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December 27 Cagnano Varano com'era, (da un manoscritto anonimo)A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano. La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggiore fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano. L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento. La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro. Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione, che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni. Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni. Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno. La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta. Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro. Dopo la giornata di lavoro, a passo molto svelto, le donne tornano a casa per preparare il pranzo o consumarlo il più delle volte già preparato a base di legumi e, per sbrigare tante altre faccende. In ogni casa si allevano le galline per il consumo delle uova della famiglia e per venderle. I compratori girano nel paese, in periodi di lavoro, di sera o di primo mattino, avvertendo del loro passaggio col grido: "Chi te’ l’ova? (chi tiene le uova?)", che vanno, poi a vendere in città. Anche l’olio, il petrolio per l’illuminazione vengono venduti per le strade. Il suono delle campanelle avverte il passaggio delle venditrici di latte o di qualche capraio che, prima di portarsi il gregge al pascolo, fa con esso il giro del paese, per vendere il suo latte, che è preferito perché munto davanti all’acquirente e darantito della genuinità. Tipico è l’abbigliamento dei pastori: calzoni aderenti, lunghi fino al ginocchio, sulla camicia un gilé di stoffa d’estate, mentre d’inverno è sostituito da uno lungo, fatto di pelle di capra o di pecora. Ai piedi calzano gli scarponi, detti anche “zampitti”, specie di sandali legegri e impermeabili fatti dalla pelle di vacca e tenuti legati da funicelle, ricavate dal pelo di animali. D’estate non manca la neve per rinfrescare l’acqua, il vino, preparare bibite e per coprire il pesce da spedire. Due fratelli forestieri sono specializzati nel riporre la neve caduta in inverno in fossati scavati nel terreno. Anche i negozianti di maglie, stoffe, lo stagnino, il ramaio girano nel paese ad offrire la loro mercanzia ed il capillaro, che baratta i capelli e vende lucido, fili, aghi, spilli, bottoni, fettucce e tanti altri piccoli oggetti, contenuti in una cassetta appesa al collo. Non manca, di tanto in tanto, il nero spazzacamino.
Forse la maggiore fonte di benessere viene dal lago. In esso, a seconda delle stagione,s i pescano svariate qualità di pesci, tra i quali: grugnaletti, alici, gamberi, sarde, triglie, mazzoni, tupparelli, agoni, solgiole, cefali, spinole, corvi, orate, diverse speci di anguille (pantanine, maretiche), capomazzi, capitoni tanto richiesi su tutti i mercati d’Italia, specialmente per il pranzo magro della vigilia di Natale, di Capodanno e dell’Epifania. In appositi allevamenti detti “giardini” vengono coltivati i mitili o cozze nere, tanto gustosi, in qualsiasi maniera preparati. In vicinanza del santo Natale, la pesa del pescato venduto all’ingrosso viene effettuata sul Corso Giannone. Le folaghe, i mallardi e gli altri uccelli acquatici, oltre a costituire oggetto di pesca, richiamano, ogni anno, nei mesi invernali, comitive di cacciatori paesani e forestieri per le cosiddette “mene alle folaghe”, battute di caccia nel lago. Si svolgono così: “Ogni cacciatore prende posto in un sandalo, piccola imbarcazione usata, spinta a forza di remi. Ogni sandalo, guidato da due pescatori, va alla ricerca delle masse dei volatili posati sulla superficie dell’acqua. Tutti insieme la circondano. Quando hanno raggiunto il loro posto, imbracciano il fucile per essere pronti a sparare i volatili messi in volo al primo colpo sparato dal capocaccia. Gli animali colpiti cadono e vengono raccolti dai pescatori per dividerli, poi, coi cacciatori. Questi, oltre alla cartucciera ben fornita di colpi, portano la provvista di sigarette per loro e per i pescatori, contribuiscono alla preparazione di un buon pranzetto che consumano, tutti insieme, all’aperto, sulle rive del lago in grande armonia”. I pescatori, per raggiungere il lago, percorrono ogni giorno, a passo marziale, alcuni chilometri di strada, in salita al ritorno, portando sulla spalla una bisaccia con l’occorrente e, sopra essa, glis tivaloni di gomma alti fino all’inguine. Quando l’azzurro del cielo è nascosto da nubi e v’è minaccia di pioggia, i pescatori , che s’intendono delle variazioni del tempo, vi aggiungono l’impermeabile. Questo indumento viene confezioanto in paese con il telone, stoffa grezza molto compatta, adoperata generalmente per la prima fodera dei guanciali e materassi di piume. Detta stoffa la si rende impermeabile passandovi su col pennello una miscela di olio di lino e tuorli d’uova ben amalgalata che dà una tinta giallina all’indumento.
