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    October 19

    Gita all'idroscalo di San Nicola Imbuti sul Varano nel 1917

     

    […] Il diploma del fratello frutta un’altra bella gita. Questa volta al vicino aeroporto. È zona di guerra ed è vietato entrarvi. Ma lozio dottore che è l’assistente dei militari dell’Aeronautica e della Marina ottiene dal comandante il permesso speciale e li accompagna egli stesso.

    A piedi, la comitiva raggiunge a qualche chilometro di distanza la riva del lago. Fa conoscenza con le sorgenti, di sotto le rocce scaturisce l’acqua dolce e par che bolla, con la Tufara, una montagna dalla quale operai specializzati cavano, a colpi di piccone, speciali blocchi ai quali danno forma di parallelepiledi, adoperati nella costruzione delle case, chiamati tufi.

     Visita le casette ove vien pesato il pesce pescato. Poi prende posto in un sandalo prenotato (l’imbarcazione usata dai pescatori del lago) che parte sulle immote argentee acque, spinto dai remi da due pescatori.

    Durante la traversata ammira le grotte ricoperte di capelvenere, gli orti dove ogmni pescatore ha una casetta o semplicemente una capanna e lo spazio per tirarvi il sandalo quando non è a lavoro.

    Sulla superficie dell’acqua ogni tanto salta qualche pesce. Gabbiani volano attenti e pronti a ghermirli. Dopo una buon ora di traversata si giunge in prossimità dell’aeroporto.

    Nell’aria s’ode, sempre più vicino, un rumore. Un uccello di grandissime proporzioni dall’alto rapidamente scende, sorvola per un po’ sul lago, scivola su un piano inclinato dalla terra verso il lago, si ferma.

    È un idrovolante spiega il dottore. E siccome egli è molto pratico del luogo, vi si reca quasi ogni giorno, capisce dalle manovre che fa rifornimento. Infatti, compiuto un giro su una spaziosa piattaforma, si rimette in volo.

    Dopo questo alla comitiva in attesa è permesso  di sbarcare.

    Un ufficiale dell’aeronautica li riceve molto gentilmente, li accompagna nella visita. L’aeroporto non è il nome proprio, si chiama invece “ idroscalo”. È un paese, palazzi bellissimi, di recente costruzione, modernissimi, muniti di tutti i conforti: luce elettrica, acquedotto, fognatura, pavimenti a mattonelle, pareti dipinte.

    Ogni finestra è protetta da retine metalliche per impedire l’invasione delle anofele, piccoli insetti volatili che producono la malaria e nel volare s’accompagnano con una musichetta molto fastidiosa per la tranquillità del sonno.

    Il dormitorio dei militari suscita meraviglia. Tra quattro assi perpendicolari infisse nella volta e nel pavimento sono sospete quattro o cinque tele, una sull’altra, a distanza , e su ognuna di esse dorme un  militare.

    In una cucina i soldati lavano le gavette adoperate per la colazione.

    Una grandissima porta di metallo viene aperta ed uno dei tanti capannoni mostra l’interno pieno di apparecchi. Il gentile ufficiale ne spiega il funzionamento, ma forse solo i due maestri e una terza studentessa ci capiscono qualcosa.

    Finita la visita la famiglia deve lasciare l’idroscalo, perché non è consentito sostarvi. […]”Brano tratto da un manoscritto inedito del 1954, che ho avuto l’onore di avere tra le mani e che merita di essere pubblicato, essendo  un interessante e utile documento storico. Questa sorta di diario, infatti, pur avendo come punto di riferimento il vissuto di una cittadina di Cagnano Varano,  narra e descrive elementi della cultura

    October 18

    Strambotti (sunètte e manuuètte)

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    Le tipologie di componimenti popolari più diffuse a Cagnano sono giunte a noi con i termini di sunètte e manuuètte, che afferiscono al componimento noto in letteratura come strambotto. Questo strambotto, che nel contenuto riflette temi amorosi, vizi e virtù, espressi talvolta anche in modo satirico, si presenta strutturalmente in genere come ottava, un’unica strofa di otto versi endecasillabi ipermetri o ipometri, in rima baciata o alternata, oppure in assonanza. La Sorsa, definisce gli strambotti del Gargano

     

    antichi strambotti indigeni, belli nella loro semplicità, nobili sinfonie che si sviluppano su una nota centrale, accompagnati da lunghe cadenze di cori. Essi sono le genuine melopee lente e polimetriche, con cui la vetusta razza anche oggi esprime i suoi affetti gentili, i suoi sentimenti. 5

     

    Afferma inoltre che

     

    L’ottava è la strofa più diffusa nei canti popolari e quasi sempre ognuna costituisce un canto a sé, racchiude un pensiero, un’immagine completa. E’ generalmente costituita da due rime, quattro volte alternate, e se queste mancano, c’è in sostituzione l’assonanza. Manca la chiusa di rime baciate, che è propria dell’ottava letteraria.6

