, (solo metà salone aveva le dimensioni di m 26x7 con pezzi di mosaico e pezzi d’intonaco di varia tinta e numerose tessere isolate di un bellissimo mosaico, oltre a oggetti quali fibule in bronzo, monete, lucerne in argilla e in ferro, punteruoli in osso, laminette in oro, ampolle di vetro, frammenti di vaso con in rilievo una pecorella)  e il grosso edificio di Avicenna, tra la ferrovia e il casello n° 55, articolato in diversi vani e rimaneggiato in varie epoche, con calidarium, di cui è stata ipotizzata la frequentazione tra periodo tardo repubblicano e secondo secolo dopo Cristo, per essere poi reinsediato tra tardo impero e alto medioevo e utilizzato come necropoli.

    Il materiale rinvenuto in questo angolo sud-sudorientale della laguna lascia dunque supporre una lunga frequentazione che dall’età ellenistica si protrae fino all’epoca dei Longobardi e una economia fondamentalmente agricola. Gli orci interrati e i residui presentano infatti evidenti tracce di produzione cerealicole e olive. (foto reperti pag 128 Itinerari lungo la laguna)

    La zona Piano era anche il punto di convergenza di diverse direttrici che collegavano il sito con Cagnano e Bagno, con Carpino, con  Irchio e con l’attuale Crocifisso di Varano. Proseguendo lungo il tratturo di Avicenna (Auicenia), si collegava poi con l’entroterra, e quindi con Vadovina o Valleiannina, Romongero e Castel Guarnero (attestanti anch’essi frequentazione in epoca romana e medievale).  La presenza di queste direttrici e delle ville ha fatto supporre che qui sorgesse la mitica città di Uria. 

     

     

    7.               LEONARDA CRISETTI  

    IL TURISMO ALTERNATIVO NEL GARGANO: ITINERARIO NATURALISTICO E GASTRONOMICO 1 NEL  ERRITORIO DI CAGNANO VARANO-CARPINO-ISCHITELLA

    In tempo di vacanza sia a quei turisti amanti della natura e delle specialità gastronomiche del luogo,  che dovranno sostare per qualche tempo nel Gargano, sia a quelli che risiedono sul posto ma non hanno messo mai il naso fuori di casa, suggerirei il seguente percorso naturalistico da effettuare  lungo la riva settentrionale della laguna di Varano,  per “distrarsi” in modo salutare, oltre che per conoscere la ricchezza della fauna, della vegetazione e la unicità del paesaggio.

     Parlo dell’area più frequentata dai turisti, l’Isola Varano, quella fascia compresa tra lago e mare, che si estende da Foce Capojale a Foce Varano, ma anche delle rive restanti della laguna, le meno note, ricche di storia e di valenze naturali.

    1 L’Isola Varano lunga circa 11 km e larga da 0,600 a 0,900 km, oggi ospita una varietà di specie arboree, arbustive ed erbacee, tipiche della macchia mediterranea, in gran parte spontanee. L’area è percorribile a piedi, in bicicletta, a cavallo e, naturalmente, in automobile.

    Sul versante del mare meritano attenzione la pineta, costituita in prevalenza da pino d’Aleppo, da piante aromatiche (rosmarino, mirto) e dai gustosi asparagi e le spiagge spaziose non affollate. Verso la laguna si rinvengono gli ambienti tipici dello stagno retrodunale e del canneto, popolati dalla gustosa  salicornia, cannuccia e limonio.

    Sostandovi numerosi uccelli, è possibile praticare bird-watching. Lungo la riva sono adagiati i sandali (san’r’) imbarcazioni tipiche di chi esercita la pesca in laguna, dai colori arancio e nero, bertovelli, paranze, bilance e altri attrezzi da pesca  oltre ai pescatori intenti a svolgere l’attività. Se sarete fortunati, potrete acquistare anche del buon pesce fresco.

    2 Torre Varano- Muschiaturo, situati a nord-est della laguna, in un’area ancora in parte paludosa e depressa, oggi coltivata ad ortaggi. Si possono osservare gli uccelli Martin pescatore, Airone, Piro piro piccolo, Chiurlo, e d’estate il Cavaliere d’Italia. Le specie vegetali sono costituite dalla Salsola soda, della Salicornia, dell’Artrocnemo, dell’Enula bacicci, del Limonio, della Carice e della Canna domestica.

     

    3 Murge bianche- Crocifisso, sulla sponda orientale della laguna, dove la riva è caratterizzata da falesie e da cale, è facile trovare la Tamerice alla base e in alto il Cappero.

     

    4 Irchio, a sud del Crocifisso, è contrassegnata dalla sorgente che ha maggiore portata rispetto alle altre della laguna. In questa e presso altre sorgenti nidificano e quindi sono presenti per tutto l’anno la Cannaiola, il Cannareccione, il Foropaglie, il Canapino, il Basettino, il Martin Pescatore, la Folaga, la Gallinella d’acqua e il sempre più raro Pendolino. La vegetazione è costituita oltre che dal Canneto, dai Giunco, dalla Lisca maggiore e dal Falasco, mentre l’entroterra è ricco di uliveti.

     

    5 Fiumicello - Guado del Guappo, situati a sud est, sono caratterizzati da sorgenti, distanti dalla laguna rispettivamente 400 e 80 metri circa, le cui portate non sono molto consistenti. E’ l’area in cui il canneto è ancora molto esteso. Troviamo anche Giunco, Falasco e Lisca maggiore. E’ popolata dall’avifauna tipica del canneto e dal Tarabusino, che un tempo era diffuso in tutto il canneto della laguna, mentre oggi si può vedere solo qui.

     

    6 Bagno - Pannoni - Puzzone, con sorgenti e uccelli che prediligono il canneto. La costa, dalle rocce tufacee, via via si eleva, mentre nelle acque si scorge qualche faraglione. La vegetazione è costituita da canneti e da qualche cappero.

    7 Puzzacchio-San Nicola Varano, con sorgenti, cale, costa digradante, popolata per tutto l’anno da Aironi, da Garzette, dal Martin pescatore e da altri uccelli che prediligono il canneto. La vegetazione è costituita pertanto dal canneto, dal Falasco, dalla Lisca maggiore e dal Giunco.

    8 Grotta di San Michele, interessante cavità carsica dalla pianta di 50 X 12 –16 metri , con stalattiti e stalagmiti, nicchie e cupole, sorgente che termina in laguna, …, dedicata all’arcangelo, ancora poco conosciuta

    9 Vivai della mitilicoltura, i cui pali sono utilizzati quali luoghi di sosta di Cormorani, Beccapesci e Sterne.

     

     

    N.B. : A coloro che desiderano avere un contatto diretto con il paesaggio di Varano, consigliamo escursioni a vela o in canoa. Suggeriamo le località Mesola Romana, Crocifisso, Puzzone e San Nicola Imbuti.

    A chi ama il Trekking, oppure andare in bici, consigliamo le aree contrassegnate sulla carta dai numeri 1, 2, 3, 4. Le aree 6 e 5 e 8 sono meritevoli di escursioni a piedi.

     

    STRUTTURE RICETTIVE

    A destra della strada provinciale, proveniente da Lesina, si susseguono case, bar, ristoranti, camping e alberghi.

    Procedendo dalla Foce di Capojale a quella di Varano troviamo i Camping: il Russo Elvira; il Rancho, (villaggio promiscuo, a tre stelle, per tende e roulottes); il Riviera, (camping a due stelle per roulottes); il Baja Papaja, (villaggio promiscuo a tre stelle per roulottes, bungalows); il Cinque Stelle, (residence a due stelle, con bungalows); il Varantour, (villaggio promiscuo a tre stelle per tende e roulottes); i Camping Village, Uria e Viola. Questi ultimi due sono compresi nel territorio di Ischitella, mentre gli altri sono in quello di Cagnano Varano.

    Diversi camping e alberghi-ristoranti sono attrezzati con campi da calcio, da tennis, da pallacanestro e da pallavolo, con piste da ballo, con sala gioco; qualcuno è dotato di piscina, qualcun altro è provvisto di maneggio per l’equitazione.

    Lungo la zona dell’Isola Varano sono presenti anche diversi ristoranti e/o alberghi. Da ovest verso est, nel territorio di Cagnano Varano, troviamo: “Da Gabriele” e “Lambada”, a Capojale; “Miralago”, a Zappinello; “Centroisola”, in Pagliai Combattenti (foto), nel territorio di Cagnano Varano; l’Hotel Bally; la Cooperativa Agrituristica; l’Hotel Alouette e l’Hotel La Bufalara, in agro di Ischitella.

    Al Ristorante Pizzeria Centroisola, aperto tutto l’anno, confortevole, spazioso e funzionale, si possono degustare anche piatti tipici locali, come il capitone e l’anguilla arrostita “spaccata e condita con fior di finocchio”, lo spirillo e il cefalo arrosto, le melanzane ripiene, le orecchiette e la pizza “alla Centroisola”. Si organizzano pranzi per nozze, battesimi, comunioni e per altre occasioni. Anche gli altri locali sono ospitali, efficienti ed economici.

     

     

     PIATTI TIPICI

    I pesci della laguna Varanea, caratterizzati da un elevato valore commerciale, sono i cefali e le anguille. Con il cefalo si preparano gustosi piatti. Si può mangiare alla brace, una volta aperto, incidendolo col coltello dalla coda alla testa, salato e aromatizzato con fior di finocchio; al sugo, accompagnato dalle tagliatelle o gli spaghetti; al forno con qualche goccia di limone, del vino bianco, pepe, sale, aglio e prezzemolo. Lo “spirillo”, della stessa famiglia dei muggini, sebbene piccolo di dimensioni, è molto gradito alla griglia.

    La famiglia dell’anguilla comprende la femmina, detto “capitone”, il maschio, detto “capomazzo”, la “pantanina” o anguilla di lago e la “maretica”, detta anche anguilla di mare. Le piccole anguille si chiamano ceche.

    Le anguille della laguna di Varano sono ormai storiche e perciò rinomate: i documenti ricordano che Carlo d’Angiò e i monaci cassinensi si alimentavano con i nostri prodotti. In passato era praticata anche la conservazione e l’essiccatura del pesce, in particolare delle uova di cefalo.

    L’anguilla costituisce il piatto tradizionale natalizio dei cittadini di Cagnano Varano. La vigilia di Natale si mangiano “li sin’p’ cu l’agnidd’” (senapi e anguille); il giorno della nascita di Gesù, si consuma “l’agnidda arr’stuta” (l’anguilla arrostita, spaccata, salata e aromatizzata con fior di finocchio).

    Orate, spigole, passere e sogliole hanno carni pregiate, ma sono pescate in quantità poco rilevante. Con essi si preparano ottimi piatti.

    Da oltre quarant’anni si pratica sistematicamente la coltivazione delle cozze nere (Mytilus galloprovincialis Lamark). La mitilicultura è molto sviluppata sia nelle acque del Varano, sia in quelle del mare Adriatico. I vivai dei mitili di questa area sono tra i più interessanti d’Europa e offrono al mercato della Comunità un prodotto di ottima qualità, data la bontà delle acque. Ricordiamo infine che un quarto della produzione nazionale delle cozze nere si produce in questa area.

    Le cozze si mangiano crude, “a insalata”, condite con olio, aglio, prezzemolo e limone; cotte, con il piatto della pepata, accompagnate da limone, olio, aglio e abbondante peperoncino; ripiene di uova, formaggio e insaporite dagli indispensabili prezzemolo e aglio.

    Sono speciali le fritture di sogliole, di gamberetti, di mazzancolle, di mazzoni e di alici; come sono graditi i piatti di “pan’ nfuss’” (zuppa) di pesce meno nobile.

    Naturalmente il pesce va accompagnato da un fresco e buon bicchiere di vino bianco. Un vecchio detto locale recita che “ se magn’ lu pesc’ senza vev’ vin, è com’ s’ accumpagnass’ lu mort’”, vale a dire che mangiare pesce senza bere vino equivale partecipare ad un funerale.

    Il pasto si può prolungare con un pezzo di “caschcavadd’” (caciocavallo), di caciotta fresca o di pecorino, formaggi di produzione locale. Ricordiamo che la laguna è a due passi dalle colline circostanti, dove pascolano capre, pecore e bovini, che offrono carni e formaggi prelibati, poco commerciati e che si possono gustare solo sul posto. Per chi volesse acquistarli direttamente dal produttore, consigliamo una passeggiata al “bosco” o al  Trigno, in mezzo ad un paesaggio suggestivo caratterizzato da muretti a secco e da vecchi tratturi, residui della eredità aragonese. Le “vie erbose”, racchiuse dai tipici muri a secco, collegavano gli abitati con le masserie.

    La laguna, come ciascuno avrà modo di constatare personalmente, offre pertanto al turista la possibilità di ritemprare sia il corpo, sia lo spirito.

