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    March 30

    Inaugurato il secondo lotto dell’IISS “De Rogatis” sede di Cagnano Varano

     

    Inaugurato il secondo lotto dell’IISS “De Rogatis” sede di Cagnano Varano

     

    Il 27 marzo, alle ore 18,30, inizia la cerimonia di inaugurazione del secondo lotto dell’IISS “De Rogatis” sede di Cagnano Varano. Il presidente della provincia Carmine Stallone consegna le chiavi al dirigente Antonio Scalzi nella splendida aula magna, alla presenza di diverse centinaia di cittadini: studenti, genitori, docenti, dirigenti, personale ATA, rappresentanti delle autorità provinciali e comunali, tutti visibilmente soddisfatti.

     

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    Un edificio che rende orgogliose le maestranze, che gratifica soprattutto i giovani studenti liceali che lo frequentano e che rende soddisfatti quelli che in passato hanno   sofferto e si sono impegnati per avere una scuola in cui poter coltivare l’intelligenza, l’affettività e la socialità in sicurezza.

    Tra i relatori sono il dott. Nicola Tavaglione, sindaco di Cagnano Varano e ass. alla Provincia, la prof. ssa Palma De Simone, assessore comunale alle politiche educative, l’architetto G. Iovane, Emanuele Sanzione, in qualità di rappresentante degli studenti.

    Intervengono anche il reverendo don Salvatore Ranieri, che benedice lo stabile, e, in chiusura, il Quintetto Papageno, che allieta la serata con musiche di Mozart e Beethoven. Dietro le quinte è l’organizzatore, il vicario, prof. Luigi De Luca.

    Una scuola che è costata sacrifici e impegno da parte di tutti i cagnanesi e che ha richiesto tempi lunghi - precisa Emanuele Sanzione – e che ci consente di lavorare tranquilli. Il suo pensiero va ai bambini di San Giuliano, che hanno perso al vita proprio a causa della struttura precaria che li ospitava.

    “Una scuola fatta in tempi giusti – considera orgoglioso il dott. Carmine Stallone e visibilmente commosso – sia per la festosa accoglienza, sia perché è alla fine del suo mandato e non per sua volontà-. Una scuola concepita dalla A alla Z. Quando, nel 2003, ebbi la fortuna di iniziare quest’avventura, il primo pensiero è andato ai bambini di San Giuliano di Puglia e ho cercato di dotare le scuole di quelle comodità necessarie e soprattutto della sicurezza, in modo che potessero studiare con serenità”.

    Un edificio dalle grandi potenzialità: spazi immensi e impianti tecnologici all’avanguardia.   “Siamo orgogliosi e fieri di questa scuola, super dimensionata rispetto alle esigenze, una scuola da riempire di nuovi indirizzi, anche per evitare il pendolarismo di molti studenti più versati per gli indirizzi tecnici” - riflette il sindaco.

    Una struttura invidiabile di cui presentiamo alcune cifre e una foto, partecipate dall’architetto G. Iovane, co-progettista insieme all’ingegnere Matteo Stefania. La scuola occupa una superficie lorda di circa 1800 mq e si sviluppa su tre livelli fuori terra, l’aula magna una superficie di circa 310 mq . ;

     

    Il piano terra ospita:

                            la biblioteca                          155 mq

                            laboratorio di chimica            180 mq

                            il laboratorio di fisica             195 mq

                            l’aula magna                         285 mq

         spazi amministrativi             200 mq.

     

    Il primo piano ospita:

                            laboratori per circa            310 mq

                            aule didattiche per circa     500 mq

                            spazi comuni per circa       700 mq

     

     

    Il secondo piano è gemello del primo. Il primo stralcio dei lavori è stato realizzato dalla ditta SECCIA, di Barletta; il secondo dall’ITIS Global Service di Foggia.

    L’amministrazione provinciale ha impegnato in questa opera la ragguardevole somma di € 3.400.000,00 così distribuita: 1° stralcio  € 1.100.000,00, 2° stralcio € 2.300.000,00.

    Queste somme hanno consentito la realizzazione di tutta la struttura con gli spazi sommariamente elencati; ma ancor di più hanno consentito di dotarla di impianti tecnologici all’avanguardia: videosorveglianza ed impianto informatico.  Iovane conclude il suo intervento partecipando l’idea di dover “strizzare un occhiolino all’università perché possa investire nella ricerca sul nostro territorio”.