     

     Questo componimento popolare, chiamato anche “rispetto”, secondo alcuni studiosi avrebbe avuto origine pressoché contemporaneamente a Napoli e a Firenze, alla fine del 1400; secondo altri sia la struttura, sia i suoi contenuti rinvierebbero, alla tradizione della scuola siciliana e giullaresca e sarebbe nato prima nell’area meridionale e poi in Toscana. C’è convergenza degli studiosi sul suo contenuto popolare. La Sorsa afferma infatti: nato probabilmente “nei pagliai di solitari campi o sul lastrico di piazze cittadine, [lo strambotto] fugge le piazze dei ricchi”.7

    L’ampia diffusione dello strambotto sembra dimostrare l’esigenza, della componente meno dotta della popolazione, di seguire un modello letterario per esprimere dei sentimenti. Diffondendosi nelle diverse aree geografiche e col trascorrere del tempo, si sono verificate delle contaminazioni, perciò lo strambotto, sia a livello formale, sia a livello interpretativo, ha subito delle trasformazioni, adattandosi all’idioma e alla cultura locale, oltre che alla comunità dei parlanti, nei quali la lingua continua ad evolversi, rinsanguando lo stesso italiano. L’esecuzione-interpretazione, che in genere si discosta dal testo verbale scritto o recitato, a livello di ciascun paese, assume inoltre connotati particolari.

     

    Anche lo strambotto [manuuètta e sunètte] di Cagnano è strutturato in genere in ottava e riflette le trasformazioni evidenziate. Ma cos’è lu sunètte? Cos’è la manuuètta? Quale differenza passa tra le due composizioni? Qual è la loro etimologia? Con l’intento di dare una risposta a questi interrogativi, ho raccolto testimonianze orali e ho attinto dalla letteratura.

    Prendendo atto degli studi di ricercatori affermati nel settore della etnomusicologia, si ha modo di constatare che lu sunètte attraversa pressoché tutti i paesi garganici. Questa realtà porta ad accogliere l’ipotesi di F. Nasuti secondo la quale  prima era lu sunètte, che faceva riferimento a tutto il corpus di strambotti che, sin dal medioevo, ha costituito l’intelaiatura del canto popolare-lirico italiano.8

     

    Poi, col trascorrere del tempo, i cantori-esecutori hanno aggiunto versi e filastrocche nel corso e a fine componimento, conferendogli caratteristiche tipiche del luogo. Queste composizioni: strusce e sunètte di Monte Sant’Angelo e Mattinata, sunètte e strufètte di Carpino, strapulètte e sunètte di San Giovanni Rotondo, strapulètte e sunètte d’Ischitella,9 ai quali possiamo aggiungere manuuètte e strufelètte di Cagnano, contengono quasi sempre accenni a richiami amorosi espressi con traslati, elementi erotici assenti negli strambotti originari. Va detto inoltre che la struttura musicale delle forme- sia pure modificate e adattate ai diversi dialetti- riflettono il linguaggio  musicale della tarantella.10

    S. Villani ricorda che le due forme canoro-musicali più diffuse a Carpino sono lu sunètte e la canzone, che si differenziano non nel testo verbale, ma nell’articolazione melodica, nell’esecuzione:

     

    li sunètte sono ad andamento sillabico, mentre la canzóne (canto a distesa) presenta una diffusa vocalizzazione del testo verbale, con lunghe note tenute.11

     

    C’e dunque analogia nella struttura ovvero nella formalizzazione letteraria del testo verbale di sunètte e canzone (costituito in genere da otto versi endecasillabi articolati in quattro distici), mentre c’è differenza nell’interpretazione.

    Vediamo ora cosa accade nelle forme più rappresentative dei canti popolari cagnanesi, costituite - come si è detto - da sunètte e da manuuètte.

    Manuuètta e sunètte, a detta degli intervistati,- pochi per la verità, perché gran parte di essi ha risposto con un “non so” o con un “non ricordo”- avrebbero una identica struttura e medesimo contenuto, mentre la differenza sarebbe riposta nell’esecuzione, prevedendo nel primo caso apertura col secondo emistichio, ripetizioni ed esecuzione in certi punti sillabata, nel secondo caso suoni prolungati, soprattutto ad inizio del verso (o del distico) e alla fine.  Il sonetto procede in genere per distici, esordisce con Ahhhh o con Uhé, pronunciati con voce alta e gutturale. Dopo il distico c’è l’intermezzo musicale. Lo schema melodico, può variare, inoltre, assumendo connotazioni particolari, in base alla bravura e alla sensibilità del cantore.