     

    Bibliografia

    ·                    La grotta di San Michele, itinerari lungo la Laguna, Leonarda Crisetti Grimaldi,  Acropolis Manfredonia, 1999

    ·                    L’habitat durante l’età della pietra nel Gargano, in Popolazione e insediamenti nel Gargano, A. P. Di Cesnola, Uriatinon, 1980;  

    ·                    Codice diplomatico del monastero  benedettino di Santa Maria di Tremiti, a cura di Petrucci, Roma, 1960,

    ·                    Devia, un atico abitato garganico, La Capitanata VII, Russi, Foggia, Foggia, 1969;

    ·                    Historia Langobardorum, P. Diacono;

    ·                    Historia Langobardorum, Erchemperto;

    ·                    La chiesa inedita di San Salvatore  a      Monte Sant’Angelo, in Puglia paleocristiana altomedievale, IV, Edipuglia Bari 1984;

    ·                    Abitati e viabilità nel Gargano, V. Russi, Uriatinin, 1980;

    ·                    Intorno alle apparizioni di San Michele in Puglia e le sue tradizioni, Quaderni de La Capitanata, Foggia;

    ·                  A. Guida, Il santuario micaelico in grotta di Cagnano Varano, Anno II (1994), Rivista semestrale di cultura, ambiente e turismo, ed. del Golfo, pp.25-32. cfr. ivi, pag 30.

    ·                  Atti Amministrativi Comune di Cagnano Varano, delibera del 15.10.1843; delibera del20.11.1863

    ·                  La Grotta di San Michele in Cagnano Varano e il culto del santo, di Leonarda Crisetti, ed. Gioiosa, 1993;

    ·                  La grotta di San Michele, in Una gemma del Gargano, Nicola De Monte, Arti grafiche il Pescatore, FG, pp.169-171;

    ·                  La grotta di San Michele in Cagnano Varano, in Vagabondaggi Garganici, di D'Addetta, FG 1960;

    ·                  Il Liber de Apparitione e il culto di San Michele nel Gargano, Otranto, in Puglia Paleocristiana e medievale;

    ·                  San Michele tra luce e ombre, M. A. Ferrante, ed. del Golfo, 1991;

    ·                  Il pellegrinaggio delle compagnie a San Michele Arcangelo sul monte Gargano, De Vita;

    ·                  Una gemma del Gargano, N. De Monte, Foggia;

    ·                  La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, Leonarda Crisetti grimaldi, Grenzi, 2000

    ·                  Cagnano Varano, centro storico, economia, costumi, salute, società, Leonarda Crisetti Grimaldi, tip. Acropolis Manfredonia, 1999;

    ·                  I sepolcreti ipogei inediti ed editi nel gargano settentrionale, A. M. Ariano, in Promontorio garganico Tardoromano e Paleocristiano, Vico del Gargano, Gruppo archeologico Garganico, S. Ferri, 1982;

    ·                  Gli scavi del 1953 nel piano di carpino, C. D’Angelo;

    ·                  Uria, Del Viscio, S.T.E.B. Bari, 1921;

    ·                  Gli scavid el 1953 nel piano di carpino, la documentazione archeologica di età romana, E. Lippis, in Promontorio garganico c it.

    ·                  Le colonie cassinesi in Capitanata, Leccisotti, Montecassino, 1938;

    Regesta di San Leonardo di Siponto a cura di Camobreco, Roma 1913.

     

     

      

    1 Si consulti la carta: “ Aree di importanza naturalistica della laguna”  p. 153 ; per le foto scegliere tra  pp 17-24; 104-110; 169-176 del libro La grotta di san Michele, Itinerari lungo la laguna, Leonarda Crisetti Grimaldi, Acropolis 1999

     

     

    Sepolcreti inediti in località Giardenera Cagnano Varano

    AMBIENTI IPOGEI

    2.  I SEPOLCRETI INEDITI in località Giardenera Cagnano Varano

    Compreso nell’area del Parco Nazionale del Gargano, in località  Giardenera, a circa 2 km in direzione sud-est del territorio del centro storico di Cagnano Varano e non molto distante dalla strada che conduce a San Giovanni Rotondo (Fg), ho rinvenuto un ipogeo simile a quello già segnalato negli anni sessanta del ‘900 in zona Bagno di Varano. Ero in compagnia di mio marito, il geologo Matteo Grimaldi e di un nostro amico, il dott. Michele Matteo Iacovelli quando, visibilmente soddisfatta, ho preso atto di questo segno della civiltà paleocristiana, volto a confermare la presenza del Cristianesimo in terra garganica sin dai primi tempi di diffusione.

    L’ipogeo è situato pressoché alla base della scarpata nord-orientale dell’Arena, la cui pendenza non supera il 35%, ed è in gran parte nascosto da  rampicanti, menta selvatica, parietale, spinacristi e altre varietà di erbe. Presenta la porta d’accesso posizionata a NNE ed è costituito da sei archi sepolcrali incassati nelle pareti e sormontati da altrettante nicchie a forma di mezzaluna. In questo ipogeo molto interessante, di buona fattura e in soddisfacente stato di conservazione, è possibile distinguere diversi ambienti. La struttura, dalla volte a botte, ha pianta costituita da un dromos centrale, in parte rivestito di terra di riporto trasportata dalle acque piovane e da otto loculi, di cui quattro monosoma e quattro bisoma, raggruppati due a due. 

    Vi si accede scendendo tre scalini scavati nella roccia calcarenite, dopo aver varcato l’uscio di una porta ancora integra, le cui dimensioni sono di m 1,00 x m 0,90.  Quindi ci si immette nel dromos, lungo m 5,70, largo m 1,80 e alto circa m 2,00.

    A destra del corridoio sono evidenti tre arcosoli antistanti tre loculi scavati nella  Calcarenite di Apricena. Il primo loculo ha le seguenti dimensioni: m 1,65 di lunghezza, m 0,60 di larghezza alla base; il secondo m 1,50 X m 0,60 e il terzo m 1,60 X 0,60. Tutti hanno una profondità di circa  0,40 m.

    A sinistra del dromos e quindi della porta d’accesso, sono altri tre arcosoli, antistanti cinque formae scavate sempre nella roccia e precisamente, il primo arcosolio sovrasta una doppia fossa (due loculi posizionati l'uno parallelo all'altro): quello adiacente al corridoio ha la lunghezza di m 1,58 e la larghezza di m 0,45, mentre quello esterno ha la lunghezza di m 1,50 e la larghezza di m 0,35. Segue un altro loculo bisoma, dalle dimensioni di m1,64 X m 0,35 e di m 1,64 X m 0,40, quindi uno monosoma lungo m 1,60. L’interno delle sepolture presenta forma pressoché anatomica, adattandosi ad accogliere il cadavere  senza scomporre molto le sue forme.

    Soddisfatti per aver scoperto questo interessante testimonianza del passata, che ci era stata segnalata dal proprietario della terra in cui esso insiste, il signor G. Scirocco (alias detto Recchjelonghe), lo abbiamo poi segnalato alle autorità perché se ne facesse oggetto di studio e venisse valorizzato. Abbiamo da subito pensato, inoltre, che tutta l’area andasse percorsa ed esplorata, perché potevano esserci anche altri ipogei, soprattutto a causa della calcarenite di cui essa è costituita.  Passammo pertanto subito notizia anche alla stampa e Il Gargano Nuovo la pubblicò nel n° 7 luglio 2000, fiduciosi nell’avvio  delle ricerche.

     

    3.               IPOGEI INEDITI in località Arena Daniele

    Alcuni mesi dopo, l’ipotesi effettuata veniva convalidata con il ritrovamento di altri due ipogei, poco distanti da quello precedentemente individuato. Mi esprimevo allora entusiasta sul mensile di cultura garganica, Il Gargano Nuovo, in questi termini:

    “Sono lieta di comunicare che è stato individuato un secondo sepolcreto ipogeo inedito nel territorio di Cagnanno varano, a sud del centro storico, denominato Lu caute. E’ situato poco distante da quello già segnalato dalla scrivente, tra le Giardenere e l’interessante oltre che importante Valle di San Guovanni e propriamente in località Arena Daniele”.

    La struttura dei due ipogei è identica: entrambi presentano pianta con dromos centrale e loculi sormontati da arcosoli collocati a destra e a sinistra di esso. Tra i loculi con arcosoli, il primo a sinistra presenta un buono stato di conservazione, mentre gli altri loculi sono stati modificati dall’uomo e probabilmente utilizzati dai pastori della zona come giacigli di persone e di animali. Questo secondo ipogeo è più grande  di quello sito in contrada Giardenere. Entrambi però si prestano ad una datazione paleocristiana. Lo confermano due persone autorevoli presenti nel gruppo che ha fatto il sopralluogo nel  secondo sopralluogo: la dott.ssa G. Pacilio, direttrice della Soprintendenza archeologica di Taranto, e la prof.ssa A. M. Ariano, studiosa degli ipogei paleocristiani. In data 12 dicembre 2000, come da me programmato con l’amministrazione comunale, ci siamo recati dunque sul posto per visionare il sepolcreto, già segnalato alle autorità locali e alla soprintendenza ai beni archeologici.

    L’équipe, costituita dalla dott.ssa Pacilio e dal fotografo della Soprintendenza, dai coniugi Prof. Ariano e D’Errico, da Matteo e Leonardi Grimaldi, da due impiegati comunali e da me, era dunque sul posto per visionare e “leggere” le tracce dell’ipogeo in precedenza individuato. Dall’osservazione della struttura fu confermata l’ipotesi circa la sua datazione paleocristiana, anche se occorrono ancora saggi in tutta l’area al fine di trarre informazioni più ragguagliate e correlate. Di lì a poco, tuttavia, il gruppo fu testimone di un altro importante ritrovamento. Dietro suggerimento di mio marito, infatti, ci siamo spostati alcune centinaia di metri in direzione ovest, in località Arena Daniele, dove il geologo aveva già individuato delle buche singolari e dove - secondo il parere di un conoscente- c’erano delle tombe. “Matteo, devi sapere che quando  ro bambino in quelle tombe io ci andavo a dormire”.

    Fu così che tutto il gruppo si è recato sulla collina adiacente e, mentre alcuni partecipanti osservavano le buche di cui si è detto, ipotizzando la funzione di raccoglitori d’acqua, il geologo Grimaldi e il prof. D’Errico avevano già rinvenuto una piccola grotta, il cui accesso era ricoperto da un fitto manto di  cespugli spinosi. Dopo aver faticato un po’ per entrarvi, abbiamo notato alla sommità della porta d’accesso un canaletto, inciso lungo la parete frontale per lo scolo delle acque piovane. Quindi siamo entrati e, con gradita sorpresa, ci siamo trovati di fronte ad un altro sepocreto, con la struttura simile a quello visitato in precedenza, ma più grande. Chi era impegnato a fotografare, chi a riprendere con la videocamere, per documentare ogni cosa con il linguaggio delle immagini, chi a prendere appunti, chi a fare confronti e congetture. Abbiamo pertanto ipotizzato l’esistenza di altri ipogei in quel tratto di anfiteatro collinare che abbraccia il paese di Cagnano da sud. Ritornva  perciò insistente la proposta di effettuare studi e ricerche in questa terra garganica per conoscere, tutelare e valorizzare questi siti archeologici. Lo studio sistematico dei complessi funerari è utile ad acquire informazioni sull’ambiente religioso e sociale del territorio e forse permetterà di ricostruire la memoria storica di alcuni insediamenti che il tempo è riuscito a cancellare.

    Ricordo che per l’incuria dell’uomo già un altro ipogeo simile a questi due, come conferma la prof.ssa A. M. Ariano, in Sepolcreti ipogei a Cagnano Varano, è andato distrutto. Penso che sia possibile ideare e realizzare un progetto di studi  curato dell’Amministrazione comunale e dell’Ente Parco nazionale, volto a recuperare tali fabbriche e ad inserirli in un percorso da destinare soprattutto alle scolaresche, agli studiosi e ai visitatori amanti delle bellezze paesaggistiche e storiche. 

     

    4.               IPOGEO EDITO: località BAGNO lungo la laguna di Varano

    Nella località Bagno-Pannoni in territorio di Cagnnano Varano sono tuttora presenti diverse grotte, un tempo adibite a ricovero di pescatori. Come si può notare dalla Fig. 1 (Foto Pannoni), si tratta di cavità scavate nella roccia tufacea (calcarenite) che oggi ospitano attrezzi da pesca. Alcune di esse sono state trasformate in vere e proprie camere che di affacciano sulla riva meridionale della laguna di Varano su diversi ordini.

    Prima di giungere ad esse, precisamente nella contrada di Bagno, che fino alle leggi eversive della feudalità era un possesso della famiglia Brancaccio e presentava un paesaggio diverso dall’attuale essendo una foresta, c’era un ipogeo paleocristiano non molto diverso da altri presenti in varie zone del Gargano. Esso fino agli anni sessanta ha rappresentato l’unica testimonianza della presenza cristiana in questa area del Gargano Nord, una presenza alimentata dal culto di San Michele, già vivo tra VI e VI secolo.

    Per l’analisi delle tracce del Cristianesimo nel Gargano è d’obbligo citare l’impegno di studiosi come Del Viscio, di Vico del Gargano, che sin dal 1887 segnalò la presenza si lucerne fittili decorate con simboli cristiani (pesci, croci, cristogrammi), vasi, ampolle di vetro, braccialetti di bronzo in sepoltue ancora intonse, R. Battaglia che consegnò alla memoria la presenza di tombe rupestri con lucerne fittili, Corrain che compì studi sui resti umani rinvenuti negli ipogei di Monte Pucci, A. M. Ariano che nel 1964 fece un sopralluogo nella zona di Bagno di Varano per constatare di persona l’entità del manufatto, in seguito alle descrizioni del Ruperto e Battaglia.