    L’assessore comunale alle politiche educative traccia per grandi linee il percorso travagliato della scuola superiore di Cagnano Varano, arrivata, in ogni caso, tardi: gli anni dell’istituto sperimentale (1974- 1980), quelli dell’istituto magistrale, sezione staccata di San Giovanni Rotondo, preside il prof. Muscarella, l’istituzione dei licei socio-psico-pedagogico e linguistico (sperimentazione Brocca), sezione staccata dell’istituto Superiore “Generoso De Rogatis”, diretti dal 1997 dal prof. Antonio Scalzi. Ricorda la struttura angusta, che ha ospitato negli anni passati gli studenti, la quale - grazie all’impegno degli studenti e dei docenti - è stata, comunque, in grado di promuovere persino delle eccellenze.

    La condizione deprecabile degli spazi non ha ostacolato neanche la crescita della popolazione scolastica, che sfiora le trecento unità [16 classi] - puntualizza il prof. Scalzi – numero che sicuramente continuerà a lievitare con il consenso delle famiglie di Cagnano Varano e di quegli studenti dei paesi limitrofi che si sentiranno inclinati verso gli indirizzi dei licei pedagogico e linguistico.

    Il dirigente si augura, inoltre, che venga al più presto approvata la sperimentazione dell’indirizzo bio-tecnologico, progetto approntato qualche anno fa, al fine di soddisfare le esigenze di una parte della popolazione e di rispondere alle vocazioni del territorio. Invita, infine, caldamente gli studenti a prendersi cura della struttura, ad utilizzarla al meglio, a rispettarla.

    Studenti, docenti e famiglie si augurano, intanto, che al più presto i grandi vani da adibire a laboratorio si dotino degli strumenti necessari affinché la scuola possa meglio esercitare la sua funzione di laboratorio culturale in grado di promuovere conoscenze, abilità e competenze, di dare espressione alla creatività dei giovani, di catalizzare le energie positive “dentro” e “fuori” l’istituzione, di essere punto di  riferimento della società, luogo di crescita e confronto, risorsa efficace per arginare le miserie e il disagio sociale.

     

      Scuola superiore Cagnano Varano

     
    March 25

    Cagnano Varano, scheda

     

     

    cagnano 1

    Lago di Varano 1

    grotts di San Michele

     

    Reportage introduttivo.

    Il territorio di Cagnano offre spazi morfologicamente variegati, diversamente colorati, contrassegnati da odori e sapori particolari. Paesaggi fortunatamente ancora poco antropizzati: le amene colline, popolate d'uliveti e mandorleti; le piane coltivate a cereali, agrumi e ortaggi; boschi di carpini bianchi e neri, tigli, aceri, cerri e querce; il profondo gran canyon Vallone di San Giovanni, chiazzato di variopinte orchidee e profumato dalla ormai rarissima rosa canina; l’ampio e suggestivo specchio della Laguna di Varano; l’istmo, che è andato a chiudere l’antico seno, dove allignano le piante resinose del pino marittimo, l’eucaliptus, il mirto, il rosmarino, la gustosa salicornia, … ; e, oltre la duna, il mare Adriatico, dove, nei giorni in cui non c’è foschia, pare di toccare con mano le Isole Diomedee.

    Le campagne conservano tracce della civiltà contadina: le antiche “vie erbose” delimitate da muri a secco, piscine e trabucchi, casini, casoni, mànere, pagghiare e torri, dai comignoli fumanti, che parlano di recotte, casciarecotte, casckavadde e altri formaggi, tratturi, dove transitano e sostano le greggi per abbeverarsi, realizzati esclusivamente con bianca pietra garganica, retaggio dell’antico sistema della Dogana della mena delle pecore. Nei felici altipiani, i parchi di un tempo, dove i terreni sativi si alternano alle chianche, e, lungo i fianchi dell’alta collina, noci e castagni secolari.

    Nei pressi della laguna è possibile leggere altre pagine di storia, scritte nel corso dei millenni. Come non visitare, perciò, la grotta naturalissima intestata all’Arcangelo San Michele, meta di visitatori che giungono da ogni parte del mondo? Perché non sostare nei locali dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti sul Varano? Perché non partecipare ad una lezione sul campo, osservare abitazioni, indumenti e attrezzi del pescatore, modi e tecniche della pesca e della lavorazione delle cozze? Nel territorio di Cagnano convivono, infatti, culture diverse, le più antiche prodotte dall’uomo: la civiltà della pesca e quella contadina, le quali, col tempo, hanno forgiato il carattere laborioso, tenace, ostinato degli abitanti del luogo, le donne in particolare.