    Il sonetto-strambotto di Cagnano, dunque, (che, sebbene abbia una lontana parentela, non va confuso con il componimento letterario classico, costituito da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine), inizia con un’esclamazione pronunciata con tonalità molto alta e con un suono prolungato, per snodarsi poi in tono melodico e chiudere in modo originale e personale, più o meno come segue: Ahhhh… scapellata, uaglióna scapellataaa.

    Il rituale del sonetto vuole, inoltre, che il cantore porti la mano all’orecchio mentre segnala la sua presenza, con quell’ ahhhh prolungato, acuto e forte, come di chi soffre di un dolore indicibile, che ha la durata di circa dieci secondi. La donna, insomma, non poteva non udire o restare indifferente a quel richiamo. I particolari del rituale non sono sfuggiti a nessun intervistato e hanno sorpreso anche me soprattutto nell’udire una registrazione, risalente alla fine degli anni Cinquanta, eseguita dall’agricoltore Michele Frattarolo che, durante la sua passionale, originale ed efficace interpretazione, si è lasciato sfuggire il seguente commento accorato e nostalgico:

     

    Ah canzune de tand’anne addréte!... Mamma … !

     

    La manuuètta presenta invece un ritmo spezzato, ripetizioni, esecuzione piuttosto sillabata, interpretazione anch’essa singolare, la cui efficacia è legata, anche in questo caso, al cantore-esecutore. La manuuètta è decisamente più allegra, si associa all’armonia del ballo, alla tarantella, e termina con una o più strofette, vvola e llà… È accompagnata con le castagnole e con il tamburello. Entrambe le composizioni sono eseguite a voce alta, emessa di gola, tanto da rendere talvolta difficoltosa la decodificazione, come ciascuno può verificare dalle pagine musicali allegate. 

    Avendo ancora qualche perplessità e per affettuare qualche raffronto, ho consultato alcuni signori dei paesi limitrofi: San Nicandro, San Marco, Ischitella, Carpino, San Giovanni, ed ho avuto la conferma che il termine manuuètta è pressoché sconosciuto- d’altro canto anche a Cagnano solo pochi signori anziani ne conservano il ricordo.

    Anche se le testimonianze orali mi hanno lasciata nel dubbio, alla luce di alcuni testi raccolti e a seguito di qualche inferenza, ho ipotizzato che il sonetto di Cagnano escludesse la strofetta finale. Tale congettura ha poi trovato conferma anche nell’affermazione di Villani:

     

    Canzune o manuuètte erano ad andamento sillabico con stereotipi conclusivi, mentre lu sunètte era un canto vocalizzato senza stereotipo.

     

    Il sunètte di Cagnano presenta in definitiva analogie con la canzone di Carpino, mentre la manuuètta di Cagnano pare essere nota a Carpino, a San Giovanni Rotondo e a Monte Sant’Angelo come sunètte.

    Una stessa forma espressiva, si prestava, inoltre, a differenti modalità esecutive. Il sonetto di Carpino, ad esempio – così come informa il signore Piccininno- era cantato perciò: alla mundanare (conservando un andamento melodico, lento), alla rurejana (con ritmo allegro, ballabile) e alla vestesana (con esecuzione lenta, che si avvicina a quella detta alla montanara). C’era anche la modalità alla cagnanese- bella anch’essa- afferma il cantore- e che risulta ancora più lenta e lamentevole. Di tutte queste modalità mi ha offerto un saggio.12 Altri interlocutori cagnanesi affermano, infine, che lo stesso testo poteva essere eseguito sia a manuuètta, sia a sunètte.

    Quanto all’etimologia di manuuètta e di sunètte pare si possa uscire dall’incertezza. La manuuètta secondo alcuni interlocutori è il temine dialettale di “manovella”, un dispositivo utile per mettere in rotazione qualcosa tramite la forza della mano, ma è anche un canto popolare, che invita al ballo della tarantella. C’è dunque analogia tra l’attrezzo e il canto: entrambi fanno “ruotare”. E se la manuuètta ha acquisito contenuti più volgari- sempre secondo gli intervistati- lu sunètte, essendo privo di strufulètta, conserva un’accezione più nobile.  Sotto questo profilo il sunètte-strambotto di Cagnano potrebbe essere l’antenato del sonetto letterario, cui sarebbe pervenuto con l’aggiunta di altri sei versi.

     

    Sunètte: Ahhhhh… scapellata, uaglióna scapellata! 13

     

    Ahhhhh… scapellata, uaglióna scapellata

    Uéhi piccerèlla a llu zite è scapellata!

     

    Ah… sèrpa néra, che tu scèndi tra le mura!

     

    Ah… capa calata e disturbata céra (bis)!

     

    Ah… t’hé’ ditte bbonaséra e nne mm’ha’ respòste!

     

    Ah… ma qualche mmala lingua t’ha pparlate (bis)!