    Il sepolcreto ipogeo di Bagno attualmente non esiste più perché è stato distrutto. Il Ruberto precisava all’epoca che non era riuscito a trovare elementi che potessero condurre ad una datazione,mentre confermava di aver trovato nella tomba anforette, vasetti, lucerne simili a quelle rinvenute a Vieste. Attraverso analogie con le strutture e gli oggetti rinveuti in altri ipogei garganici ascrivibili tra IV e VII sec. , la Ariano ritenne di poterne ipotizzare l’attribuzione al periodo paleocristiano. Dagli studi effettuati, pertanto, l’ipogeo di Bagno in territorio di Cagnano Varano  fu ritenuto della stessa epoca dei sepolcreti ipogei rinvenuti lungo la costa del Gargano, proprio per le analogie strutturali e i suoi materiali: l’iconografia, gli arcosoli mono e polisomi, la suppellettile  rinvenuta, di cui dà notizia il Ruberto. L’ipogeo di bagno pertanto non si discostava dalle necropoli di  Monte Pucci (Vico) costituita da circa 25 ipogei ospitanti 800-900 sepolture, dagli ipogei rinvenuti tra Niuzi e Parco della chiesa in territorio d’Ischitella, da quelli della Salatella in area viestana e dal complesso di Iumitite in direzione Macchia di Monte San’Angelo. (inserisci pianta)

    Tutti questi ipogei attestano la presenza di primi nuclei cristiani interra garganica. Essi sono perciò fonti preziose, utili a ricostruire la memoria storica di un popolo, come attestano la letteratura, le fonti materiali e visive, in un tempo lunghissimo che va dalla preistoria ai nostri giorni. Dal corredo rinvenuto nelle tombe (punte di frecce, fibule, terracotta, oggetti ornamentali ...) si può evincere, infatti, se i popoli erano aggressivi o pacifici, se la società era più o meno stratificata, se avevano cura della propria persona e altre conoscenze. Sotto questo profilo anche gli ipogei rinvenuti in territorio di Cagnano Varano, sia lungo la riva del Varano in zona Bagno-Pineto-Avicenna, sia nell’entroterra, in area a sud dell’abitato (Giardenera e Arena Daniele) sono dunque importanti per consentire di ricostruire la vita religiosa e sociale dei primitivi insediamenti,  preesistenti allo stesso centro storico.

    Quando il Cristianesimo si diffuse, anche nel Gargano esso finì col mutuare usi e costumi del luogo, tralasciando tutto quanto potesse contrastare la propria dottrina. Considerando che il defunto dovesse conservare intatte le sue spoglie sino al giorno del Giudizio universale, i cristiani tributarono rispetto e cura per il cadavere, perciò respinsero la pratica dell’incenerazione e adottarono quella dell’inumazione. In attesa della resurrezione dei corpi, le comunità preferirono essere sepolte in luoghi comuni insieme ad altri fratelli cristiani. Nacquero perciò sia le catacombe, sia gli ipogei. Come precisa la Ariano (Convegno Presentazione del libro Grotta e dintorni, Itinerari lungo la laguna, L. Crisetti, 1999) :

     I fossori del Gargano si distinguevano per il fatto che nel loro lavoro di scavo e di adattamento delle cavità preesistenti, utilizzarono solo il piccone. Le sepolture venivano ricavate esclusivamente dalla roccia calcarea, la quale si prestava per altro allo scavo.

    Il sepolcreto di Bagno si trovava quasi in riva al lago, immerso in un paesaggio tuttora suggestivo, ubicato alla base di un poggio che si affaccia sull’azzurro della laguna. Di tale ipogeo – racconta la Ariano- non è stato possibile definire la capienza per lo stato di precarietà in cui si trovava già nel 1964, la terra di riporto che copriva l’ambiente centrale potrebbe aver nascosto le formae scavate nel piano di calpestio, ove si trovavano in genere le sepolture più modeste. Abbiamo documentato invece due arcosoli, cioè delle grosse nicchie arcuate, contenenti ciascuna delle sepolture scavate nel vivo della roccia. Erano  sepolture più nobili, rispetto al loculo e alle formae terragne, perciò più curate anche ne lavoro dei fossori. Le fotografie che abbiamo ci consentono di apprezzare la regolarità nel taglio della roccia e nella realizzazione degli arcosoli, la finezza degli spessori. Non trovando grossolanità soprattutto sul lato destro, abbiamo pensato che le sepolture degli arcosoli fossero riservate a persone autorevoli nell’ambito della comunità”. 

     

    5.               IPOGEO PROTOSTORICO: tombe “a bisaccia”

    L’area di Bagno ospita  ipogei più antichi di cui abbiamo ancora qualche presenza. Si tratta di tombe protostoriche ascrivibili all’età del Ferro, attestanti la presenza di un altrettanto antico villaggio di pescatori che viveva di pesca in un tempo in cui al posto dell’attuale laguna era l’antico seno uriatico o varaneo. Le tombe antecedenti all’ipogeo paleocristiano nel numero di una ventina e attestanti una frequentazione fino al IV secolo a.C, presentavano una tipologia a bisaccia, ovvero dalla forma di un tronco di piramide rovesciato. Ce ne dà una descrizione Ciro Drago che nel 1959 le esplorò:

    [esse]erano situate su piazzole probabilmente artificiali, che spezzavano il forte pendio del banco roccioso. La loro ubicazione sembra seguire i bordi di un’antichissima strada incassata nella roccia. Le tombe, scavate nella roccia tufacea, profonde circa 80 cm, non superano sul fondo un metro di lunghezza; le  pareti interne, generalmente lisce, sono tagliate si da ottenere una sezione perfettamente piramidale. Un particolare nuovo è costituito da un sistema di canalizzazione per lo scolo delle acque piovane che circondava le tombe. Le tombe, sebbene prive di lastroni copertura e da tempo manomesse, hanno restituito molte ossa umane e vario materiale archeologico, costituito da alcuni vasi ad impasto nerastro mal cotto senza decorazione, (tra cui una ciotoletta fortemente carenata provvista di due anse, simile ad un kantaros), e alcuni oggetti di bronzo, per lo più anelli, armille, saltaleoni, qualche fibula spiraliforme e tre pezzi di un pugnaletto di ferro.

    … La necropoli era più estesa, ma purtroppo una cava tufacea aveva già distrutto buona parte delle tombe e anche alcuni importanti fondi di capanne venuti casualmente alla luce. Questi ultimi testimonierebbero un abitato di capannicoli su questa sponda della laguna.

    Queste tombe preistoriche rinvenute a Bagno erano simili a quelle di altre località del Gargano: Monte Civita (Ischitella), Monte Tabor (Vico), Monte Saraceno (Mattinata).

    Purtroppo l’incuria dell’uomo ha contribuito a cancellare questa importante pagina di storia, ma non del tutto dal momento che qualche traccia è ancora rimasta.   (vedi foto). Una sezione verticale di ipogeo protostorico è situata  a sinistra della vecchia pesa, ed è emersa a seguito di una frana. Lungo la strada che conduce ai Pannoni, proprio accanto alla voragine creata dalla cava di tufo, esiste un altro esemplare dalla dimensioni più piccole (cm 40x60x30).  Ancora una volta colgo l’occasione per segnalarla   all’attenzione delle autorità e dei visitatori per farne oggetto di conoscenza e non di ulteriore degrado.

     

    Ai piedi della cava di tufo era invece l’ipogeo paleocristiano di cui si è detto. 

     

    (continua)

    Ambienti ipogei: 1. La grotta di San Michele in Cagnano Varano

     

    AMBIENTI IPOGEI:  LA GROTTA, DIMORA, LUOGO DI CULTO CRISTIANO E PAGANO E LUOGO DI RIPOSO ETERNO

    1.  La grotta di San Michele in Cagnano Varano;

    2.  Ipogei di Giardenera, Arena Daniele, Bagno, Pineto, Avicenna .

     

    C’è ancora tanto da scoprire: la natura è un grande libro, che nasconde nel suo seno uno scrigno, miriadi di informazioni utili per conoscere il passato, orientarci nel presente e costruire progetti per il futuro, ma per poterlo leggere abbiamo bisogno di appropriarci di alfabeti adeguati, di coltivare il gusto della ricerca e  soprattutto la curiosità e la creatività. Il territorio di Cagnano per molti verso può definirsi ancora vergine, nel senso che non è stato sufficientemente esplorato, quindi non si conosce abbastanza. Poco si sa, infatti, della sua preistoria e della sua storia. In questo spazio cercherò di rimediare in parte a questa sorta di non curanza della storia, presentando alcuni tasselli importanti che trovano sede proprio in quelle cavità naturali e artificiali che hanno ospitato l’uomo nel corso della esistenza terrena, dalla culla alla bara, e che hanno continuato a costituire la sua dimora anche quando egli è passato ad altra vita. Mi riferisco alla grotta di San Michele e ai sepolcreti proto e paleocristiani, che insistono nel territorio di Cagnano Varano, un comune pugliese della provincia di Foggia. Non dispiaccia perciò al lettore intraprendere con me questo viaggio negli ipogei, ambienti sotterranei adibiti ad abitazioni, a sepolture e a luoghi di culto.

     

    1.                La grotta di San Michele in Cagnano Varano

     Ubicazione  e descrizione

    La grotta dedicata all’arcangelo San Michele è una cavità di natura carsica   con l’entrata esposta a sud, che prospetta sulla “Vasantagna”, ovvero su Valle dell’Angelo, e sul Canale di San Michele. Essa è ubicata nel territorio di Cagnano Varano, un paese di oltre 9 mila abitanti del Gargano Nord (Puglia), ai piedi della interessante laguna di Varano. ( carte allegate, Pianta) Prima di giungere a questa grotta consacrata, adibita nel tempo ad usi variegati, in prossimità dell’attuale bivio per il campo sportivo, il turista nota una croce in ferro, la quale è andata a sostituire la precedente, un tempo circondata da un cumulo di pietre. Era costume, per i pellegrini che si recavano al santuario, raccogliere un sasso e mirare la croce, per liberarsi dei propri peccati.

    Cenni storici

    La grotta di San Michele sul Varano è molto interessante dal punto di vista naturalistico, archeologico, storico e religioso. La tradizione vuole che sia stata visitata anche da San Francesco, allorché si recò al santuario in Monte Sant’Angelo, e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi variegati. Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, anche da me negli anni 80 e 90, la grotta fu poi frequentata  in età neolitica e classica. In epoca medievale essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele, ma prima ancora fu probabile sede di  culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. La pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinvierebbero a culti   mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani, mentre il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesterebbe un preesistente culto longobardo.

    I resti più antichi reperiti nella grotta e nelle sue adiacenze risalgono al Paleolitico Medio o Musteriano (30-40 mila anni). L’uomo si spostò allora verso le cavità naturali anche perché il Glaciale di Wurm era caratterizzato dai rigori climatici. In quell’era la regressione marina deve aver originato l’emersione di una vasta pianura che collegava il Gargano alle Tremiti, una pianura steppica, povera di vegetali. La Grotta di San Michele continuò ad essere frequentata nel Paleolitico Superiore, di cui si hanno più documenti. E’ stato ipotizzato che il freddo fosse ancora molto intenso, per cui gli insediamenti all’aperto erano forse solo a carattere stagionale. Insieme ad armi e ad utensili in pietra (raschiatoi e punte di lancia, schegge di selce), ossa di un cavallo selvaggio testimonianze della frequentazione preistorica dell’antro, sono state ritrovati frammenti di ossa umana, di ceramica e vetro, lucerne votive, attestanti la frequentazione successiva. Mancano purtroppo studi condotti con metodo scientifico. Occorrerebbe perciò riprendere i lavori, effettuare scavi oltre il pelo della pavimentazione per approfondire le conoscenze di questa grotta, una delle più importanti del Gargano dal punto di vista archeologico.

     

    Descrizione

    La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m 52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo. Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua, dono della famiglia Bocale del 1991, è andata a sostituire una più antica e di originale fattura, datata 1631 di Petranzeri, che è stata trafugata.

    Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

    La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco,  restaurata recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano (2002). Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e la porta in legno datata 1898.

    Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti cesellate da nicchie dalle forme spettacolari e singolari e dai colori cangianti, che variano dal bianco della roccia calcarea, al grigio, alle varie tonalità di verde, a seconda della luce. 

    La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

    La volta della spelonca è contrassegnata anch’essa da cupole e da nicchiette naturali, da cui pendono piccole e numerose stalattiti, originate dallo stillicidio delle acque piovane.

     

      Gli altari

    Nella grotta sono presenti tre altari: di San Michele, di San Raffaele e dell’Annunciazione. Solo il primo è anteriore al 1678, come risulta dall’appendix al Sinodo. Va ricordata però la presenza di un quarto altare, quello più antico, scolpito in pietra, che riporta l’effigie del volto di San Michele collocato sopra un tozzo rettile, situato a sinistra della porta d’accesso alla grotta, nella sacrestia.   Tale presenza lascia supporre che la grotta sia stata luogo di culto pagano. E’ noto che i Longobardi, prima della conversione, adorassero la vipera e che anche dopo essersi convertiti al Cristianesimo continuarono a convivere con antichi culti. Si presume perciò che questa grotta sia stata frequentata da uomini che praticavano usanze longobarde. L’ipotesi sarebbe confermata dai toponimi Fara presenti nell’area e da costumi tuttora in uso.  C’è da augurarsi che tale altare venga restaurato ed il tema dell’iconografia evidenziato.  