    Come resistere, infine, alla curiosità di fare una passeggiata per le viuzze dell’antico borgo? Luogo, questo, in cui, insieme alle bianche e piccole case, che si addossano le une alle altre come le galline nella stia, spiccano alcune emergenze: la chiesa madre, la casa del barone e diversi palazzi gentilizi, dimora di quei cagnanesi, che si sono affacciati alla storia al tramonto dell’età feudale.  

     

    · Scheda dati                     

    Popolazione residente  7800 cagnanesi

    Altitudine                   m. 165 s.l.m.

    Superficie                   kmq. 158,75

    CAP                           71010

    Distanza da Foggia      km. 84

    Municipio                   via A. Moro,1 tel. 0884. 854701 fax 0884-8463

    e-mail                        servizisociali@comune.cagnanovarano.sg.it

    Pro Loco                    Largo Chiesa Madre, e-mail geomatteo@alice.it

            Guardia Medica          via Dante, 42            tel. 0884. 8127 - 855211

    Carabinieri                 via Delle rose  tel. 0884. 8110 - 89187

     

    · Mitologia e storia

    Cagnano  è un centro abitato del Gargano Nord, della Comunità montana e dell’Ente Parco nazionale del Gargano. C’è chi pensa che il termine derivi  da “Canius”, nome gentilizio romano, chi da “Ca Janum”, casa di Giano, il cui culto era diffuso nel Gargano.  Il casale “Canyanum” era sicuramente  vivo nell’Altomedioevo, ma il suo territorio presenta insediamenti ascrivibili alla Preistoria. Meritano attenzione le località: Vadovina con tracce del Paleolitico Inferiore; Grotta di San Michele Arcangelo (Musteriano); i siti Arena Daniele e Giardenera, con ipogei paleocristiani ben conservati. Un Diploma dei principi longobardi Landolfo I e Landolfo IV, nel 969, assegnò il feudo di Cagnano in beneficio al santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo. Il feudo fu poi amministrato da baroni normanni. All’epoca degli  Svevi e degli Angioini, Cagnano fu compreso nell’Honor Montis Sancti Angeli. Passò, in seguito, nelle mani di diversi signori feudali: Della Marra, Di Sangro, Mormille,  Loffredo, Nava, Vargas e Brancaccio. Con Giulia D’Aiello, nel 1630, acquistò il titolo di ducato. Lo stemma raffigura uno scudo con pastorale in campo azzurro e rosso, sormontato da una corona ducale. Nel 1806  con le leggi eversive della feudalità, il comune, come ogni università del regno di Napoli, fu amministrato dai francesi. Al momento dell’Unificazione (1862), a Cagnano, cittadina del regno d’Italia, fu aggiunto Varano,in memoria della cittadina esistente in passato sulle rive della laguna omonima”. Nel periodo post-unitario, le condizioni di vita peggiorarono, come in altri paesi del Mezzogiorno. L’economia riprese quota dal primo decennio fascista, ma negli anni del secondo conflitto il paese ripiombò nella miseria, per risorgere negli anni sessanta, sia grazie ai proventi dell’emigrazione, sia in seguito alla bonifica del Varano.  Da oltre un decennio si assiste, invece, ad un calo delle nascite e della popolazione residente, che migra al nord.

     

    · Marchio di Capitanata

    Cagnano vanta il possesso del più vasto impianto europeo di cozze. Fin dal Medioevo le rinomate anguille -“capetune” e “capemazze”- del Varano erano esportate in tutto il Sud d’Italia. Già i benedettini, che abitavano la cella dell’Imbuti, utilizzavano le uova di cefalo per fare la bottarga, il caviale nostrano, un prodotto che, insieme alle cozze e alle anguille meriterebbe il marchio Capitanata. I turisti che frequentano la zona apprezzano moltissimo anche i formaggi: “casckavadde” e “casciarecotte” . 

     

    · Personaggi

    Nicola d’Apolito (1815-1862), “l'aquilotto garganico, uno dei più sottili innovatori della moderna tecnica operatoria", colui che “battendosi con tenacia e per amore della scienza, schivando gloria e onori, additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini dell'arte chirurgica”.