     

    Ah… male de mè t’ha dditte e ttu l’aje credute!

     

    Ah… t’avéva avvesate da prima e nno mm’aje scoltate (bis)!

     

    Ah… facìmece lu cunde, spezzame li taglie! 14

     

    Ah… quille ch’avanze ji te l’abbandóne!

     

    Ah… quille ca lasse tu, la casse è pprònde!

     

    Ah… li vascë che tu m’ha’ date io non te li néghe!

     

    Ah…. Famme la recevute chè mò te paghe.

    Ehi, piccerèlla sinde,

    famme la recevute chè mò te paghe.

     

    Tra una frase e l’altra c’è un intermezzo musicale, accompagnato con chitarra battente.15

     

    Manuuètta: Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla pòrta

     

    Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla pòrta

    E qquanda vóte passe ji te véde

    A lli capille chi ce avite ndèsta

    Ce chiàmene chinzóla-cristiiane

    Te prèghe bbèlla nò ndi li ndriccià

    Fattìli a ddói nnòcche, làscele appise

    Scjata lu vènde e lli vò sbalijà

    Jèsce lu sóle e li fa sderlucì.

     

    Sderlucì palòmme

    E ccóm’e ttè ni ngi ni sònne

     

    Vóla éhi vóla

    e ddimme tu li tua paróle

    à llu pìiacére

    vènghe qqua n’avìta séra

    Pìiacére ngi ni sta 

    Jì mi vài pure a quà.16

     

    L’esecuzione della manuuètta prevede l’inizio con il secondo emistichio del primo verso (in questo caso con mètte cchiù a lla pòrta), quindi il ritorno al primo emistichio (Nennèlla ne nde mètte), ripetuto due volte. Nei versi 3-5-7 si assiste al ritorno al primo emistichio, ripetuto due volte. In coda alla mauuètta è la strufelètta, in questo caso costituita da sei versi.

    cfr. bbèlla te vu mbarà ..., Canti e storie di vita contadina, L. Crisetti Grimaldi.



    13 Ah scarmigliata, ragazza scarmigliata! Ehi, piccolina per il giovanotto è scarmigliata! Ahi serpe nera, che scendi tra le mura! Ah testa bassa e sguardo imbronciato! Ah, ti ho detto buonasera e non mi hai risposto! Ah, ma qualche cattiva lingua ti ha parlato, ti ha detto male di me e tu le hai creduto! Ah, ti avevo avvisato e non mi hai dato ascolto. Ah facciamo i conti e rompiamo i tagli. Ah, quello che tu avanzi, te lo cedo! Ah, quello che tu lasci è pronto nella cassa. Ah, i baci baci che mi hai dato, io non ti nego. Ah, fammi la ricevuta, ora ti pago. Ehi, piccola, ascolta: - Fammi la ricevuta, che ora ti pago.

    14 Facciamo i conti e rompiamo i tagli. In passato si effettuavano gli acquisti, segnalandoli sulle due parti di una bacchetta di legno che combaciavano: una restava nelle mani dell’acquirente-debitore e l’altra nelle mani del venditore-creditore. Cfr Conti tagli, Rére ascennènne, Granatiero cit. pag 111. Metaforicamente spezzame lu taglie del testo significherebbe cancelliamo ogni traccia del nostro rapporto, quindi ogni dare e avere.

    15 Il lettore potrà comprendere meglio i  motivi di questa e di altre tipologie qui presentate, consultando le relative pagine musicali che troverà in seguito.

    16 Bambina non ti mettere più alla porta e quante volte passo io ti riconosco dai capelli che avete in testa, si chiamano consola-persone. Ti prego, bella, non li intrecciare, raggruppali con due fiocchi, lasciali sciolti. Soffia il vento e li vuole scompigliare, esce il sole e li fa splendere. Li fa splendere, colomba, e come te non ce ne stanno. Vola, ehi vola, e dimmi tu le tue parole. Se hai piacere, vengo pure un’altra sera, se piacere non ce ne sta, io vado via di qua.

     



    5 La Sorsa, op. cit, pag 43.

    6 La Sorsa, op. cit. pag 48.

    7 La Sorsa, o. cit. pag 48 e 49.

    8 Cfr. Nasuti, Canti della memoria cit. pag. 40.

    9 Cfr. Nasuti op. cit. pp 40-42.

    10Cfr. Nasuti, op. cit.  Presentazione pp 7-43.

    11 Cfr. S. Villani, Canti e strumenti musicali tradizionali di Carpino, Centro studi tradizionali popolari del Gargano, Rignano Garanico 1997, pag 15.

    12 Intervista al signor Antonio Piccininno, febbraio 2004.

    cagnano, la raccolta delle olive, ... da un manoscritto del 1954

    campagna olearia 40  donne contadine

    A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano.

    La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggior fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano.