    Sulle pareti di questo locale, fino a gli anni settanta i fedeli lasciavano traccia della loro visita:  iniziali del proprio nome e cognome, firma, pensieri, qualche segno, il contorno della loro mano. Poi la calce bianca ha cancellato tutto. Oggi, ad attestare la frequentazione dei fedeli provenienti da diversi angoli della Terra, è un grosso libro, sul quale ciascun visitatore appone le proprie generalità.

    A sinistra della porta d’ingresso il visitatore nota , inoltre, un’acquasantiera a pila su base ottagonale. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

    Pressoché in fondo alla grotta, in posizione centrale, è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’Arcangelo, del XIX secolo, copia fedele di quella che si venera nella basilica di Monte Sant’Angelo.  La struttura marmorea, che custodisce il complesso scultoreo, fu eretta a devozione di Maria Donata D’Apolito fu Michelantonio nel 1929, mentre l’altare, anch’esso di marmo, venne fatto erigere dai cagnanesi e dai rodiani, sempre nello stesso anno. La balaustrata antistante l’altare, realizzata in cemento a colori, è stata offerta dai reduci di guerra negli anni 1940-43. Ai due lati dell’altare, paralleli e frontali, erano disposti due lunghi sedili in pietra. Oggi ve n’è solo uno, quella situato a destra di chi guarda l’altare, mentre quello di sinistra è stato rimosso per fare un po’ di spazio. 

    Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia consentono di accedere nella parte più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da tante piccole stalattiti. In questo luogo si rinviene la cosiddetta “pila di Santa Lucia”, una interessante conca calcarea piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli, infatti, intingono le dita nelle acque della pila e si bagnano gli occhi. Ai suoi piedi è il pozzo di Santa Lucia. La presenza dell’acqua è un elemento ricorrente e molto importante nel culto di San Michele, in quanto simbolo della vita, oltre all’elemento roccia, luogo dove è stato ricacciata satana, simbolo del male.

    A destra dell’entrata, a pochi metri dall’ingresso, è l’altare di S. Raffaele, con baldacchino avanzato, che custodisce il complesso statuario, costituito dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male, e da un cane, segno di fedeltà.

    A sinistra della porta d’ingresso della grotta, più vicino all’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, con statua della Madonna, dal volto soave, di circa 70 cm di altezza e con un angioletto sulla spalla sinistra. E’ stato ipotizzato che i due altari, riconvertiti, siano di probabile ordine romanico, come attesterebbero la croce gemmata e le formelle. Il complesso dell’Annunziata ricordebbe una statua acefala rinvenuta a Vieste nella prima metà di questo secolo, che rappresenta Venere e Cupido; mentre San Raffaele farebbe pensare ad Asclepio, anch’egli con tirso in mano e accompagnato da un cane, il dio greco della medicina fulminato da Zeus per timore che sottraesse gli uomini alla paura della morte. 

    Gli affreschi

    Sulle pareti della grotta si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata. A sinistra è l’affresco di un Crocifisso con ai piedi Maria e Maddalena, molto rovinato. A destra ci sono gli affreschi dei Quattro evangelisti (?), indecifrabile, dei Tre personaggi aureolati e della Madonna con bambino. Per quest’ultimo è stata ipotizzata l’origine in epoca paleocristiana. Sono evidenti la Madonna con il manto rosso, come voleva la tradizione orientale mariana, una omega e altri cristogrammi.

    L’affresco a destra, dopo l’ingresso, risulta particolarmente interessante. Si riescono a distinguere tre personaggi: al centro è il Cristo con tunica rossa, affiancato da un lato forse da Santo Stefano, il protomartire dei cagnanesi, e dall’altro da un personaggio, aureolato anch’egli, forse Pacomio, monaco basiliano. 

    Questa specie di dittico rupestre è stato concepito sì da sembrare un evangelario aperto. Mentre la pagina a destra risulta quasi totalmente cancellata, sull’altra ben si scorgono tre personaggi aureolati. Certamente la figura centrale rappresenta un Cristo con rotolo. La tunica che riveste le divine membra, è virgolettata in rosso a squame di pesce. Pare così che l’anonimo autore dell’affresco abbia voluto proporre la simbologia cristologica più antica congiuntamente a quella medievale. Il vestimento del Redentore e del Santo, che lo affianca da destra, ricalca la moda romana. Il Santo addita il maestro con la destra, mentre nella sinistra accoglie un globo contrassegnato da linee spezzate. Sormonta la sfera una TAU con orbicolo. Lo speciale simbolo lascia intendere che il compagno sia il Precursore o il Protomartire. A favore della seconda ipotesi interviene il fatto che esiste una straordinaria rassomiglianza tra il personaggio iconografato accanto al Redentore nella grotta di Varano ed il Santo Stefano che si ammira sia nella cattedrale di Sens (Francia) sia nella cripta di San Lorenzo a Fasano. (...). Di più si dice che stefanu in greco vuol dire ‘corona’ e ‘corona’ è chiamato l’orbicolo che è al culmine della T sovrastante il globo. Inoltre non si può dimenticare che il Protomartire da tempo immemorabile è tra i santi Protettori di Cagnano Varano. Affianca ancora il Cristo un santo frate che regge in mano un libro, forse le Regole”.2 Non si riesce a ben comprendere l’identità del personaggio, tuttavia tra il Cristo e il monaco si legge la scritta PACOM(IO). Secondo Guida, studioso di San Marco In Lamis, questa pagina di pittura potrebbe risalire al XIII secolo. Tale datazione sarebbe supportata anche dalla decorazione arabeggiante, composta da archetti semplici intrecciati, posti sulla parte superiore dell’affresco. Il messaggio proposto dall’autore dell’affresco sarebbe il seguente “sangue e sofferenze hanno concorso alla piena affermazione del Cristianesimo nel mondo”.

    Queste  pitture rupestri sono molto importanti e andrebbero meglio studiate e restaurate. Gli affreschi sono  infatti importanti sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista religioso, essi testimonierebbero che la grotta è stata sede di culto in età romana e paleocristiana. La grotta,  inoltre, secondo Guida, presenta tracce di culto mazdaico e mitriaco, come confermano la pianta e il sito stesso. Il santuario destinato al culto di Mitra era infatti sotterraneo, o quasi, di pianta rettangolare, con due banchi laterali per i fedeli e con l’altare situato nel mezzo per l’immolazione del toro, con il sangue del quale veniva irrorato l’iniziando. In fondo era collocata di solito la figurazione a rilievo o pittorica di Mitra che uccide il toro.

    Dal mese di maggio 2002 in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di San Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta pare che questa grotta sia stata   prescelta dal padre di Pietralcina, come attestano fonti orali.

     

    Il culto micaelico nel Gargano: 29 settembre e 8 maggio due date significative

    Per tutto il Medio Evo, fino agli anni che hanno preceduto il boom economico, (che nei paesi del Meridione d’Italia si può ascrivere agli anni sessanta del 1900), nel Gargano fu molto vivo il culto di San Michele Arcangelo, la cui ricorrenza cade ancora oggi due volte l’anno e precisamente l’8 maggio e il 29 settembre. Le date sono significative, sia sul piano economico, sia sul piano religioso. L’8 maggio, di tradizione garganica e longobarda, ricorda l’Apparizione dell’Arcangelo e la vittoria del 662 sulle truppe dell’imperatore bizantino Costante II; il 29 settembre, data più antica e più prestigiosa,  commemora la “dedicazione” della basilica romana. San Michele, che lo scenario collettivo identifica con l’eroe a cavallo che lascia impressi nelle grotte i segni del suo passaggio (la sua ala, l’impronta dell’equino), è il messaggero e il simbolo della potenza di Dio: egli è taumaturgo, guaritore per mezzo dell’acqua, vincitore del demonio, da lui respinto nelle viscere della terra, perciò egli è tuttora venerato nelle grotte, dove spesso è andato a sostituire antichi culti pagani. Il popolo garganico si rivolgeva a lui soprattutto per tenere lontani dalla greggi la temuta peste e i terremoti, grossi flagelli di fronte ai quali l’uomo medievale era davvero impotente.

    Il complesso statuario riflette i canoni della scultura tipica dell’Arcangelo eseguita dai “sammichelari”,   mostrando un santo adolescente, dotato di ali, che indossa una corta tunica di stile longobardo e un manto che discende dalle spalle, che calza sandali o calzari. Il braccio destro ripiegato dietro il capo sostiene una spada, che sembra intimorire il drago o diavolo. Una catena lega lo spirito del male al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il suo petto. Il volto del santo ha un’espressione serena ed è incorniciato da riccioli, che scendono sul collo. La testa è arricchita da una corona terminante con una croce, mentre il braccio sinistro sorregge uno scudo con la scritta “Quis ut Deus?” (Chi come Dio?)

    Il demonio  assume le vesti di un animale (serpente, toro, drago) dalle orecchie appuntite e dalla bocca aperta, che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da profonde rughe. Simbolicamente il piano verticale del complesso statuale, occupato dal santo,  suggerisce l’idea del bene, il piano orizzontale nel quale è collocato il diavolo,  quella del male. L’immagine di San Michele nell’atto di mettere in guardia il demonio significherebbe il tentativo di far trionfare il Bene sul Male, il Cristianesimo sul Paganesimo.

    Le fonti del culto micaelico nel Gargano si rinvengono nel “Liber de Apparitione” e ne “La vita di San Lorenzo”. Alle prime tre apparizioni dell’Arcangelo: episodio del Toro, episodio della vittoria, episodio della dedicazione, che si sono verificate a breve intervallo l’una dall’altra, nell’Alto Medioevo, si è soliti aggiungere quella relativa all’episodio della liberazione dalla peste de1656, allorché l’Arcivescovo Alfonso Puccinelli chiese aiuto all’Arcangelo, durante la diffusione della peste.

     

    Il senso delle due date

    Le date dell’8 maggio e del 29 settembre,  sono state emblematiche per gran parte delle popolazioni che si dedicavano nella maggior parte all’attività dell’allevamento. E’ noto infatti che la pastorizia è un’attività molto antica, praticata anche in epoca romana nelle nostre terre. In epoca moderna tale attività è stata intensificata con la fida forzosa sui pascoli applicata dai reali di Spagna. Nel XV secolo, con gli Aragonesi, infatti, quando in Puglia andò in vigore quell’amministrazione speciale chiamata “Dogana della mena delle pecore”, la transumanza fu resa obbligatoria per incrementare le entrate fiscali della Corona e le terre del Tavoliere furono destinate al pascolo. Perfino i feudi dei privati furono riservati ad uso del fisco per un periodo di otto mesi all’anno e precisamente dal 29 settembre all’8 maggio.  Il Gargano, prescelto a Riposo dal re Ferrante d’Aragona, non fu esente da tale politica fiscale. Per pastori  perciò tali date erano molto significative, esse segnalavano l’inizio e il termine della transumanza: a settembre i pastori abruzzesi scendevano con le loro greggi nei pascoli pugliesi e garganici, mentre a maggio  facevano ritorno in montagna, alla ricerca di verdi pascoli. Per impinguare le casse dello Stato, Alfonso d’Aragona impose la fida forzosa sui pascoli a tutti i proprietari di animali che svernavano nei pascoli pugliesi, impedendo ad essi la vendita dell’erba agli animali che erano di solito venire d’inverno nella Puglia. Creò, inoltre, una fitta rete viaria, comode e ampie strade delimitate da muri a secco (tratturi di 60 passi), per agevolare il transito degli ovini.  Il 29 settembre i locati abruzzesi scendevano con le loro pecore, passando per la Dogana per registrare il loro gregge e ricevere il pascolo loro assegnato. L’8 maggio, tali locati percorrevano la strada del ritorno con le loro greggi, effettuando una sosta alla ben nota fiera di Foggia per vendere i prodotti dell’allevamento e pagare le tasse al fisco, presso la Regia dogana.

      

     Il significato di queste date di natura eminentemente economica, politica e fiscale,  non contrasta col significato religioso e con il culto dell’arcangelo, sta invece a testimoniare che esse furono mutuate dalla tradizione agricolo-pastorale delle popolazioni primitive, affinché il culto raggiungesse anche la componente più povera, oltre che più numerosa della società. Non dimentichiamo che il Cristianesimo faticò a penetrare nel Gargano, dove persistevano culti pagani.

    Michele divenne col tempo il Santo dei potenti e degli umili. Al capo delle milizie celesti si rivolgevano i pastori e gli agricoltori, affinché egli proteggesse gli animali, non facendo mancare erba e acqua, perché tenesse lontano la carestia, le malattie e in particolare la peste. I contadini e i pastori collocavano perciò la statua del Santo ovunque: all’ingresso delle loro masserie,  sulle porte d’accesso alle antiche città, lungo i crocicchi delle strade, nelle farmacie e in edicole lungo le vie o davanti alle proprie abitazioni, come si può notare in diversi casi ancora oggi.