     

    Carmelo Palladino, avvocato (1842 – 1896), amico di Bakunin e di Engels, collaborò con diversi esponenti del movimento internazionalista, fu tratto in arresto e prosciolto, scrisse diversi saggi.

     

     

     

    • Lo stupore della cultura

    Chiesa madre si affaccia sull’antica piazza, che essa domina con la sua facciata e con la torre campanaria. Il 1676 fu consacrata, sotto l’invocazione di Santa Maria della Pietà, e nel 1758 fu elevata a collegiata. Oggi presenta i caratteri di stile tardo barocco, ha una bellissima orchestra fisarmonica situata sul pronao, che domina la navata e l’abside, e un coro ligneo settecentesco.

    Palazzo baronale dimora dei signori feudali, prima “castrum”, di probabile origine normanna, fu rimaneggiato tra XVII e XVIII secolo, dopo che il feudo era diventato ducato. Si narra che il principe vi esigesse lo "jus primae noctis".

    Convento  e chiesa di Santa Maria delle Grazie dei Padri Riformati francescani, fuori le mura, rispettivamente nel 1724 e nel 1735, con facciata che prospetta su Piazza Giannone, di fronte alla Cappella di San Cataldo. Dopo la soppressione (1866), i locali del Convento furono adibiti a pretura mandamentale e a municipio.

    Museo Giannetta: nato dall’iniziativa di un privato, il museo raccoglie numeri reperti, testimoni della civiltà contadina e della pesca.

     

    • L’incanto della natura

    La Laguna di Varano abbraccia Cagnano, San Nicola Imbuti, Bagno, Carpino, Ischitella, Irchio, il Crocifisso, le Foci. Vanta attrezzi e manufatti contestualizzati, coste morfologicamente variegate, rive animate dai pescatori, popolate da giunchi e canneti, ove nidificano folaghe, alzavole, germani reali, svassi, aironi e garzette, fondali profondi e fresche sorgenti, dove amano raccogliersi spigole, orate, cefali e anguille, alici e mazzoni, gamberetti e japonicus, catturati con la pesca fissa, vagantiva e subacquea. Da qualche anno è possibile perlustrarla anche sul catamarano.

    L’Isola Varano, con pineta, sul versante del mare, ove sono lunghe e larghe spiagge non affollate, e, l’ambiente dello stagno retrodunale e del canneto, con salicornia, cannuccia e limonio, su quello della laguna.

    La Foce di Capojale con il porto e i pescherecci e, in mare, gli impianti della mitilicoltura.

    I parchi di Romingero, Selvapiana, Gioffo, offrono a chi, con il pretesto di cercare asparagi e cicoria in primavera, finocchio selvatico e origano in estate, funghi in autunno,  porta a casa un bottino di strepitose immagini: lì una rara orchidea, qua un ovile, là due bisce nere che danzano e giocano presso il tronco contorto e rugoso di una quercia centenaria.

    Grotta di San Michele, tra natura e cultura, è il luogo del culto micaelico. Originata dal carsismo, si presenta come una grande sala, le pareti con tante nicchie, che si restringe nella parte terminale, dove è “la pozza di Santa Lucia”, alimentata dallo stillicidio delle rocce, in cui i pellegrini, l’8 maggio, attingono acqua miracolosa per la vista. Sull’al’altare maggiore è la statua dell’“eroe a cavallo” dell’immaginario collettivo. L’Arcangelo, prima di arrivare a Monte Sant’Angelo, vi si sarebbe fermato, per lasciare i suoi “pignora”: l’impronta dell’ala e quella dello zoccolo del suo cavallo. Ogni giorno vi giungono visitatori. Diversi pellegrini hanno lasciato traccia di sé in parecchi graffiti.

     

     

    • La bellezza accogliente

    “Lu Caùte”, il nucleo più antico del centro storico di Cagnano, è interessante  per le sue  stradine, strette e acciottolate, per i profferli e per le case in gran parte addossate le une alle altre, dipinte rigorosamente di bianco.

    Il corso Giannone, lungo, largo, maestoso viale che attraversa quasi tutto il paese.