La popolazione, in genere, è brava gente. Però non frequenta assiduamente la Chiesa, non rispetta sempre il giorno festivo dedicato al Signore. Non vi sono cinema o altri ritrovi. Alcuni bar, le osterie pullulano di uomini e questi, spesso tornano a casa avvinazzati, dando luogo a scene raccapriccianti, bestemmie, turpiloquio, tormentando le donne che hanno sfacchinato tutto il giorno. Le donne del popolo vestono un’ampia gonnella aggrinzata alla cintura. Su questa un grembiulone, un giacchetto a vita, abbottonato sul davanti. Portano in testa il “tuccato”, fazzoletto legato a fioccco sulla nuca, per lo più bianco con disegni vari. Calzano pianelle. Si riparano dal freddo col “pannuccio”, panno di lana colore nero, marrone, blu, o a fasce variopinte tessute ai telai paesani. Le più giovani e quelle di classe più elevata usano scialli di lana con frangie di vari disegni e colori, acquistati nei negozi o da venditori ambulanti. Nei corredi delle spose si dà lo scialle nero. Solo le signore, le impiegate portano i cappotti, i cappelli, le sciarpe. Anche il corredo delle spose è in parte tessuto dalle tessitrici locali, molto provette nel tessere coperte di lana, cotone, lino, sevizi da tavola, asciugamani. Le bisacce dei pescatori, dei contadini, i mantelli in uso, i vestiti invernali degli uomini sono anch’essi prodotti dai telai locali.
La lavorazione delle reti da pesca costituisce buona fonte di guadagno per le donne e per le ragazze. Chi passa nel paese le vede in gruppo, sedute nelle strade, compiere il lavoro con molta destrezza ed agilità, spostarsi secondo il cammino del sole nell’estate di ombra in ombra alla ricerca di un alito refrigerante, nell’inverno, invece, del tiepido raggio di sole. L’aspetto delle donne, in genere, non è quello di personeben curate. Trascurati anche i bambini e le case per un complesso di motivi. Manca l’acquedotto. La donna è costretta a fare dei chilometri per andare a prendere l’acqua dai pozzi in campagna, servendosi di barili di legno, di conche di rame, di vasche di zinco che porta sulla testa. In parecchie case, in paese, vi sono le cisterne, che raccolgono l’acqua piovana dai tetti. Quest’acqua, però, non è buona da bere e non tutti possono permettersi il lusso di pagarla ai proprietari delle cisterne. Il bucato ne richiede parecchia e molto lavoro. Si ammannisce prima l’acqua. Si mette a bagno la roba. Si lava una prima volta. Poi si fa bollire dell’altra acqua per la liscivia. Per questa si adopera la cenere fatta cuocere ed imbiancre nel forno. Dopo averla fatta bollire per un po’, la liscivia si versa nel tino contenente la biancheria, facendola passare attraverso un panno spesso, che trattiene la cenere. Il giorno dopo si rilava la roba, si risciacqua, si va a stenderla sull’erba fuori dell’abitato. Quando non è completamente asciugata, si piega, si stira ben bene con le mani, si fa riposare un po’, si ridistende, per farla finire di asciugare. Così non ha bisogno di essere stirata. Per la stiratura, comunque, si usano ferri da stiro di ferro o ghisa tutti di un pezzo col manico, che si scaldano sui carboni; un secondo tipo che ha il coperchio e nel vuoto si mettono i caroni accesi. Non so perché li chiamano “ferri a vapore”! Anche la fattura del pane è un’operaziona lunga e faticosa. Non vi sono forni pubblici. Solo tre donne fanno il pane per i negozi, per soddisfare i forestieri e coloro che vogliono mangiarlo fresco. In quasi tutte le case vi è il forno. Bisogna prima provvedere la legna. Scegliere il grano per liberarlo dai semi estranei quali il loglio, la veccia, il “balifone” (semi quanto il grano pieni di terra nera) ed altri. Vi sono tre mulini per trasformare il grano in farina. Tutti hanno un asino munito di campanello al collo, che viene portato in giro per raccogliere il grano da macinare, ma solo pochi si servono di questo mezzo. La maggior parte in ceste molto grandi lo porta in testa al mulino. La farina viene setacciata per separare la crusca. Dalle vicine che hanno fatto il pane si provvede un po’ di lievito. Si ammassa con un po’ di farina, si fa lievitare. Nelle prime ore del mattino, nella madia s’impasta tutta la farina. Ben coperto, il masso ottenuto, si la lievitare. Poi si formano le pagnotte, si fanno ancora lievitare mentre si accende il fuoco nel forno. Quando la legna è consumata si mette a cuocere il pane. Detta operazione occupa metà della giornata. Le pagnotte di quatro-cinque chili ciascuna durano per circa un mese.