    L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento.

    La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro.

    Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione,  che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni.

    Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni.

    Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno.

    La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta.

    Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro."

     Le donne cantavano  in genere "li sturnèlle", cfr. Canti e storie di vita contadina, di Leonarda Crisetti Grimaldi, 2004

     

    3.4.1 Fior di vijóle,

    li mamme ce hann’a fà li fatte lóre,

    li figghie ce hann’a pegghià a cchia vònne lóre,

    fior di vijóle.

     

    3.4.2         Fiore di lino,

    voi non mi garbate, voi non mi piacéte,

    se io mi piglio a ttè sarà il destino,

    Fiore di lino.

     

    3.4.3        Fiorin Fiorello,

    tutti i fiorellin che fioriranno,

    il fiore dell’amore sarà il più bello,

    fiorin fiorello.

     

    3.4.4        Fiore d’arancio,

    quanne la mamma sposa la mamma chiagne,

    quanne la mamma sposa la mamma chiagne,

    Fiore d’arancio.

     

    3.4.5        Fior di trafòglio 124

    ne fate un mazzoline e ppoi lo vènde,

    di vècchie attòrno a mmè io non ne vòglio,

    Fior di trafòglio.

     

    3.4.6        Fior di lombazza,125

    cchiuttòste nda lu puzze me menasse

    che nnò ccummatte cu sta brutta razza,

    fior di lombazza.

     

    3.4.7        Llarìllarilla,

    m’héje mbarate l’arte lu craparille,126

    e lli cuscine mija sò li cangille,

    llarì llarilla.

     

    3.4.8        Fiore di ngigghia,120

    quanda ne fa na mamma pe nna figghia,

    ‘rrivà nu uappetille e cce la pigghia,

    fiore di ngigghia.

     

    3.4.9        Fior d’inzalata,

    a mmè mi piace l’addóre de la cita,

    a mmè mi piace lu nóme lu fidanzate,

    Fior d’inzalata.

     

    3.4.10    Fior di papagna,127

    e ll’òmmene sònne tutte magnamagne,

    la fèmmena tira sèmbe a llu sparagne,

    fior di papagna.

     

    3.4.11    Fior di patata,

    mangiate e nno mme dite favorite,

    questa crejanza chi te l’ha mbarata,

    fior di patata.

     

    3.4.12    Fiore di pépe,

    tutte le fondanèlle sono asseccate,

    il povero amande mio muore di séte

    fiore di pépe.

     

    3.4.13    Fiore di lino,

    voi guardate e a mmè mi fate péna,

    se io mi piglio a ttè sarà il destino,

    fiore di lino.

     

    3.4.14    Fior di finocchio,

    ci avete il pannolino nell’orecchio,

    io non ti prendo se non ti prezzo agli occhi,

    fior di finocchio.

     

    3.4.15    Fior di menduccia,

    beato chi ti stringe e cchi t’abbraccia,

    beato chi ti bacia la tua boccuccia,

    fior di menduccia.

     

    3.4.16    Fiore di canna,

    se vuoi la canna vaje nel cannito,

    se vuoi la sposa vallo a ddire a mmamma,

    Fiore di canna.

     

    3.4.17    Fiore di canna,

    tutte le notti coi piedi alla culla,

    senza marito e sson chiamata mamma,

    fiore di canna.

     

    3.4.18    Fior di ginestra,

    la mamma mia non mi marita apposta,

    pe ni perdè quel fiore dalla finestra,

    Fior di ginestra.

     

    3.4.19    Fiore di menda,

    menta si chiama perché non fa pianda,

    la nostra londananza ci tormenda,

    fiore di menda.

     

    3.4.20    Fior di fagiolo,

    gli uomini son findi e mmenzogneri,

    hanno la bocca a rriso e ccendo cuori,

    Fior di fagiolo.

     

    3.4.21    Tu macchia d’accio,

    son belli i tuoi capelli, gli occhi e lla faccia,

    màmmeta t’ha ccresciute e ji t’abbrazze,

    tu macchia d’accio.

     

    3.4.22    Oh quande rose,

    il viso tu ce l’hai ancor da sposa,

    io spero di chiamarti ancora rosa,

    oh quande rose!

     

    3.4.23    Oh quande lune,

    io l’amore lo farò di sera

    e nottetembo non vedo nessuna,

    oh quande lune!

     

    3.4.24    Oh luna, sole,

    stelle lucendi non mi abbandonate,

    vorrei fare la pace col mio amore,

    o luna, sole.

     

    3.4.25    Oh quande stelle,

    vieni Pierino, vienile a contare,

    le pene che io soffro son più di quelle,

    oh quande stelle!