     

    • Il sapore e il profumo della terra

    “Cice e ndròccele menuzzate”

    “Maccarune e ffògghje”

    “Panecotte”

    “Mulegname a rrechjine”

    “Gadducce a rrechjine”

     

    • Il sapore e il profumo del lago e del mare  

    “Gnidde spaccate pe lu sciurefenocchje”

    “Vavose o grugnalètte a rraganate”

    “Pesce a panenfusse”

    “Cèfele pe li spaghètte”

    “Pepata di cozze”

    “Còccele a nzalata”

    “Sècce e pesidde”

     

    • Eventi, folklore e tradizioni

    Martedì grasso, Carnevale a cura della Proloco.

    19 marzo San Giuseppe, falò nei vari quartieri, balli, canti e abbuffate.

    Prima domenica dopo Pasqua, festa della Madonna de lu Rite, passeggiata nei pressi della chiesetta, celebrazione eucaristica e degustazione della “palomma”.

    Terza domenica di maggio, Maratona del Gargano, a cura della “Stracagnano”.

    8, 9 e 10 maggio: festa dei Santi Patroni Michele e Cataldo: fiera del bestiame (7 maggio), visita alla grotta, celebrazione eucaristica e fuochi pirotecnici (8 maggio), gioco della secchia, palo della cuccagna e corsa dei cavalli (9 maggio); processione solenne nel giorno di S. Cataldo e serata musicale.

    16 luglio Madonna del Carmine.

    Primo sabato di agosto, Sagra delle cozze a Foce Capojale, a cura della Proloco.

    13 agosto, Sagra del pesce al centro storico “Lu Caute”, a cura della parrocchia Santa Maria della Pietà.

    8 settembre, Madonna delle Grazie.

     

    Saluti da:

    Spicchio di luna

    Sovrasta il nero  lago

    Dall’acque salse

    Culla d’orate e cozze

    D’anguille e capitoni.

    (versi del poeta Vincenzo Campobasso)

     

    Per altre informazioni: 

     LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano varano, centro storico, economia, salute, costuni, società, Acropolis Manfredonia 1999;

     LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La grotta di San michele e dintorni, Itinerari lungo la laguna,  Acropolis Manfredonia 1999;

     LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, Grenzi Editore, 2001;

     LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, e storie di vita contadina, Centro Grafico francescano, 2004;

     LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, L'agonia feudale e la scalata dei galantuomini, Cagnano Varano: l'Onciario, il Murattiano, le Questioni demaniali, Edizioni del Rosone 2007.

    lcrisetti@alice.it

     Largo PurgatorioPALAZZO BARONALE FACCIATA SW 2GROTTICELLE, grammenèdda

     

    March 06

    Un caso singolare

            Un caso singolare: Totonne la fèmmena

    Saggio introduttivo tratto da  Essere donna tra Otto e Novecento”, Progetto del liceo sociopsicopedagogico Cagnano Varano S.S. “G. DE ROGATIS”, realizzato con gli alunni delle Classi IV A, IV B, V B, referente prof.ssa  Leonarda Crisetti, Dirigente Prof. A. Scalzi, con adattamenti.

     

    totonne

     

    Nel corso della ricerca abbiamo avuto modo di conoscere la storia di Màste Totònne, la fèmmena, una donna che si spoglia degli status e ruoli tradizionali. Dagli Atti di nascita del comune di Cagnano Varano si apprende che questo personaggio è di sesso femminile, nasce “l’anno 1880, addì 15 dicembre a ore antimeridiane dieci e cinquantatré”, si chiama Mariantonia, suo padre fa il pescatore e sua madre è contadina. Dall’ufficio anagrafe apprendiamo, inoltre, che Mariantonia muore il 2 aprile 1967 dopo aver abitato nell’antica via Cannesi, 12.

    Mariantonia decide di vivere da uomo, quindi di non conformarsi ai compiti ascritti dal tessuto sociale del suo contesto ad una donna.

    Ci siamo interrogati sulla reazione dei cagnanesi di fronte alla “transizione” evidenziata da Totònne, che decidendo di assumere identità maschili, intese passare di fatto da uno status all’altro. Ci siamo chiesti, se la scelta le abbia reso la vita difficile. Insomma, un contesto in cui la popolazione era divisa dicotomicamente in maschi e femmine, in che misura ha consentito a chi era nata donna di assumere comportamenti maschili, quando la differenza voluta dalla natura e resa manifesta dal sesso biologico era rigida e per tutta la vita bisognava essere o uomini o donne?