      (

     Culto importato dall’Oriente per diffondere il Cristianesimo.

    Il culto di San Michele nel Gargano, importato dall’Oriente fra il V e VI secolo, fu poi largamente coltivato dai Longobardi convertiti alla religione cristiana, e quindi diffuso.  Si narra che l’imperatore Zenone (474-491)  abbia inviato  a Siponto il vescovo Lorenzo Maiorano di origine bizantina, al fine di far penetrare la cultura orientale nell’Italia meridionale. Allo stesso Maiorano sarebbe attribuito il merito  di aver promosso la rinascita spirituale dell’area,  attraverso la diffusione del Culto di San Michele e la nascita del santuario omonimo in Monte Sant’Angelo.

    Nel VII secolo  i Longobardi, dopo che ebbero la meglio sui Bizantini, si appropriarono del culto. Si narra di una vittoria militare ottenuta proprio grazie all’aiuto di San Michele in una battaglia combattuta alle pendici del Gargano verso il 650. In seguito a quella vicenda, il popolo longobardo si convertì al Cattolicesimo e si intensificò la frequentazione del santuario di San Michele Arcangelo in Monte Sant’Angelo. Nell’ VIII secolo il culto del Santo si  propagò in Francia, fino a “Mont Saint Michel au péril de la mer”.

    I cristiani del medioevo effettuavano lunghi pellegrinaggi  per riscattare i propri peccati, percorrendo itinerari sacri: Santiago de Compostela, Gerusalemme,  il Gargano, le più significative. Il pellegrinaggio nel Gargano è sorto e si è diffuso grazie alla presenza della Grotta dell’Arcangelo e alla evoluzione del culto micaelico. Il Gargano fu allora meta obbligata per ottenere la salvezza di chi, proveniente dall’Occidente, doveva imbarcarsi poi per la terra Santa. I pellegrini s’inserivano in genere nello stesso percorso, lungo la “via” dei Longobardi, detta “sacra”,  che  passava per Benevento, svolgendo un ruolo importante nel Sud Italia, tra X e XI secolo.  Il pellegrinaggio andava effettuato in gruppo, perché la confessione, la dichiarazione dei propri peccati, l’espiazione doveva essere pubblica. I diversi centri benedettini disseminati nel Gargano promossero anch’essi il culto micaelico, anzi se ne servirono per favorire l’evangelizzazione in aree dove era molto diffusa anche la presenza slava.  

    In epoca medievale durante il pellegrinaggio era frequentata anche la litoranea Adriatica che, dopo Vasto, lasciava la costa, entrava in Larino, proseguiva a sud di Lesina, raggiungeva poi San Nazario (Sannicandro), passava per il territorio di Devia, Civitella, Fara e San Nicola Imbuti (ad ovest della laguna di Varano), costeggiava la riva meridionale della laguna e attraversava Valle Sant’Angelo, dove si trova il Santuario di San Michele in Cagnano Varano. Quindi proseguiva per Via dei Pozzi, ancora in territorio di Cagnano, si dirigeva verso Carpino e, attraversati i boschi, giungeva a Monte.

    Alla “via sacra”, che tagliava il Gargano trasversalmente, si ricongiungevano anche le strade, le valli o i tratturi degli abitati del Gargano Nord.   La presenza della Grotta di San Michele lungo Valle Sant’Angelo, in territorio di Cagnano, quella di Grotta dell’Angelo, in Sannicandro Garganico, nei pressi dell’interessante città di Devia, il Convento di San Francesco, voluto dal frate di Assisi, mentre si recava in pellegrinaggio a Monte, (di cui resta un rudere a Sud del centro storico di Cagnano Varano), lasciano supporre che vi fosse un itinerario sacro anche in questa zona del Gargano.

    Da Cagnano, più precisamente dalla valle di San Francesco i fedeli potevano raggiungere il Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo percorrendo Valle San Giovanni, Romingero, Valle Mascione e Bosco Quarto, con Valle Pezzente (il cui toponimo è emblematico) e Valle Ragusa. Quindi ci si immetteva nella “via sacra Langobardorum”, ai piedi di Monte Sant’Angelo. C’erano anche tracciati alternativi che partendo da Cagnano, confluivano a Bosco Quarto: Giardeneri, Rivolta, Falcare; oppure  Giardeneri, Valle Sbaccio, Falcare. Si poteva raggiungere la Via Sacra, inoltre, percorrendo la strada per San Giovanni Rotondo, attraversando Valle San Giovanni, Romingero e Valle Fedele. Anche quest’ultimo toponimo è significativo.

    L’itinerario che conduceva a Monte Sant’Angelo si collegava anche alle direttrici di traffico internazionale, per cui il Santuario di San Michele nel Gargano divenne presto meta di tutta la cristianità medievale.  Sulla base della documentazione in possesso e della presenza ancora viva del pellegrinaggio alle grotte dell’Arcangelo San Michele delle cittadine garganiche di Monte Sant’Angelo e di Cagnano Varano,  si può affermare che il culto del santo abbia svolto ampie funzioni  sociali, economiche e culturali.  Esso ha  contribuito sicuramente alla formazione della cultura cristiana europea occidentale: i diversi tracciati, gli ospizi disseminati lungo le strade, i monasteri, le chiese, che consentivano ai pellegrini di ristorarsi, hanno agevolato il costituirsi di una nuova coscienza nell’uomo cristiano.

     

     Da Montesant’Angelo il culto s’irraggia nei centri garganici specie a Cagnano

    Il culto di San Michele in Cagnano Varano, deve essere stato mutuato da quello coltivato in Monte Sant’Angelo. Tale ipotesi sarebbe dimostrata dalle seguenti constatazioni: nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; nell’ XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo, in territorio di San Marco); nel XII secolo il monastero di San Matteo, Cagnano e altri feudi e/o casali, restarono compresi nelle terre dell’Onore di Monte Sant’Angelo. Ritengo, pertanto, che dovette essere naturale e facile diffondere anche tra gli abitanti di Cagnano, come del resto in altri centri garganici, il culto di San Michele, ormai radicato nella cittadina di Monte.

    Se ci poniamo poi la domanda: Perché soprattutto a Cagnano? La risposta credo sia di natura  geografica. Va considerato infatti  che i luoghi di culto erano per antichissima tradizione antri cavernosi contrassegnati dalla presenza di sorgenti e la grotta di Cagnano comprendeva entrambi questi elementi.

    Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano, era già adibita a luogo di culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione della stessa e della Chiesa di San Michele in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel marzo 1054. Per certo si sa che nel 1678 la chiesa di San Michele  fu  meta  dell’arcivescovo V. M. Orsini durante la sua visita pastorale.  

    Secondo la tradizione orale cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato ben accolto, prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora. La leggenda vuole, inoltre, che all’ingresso della grotta l’Arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e, sulla parete sinistra della caverna, traccia delle sue ali. Si tramanda, inoltre, che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato alla fontana di San Michele, una sorgente situata sulla collina dirimpetto al centro storico di Cagnano, per dissetarsi. Per tradizione si vuole, infatti, che San Michele, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona: “si inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca all’acqua, quando all’improvviso sgorgò dalla roccia per davvero dell’acqua fresca e pura”. Così è nata la sorgente detta di San Michele, che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano, finché arrivò l’acqua dell’Acquedotto Pugliese. Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, giunse in un bosco, dove trasformò una pozzanghera in piscina, poi denominata “Piscina di San Michele”. L’acqua  ritorna dunque anche nella tradizione orale del luogo, a dimostrazione della fondamentale importanza di questo bene primario, senza il quale sarebbe stata la miseria per tutti.

     

    La fiera di San Michele a Cagnano Varano

    Sebbene la grotta di San Michele in Cagnano non abbia alle spalle un passato glorioso, dal momento che non vanta visite di principi e di papi, come quella fin troppo antropizzata della vicina Monte Sant’Angelo, essa ha tuttavia svolto un ruolo significativo sul piano storico-culturale e religioso.   Sicuramente è da tempo meta di pellegrinaggio, concorrendovi molti fedeli provenienti dalla provincia, dal Gargano e da ogni angolo del mondo.  Considerata la consistente affluenza, il decurionato del comune di Cagnano Varano nel 1843 decise di istituire una fiera destinata ad avere poi enorme importanza economico-culturale, nei giorni 8 maggio e 29 settembre di ogni anno, le due date significative per la transumanza. L’allora sindaco Giuseppe Palladino, nel presentare richiesta al sottintendente, si espresse nel modo seguente.

    Si ricorda che l’8 ricorre la festività del glorioso arcangelo San Michele protettore del Gargano, festa di doppio precetto; che in Cagnano e precisamente nella grotta si vuole per tradizione esservi stata la sua apparizione, che vi è una cappella a lui dedicata, che vi è un gran concorso di fedeli vicini. Si ricorda che il 10 ricorre la festa del protettore di Cagnano, San Cataldo. Quindi per tre giorni si farà festa. Durante la fiera gli animali potranno trovare freschi e abbondanti pascoli per la stagione primaverile.

    Venti anni dopo la richiesta fu rinnovata e fu sollecitato il prefetto della provincia affinché elargisse un decreto di approvazione,

    abbondando in questo municipio l’industria armentizia e l’istessa abbondanza si riscontra in quasi tutti i municipi del Gargano, in modo che i proprietari per venderli sono costretti a menarli nelle fiere che celebransi in luoghi lontani: Cagnano è il centro del Gargano dove agevolmente possono concorrere gli animali di tutti i paesi.

    Le prime fiere a Cagnano Varano si effettuarono nello spazio antistante il Palazzo baronale, lungo la strada Coppa e via Mercato; poi si svolsero dietro il cimitero vecchio, oggi chiesa di San Francesco; quindi nel fondo del Puzzone, vicino alla grotta di San Michele e nelle adiacenze della “casetta roscia” dell’ANAS.

    La fiera divenne occasione di festa per tutta la cittadinanza: il giorno di San Michele accorrevano numerosi fedeli alla grotta di Cagnano, dal momento che si tramandava che vi fosse apparso l’Arcangelo Michele; si incontravano allevatori, pastori e garzoni, interessati e coinvolti alla compravendita. Donne, uomini, bambini giungevano con i carretti, con gli asini e a dorso del mulo, ma anche a piedi dai comuni vicini, per acquistare e per vendere.

    Alle giovani e ai giovani la fiera e in genere le feste patronali offrivano l’opportunità per poter uscire di casa e per trovare il compagno della propria vita. I bambini le attendevano con ansia, dal momento che potevano farsi finalmente una scorpacciata di noccioline americane, di torrone e di caramelle. La fiera si celebra tuttora a Cagnano in occasione delle feste patronali, che cadono nei giorni 8-9 e 10 maggio.

     

    Tra presente e futuro

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano, come si è accennato, riveste anche una notevole importanza naturalistica e storica oltre che archeologica, perché attesta il fenomeno del carsismo e la frequentazione sin dall’età della pietra. Dal 5 maggio 2002 in questa grotta si è registrato un nuovo evento:   sulla parete rocciosa a destra della porta d’ingresso, in prossimità della navata centrale ove è posizionata la statua dell’Arcangelo, i fedeli  hanno individuato impresse ben  tre immagini del Santo Padre Pio da Petralcina, che qui pare abbia voluto scegliere una nuova dimora. Da quel giorno l’affluenza  alla grotta di San Michele in Cagnano V. è  decisamente più intensa.

    La grotta dell’Arcangelo a Cagnano è frequentata oggi dai visitatori, che giungono da ogni dove, chi mosso da interessi archeologici, storici o naturalisti, chi spinto dall’impulso religioso. Essa è aperta al pubblico ogni giorno e merita senz’altro una visita. Nei giorni delle feste patronali vi accorre una gran folla e si può assistere alla santa messa. Non mancano i fuochi di artificio. Tutti gli altri giorni invece si può effettuare una visita in raccoglimento e in solitudine.25

    Negli anni 1998-1999 con i cofinanziamenti della Comunità montana del Gargano e della U. E. dei progetti P. O. P., sono stati avviati dalla Ditta Sanzone, i lavori di recupero e di valorizzazione della grotta di San Michele in Cagnano Varano. Tale intervento rientra nel Progetto del Culto Micaelico ed è stato reso possibile anche grazie all’interessamento della Comunità montana del Gargano. Sono stati previsti l’impianto di illuminazione elettrica della grotta e dell’area esterna, la ristrutturazione dell’arco esterno, la sistemazione del viale, l’asportazione del cancello posto all’ingresso del santuario e la sua collocazione davanti all’ingresso esterno al viale, il restauro della parete esterna e l’ampliamento dell’entrata. I lavori sono stati ultimati nell’anno 2002/2003, dando modo  al turista che ha visitato il santuario di San Michele di ristorarsi e riposarsi approfittando dei servizi, del chiosco e delle panchine collocate intorno e alla sommità della grotta, godendo altresì della vista della laguna di Varano. 