Non v’è l’energia elettrica. Le case sono illuminate con lucerne di stagno o terracotta alimentate da olio, da candele, o da lumi a petrolio di stagno, di vetro o porcellana. Per le strade è addetto un uomo ad accendere i fanali. Porta una scala sulla spalla e con una mano regge una latta col petrolio. I lumi sono di stagno con un tubo cilindrico chiusi in un lampione di vetro come un tubo. Ma ai primi colpi di vento i lumi si spengono e ,quando mancano i pallidi raggi lunari a rischiarare i passi dei viandanti, questi si servono di una piccola lanterna ad olio o agitano un “tizzone”, pezzo di legno acceso preso dal camino. Manca anche la fognatura e gli escrementi si vanno a buttare un bel po’ fuori dall’abitato e di mattina presto. Queste le condizioni del paese nel primo quarto di secolo. L’avvento del fascismo porta la ferrovia, l’acquedotto, la fognatura. Una società locale impianta la luce elettrica. Il tenore di vita cambia anche a Cagnano. December 25 “La luce dell'ombra”, un film surreale del foggiano Carlo Fenici
“LA LUCE DELL’OMBRA” Film surreale, del foggiano Carlo Fenizi, che dà spazio all'inconscio . Il film, ora in fase di montaggio, presenta un cast multiculturale. Vede, perciò, protagonisti attori e attrici italiani di Capitanata, brasiliani, spagnoli e francesi. Il lungometraggio è ambientato in una splendida villa di campagna pugliese, dove un’opulenta famiglia meridionale si riunisce per una veglia funebre. Cerimonia che offre ai personaggi lo spunto per uscire dagli schemi posti dalla razionalità, lasciando emergere il proprio inconscio e dipingendo una realtà contrassegnata da contraddizione, irrazionalità, sogno. Veglia funebre che, di conseguenza, si fa presto palcoscenico di vicende surreali e paradossali. Pietro Maria Caria, produttore, ha voluto concedere tutta la sua fiducia al regista Carlo Fenizi, nonché autore della sceneggiatura del film. Fenizi ha diretto il lungometraggio con il prezioso contributo di Josep Delgado de Molina Martinez, assistente alla regia, e la valenzia dell’equipe di tecnici spagnoli, che hanno saputo portare avanti questo particolare progetto italo-spagnolo con impegno e adesione alla linea stilistica surrealista dell’equipe di regia. Tra gli attori protagonisti ricordiamo i nomi di Julieta Marocco, Maria Rosaria Vera, Chiara Fenizi e Giovanni Prisco. Il film è un omaggio al teatro, alle tradizioni e alle contraddizioni dell’essenza meridionale, ai dialetti garganici, al musical “ The Rochy Horror Picture Show”, con sfumature tematiche e formali di umile e dichiarata ispirazione Felliniana. La scelta della Spagna come location nascerebbe dal bisogno di osannare le radici culturali comuni dei popoli mediterrani: spaziando dal flamenco alla taranta.