     

     



    124 Trifoglio.

    125 Lapazio.

    126 Capraio.

    120 Fiore di giglio.

    127 Fior di papavero.

    128 Fiore di menta. Ricordiamo che il suono “d” è spesso usato in luogo di “t” in diversi  stornelli qui riposrtati( fontanelle per fontanelle, quande per quante, findi per finti…), lo stesso accade per i suoni b/p, c/g).

    October 06

    Note di commento al decreto Gelmini

     

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    L’apertura di quest’anno scolastico 2008/8 è a dir poco scioccante sul fronte della scuola, che fa piovere su docenti, famiglie e studenti un decreto legge sconvolgente e anacronistico, esito di scelte non partecipate, che trova – a mio avviso- debole legittimazione sul piano psico-pedagogico e istituzionale .

    Riviste e quotidiani, portali di internet parlano di “uragano Gelmini” e di "controriforma", dipingono un “futuro a tinte fosche” per la nostra scuola, che sotto il pretesto della "meritocrazia" e della "responsabilità", vorrebbe ritornare il modello di cinquantanni fa, cancellando con un colpo di spugna il processo di democratizzazione avviato nel Decennio riformatore (degli anni Settanta), anticipato dalla Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani.

    C’è chi commenta che il ministro della pubblica istruzione, a fronte di una visione e percezione negativa della scuola,  con le sue proposte, voglia avviare un processo di “esemplificazione e modernizzazione dell’apparato burocratico della scuola”, ridare credibilità e senso alla scuola che negli ultimi anni avrebbe smarrito la bussola.  C’è chi ritiene che il disegno di rifoma è stato dettato dalla logica dei tagli.

    Evidentemente, chi è al vertice dell’istruzione e della formazione, paternalisticamente, ritiene opportuno  mettere ordine nella scuola italiana che appare dequalificata, allertando alunni e docenti genericamente considerati vacanzieri e fannulloni, ripristinando le maniere forti e le sanzioni.

    Probabilmente, il ministro non si rende conto che il sistema scuola interferisce con quelli familiare, economico, sociale e politico, risultando anche espressione di questi  sistemi,  influenzandoli ed essendone influenzato,  e che non basta agire su di esso per migliorare lo stato delle cose, ma occorre intervenire contemporaneamente  su tutti i nodi della rete.

    In ogni caso, senza l’apporto dei diretti protagonisti della formazione, il ministro  della P.I. mette a punto il tipo di scuola e d’insegnamento da propinare a quelli che nella scuola ci vivono tutti i giorni e non senza problemi e senza rischio, dovendo [i docenti] sottoporsi ad un lungo iter formativo, affrontare difficoltà di incolumità fisica e psicologica, di ordine identitario, occupazionale ed economico.

    Preoccupa la logica che sottende il cambiamento, messa in primo piano in ogni intervento, non di tipo pedagogico, ma di ordine economico. Una logica volta a “fare cassa”, che penalizza soprattutto la "scuola di tutti", quella pubblica. 

    Le proposte sanzionatorie (valutazione decimale, voto di condotta) e riduttive (di tempi, spazi, materiali e aiuti) del ministro Gelmini  non sembrano tenere in giusta considerazione il problema delle "diversità", espresse dagli alunni figli degli stranieri, dagli alunni italiani figli di famiglie svantaggiate socio-culturalmente,  dagli alunni diversamente abili, dagli scolari tutti diversi a causa dei differenti stili cognitivi, ritmi, storie. "Diversità" che per essere valorizzate richiedono un insegnamento di qualità, con interventi individualizzati e personalizzati, "tempi necessari", quelli di cui ciascun alunno ha bisogno.

    Sono queste le motivazioni pedagogiche che hanno legittimato le scelte del team, del tempo prolungato e del tempo pieno, e che, al contempo, hanno fatto gola alle famiglie (che, lavorando, non potevano prendersi cura dei figli) e ai docenti (che vedevano incrementare i posti di lavoro). Motivi per cui spendersi ancora.

    La politica dei tagli sul sistema scuola male si addice. Ostinarsi a ridurre gli investimenti  è, tra l’altro, come "voler uccidere un uomo morto", dato che la scuola è stata penalizzata da sempre.  E non si sbandieri la promessa degli aumenti degli stipendi, vessillo di tutte le campagne elettorali, per premiare poi chi, se non gli "obbedienti"? Non fa meraviglia, perciò, che movimenti, associazioni e sindacati aprano dibattiti, annuncino occupazioni e manifestazioni, organizzino scioperi. 

    La “verità”, si sa, non esiste; esistono, invece le “verità”. qualche verità, però,  è più "pesante" delle altre, ed è questa che dobbiamo imparare ad individuare.  La vita insegna, inoltre, che alla perentorietà è preferibile lo scambio e la “negoziazione”, che ogni scelta va discussa e non imposta. Per tutti questi motivi inviterei chi è al vertice dell'istruzione a ritornare sui propri passi.