    Nei giorni 22-23 aprile del 1999, in occasione della rimozione del sedile in pietra a sinistra dell’altare di San Michele,  è stato effettuato lo sbancamento del materiale di riporto, ivi depositato probabilmente alla fine del XIX secolo.  E’ venuto alla luce altro materiale interessante, atto a confortare le ipotesi della frequentazione pressoché continua della grotta. Si tratta di schegge di selci dal colore nerastro, grigio e nocciola; di resti di utensili quali asce a mano, raschiatoi, punte di frecce; di lucerne e anforette, di materiale grosso e fine, anche verniciato in nero, spesso in piccoli pezzi; vetri decorati, anch’essi rotti, e frammenti di ossa. Sarebbe opportuno fare analizzare tali reperti ed esporli in una bacheca, protetta da un vetro, per farli conoscere alle scolaresche e ad altri visitatori. Da una lettura superficiale i resti rinvenuti rinvierebbero alla Preistoria, al Bronzo, alle epoche Ellenistica e Dauna.

     (continua)

    Il mobbing? Quasi una fiaba!

    Il mobbing? Quasi una fiaba!

    Dai non allineati

     Il Tiri-Gente 

     

    La nonna finalmente inforcò gli occhiali e, alla luce del focolare, rispose alle sollecitazioni dei nipotini:- Ebbene, si, vi racconterò una fiaba di Omnilandia:

    "Tanto, tanto tempo fa, si viveva tutti alla casa dei nonni paterni: mamme, papà, zii e bambini. I grandi insegnavano ai piccoli ad amare la terra, gli animali e l'acqua, a rispettare le persone, ad imparare il mestiere. Passarono molti anni ... le conoscenze e le abilità da apprendere crebbero sempre più, la mamma cominciò a lavorare in fabbrica, i figli andarono a costruirsi "il nido" per conto loro, i nonni rimasero soli  e la famiglia non ebbe più il tempo,  né i mezzi per poter trasmettere alle nuove generazioni valori e tradizioni, né per insegnare a pensare. Per stare dietro a tutti questi compiti nacquero le prime scuole. Anche a Omnilandia se ne aprirono alcune. C'erano infatti in quel paese delle scuole che accoglievano bambini dai 3 ai 19 anni.

    Naturalmente ogni istituzione faceva capo ad un Tiri- Gente. In una di queste da molti anni ne regnava uno che adottava l'arte della volpe, della pantera e talvolta della iena per "proteggere" i suoi sudditi e lo faceva così bene da consolidarsi la posizione di incontrastato regnante. - La scuola è mia e me la gestisco io- ribatteva di tanto in tanto a chi cercava di capire come stavano le cose.

    Questo Tiri-Gente aveva una concezione stratificata della società. Simile al capo burattinaio voleva manovrare ogni filo, pertanto quel "burattino" che osava contrastarlo rischiava di fare una brutta fine. Poteva persino essere bruciato nel fuoco e cacciato via dal regno del Tiri-Gente. E' accaduto, infatti, che a qualcuno sia toccata proprio questa triste sorte.

    Durante il suo regno ci furono altri "burattini" che tentarono di sfuggire al controllo del burattinaio, con la convinzione che anch'essi avessero una testa per pensare, ma abilmente il Tiri-Gente riuscì a vincere le loro resistenze ricorrendo a diverse strategie: ad esempio mettendogli un confettino in bocca, oppure incutendogli timore, o ancora isolandolo in modo che la sua voce si perdesse nel deserto, insomma facendone una vittima.

    Ce ne fu però uno che proveniva da un'altra compagnia, nella quale aveva imparato a muoversi con una certa libertà, convinto che la scuola fosse un'istituzione a servizio di tutti e soprattutto dei più disagiati. Questo "burattino" credeva, ad esempio,  che nel teatro della scuola ciascuno dovesse recitare la sua parte non più secondo un canovaccio predeterminato,  ma da attore-interprete, quindi liberamente, mettendo a disposizione di tutti  ogni sua risorsa per consentire a ciascun abitante di Omnilandia di crescere sul piano sociale, morale, civile e conoscitivo. Da tanto tempo era convinto di ciò,  ma quando con le nuove disposizioni del capo supremo della scuola fu riaffermato con maggiore insistenza il bisogno di far indossare agli abitanti di ogni land abiti "su misura", pensò di avere più voce. Anche questa, però, si rivelò una  illusione: la sua entrata in scena e le sue battute non erano previste dal copione, pertanto in diverse occasioni il capo della compagnia cercò di bastonarlo, facendolo diventare invisibile; era persino quasi riuscito a cancellarlo dalla scena.

    Accadde poi che in questo teatrino giungessero altri "burattini", provenienti da un'altra compagnia: c'era un gruppo abituato anch'esso a recitare piuttosto liberamente, interpretando al meglio la parte e raccordandola a quella altrui. Bisogna precisare che questi "burattini" coraggiosi non erano anarchici refrattari alle regole, al contrario, nello spirito della democrazia –che nel land sembrava l'araba fenice-, volevano che il potere venisse esercitato dal basso, che la scuola fosse una comunità autenticamente impegnata a promuovere il bene di ogni cittadino.

    Essi non erano irriguardosi nei confronti del Tiri-Gente, sia perché il rispetto  era dovuto ad ogni persona umana, sia perché consapevoli del rapporto gerarchico che li legava al loro diretto superiore. Al contempo, però, erano convinti che la  deferenza non poteva essere assoluta e soprattutto non svincolava il Tiri-Gente dal fatto che certi doveri e comportamenti, tra cui l'imparzialità, l'onestà, la valorizzazione di ogni risorsa, la trasparenza, andassero rispettati.

    Il Tiri-Gente però, dal canto suo, teneva a sottolineare il rapporto di  subordinazione, inoltre, spettegolando di qua e di là, diventava persino molto poco professionale, facendo insorgere risentimenti in chi, alimentato da spiriti egalitari e democratici,  vedeva calpestare i propri diritti e quelli di chi non aveva voce.

    Di fronte a questo nuovo modo di regnare, i nuovi cittadini del land restarono frustrati e mortificati. Ma come spesso accade, solo alcuni, i più coraggiosi, cercarono di resistere alle manovre del capo della compagnia, giacché il Tiri-Gente ricorse al confettino, all'intimidazione, all'emarginazione, …, così com'era solito fare”.

     La nonna a questo punto s'interruppe: la pagina successiva del suo grosso libro di fiabe era macchiata e non riuscì a leggere il finale della storia, lasciando gli ascoltatori incuriositi. Chissà come andò a finire!

    Uno dei presenti, però, invitato dalla nonna a proseguire la fiaba, ipotizzò che i "burattini" coraggiosi aumentarono sempre più e finirono col destituire il Tiri-Gente assolutista. Sentendo narrare fiabe di altri paesi, si dice  comunque che anche in altri Land ci siano stati Tiri- Gente simili a quelli di Omnilandia.

     

     

     La chiave del potere

    Lagnanolandia era un paese né bello, né brutto, né felice, né triste, né ricco, né povero, era insomma un paese come ce ne sono tanti e ognuno può immaginarselo simile al suo.

    A dire il vero, però, una cosa distingueva Lagnanolandia  dagli altri centri: gli abitanti erano tutti animali, animali tranquilli e in genere amanti della pacifica convivenza. Tutto andava per il meglio - o così sembrava. C'erano simpatici coniglietti, allegri fringuelli, spassosi orsetti, laboriosi castori, mansuete pecorelle... .

    Beh, si sa, anche nel regno degli animali non mancano i tipi rissosi, i farabutti, quelli assetati di potere! E' chiaro che c'erano anche quelli, proprio perché Lagnanolandia era simile a tutti gli altri paesi del mondo.

    Un paio di famiglie di lupi erano sempre a caccia, spinti da una fame atavica che mai si riusciva a soddisfare. Si sentiva- inoltre- ruggire un branco di leoni bellicosi e c'era anche una iena. Si erano divisi il territorio, così fra di loro non combattevano.

    La iena, fra i prepotenti, a prima vista sembrava la meno pericolosa: non aveva zanne forti come quelle dei lupi, non era veloce nella corsa come i leoni, eppure era lei quella più insidiosa, perché era lei quella che teneva la chiave del gabinetto... .

    Proprio così...! E' subito evidente a tutti quanto potere detenesse quella iena: ogni abitante di Lagnanolandia doveva inchinarsi a lei più volte al giorno e dire: - I miei omaggi, illustrissima iena, sono di nuovo qui per chiedere umilmente la chiave della ritirata ... .

    La iena si faceva vedere irritata, sbuffava, volgeva gli occhi al cielo e diceva immancabilmente: - Come??! Pure tu?! Ma, come posso vivere tranquilla io? Ogni momento c'è qualcuno che mi secca!!!

    E i pazienti cittadini di Lagnanolandia esibivano un mesto sorriso e le facevano dono di un caciocavallo, di una bottiglia d'olio, un paio di capitoni... "per il disturbo". In quel paese si usava così.  Qualche volta, molto di rado per la verità, era accaduto che qualche abitante avesse protestato: - Nello statuto cittadino c'è scritto che è nostro diritto avere quella chiave ogni qualvolta che ci serve, di cosa ti lamenti, dunque?

    Che scandalo! Come poteva un abitante di quella contrada civile e ordinata osare nominare lo statuto o tirare fuori pretesti da attaccabrighe come i diritti dei cittadini?

    La iena, che non era della tribù dei ridens, bensì di quella dei furbens, sapeva subito cosa fare. A seconda della lunghezza degli artigli del rompiscatole di turno, era capace di "fargli il favore", di offrirgli la sua amicizia, oppure di allontanarlo con una zampata, oppure - ed era la cosa peggiore- poteva scagliare su di lui l'anatema, dopo di che il temerario diveniva invisibile: nessuno più lo vedeva, nessuno lo salutava incontrandolo per strada, nessuno gli dava una mano se aveva bisogno d'aiuto, tutti lo ignoravano.

    Di sicuro, se quello sfrontato rimaneva in città e continuava a utilizzare il gabinetto del paese, doveva subire una lunga serie di "accidentali" inconvenienti, dovuti alla sua condizione di essere invisibile.

    Or dunque, perché questa storia dovrebbe essere tanto interessante per noi umani? Forse perché anche nella nostra comunità cittadina c'è qualche tiranno, uno che si è fatto "padrone del gabinetto": in un ufficio pubblico, a capo di un'istituzione, in un posto di lavoro? Che Dio ce ne liberi! No, certe cose non possono accadere fra noi umani.

     

     

     Se gli squali fossero dirigenti

     

     (da una  battuta di B. Brecht liberamente adattata)

     

     La piccola Roberta di 12 anni chiese:

    - ... e se gli squali avessero un'impresa, una fabbrica, un ufficio ..., sarebbero buoni amministratori?

    - Sicuro- le ho detto io- Se gli squali fossero dirigenti sarebbero molto scrupolosi e accorti.

    Arriverebbero sul posto di lavoro prima degli altri per controllare chi arriva in anticipo, chi in orario, chi in ritardo, e se ne andrebbero per ultimo... Si preoccuperebbero che tutti i lavoratori della loro azienda lavorassero con solerzia e impegno. Se poi scoprissero che una parte di loro lavora poco e male, non si arrabbierebbero per niente, li convocherebbero nel loro ufficio e direbbero:

    - Tu sei un lavoratore molto scadente, io lo so ... e voglio che tu sappia che io lo so, ma voglio anche che tu sappia che non prenderò - almeno per il momento- alcun provvedimento contro di te... perché ci tengo molto alla tua amicizia. Io ho così pochi amici!! Chissà chi appoggerà la mia proposta alla prossima assemblea!

    Se gli squali fossero dirigenti, inoltre, si preoccuperebbero molto che i lavoratori della loro azienda facessero carriera, migliorando le loro competenze, la loro condizione e le prospettive dell'azienda. Per esempio organizzerebbero dei corsi di obbedienza cieca e assoluta, per dare l'opportunità ai dipendenti di imparare a comportarsi nel migliore dei modi in ufficio. La cosa  principale sarebbe riconoscere che il capo ha sempre ragione, in modo che i lavoratori sappiano istintivamente dire in ogni momento:

    - Signorsì- e - Comandi!

    I dipendenti devono sapere subito che è bello sacrificarsi per il lavoro e il successo dell'azienda, senza chiedere niente in cambio, perché la soddisfazione di avere fatto il proprio dovere è il più grande compenso per ogni sforzo.

    Se gli squali fossero dirigenti, organizzerebbero la vita dell'azienda naturalmente in modo che tutti i lavoratori fossero l'uno contro l'altro, perché non c'è niente di più disastroso di un lavoro d'équipe e di un ambiente di lavoro sereno. In un caso così disgraziato potrebbero pure nascere amicizie e solidarietà tra i subordinati e sarebbe la rovina dell'azienda.

    Naturalmente, se gli squali fossero dirigenti, si adopererebbero in modo che fiorisse una solida democrazia all'interno dell'azienda e, per assicurare la trasparenza e la cristallina legalità, convocherebbero spesso riunioni aziendali, per discutere insieme i progetti, l'assegnazione delle responsabilità e competenze particolari e la distribuzione delle risorse.

    Alcuni riceverebbero - direttamente dal dirigente- l'incarico di sorvegliare con attenzione che tutte le operazioni fossero eseguite correttamente e, in cambio di questo onere aggiuntivo, questi incaricati speciali riceverebbero - direttamente dal dirigente- compensi extra e benefici in proporzione al loro ossequio all'ordine (pre)stabilito.

    Insomma se gli squali fossero dirigenti, sarebbe assicurata una cultura dell'azienda e le cose funzionerebbero davvero alla perfezione."