Cenni biografici Carlo Fenizi, ventiquattrenne, autore e attore di molti cortometraggi e commedie teatrali, ha conseguito la laurea in Letteratura e Cinema a “ La Sapienza” e il diploma all’“Instituto Cervantes” (Centro ufficiale di studi di lingua e cultura spagnola) a Roma. Vanta, inoltre, esperienze vissute in Spagna, dove ha deciso di realizzare il suo primo progetto cinematografico. December 13 I "diritti negati" degli adolescenti e le responsabilità
Le spie del malessere giovanile Il pubblico giovanile adolescente è stato il grande assente del convegno [Cagnano Varano, 27-29 dicembre, salone di San Francesco]ma probabimente chi l'ha organizzato aveva messo in conto questa eventualità e inteso aprire, comunque, un tavolo di confronto con i rappresentanti dei poteri istituzionali, di fatto responsabili dei “diritti negati” agli adolescenti. Da un breve sondaggio sono venuta poi a sapere che gli adolescenti non hanno partecipato al convegno perché non avevano voglia di “sentire un comizio”, perché “non avevano tempo”, perché “l’orario non era confacente”, perché avevano “altro da fare”, perché “hanno dimenticato”, perché “non sanno nemmeno loro chi sono e cona vogliono”, perché “il convegno non potrà cambiare la realtà delle cose, tanto alla fine anche noi andremo via da Cagnano, proprio come hanno fatto altri”. Le ultime due risposte mi sembrano significative e preoccupanti, spia di un'emergenza che richiede un’attenta lettura, pena la desertificazione dei nostri paesi, popolati sempre più da anziani, per il fatto che i giovani vanno a cercare fortuna altrove. E se i più forti riesciranno a sopravivvere e persino ad affermarsi, i deboli e indifesi, che faticheranno a integrarsi, percorreranno una strada tutta in salita. I gestori della cosa pubblica, amministratori e dirigenti delle istituzioni, educatori e formatori non possono far finta di nulla e illudersi che tutto vada bene. Occorre impegno a livello locale per valorizzare risorse umane e materiali, creare le premesse occupazionali, dare una mano alla progettazione, invogliare i giovani a restare, creare le condizioni affinché si sperimenti il gusto per il volontariato, l’impegno per una società coesa, sana, umana.
I giovani: quale percezione? Se ci sforziamo di cogliere la percezione della propria condizione sociale ed esistenziale dei giovani nel mondo che cambia, notiamo che essere giovani vuol dire avere la sensazione brutta di una società senza futuro, di vivere nella marginalità, in un mondo caratterizzato dalla precarietà, assenza di modelli. Un mondo in cui la tensione morale collettiva si è abbassata. Sfiduciati e senza punti di riferimento validi, si trovano a dover costruire un proprio quadro di norme etico-sociali. I giovani chedono aiuto:- Anche noi siamo deboli e seppure abbiamo idee, non sappiamo a chi rivolgerci, come fare perché i progetti vadano in porto e si realizzino. Perché non creare un gruppo di lavoro che si metta a disposizione dei giovani che spesso non sanno cosa e come fare? Ho fatto esperienza in un centro di prima accoglienza, dove ho visto persone istruite, esperte, a disposizione dei giovani. Noi aabbiamo bisogno di aiuto anche per trovare lavoro. I genitori sono consapevoli del disagio giovanile:- Diciamo le cose come stanno, abbiamo il coraggio di metterci insieme e fare il “mea culpa” senza tirare acqua al proprio mulino. Stiamo andando sempre più giù! I giovani avvertono il peso di una comunicazione disturbata. “Non c’è spazio per noi ”- gli adulti non ci ascoltano. Questo è grave nella società del terzo millennio. Appello a tutti:- Aprite le orecchie, dateci ascolto, perché non c’è società senza giovani, perché noi prendiamo il vostro esempio. I giovani possono sbagliare, a loro è concesso per il fatto che essi sono giovani, non hanno esperienze, voi invece non potete. Ognuno di voi dovrebbe afferrarci per mano, guidarci. Ci rimproverano che vogliamo cambiare il mondo. È certo che vogliamo cambiare il mondo. Vi sembra un mondo decente questo che ci state consegnando? Chiusi in una sorta di “limbo”, fuori dalla cittadinanza-partecipazione, il giovane si preclude anche la possibilità di condividere i valori della disponibilità e solidarietà. I nostri giovani sono sempre più in preda dell’industria culturale di massa che li utilizza come merce, usando la loro immagine per alimentare il consumo. - Avete mai visto in TV giovani in spettacoli seri? Di fronte a scenari sociali e formativi senza futuro, i giovani rispondono con la contestazione e con la protesta sviscerata ma anche con il silenzio, ripiegandosi in se stessi, oppure assumendo comportamenti anticonformistici, di cui sono espressione i linguaggi dei piercing, tatuaggi, droga, libertà sessuale, libertarismo. Di questo scenario sono complici le istituzioni: famiglia, scuola, gli enti locali, associazioni, industria culturale.