    I cenni biografici dicono, inoltre, che Màste Totònne aveva una sorella, che, rimasta orfana fu adottata da una famiglia di possidenti (i Palladino, persone gentili e generose- secondo gli intervistati), che fino agli anni della pubertà ha condotto un’esistenza pressoché simile a tutte le ragazze di Cagnano, che negli anni dell’adolescenza avvertì l’esigenza di rendersi indipendente e di cambiare identità.

    Ci  siamo chiesti anche se siano state esigenze di natura economica a spingerla in tale direzione e, sebbene questa variabile abbia avuto un certo peso, dato che in un contesto storico caratterizzato dalla miseria ci si adattava a tutto pur di sopravvivere, esso non ci è sembrato determinante.

    Questa ipotesi, non soddisfa del tutto, soprattutto se si considera che anche altre donne condividevano la precarietà dell’esistenza. Le testimonianze raccolte sono pervase dalla fame e dalla fatica a cui erano sottoposte molte donne del luogo. Mentre le altre si sono arrangiate in mille modi, svolgendo lavori nei campi, anche pesanti (seminare, sarchiare, mietere, spannocchiare, effettuare la raccolta), in laguna (adoperandosi nella realizzazione di trappole da pesca e persino remando e pescando), in casa (sottoponendosi alle pesanti fatiche del bucato, della conserva, della provvista d’acqua, del pane), accudendo ai figli ( bisognosi delle cure e dell’educazione materna) e al marito (che esigeva di essere sempre servito e coccolato), Mariantonia per sostenersi volle fare il muratore.

    Decise perciò di vestire da uomo e di esercitare mestieri prevalentemente maschili. Il suo aspetto era invece decisamente femminile: statura bassa, viso tondo, espressione gioviale e sorridente, voce sottile.  Anche la sua capacità relazionale e la sua amorevolezza sembrano richiamare caratteristiche attribuite tradizionalmente alle donne. Eppure, Mariantonia nella fase più fragile della vita scelse di assumere comportamenti da maschio e da allora per tutti fu màstre Totonne, la fèmmena.

    Questa donna, “la fèmmena”, decidendo di fare il muratore e vestendo da maschio non meritava più di essere chiamata col nome di battesimo, bensì màstre [maestro] Totònne (diminutivo di Antonio). Il tribunale del popolo aveva ormai deciso.

    Viene da chiedersi quale sia stata la sua vita da bambina, quali eventi possono avere concorso alla determinazione della sua scelta. Se è andata a scuola, se aveva amici d’infanzia. Le notizie in nostro possesso non sembrano essere sufficienti a giustificare qualche inferenza.

    Si è messa i pantaloni, perché li gunnèdde la ngiappàvene quànne ièva vutànne càse [ ha indossato i pantaloni perché le lunghe gonne l’avrebbero ostacolata nel riparare i tetti delle case, sostituendo tegole].

    Nemmeno questa giustificazione, addotta dalle signore e dai signori  intervistati per legittimare il fatto che Mariantonia indossasse abiti maschili, sembra essere soddisfacente, perché non dà conto di come mai, una volta tornata a casa, nel tempo libero, o nei giorni di festa abbia continuato a vestire da uomo.  L’ipotesi non giustifica la decisione di castigare “il suo bel seno”, fino a farlo scomparire, imprigionandolo di continuo in strette fasce.

    Mariantonia teneva, infatti, a nascondere i segni che manifestavano la sua femminilità, ma l’impresa non fu sempre agevole. Un signore (affascinato da questo personaggio), ricorda che da bambino, negli anni Cinquanta del secolo scorso, mentre lo aiutava a trasportare la càvecia a pprète nel calcinaio - che Totònne gestiva in un vano del Palazzo Petruzzelli -, ha visto “le sue cose” e che fu  “corrotto” da Mariantonia con un dono di cinque lire, per comprare il suo silenzio. 

    Per tutta la vita, dunque, il nostro Totònne cercò di custodire gelosamente il segreto di essere donna e il dubbio sulla sua identità non è stato del tutto svelato, tanto che alcuni signori anziani ancora oggi continuano a discutere e a scommettere su di essa:

    - Io ti dico che era un maschio! - dice una signora.

    - E io so che era una donna! - ribatte il marito.  

    Probabilmente Màste Totònne la fèmmena era semplicemente un diverso e se questa congettura è esatta, bisogna convenire che Mariantonia fu molto coraggiosa nell’assumere la sua decisione e nell’interpretare ruoli decisamente decontestualizzati.