     

    Canti e storie di vita contadina, Teresa Maria Rauzino

    Canti e storie di vita contadina  

    di TERESA MARIA RAUZINO

    Immagine1

    E’ il primo verso di un “sonetto” con istruzioni per imparare a fare l’amore a dare il titolo all’originale volume di Leonarda Crisetti Grimaldi:  Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina. Il testo malizioso e ironico, reso noto dai Cantori di Carpino, è uno dei tanti raccolti dall’autrice di  Cagnano Varano.

    Una raccolta a tratti sorprendente che rende giustizia al preconcetto della donna del Sud succube delle convenzioni sociali:   «Bella, se  vuoi imparare a fare l’amore, prendi la paletta e vai in cerca del fuoco. Va’ a casa dell’innamorato, prenditi due ore di spasso e giochi d’amore. Se (poi) tua madre s’accorgerà dei baci , (tu le dirai) che  sono  state le faville del fuoco…»  (Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre,/pìgghiete la palètta e vva’ pe ffòche./Vaje a lla casa de lu nnammurate/Pigghiete dóje ore de spasse e jóche./Se mammeta ce n’addóna de li vascë,/sò state li frajèdde de lu foche.)

    Una donna ben conscia dei problemi della vita, che tuttavia non rinuncia all’amore: «Sono andata in giro piccolina per imparare le cose del mondo». (So gghiuta cammenanne piccolina/ Pe mbararme li cose de lu munne./

    Una donna che ha appreso consapevolmente, fra le arti della vita quotidiana anche la difficile “arte” della seduzione. «Le cose del mondo le ho imparate: come si comincia  a fare l’amore».(Li cóse de lu munne l’aje mbarate: /Accòme ce ccumènza a ffà l’amore). Ha trovato un disponibile “maestro” d’amore nel suo compagno, anche se è conscia che questo dolce sentimento verrà ben presto “sepolto” dai problemi di tutti i giorni, specie quelli economici, che si presentano subito, già al momento dell’ambasciata. Le due famiglie dei promessi sposi definivano minuziosamente il contratto dotale, che trovava una sistemazione giuridica nei capitoli matrimoniali: «L’amore comincia con suoni e canti e finisce con l’ambasciatore». (L’amore ccumènza cu ssóne e ccande / e cce ffuniusce cu ll’ambasciatóre).

    Le inevitabili discussioni “economiche” poco hanno a che fare con le dolci promesse d’amore che l’amante prospetta alla sua amata. La donna associa l’amore al matrimonio. L’uomo sembra invece correlare l’amore al piacere, e al sesso: se lei troverà il modo di lasciargli la porta aperta, egli potrà consolarsi fra le sue bianche lenzuola: «Che bell’ambasciatore sarei io! Quando tua madre ti manderà a chiudere la porta, fingi di chiuderla e lasciala aperta. Verso la mezzanotte, senza preoccuparmi se piove o nevica, verrò a coricarmi nel tuo bianco letto, mi stringerò al tuo seno e mi consolerò».  (Chè bbèll’ambasciatóre che ffurrija/ Quante màmmeta t’ammija a sserrà la pòrta,/ fa mbègna ca la sirre e lla lasse apèrta./ Quante jè llu tire de la medzanòtte/ Ne mme cure ca chióve e mmènsa fiòcche,/ me vènghe a ccrucà nd’a ssu gghianghe lètte/ m’abbrazze a llu tuo pètte e mme chenzóle).

    Molto accorato è un canto, soffuso di tristezza, che nasce da un amore gentile, appassionato, rafforzato dalla lontananza. Il cantatore invoca una rondinella e le chiede un favore: desidera una delle sue eleganti piume, per poter scrivere una missiva d’amore.   Vuole intingere la penna nel proprio sangue e sigillare la lettera con il suo cuore. Invoca la  rondinella affinchè porti velocemente il messaggio d’amore alla sua donna:  «Rondinella che vai per il mare. Voltati indietro e fammi un favore: vorrei strapparti una penna elegante per scrivere  una lettera al mio amore. Tutta di sangue la voglio scrivere . E per sigillo voglio metterci il cuore. Parti rondinella, va dal mio amore E va’ a  dirle quattro parole… » (Rondinella che vvaje pe lu mare,/  vòltete ndiètro e famme nu faòre,/ quanda te sciòppe na pènna lejande,/ quanda scrive na lèttra a llu mi’ amóre./ Tutta de sanghe la vòglie stambare./E ppe sseggille ce vò mètte lu core./ Pàrtete, rondinèlla, va’ dal mi’ amóre/ E valle a ddicere quattre paróle.)

     

    I cantatori e le cantatrici di Cagnano Varano appartenevano ai ceti popolari. Erano generalmente i pastori che intonavano sonetti e mannuètte; erano le  raccoglitrici di olive e le braccianti che cantavano a distesa gli stornelli durante le varie fasi del lavoro. Nondimeno nei loro canti riecheggiano motivi “cortesi” tipici della scuola poetica siciliana o del dolce stil novo.

    Questi canti popolari oggi sono divenuti gli archivi del popolo, l’espressione del suo cuore (Herder). Con il venir meno di chi li ha prodotti e  tramandati nel tempo rischiano di essere cancellati, sono a rischio di estinzione. Leonarda Crisetti Grimaldi, consapevole del rischio, li ha raccolti e trascritti, talvolta corredandoli dei relativi spartiti musicali. Ha restituito piena dignità letteraria a centinaia di canti anonimi. La sua ricerca inquadra questi canti in un preciso contesto, quello di Cagnano Varano, paese tra terra, mare e lago, già indagato nel secolo scorso da ricercatori di tradizioni popolari come  Saverio La Sorsa ed Ernesto de Martino e da etnomusicologi come Alan Lomax e Diego Carpitella, che depositarono i nastri registrati durante le “campagne” di ricerca della  musica popolare del Gargano presso gli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, a Roma.

    Cosa resta oggi di quei canti e di quelle melodie? Il repertorio è ancora ricchissimo, gli “informatori” attuali, che registrano un’età dai 60 ai 90 anni, hanno dato segno della vitalità di questi canti che permane intatta  nella loro memoria.  I versi, tramandati di generazione in generazione, trasmettono, oltre a motivi tematici decisamente originali, un repertorio linguistico talvolta scomparso nella comunità dei parlanti garganici, come sottolinea nella prefazione Francesco Granatiero, esperto di dialettologia, che ha aiutato la Crisetti Grimaldi anche nella trascrizione dei testi. A Cagnano Varano, come nel resto della Puglia, persistono repertori linguistici prelatini, termini di origine longobarda, francese, spagnola, voci slave. Il dialetto del Gargano si conferma capace di arte raffinata, di una lettura stravolta, quasi in falsetto, del classico strambotto: è poesia tout court.  

     

     

    BOX 1

    Un canto di emigrazione:  MARITMA STA A LLA MÈRECA (Mio marito sta in America)

     

    Il canto tratta il tema dell’emigrazione, l’affievolimento dei legami familiari dovuti alla forzata lontananza. La donna lamenta che il marito, emigrato in America, non le scrive più. Lei sembra non sapere il perché: in fondo l’unica sua “mancanza” è stata  quella di avergli fatto trovare, al suo ritorno in paese, quattro figli al posto dei tre che aveva lasciato.  La donna tranquillizza il marito: il ragazzo andrà a studiare a Napoli (è figlio illegittimo di una persona importante del paese, che gli darà una possibilità di una scalata sociale preclusa agli altri fratelli). Il marito, offeso nell’onore, la minaccia che gliela farà pagare, la farà piangere amaramente, facendosi vedere con un’amante americana e stabilendosi con lei per sempre a New York. La donna è pragmatica: antepone il soddisfacimento dei bisogni materiali ai valori morali: quel che conta è che, dopo aver sofferto,  il suo uomo stia meglio  economicamente (Basta che mangi e beva e vada vestito!).

    Questo canto di emigrazione, già registrato da Alan Lomax e Diego Carpitella nel 1954 a Cagnano Varano, è presente nella raccolta  della Crisetti Grimaldi.

     

    Marìtma sta alla Mèreca e nne mme scrive (bis)

    Ne nzacce la mangà

    Nun sacce la mangànza che l'aje fatte

     

    E na mangànza mija è stata quèsta (bis)

    da tre ffangiulle n’ha

    da tre fanciull n’ha ttruvate quatte.

     

    citt marite mija, ca ne gnè nnente (bis)

    e llu mmejame a nNà

    e llu mmejame a nNàpele a ffà studènte

     

     

    E nn’ha dda jèsse mo lu chiande amare (bis)

     

    ha dda jèsse quanne me vide 

    ha dda jèsse quanne me vide  pe ll’merecana

     

     

    E nn’ha dda jèsse mo lu chiande all’òcchie (bis)

    ha dda jèsse quanne me vide  

    ha dda jèsse quanne me vide  a nNava Jòrche.

     

    Ne nfa nnènde, marite mija, ca hà patute (bis)

    Bbasta che magne e vvive

    Bbasta che magne e vvive e vva’ vestute.

     

    Leonarda Crisetti Grimaldi:  Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina, Centrografico Francescano, Foggia, 2004, pp. 360, ill. € 18,00.

    La scuola delle competenze

    … nella scuola delle competenze  utili al cittadino del terzo millennio

     

    Da oltre un mese anche le scuole pugliesi hanno aperto i cancelli: tra i più curiosi le bambine e i bambini, alle prese con grembiuli e zainetti, libri e astucci pieni di matite colorate, penne, quaderni, gomma, evidenziatori, temperamatite, … tutto quanto occorre per f are scuola.

    I giovani adolescenti non sono da meno. E’ indubbio che la scuola rappresenti ancora un’attrattiva per gli studenti, per lo meno all’inizio dell’anno scolastico, quando le attese sono ancora elevate e gli insuccessi lontani.

    La riforma Moratti, in atto nel primo ciclo, non è ancora estesa al secondo, per via dello scontro tra Governo e maggioranza parlamentare, dove l’avvio potrebbe slittare al 2007. Intanto personale docente, ATA e dirigenti sono impegnati a rivedere linguaggi, organizzazione e sistema di valutazione, al fine di realizzare i risultati attesi. 

    E’ fermamente acclarato che il cittadino del terzo millennio, per fronteggiare le sfide della società conoscitiva, globale e multiculturale necessita di competenze, sia quelle connesse alla sfera cognitiva, sia a quella affettivo-relazionale.

    Si vuole, infatti, formare un cittadino intero, che usa la mente e il braccio, il pensiero e l’azione, il cuore, gli affetti e la volontà per integrarsi e al contempo arginare i mali della società globale: abuso di droghe, aumento dei senzatetto, criminalità, intolleranza, distruzione dell’ambiente ed eccessi di consumo.

    Società complessa, che da un lato proclama e dall’altro nega diritti, società che discrimina, producendo le nuove disuguaglianze generate dal capitalismo dell’informazione.  Società globalizzata, che se da un lato offre molte possibilità, socializzando merci, informazioni, eventi, possibilità di debellare malattie, dall’altra immiserisce, affievolendo legami, aumentando il peso della solitudine, l’insicurezza e incertezza del futuro, risultando più aggressiva e a rischio di emarginazione che nel passato.

    Società popolata da giovani affetti da solitudine, incertezza, precarietà affettiva e lavorativa. Giovani la cui condizione affonda le radici anche nella storia pregressa, realizzata nell’infanzia e nella fanciullezza, nonché dei modelli educativi veicolati da famiglia, scuola, gruppi, mezzi mass e multimediali. 

    Un’enciclopedia – quella dell’universo giovanile- che la scuola dell’autonomia e della riforma s’impegna a conoscere, per realizzare il passaggio dalla cultura esperienziale e diretta a quella riflessa e scientifica, che assume le logiche e i linguaggi delle discipline, punti di vista con cui analizzare e risolvere i problemi sempre più complessi e interconnessi della nostra società.

    I governi da soli non ce la fanno ad arginare ai mali del mondo e chiedono aiuto alla scuola, proprio perché questa istituzione si caratterizza per la “intenzionalità”, convogliando risorse ed energie degli utenti verso un fine, e la “sistematicità”, dato che interviene con regolarità. Sta maturando quindi la convinzione che solo con le sinergie di uomini politici e uomini di cultura il mondo potrà essere salvato, optando per la via del confronto, del dialogo, della pace.

    Il cambiamento in atto invita la scuola a rivedere le proprie strategie operative, l’organizzazione, il rapporto con il mondo del lavoro e con i saperi. E’ superato soprattutto il modello di scuola intesa come luogo di trasmissione delle conoscenze utili per tutto l’arco dell’esistenza, data la rapida mortalità dell’informazione utile e dato che svolgere un lavoro per tutta la vita pare costituirà l’eccezione, mentre la regola induce a pensare che bisogna imparare a cambiare lavoro. L’educazione si pone come long life learning: studio e lavoro, riflessione e pratica si alterneranno per tutta la vita.

    Scuola che richiede anche una riforma dell’insegnamento, volto a produrre apprendimento significativo e autentico, a formare menti critiche, aperte e originali per consentire ai cittadini della società conoscitiva e globale di cavalcare l’onda del cambiamento, senza lasciarsi travolgere dall’onda accelerata del progresso.