Input alla famiglia Bisognerebbe recuperare il significato e il senso dell’educare, inteso sia come e-ducere, tirare fuori maieuticamente, sia come e-ducare, condurre, guidare, coltivare. Un compito che spetta primamente alla famiglia, quindi e collateralmente alle altre istituzioni non formali (parrocchie, associazioni, gruppi) e formali (scuola). L’educazione è un processo fatto di buone pratiche, orientato alla crescita cognitiva, affettiva, sociale e morale del soggetto umano. A tal fine, occorre riflettere anche sul modello educativo della società dei consumi, fondato sull’avere, sulla competizione negativa, sull’individualismo e sull’isolamento; ridisegnare – se si crede- un nuovo progetto educativo incentrato sull’interiorità dell’essere, sul rispetto umano, sulla valorizzazione della diversità, sui diritti dell’uomo (alla vita, alla salute, al lavoro). Un progetto che prevede l’alleanza di famiglia e scuola, enti locali e mondo delle associazioni, che devono convergere sui valori condivisibili, sugli insegnamenti e tradizioni da trasmettere alle nuove generazioni mediante l’inculturazione. Progetto che dovrebbe essere elaborato sin dal concepimento della vita, coltivato con cura, per realizzare le inclinazioni naturali dei bambini e delle bambine, senza usare i figli come strumento per riscattare la propria posizione sociale, utilizzando il tempo necessario. Oggi i bambini, sommersi da regali e giochi che probabilmente non hanno il tempo di usare, non riescono a sperimentare il gusto di fare da sé. Ottengono e pensano di avere tutto o quasi, purché non “diano fastidio”, diventando, di fatto, più fragili e chiudendosi in sé di fronte agli ostacoli. Non farà meraviglia se, anche quelli che da piccoli sembravano docili e ubbidienti, appena adolescenti, tireranno fuori tutto ciò che, da bravi bambini, avevano rimosso. Stretti tra l’incudine e il martello, il desiderio di camminare da soli e il bisogno di aiuto e riconoscimento, s’incamminano verso una nuova identità. In questo processo conta molto il punto di vista del gruppo amicale, ma quando gli amici non sono affidabili, corrono il rischio di deviare. Di qui le paure, sia di chi è impegnato a crescere, sia dei grandi. Anche il mondo adulto, d’altro canto, non è esente da problemi: crisi per problemi di coppia e di comunicazione, bisogno di sentirsi giovani, conflitti di ruolo, soldi che non bastano, lavoro che non c’è e che, quando c’è, mal si concilia con le esigenze della famiglia e dei figli. Purtroppo sui figli, che non hanno facoltà di scegliersi i propri genitori, e sulla loro crescita, pesa il clima che si respira in famiglia. Accade perciò che, come il cane che si morde la coda, i figli siano scontenti dei padri e questi dei figli, le famiglie disturbate e la società malata. Il problema dei giovani è complesso, molto più che in passato, per tanti motivi che sarebbe lungo spiegare. Uscire dal circolo vizioso si potrebbe, intervenendo, però, contemporaneamente su ogni anello del sistema educativo, a partire dal micromondo familiare, e, siccome genitori non si nasce, c’è bisogno di formazione anche per diventare mammae e papà consapevoli.
La responsabilità degli enti locali Gli enti locali sono corresponsabili del disagio giovanile, quando disattendono gli impegni della progettazione e del governo del sistema formativo. Dal punto di vista pedagogico, dovrebbero essere in grado di leggere i bisogni della società presente e futura e prospettare soluzioni adeguate; sotto il profilo istituzionale, dovrebbero favorire l’integrazione attraverso il governo e la gestione delle risorse formative pubbliche e private, scolastiche ed extrascolastiche; dal punto di vista culturale, dovrebbero governare [coordinare, raccordare, elevare i livelli di prestazione, fare da regia, per favorire il processo di integrazione e democratizzazione] le risorse e i servizi, che progettano e attuano interventi per la formazione. Concretamente si tratta di investire nei servizi socio-culturali (centri di aggregazione degli adolescenti e dei giovani).
Le opportunità del "terzo settore" L’ente locale dovrebbe fare leva sul terzo settore, cogliere le opportunità offerte dalle Associazioni cattoliche e laiche, sussidiarle economicamente perché sono strumenti utili per favorire le relazioni, leaggregazioni sociali, il decondizionamento culturale, la fruizione e la produzione di nuova cultura, l’autostima, il movimento e la comunicazione. Nel sussidiarle, però, non dovrebbe assumere la logica clientelare, né lasciarsi ingabbiare dai condizionamenti ideologici dei partiti, ma vagliare le proposte intezionalmente formative, verificare i risultati, in modo che non si abbia a pensare:- Prendono i contributi. Che cosa danno ai ragazzi? A livello di amministrazione manca il controllo. Ognuno pensa a coltivare il proprio orticello. Anche quando le sperienze sono positive, manca il raccordo, come risulta dalla seguente testimonianza:- Sono un giovane di Cagnano, sempre vissuto a Cagnano e questa sera voglio dire che qui a Cagnano siamo messi male. […]. Ci sono associazioni, c’è gente che opera, però, devo dire che queste esternazioni sono strumentalizzate e politicizzate, dietro le persone ci sono interessi privati. Lavorare per il sociale significa mettersi a disposizione, impegnarsi senza chiedere nulla in cambio. A tale proposito sono orgoglioso delle esperienze della nostra associazione e lo voglio dire in maniera forte, un’associazione che opera da quattro anni, che ogni anno conta mediamente cento ragazzi iscritti e siamo insieme uniti per la passione per il calcio senza chiedere in cambio nulla. Allora il problema è proprio questo. Le idee ci sono, i porgetti ci stanno. È nescessario che ciascuno si deve impegnare.