    Aggiungo che insegno dal 1970: sono stata docente unica alla scuola elementare, ho, poi, insegnato alle scuole medie, attualmente aiuto gli studenti della secondaria di secondo grado a conoscere la realtà, a sviluppare la creatività e ad andare alla ricerca di “senso”, utilizzando i "saperi", lo "strumento testa" e gli spunti che provengono dalla quotidianità.

    Riflettendo sulle decisioni piombate di recente sul pianeta-scuola, devo dire che le trovo allarmanti, debolmente legittimate e poco contestualizzate, volte a fare presa su un pubblico di persone che si fermano alla verità apparente. E'  il caso, invece, di vedere da vicino come stanno le cose.

    La figura del maestro unico alla primaria potrebbe avrere  punti di forza: presenza continua , conoscenza migliore degli alunni, coerenza tra dire e fare, coordinamento  delle  le discipline, raccordo dei saperi con la matrice cognitiva degli alunni, con la famiglia, con la scuola che precede e che segue, gestione di  tutte le discipline e della loro trasversalità, nonché delle strategie e delle tecniche atte a fare sì che l’insegnamento si traduca in apprendimento.

    Mentre elenco questi requisiti, mi chiedo, però, se esista per davvero questa figura, soprattutto alla luce del fatto che oggi più di ieri l'utenza è variegata, le conoscenze sono soggette ad invecchiare, richiedendo aggiornamento continuo,  nascono nuove discipline, le richieste sociali sono più elevate, …, nutrendo forti dubbi.

    Lo scenario delineato non sarebbe completo, se non considerassi che molti  docenti unici in passato, dicendosi negati per questa o quella disciplina, di fatto ne hanno trascurato  l’insegnamento, creando diversi “vuoti” nella formazione degli alunni.

    Il profilo del docente unico sarebbe vantaggioso di fronte a team rissosi,  che  alla presenza degli alunni litigano con i colleghi con i quali non vanno d’accordo, ma anche questa verità sarebbe incompleta se non tenessi conto di tanti moduli che funzionano per davvero.

    Non sarebbe neanche esatto affermare che il “docente unico” garantisce l’“unitarietà” del sapere, dato che detta esigenza - volta a contrastare frammentarietà, disorientamento in chi apprende e dispersione di energie- richiede ben profonde conoscenze a livello di ciascuna disciplina, la capacità di smontare le discipline e di risalire, quindi, alla loro trasversalità, per utilizzarle in modo strumentale alla formazione. Competenze che pochi possiedono.

    Il passaggio dal docente unico al docente plurimo, in ogni caso, è stato necessario, richiesto dalla necessità dei tempi e dalla società. La legittimazione del team docente- che non è riconducibile alla mera logica occupazionale- va ricercata nella Premessa ai Programmi della Scuola elementare, 1985, nei  valori, nelle finalità, nelle specificità psicologiche e apprenditive dell’alunno, nella sua identità culturale.  Elementi importanti, da tenere presente nel progettare gli interventi educativi e didattici, per realizzare gli obiettivi ambiziosi dell’ “alfabetizzazione culturale”, finalizzata a far acquisire a ciascun alunno “i fondamentali tipi di linguaggio, un  primo livello di quadri concettuali, abilità e modalità d’indagine necessari per capire il mondo umano, naturale e artificiale”, attraverso il procedimento che va dalle esperienze concrete e dagli interessi dei bambini alla progressiva costruzione del pensiero critico, riflessivo, creativo, sviluppando l’autonomia individuale, sulla base di un adeguato “equilibrio affettivo e sociale e di una positiva immagine di sé”.

    Nella scuola primaria del nostro tempo, il vecchio slogan “leggere, scrivere e far di conto” declinato dal maestro tuttologo, che sembrava vestire bene l’utenza elitaria e piuttosto omogenea  fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, non funziona più. Per far fronte ai cambiamenti della società complessa il docente “unico”, in definitiva, non basta.

    Ciò soprattutto alla luce del fatto che è cambiato il profilo degli alunni sotto gli aspetti socio-culturale-ambientale. Una realtà ben descritta dalla “narrazione” di Don Milani, che respinge la logica di “fare parti uguali tra diseguali”, come dalla riflessione di quei filosofi, che aborriscono l’idea di “costringere il nano a tenere lo stesso passo del gigante”.

    Sono, dunque, i valori espressi in Premessa  i programmi  ‘’85 a legittimare il docente plurimo, l’organizzazione dei curricoli per ambiti disciplinari, il tempo “in più” da destinare al processo d’insegnamento/apprendimento, dato che ogni alunno ha tempi, ritmi e stili diversi.

    Per rendere operativi i principi dei Programmi 85, ecco finalmente la Legge di riforma degli ordinamenti n. 148/90, che istituisce il team docente, raccomanda  di privilegiare l’unitarietà e il globale- senza tuttavia trascurare la specificità e l’identità delle parti-, assegna ai docenti del modulo due ore a settimana per programmare insieme.