    Questa scuola riconosce di dover prendere atto anche del sapere e del fare acquisito all’esterno, accreditandolo. Nel delineare il profilo educativo di un quattordicenne, volto ad esplicitare “sapere” e “fare” utile per divenire l’uomo e il cittadino di domani, il decreto n° 59/2004 del ministro Moratti include perciò sia conoscenze disciplinari e abilità operative formali apprese nell’istituzione scolastica, sia quelle provenienti dalle agenzie educative non formali, sia tutto quanto è assunto informalmente e afferisce alla vita sociale. Esperienze tutte importanti e significative, utili produrre le cosiddette “competenze”.

    La competenza, pregnante e positivo obiettivo della Riforma in continuità con il Regolamento dell’autonomia che, se realmente conseguito, coniugando conoscenze e abilità, rappresenterebbe una significativa conquista per la scuola che fatica a superare modelli tradizionali, fondati sul nozionismo, sullo scollamento tra teoria e prassi, tra dire e fare, lasciando sperare – al contempo- in una società più solidale e rispettosa della natura.

    Ne Le articolazioni del profilo si legge perciò che un individuo può dirsi competente quando dispiega le sue potenzialità cognitive, estetico-espressive, morali, relazionali, religiose, motorie, e attinge dalle conoscenze e dalle abilità apprese, per arricchire il proprio modo di essere nel mondo, d’interagire e stare con gli altri, di affrontare situazioni e risolvere problemi, di incontrare la complessità dei sistemi simbolici, di gustare il bello e di conferire senso alla vita.

    Competenze sottoposte all’autovalutazione dell’alunno, che prende atto di come via via trasforma le proprie capacità (potenzialità), effettuando scelte sia pure provvisorie di orientamento, decisioni indispensabili per realizzare il proprio progetto di vita. Competenze da rivedere, sfogliando il portfolio, una sorta di autobiografia dello studente, che accompagna l’alunno nei diversi gradi dell’istruzione, assolvendo diverse funzioni.

    I giovani hanno bisogno di radicarsi, di costruirsi un’identità e per questo si pongono in continuità con il patrimonio di saperi, valori e affetti trasmessi di generazione in generazione, anch’essi legati al luogo di appartenenza. Al contempo, però, hanno bisogno di guardare avanti e di evolversi, ma, senza un punto di riferimento che solo la tradizione può offrire, i giovani non potranno decidere verso quale rotta orientare la loro esistenza.

    Innovazione e tradizione si coniugano dunque anche nella scuola della Moratti, utilizzando gli strumenti previsti dalla normativa: Indicazioni nazionali, Pecup, Pof, Psp, UA e ogni progetto ben costruito e mirato, raccordato con i soggetti partners del territorio.

    Ampliando la sfera delle competenze e non limitandole al settore cognitivo, favorendo la trasversalità del sapere (conoscenza), fare (abilita) ed essere (risolvere i problemi personali, professionali, sociali, impiegando le conoscenze e le abilità apprese), esercitando le capacità in vista delle competenze, la scuola della Riforma intende realizzare il progetto persona olisticamente inteso e dell’integrazione.

    Per realizzare tale progetto incide molto l’amministrazione scolastica che oggi dispone di maggiori opportunità. Alla luce del Regolamento dell’autonomia, attuativo della Legge Bassanini, al fine di confezionare piani personalizzati a misura di contesto per meglio vestire l’utenza, a seguito della Legge 53/2003 e d. lgs. 59/2004 della Riforma, che fa della scuola un elemento molto significativo della poliarchia formativa volto ad offrire le più ampie opportunità in vista del successo formativo degli alunni, l’amministrazione della scuola è molto cambiata, affidando al dirigente maggiori poteri ma soprattutto più puntuali responsabilità.

    Chi gestisce e opera nella scuola dell’autonomia e della riforma effettua anzitutto una ricognizione della popolazione scolastica del contesto, in cui è inserita l’istituzione affinché i giovani del luogo, frequentandola, vedano soddisfatte le proprie necessità. 

    Il profilo del dirigente è mutato sotto molti aspetti, divenendo sempre più consapevole della centralità del fattore umano, delle relazioni attivate all’interno e all’esterno dell’istituzione. Egli perciò, oltre a possedere una profonda cultura generale, conosce le tecniche della comunicazione, della negoziazione, della costruzione delle sinergie e del consenso, cura l’informazione per stimolare l’effettiva partecipazione, ricorre alla sua sensibilità e a tecniche idonee per superare conflitti. 

    Per incrementare il servizio erogato sul piano della qualità, valorizza le risorse degli attori coinvolti, incide positivamente sul comportamento lavorativo degli operatori scolastici sia formalmente, attraverso le vie istituzionali, mettendo in primo piano la capacità progettuale su cui si fonda l’autonomia, sia in modo informale, agendo sulla sua persona e quindi curando il suo modo di porsi, di fare e di essere.

    L’attuale manager dell’educazione e dell’istruzione, chiamato ad operare in regime di autonomia ma non d’indipendenza e di anarchia o di localismo, come la padrona di casa, tiene conto e dà conto di ogni sua scelta, ponendo al centro di ogni sua iniziativa il supremo interesse degli alunni e delle alunne, quindi delle famiglie e di altri attori sociali, nonché delle decisioni assunte a livello ministeriali.

    Cura soprattutto la comunicazione e le relazioni umane, le quali veicolano l’apprendimento. A tal fine non assume decisioni autoritarie, né propone attività indigeste e sclerotizzate, o alimenta situazioni conflittuali e disagio, perché è consapevole delle interconnessioni tra comunicazioni distorte, sfiducia e dispersione palese e occulta.

    Adottando la leadership democratica e innovativa, fa sua perciò la logica dell’ascolto, della fiducia, della condivisione e della cooperazione, realizza l’organizzazione che apprende, attraverso la disponibilità e la comunicazione, partecipando l’informazione e responsabilizzando ad ogni livello.

    La qualità dell’apprendimento a sua volta è connessa all’organizzazione nella misura in cui questa è in grado di predisporre un ambiente organizzato e facilitante, che utilizza flessibilmente spazi, tempi e raggruppamenti, che insegna attraverso l’esperienza, un ambiente che mostra coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

    Il dirigente capo di un’organizzazione che apprende è consapevole che il nodo fondamentale della rete del sistema scuola, di cui egli è responsabile e sul quale agire, è costituito dai docenti, giacché essi sono a diretto contatto con gli alunni e con le famiglie, una risorsa a portata di mano e perciò vantaggiosa. Agendo sul personale scolastico, responsabilizzando e valorizzando, l’azienda scuola può trarre grossi benefici e accrescere i talenti.

    Nella grossa maglia della rete scolastica, che si apre all’interno e all’esterno, per infierire un duro colpo alla discrasia scuola-territorio, pensiero-azione, cultura umanistica - cultura prassica, scuola-lavoro, il nodo più importante è dunque costituito dalla formazione dei docenti, una professionalità da rinforzare in servizio, attraverso opportuni stimoli, e soprattutto attraverso una corretta comunicazione. Chi opera nella scuola da molti anni sa che, senza il consenso dei docenti, non si va da nessuna parte.

    I dirigenti creano perciò le condizioni di sviluppo dell’apprendimento, interconnettendo mondi di vita degli studenti, curando l’organizzazione e la valutazione, l’assunzione partecipata delle decisioni, utilizzando l’insieme delle risorse umane, materiali e valoriali per realizzare le finalità formative, per soddisfare i bisogni di sicurezza, affetto, stima e autorealizzazione dell’utenza.


     

    Convegno Ente parco nazionale del Gargano: Agriturismo Falcare

         

    I LOCALISMI E LE MANCATE SINERGIE CHE OSTACOLANO LO SVILUPPO DEL GARGANO

     

    … dal convegno dell’Ente Parco Nazionale del Gargano in contrada Fulecare di Cagnano Varano

     

    Il convegno di fine anno del 22 dicembre 2006, ore 10, presso l’Agriturismo Falcare, territorio di Cagnano Varano, organizzato dall’Ente Parco Nazionale del Gargano, nel partecipare la Programmazione regionale 2007-20013 e il programma svolto nel biennio 2005-06, ha offerto diversi spunti di riflessioni sullo stato dell’arte dell’Ente, luci e ombre del Gargano. Relatori: Pasquale Orlando, membro del nucleo di valutazione dell’assessorato al Bilancio della Regione Puglia, Antonio Angellilis, assessore all’agricoltura della provincia di Foggia, Carlo Nobile, Presidente del Sistema Turistico Gargano Nobile e Filomena Tanzarella, direttrice del parco. Interventi del presidente del Parco, dott. G. Gatta e del vicepresidente, nonché sindaco di Peschici, il dott. Tavaglione. Presenti: cooperative, consorzi, associazioni, numerose autorità civili e militari e tanti altri ospiti.

    Nel sessennio 2007-2013 la regione Puglia continuerà a svolgere il ruolo di regia dei fondi comunitari, che verranno distribuiti tramite intese e accordi di programma. Il Parco del Gargano, avendo le carte in regola, desidera entrare nella cabina di regia e costituire la passerella di lancio fra la realtà imprenditoriale e quella delle opportunità finanziarie dell’Ente Regione, incentivando sviluppo sostenibile e occupazione. 

    Quattro i grandi obiettivi di sviluppo programmati: conoscenza e comunicazione, qualità della vita e sicurezza, scambio con altre realtà regionali e filiera produttiva.  

    Le strategie vedono in primo piano il rafforzamento delle qualità politiche di contesto, interventi sull’ambiente, per ottimizzare la gestione delle risorse idriche, dei rifiuti, difesa del suolo e tutela delle coste, interventi volti a valorizzare la città (centro storico e periferia), politica di ricerca e innovazione finalizzata al sostegno della produzione, politica della formazione, orientata alla nascita di una società più coesa e ad innalzare la qualità dei servizi.

    Due gli elementi – chiave, su cui far leva per agevolare il decollo dell’economia regionale e locale:

    1. il turismo, che può e deve essere collegato al recupero-tutela-valorizzazione, facendo tesoro delle esperienze più significative pregresse, realizzate a livello territoriale, promuovendo la destagionalizzazione e valorizzando le aree interne al promontorio;
    2. il ruolo dei territori-protagonisti, gestori dei programmi di sviluppo, e l’individuazione di vaste aree, su cui far convergere una quota rilevante degli investimenti programmati.

    Sono emersi anche alcuni punti di debolezza riscontrati all’interno delle istituzioni, che non riescono a fare sistema. Si è detto, perciò: "Basta con la strumentalizzazione politica, con l’ansia eccessiva di chi vuole acquisire a tutti i costi visibilità;  basta con la politica dello spoly sistem, […].”  Sia con l’attuale, sia con il precedente presidente, il parco ha svolto importanti funzioni sul piano conoscitivo, culturale ed economico - ha sottolineato i vicepresidente del Parco- per cui non si comprendono le aggressioni da parte di certa stampa o di certi comuni”.

    Molto si potrà ottenere ancora se si riuscirà a fare sistema, che, in definitiva, vuole dire stare uniti e lavorare insieme, cedendo al altri parte del proprio potere.  Sull’importanza di superare logiche conflittuali, legate a campanilismi e localismi, si sono incentrati quasi tutti gli interventi, rilanciando lo slogan turistico garganico: Pensa locale a agisci globale, ritenendo che in questo modo sarà possibile sia un ritorno d’immagine, sia soprattutto più lavoro e ricchezza per i comuni Garganici e, di conseguenza, per tutta la Puglia.

    La direttrice del Parco effettuato un bilancio delle molteplici e variegate attività progettate e realizzate dall’Ente nel biennio 2005-06, mentre il presidente, con un centro entusiasmo e, perché no, con orgoglio, ha ricordato ai presenti che il Parco Nazionale del Gargano - 121000 Ha, 200 mila abitanti, decine e decine di dipendenti – ha molte potenzialità. Già produce la più cospicua fetta di “Pil” della Capitanata ed ha il 60% dei posti letto dell’intera regione. Diversi obiettivi sono stati, dunque, raggiunti, altri potranno essere conseguiti muovendosi sinergicamente e in direzione della qualità, superando il gap della rete e della viabilità. Abbiamo lavorato tra mille difficoltà e siccome il parco rappresenta il valore aggiunto della Regione Puglia, ci si aspetta da essa la dovuta attenzione. Il dott. Gatta ha, quindi, chiuso il suo intervento ricorrendo ad una metafora: “Occorre concepire il Gargano come un unico paese fatto di tanti quartieri. [… ]. Il fatto di essere oggi qui [in Agriturismo Falcare- zona turistica garganica dell’entroterra] non è un caso e non può non avere un senso [orientato alla destagionalizzazione dell’offerta].

    Significato condiviso anche da altri gestori di aziende turistiche lontane dalla costa, ma soprattutto dai pochi cagnanesi presenti in mezzo ai numerosi convenuti, i quali attendono fiduciosi le cure delle istituzioni, affinché il territorio sia valorizzato.

    Senso che non pare sia stato recepito dalle massime autorità cittadine, che hanno ritenuto di non dover prendere parte al convegno: la maglia rotta della rete, che rende difficoltosa la logica del fare sistema e, in definitiva, ostacola lo sviluppo del Gargano il quale, richiede sinergie.