Patto educativo: Idee e proposte
Probabilmente i convegni sono una realtà assurda per i giovani adolescenti e occorre inventarsi strategie più allettanti per stimolare la partecipazione. Dai numerosi interventi registrati soprattutto in terza serata, emerge, in ogni caso, una questione giovanile. E siccome i giovani sono anche il riflesso della società, dovremmo chiederci, dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare senza perdere altro tempo.
Il convegno è stato perciò utile, perché durante le tre serate un considerevole numero di adulti, rappresentanti delle associazioni, dell’amministrazione comunale, parroci, educatori, docenti, mamme e papà e parte dei giovani hanno condiviso un medesimo spazio, cercato di interagire e di comunicare, prospettato soluzioni. Molte le proposte: cancellare la parola:- vai! Fa star male, partire dalla famiglia, perno delle iniziative socio-culturali, insistere sull’educazione, porsi in soluzione di continuità, promuovere il benessere inteso come qualità della vita dei giovani e soprattutto dei più deboli, curare la formazione, accrescendo le conoscenze e le competenze dei formatori coinvolti nel patto educativo (genitori, operatori socio-culturali, educatori, associazioni), sostenere la genitorialità della Chiesa per rispondere al bisogno d’amore, far nascere un gruppo interistituzionale; organizzare servizi, spazi sportivi, ricreativi, di comunicazione e informazione, stendere il piano dell’offerta educativa territoriale, promuovere la rivoluzione della mentalità, smettere di stare da soli, favorire l’aggregazione che non ingabbi, l’incontro e il dialogo intergenerazionale, raccordare i contesti (formale, non formale, informale), attivare la progettazione partecipata e politiche giovanili nel territorio, individuare e utilizzare in modo efficace le risorse umane e materiali del territorio, creare cooperative dove i giovani possano trovare spazi di partecipazione, aggregazione, aiuto ai soggetti indifficoltà (bambini, diversamente abili, anziani), fare volontariato e attivare laboratori (sportivi, drammatizzazione, canto, musica, cinema), per esercitare la manualità, valorizzare le risorse nascoste dei giovani, specie di chi ha fatto esperienze. Grazie, dunque, a don Luca e a don Salvatore, parroci di Cagnano Varano, promotori dell’iniziativa.
December 10 Natale giovane 2008: Tendenze
Avvicinandosi il Natale, abbiamo pensato di indagare sul rapporto tra I giovani e il Natale con il proposito di verificare se e fino a che punto il senso del Natale, la religiosità, le tradizioni, i valori sono consegnati alle nuove generazioni. Il campione, cui è stato sottoposto il questionario, è prevalentemente femminile, costituito da 55 studenti liceali di età compresa tra i 15 ai 18 anni, formato per l’89% da cagnanesi, per il 7% da carpinesi e il restante 4% da ischitellani. Il questionario è stato costruito con gli stessi alunni, dopo aver effettuato un’indagine preliminare. Abbiamo, quindi, letto, tabulato, elaborato i dati desunti dalle varie risposte, individuato le tendenze che qui partecipiamo. I giovani del Gargano durante le vacanze natalizie amano stare in famiglia, soprattutto quella estesa, comprensiva di genitori, fratelli, nonni, zii, cugini. Il Natale è la festa che più attendono nell’anno, sia perché si fanno acquisti e si fa vacanza dalla scuola, sia perché ci si riunisce con i parenti e gli amici. Microsoft Word - relazione tendenze natalizie giovanili.pdf Microsoft Word - relazione tendenze natalizie giovanili.pdf In casa le famiglie trovano ancora il tempo di dedicarsi alla preparazione dei dolci della tradizione, dell’albero e del presepe; quasi tutte abbelliscono le proprie abitazioni con festoni e luci colorate. Le domande (7-10) del questionario danno conto della cultura materiale culinaria del periodo natalizio, che risulta alquanto variegata. Dalle risposte emerge comunque che alcuni piatti tradizionali “resistono”, senza farsi travolgere dall’ondata di cambiamento. Le domande che vanno dal n°10 al n°13 hanno lo scopo di conoscere con chi si relazionano gli adolescenti durante il periodo natalizio. Pare di leggere che i principali punti di riferimento siano i familiari, quindi gli amici. Con le domande 14 e 15 vogliamo scoprire se gli adolescenti si comportano diversamente quando si muovono all’interno della famiglia o dei gruppi amicali. Il risultato è che i giovani assumono bevande alcoliche e analcoliche in genere sia quando sono in casa, sia quando sono fuori. Le domande 17-18 intendono scoprire l’atteggiamento degli adolescenti verso le buone pratiche insegnate dal cattolicesimo, chiedono se essi partecipano al rito eucaristico della Veglia e del giorno di Natale, di Capodanno e dell’Epifania. Gli ultimi due quesiti (19 e 20) danno conto del modo di trascorrere il tempo libero dei nostri adolescenti e dei giochi natalizi. Riguardo al tempo libro, il valore più alto riguarda lo stare insieme con gli amici al bar, in villa, nei locali, riguardo al gioco la fa da padrona ancora la vecchia tombola.