    Il modulo - è vero- si espone ai rischi di operare in modo settoriale, di pensare il bambino in modo segmentato, ai rischi della discontinuità e disaccordo.  Rischi che gran parte dei docenti ha imparato a gestire  programmando insieme, con l'aggiormanento, con il buon senso, consentendo alla professionalità docente di arricchirsi di nuove competenze: specializzazione, unitarietà dell’insegnamento, contitolarità,  coordinamento, condivisione di stili d’insegnamento, coerenti con gli stili di apprendimento degli alunni, ore di compresenza.

    Nell’assegnare i tempi da destinare a ciascuna materia della programmazione didattica, il D.M. 1991 fa, quindi, esplicito riferimento al rispetto dei “ritmi” e dei “bisogni formativi dei bambini”. La compresenza, il tempo prolungato, il tempo pieno, il tempo necessario, il team docente, …,  sono, pertanto,  strategie importanti per andare incontro alle esigenze di ciascuno, ognuno diverso, esito di una risultante di forze- sempre dinamiche  e mai prevedibili - tra “natura” e “cultura”.

    Da semplici “trasmettitori di conoscenze” da  partecipare alle nuove generazioni, coinvolgendoli, per non farle disperdere (D.P.R. n. 417/74) , i docenti sono chiamati ad essere oggi operatori della “conoscenza”,   dei “saperi”  da  co-costruire e da ri-creare, da quelli essenziali - da promuovere nei primi ordini e gradi dell’istruzione- a quelli analitici e specializzati, da approfondire nei livelli successivi, partendo dal sapere esperienziale, dai vissuti idividuali, diversi da alunno a alunno, senza demolire la fiducia di base, né alimentare aspettative negative che- come profezie- finiscono con l’avverarsi, così determinando l’insuccesso di molti scolari.

    La funzione docente con gli anni acquista un forte spessore alla luce dei profondi cambiamenti in atto nella nostra società, delle trasformazioni profonde che si registrano ai livelli: culturale, valoriale, tecnologico, economico, familiare e sociale.  Una società  definita “conoscitiva”, “multietnica” e “pluriculturale”, “mass e multimediale”, dove le culture s'incontrano creando nuovi conflitti e opportunità, una società dove tutto diviene precario (dai valori ... all’occupazione).  Società complessa, che, nonostante la crisi, continua ad avere fiducia nella istituzione scuola, affidandole il compito di sviluppare in ciascun soggetto il “suo potenziale” umano al massimo livello possibile, attraverso conoscenze e competenze ritenute utili, spesso con la penuria dei mezzi, con i salari insufficienti,  lottando  non di rado contro il sistema che penalizza di fatto chi si muove in direzione dell’“uguaglianza”  e della “democrazia”, poste a fondamento dalla nostra Costituzione e dai testi programmatici.

    Per sopperire a necessità contingenti, il docente veste i panni dell’assistente sociale, dello psicoterapeuta e del mediatore culturale (quanto risparmio per il governo!):  competenze in più rispetto a quelle progettuali, gestionali, organizzative assegnategli dalla normativa.

    Per tutto questo il governo non può continuare a giocare al risparmio, cancellare dalla primaria il team docente che per molti versi ha rappresentato il fiore all’occhiello della scuola italiana, decurtare il tempo scuola, pensare ad una valutazione fiscale, incapace di tenere conto delle “diversità” presenti nelle nostre aule e nella società, tanto meno ad un voto di condotta che penalizzi alunni con "storie" particolari, senza cercare di conoscerne le cause e di rimuoverle.

    La logica dell’“azienda” male si addice alla scuola, che, impegnata a produrre capitale umano, non può permettersi di “scartare” i soggetti “difettosi”, caso mai ha il dovere di ricorrere a quelle provvidenze, volte a recuperarli: gratificazioni, empatia, rimozione di fraintendimenti, laboratori,  attività di gruppo, schede, audiovisivi, sostegni personalizzati e "aiuti" di cui ciascuno ha bisogno.

    Soprattutto a livello di scuola dell'obbligo la valutazione non può che essere essenzialmente ermeneutica e formativa, volta a conoscere dinamiche, a incoraggiare, a comprendere, a chiarire, a recuperare l'anello mancante, a porre l'alunno sulla giusta pista cognitiva, non a sanzionare con un voto e a bloccare la crescita.

    Strategie che le diverse professionalità e il "tempo necessario" possono meglio attivare, che richiedono  "investimenti" sulla formazione, non “tagli” e "sanzioni", che inevitabilmente finirebbero col penalizzare i più deboli (geneticamente non bene equipaggiati o con "vissuti" particolari) .

     

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