December 04 Il pubblico giovanile di Cagnano non sembra avere apprezzato il convegno che è stato comunque utile
Nonostante sin dall’inizio alimentassi dentro di me il dubbio sulla possibilità incontrare i giovani al convegno e sull’eventualità che aprissero i loro cuori ad un pubblico eterogeneo, con varie fasce d’età e rappresentanti di diverse categorie sociali, a causa della riservatezza tipica dell’età e dei problemi relazionali, chiedo a diversi giovani, che ho la fortuna di incontrare tutti i giorni: - Perché non siete venuti al convegno? - Professoressa, ma che volete sapere da noi, che non sappiamo chi siamo e cosa vogliamo! Sbotta, con fare liberatorio, una diciassettene. C’è chi parla di scelta infelice della data e degli orari, perciò mi permetto di considerare: - Non vi stava bene il giovedì o il venerdì perché dovevate studiare? Allora sarete presenti questa sera che è sabato. Che ne dite? - Il sabato? Ma noi dobbiamo uscire! - Noi, professorè, non andiamo, perché il convegno non ci attrae, non vogliamo sentire un comizio! Qualcun’altra ritiene che il convegno non possa cambiare la realtà delle cose, tanto alla fine si deve andare via da Cagnano, proprio come hanno fatto altri giovani. C’è anche chi dice che non sapeva, chi ha dimenticato, chi aveva altro da fare, chi non sa perché non è andata/o. Prendono la parola alcuni giovani che hanno partecipato all’iniziative della ..., convergendo sul fatto che una sola esperienza è stata portata a termine con successo: una serata danzante. - Con alcool e fumo (aggiunge una ragazza). - Sigarette? - Ma che sigarette! - Con la parrocchia abbiamo organizzato anche una festa in maschera, senza alcool, però, chi è venuto? Fa eco un’altra. Avete perso una bella occasione, concludo. Avreste potuto utilizzare uno spazio messo a vostra disposizione per far udire la vostra voce. Vi lamentate che a Cagnano non si fa mai niente, però, quando si organizza qualcosa, voi avete altro da fare. Probabilmente i convegni sono una realtà assurda per i giovani e occorre inventarsi strategie più allettanti. Dagli interventi di questi giovani, in ogni caso, oltre al disinteresse di facciata per l’iniziativa, sembra emergere sfiducia, disillusione, assenza di sogni, precarietà. E siccome i giovani sono anche il riflesso della società, dovremmo chiederci dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare senza perdere altro tempo.
Il convegno è stato comunque utile Anche se i giovani erano in gran parte assenti, il convegno è stato comunque utile, perché durante le tre serate un considerevole numero di adulti, rappresentanti delle associazioni, dell’amministrazione comunale, parroci, educatori, docenti, mamme e papà e parte dei giovani hanno condiviso un medesimo spazio e cercato di interagire e di comunicare, in diversi casi gettando la maschera. Da alcuni interventi pare di capire che i giovani di Cagnano siano come tutti i giovani d’oggi, senza grossi problemi. Da altri si evince che “a Cagnano siamo messi male”, “è inutile nasconderci”, che non è il caso di “strumentalizzare i giovani”, che le associazioni sovvenzionate dall’amministrazione dovrebbero rendicondare sui progetti attivati, verificare le ricadute positive sulla collettività, che bisognerebbe “spendersi per il sociale” senza fini di lucro.
Da dove cominciare Bisognerebbe recuperare il significato e il senso dell’educare, inteso sia come e-ducere, tirare fuori maieuticamente, sia come e-ducare, condurre, guidare, coltivare. Un compito che spetta primamente alla famiglia, quindi e collateralmente alle altre istituzioni non formali (parrocchie, associazioni, gruppi) e formali (scuola). L’educazione, in ogni caso, è un processo fatto di buone pratiche orientato alla crescita cognitiva, affettiva, sociale e morale del soggetto umano. A tal fine, occorre riflettere sul modello educativo della società dei consumi, veicolato dai mezzi mass e multimediali, fondato sull’avere, sulla competizione negativa, sull’individualismo e sull’isolamento; ridisegnare – se si crede- un nuovo progetto educativo incentrato sull’interiorità dell’essere, sul rispetto umano, sulla valorizzazione della diversità, sui diritti dell’uomo (alla vita, alla salute, al lavoro). Un progetto umano che prevede l’alleanza di famiglia, scuola, enti locali, mondo delle assoziazioni, i quali devono convergere sui valori condivisibili, sugli insegnamenti e tradizioni da trasmettere alle nuove generazioni mediante l’inculturazione. Progetto che dovrebbe essere elaborato sin dal concepimento della vita, via via coltivato con cura, per realizzare le inclinazioni naturali dei bambini e delle bambine, senza usare i figli come strumento per riscattare la propria posizione sociale, utilizzando il tempo necessario, senza lasciarsi prendere dalla fretta. - Bambini ,presto a vestirsi! Tu, ancora in bagno? La colazione è pronta. In fretta, c’è la scuola. Subito dopo il pranzo, la Tv, quindi il corso di danza, l’ora della palestra. Ancora la televisione. Si fa tardi… e i compiti per casa? Alla fine della giornata i nostri bambini sono stanchi morti e spesso con la coscienza (ammesso che ce l’abbiano) sporca. E così il giorno successivo e tutti gli altri da un corso all’altro (sovente a pagamento), senza avere spazio per sé, per guardarsi dentro e coltivare i propri interessi e, soprattutto, senza che ci sia un minimo raccordo tra le istituzioni, gli interessi delle quali spesso confliggono. Quando noi eravamo bambini, al contrario, avevamo molto tempo libero, giocavamo in strada, condividevamo giochi , un pezzo di pane [pure quello scarseggiava in passato!] con i compagni, esperienze con il vicinato, esercitavamo la manualità costruendo i nostri giochi con rimasugli, pale di ficodindia, rametti, pietre, sfoffe. Oggi i bambini, sommersi da regali e giochi che probabilmente non hanno il tempo di usare, non riescono a sperimentare il gusto di fare da sé. Ottengono e pensano di avere tutto o quasi, purché non “diano fastidio”, o – come si dice da noi – Bbasta che te live da nanze”, diventando sempre più fragili, chiudendosi in sé di fronte agli ostacoli. Non farà meraviglia se, anche quelli che da piccoli sembravano docili e ubbidienti, appena adolescenti, tireranno fuori tutto ciò che, da bravi bambini, avevano rimosso, per costruire una nuova identità, dibattuti dal desiderio di camminare da soli e il bisogno di aiuto e riconoscimento. In questo processo vale molto il punto di vista del gruppo amicale, ma quando gli amici non sono affidabili si corre il rischio di deviare. Di qui le paure sia di chi è impegnata a crescere sia dei grandi. Gli adulti, inoltre, sono presi da problemi di varia natura: crisi per problemi di coppia e di comunicazione, bisogno di sentirsi giovani, conflitti di ruolo, soldi che non bastano, lavoro che non c’è e che, quando c’è, mal si concilia con le esigenze della famiglia e dei figli. Intanto sui figli, che non hanno facoltà di scegliersi i propri genitori, e sulla loro crescita pesa il clima che si respira in famiglia. Accade perciò che, come il cane ce si morde la coda, abbiamo figli scontenti dei padri e padri scontenti dei figli, famiglie in crisi e società malata. Il problema dei giovani è dunque complesso, molto in più che in passato, per tanti motivi che sarebbe lungo spiegare. Uscire dal circolo vizioso si potrebbe, intervenendo, però, su ogni anello del sistema educativo, a partire dal micromondo familiare. C’è bisogno di formazione anche per diventare genitori consapevoli.
Patto educativo: Idee e proposte
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