    La persona ogni giorno obbedisce sia pure inconsapevolmente a mille regole imposte dai costumi (mores) e usanze (folkwais), imperativi impliciti che permettono l’agire razionale, consentendole di vivere con una certa tranquillità, sapendo dunque cosa ci si aspetta da lei o a che cosa va incontro.

    Per Mariantonia sarebbe stato molto più semplice e facile adeguarsi al proprio ruolo, le (gli) avrebbe consentito di condurre una vita più agevole, al riparo di rischi eccessivi, interferenze, problemi inconsueti, ma ella (lui) volle andare controcorrente, tollerando sia il disprezzo di sua sorella - che ad un certo punto non volle più avere rapporti con lei - sia della gente [il sorriso ironico e divertito dei passanti, le dichiarazioni ad alta voce dei bambini che urlavano:- Totònne la fèmemn! Totònne la fèmmena!]. Sicuramente e soprattutto all’inizio tutti dovettero osservarla, proprio come si fa con un animale allo zoo.

    Chi ha la vagina e non il pene deve comportarsi da donna. La differenza era segnata dal sesso biologico, dunque, ma anche dai giochi e dal carattere. C’erano alcune attività ludiche più adatte alla donna, (ad esempio giocare con la pùpa de pèzza, o a lli cummàre) ed altre più consone ai maschi (ad es. giocare con il cavalluccio, a fare il cacciatore o il pescatore). Quanto al carattere, la donna doveva essere timida, sessualmente innocente, passiva, accomodante, allegra.

    I costumi morigerati dell’epoca richiedevano anzitutto che la donna indossasse la gunnèdda, per cui il primo grande ostacolo, che il nostro personaggio dovette affrontare, si presentò allorché decise di indossare i pantaloni. Il fatto che sia andata da una delle autorità più rappresentative della provincia, il prefetto - secondo alcuni testimoni-  i carabinieri e o il podestà - secondo altri -  per chiedere il permesso, è significativo; sicuramente la dice lunga sulla rigidità della morale che vigeva allora a Cagnano. Era infatti severamente proibito alle donne vestire come i maschi.

    Chissà come erano pressate le ragazze dalle mille regole, tabù, divieti, abitudini consolidate, imperativi categorici di mamme, nonne, zie, vicine, prediche del parroco, schiaffoni del papà e dei fratelli … ! Si, per gli uomini poteva essere un po’ meglio, ma non tanto.

    Non conformandosi alla consuetudine, Mariantonia non poté essere definita una donna “normale”. Evidentemente il sesso non ha avuto un peso determinante, dato che  le interazioni con la cultura hanno preso il sopravvento nella nostra Mariantonia e, sebbene la società proibisse gli spostamenti volontari e permanenti da uno status sessuale comportamentale all’altro, ella accettò la sfida.

    La letteratura insegna che il controllo sociale concede una certa tollerabilità nell’esercizio del ruolo, ma si tratta di una specie di gioco temporaneo. A Carnevale, ad esempio, la società contadina consentiva al maschio di indossare abiti da donna e a quest’ultima di mascherarsi da uomo. Finita la festa, però, ognuno doveva rientrare nel suo ruolo, tornare ad assumere i comportamenti tradizionali, pertanto l’òmmene avèva fa l’òmmene e la fèmmena avèva fa la fèmmena. In caso contrario scattava la sanzione inflitta dal controllo sociale. Ogni persona, perciò, piacente o nolente, doveva agire in base alle prescrizioni sociali.

    Ci siamo chiesti anche se màste Totònne la fèmmena fosse consapevole della sua diversità, se fosse conscia del percorso alternativo prescelto e delle sanzioni prescritte, ma a giudicare dalla giovialità e serenità delle relazioni avute, sia con altre donne del quartiere, sia coi bambini, sembrerebbe che abbia vissuto una vita piuttosto tranquilla sotto questo profilo. Diversi signore e signori intervistati, soprattutto vicini di casa, nel quartiere de Lu Caùte in cui trascorse la sua esistenza, sdrammatizzano affermando che le (gli) volevano bene grandi e piccoli. I bambini in particolare perché Màste Totònne regalava loro miele e biscottini.

    Probabilmente la sua affabilità ha avito il sopravvento sulla “diversità”, allora connotata negativamente, facendosi così accettare. “Se la faceva con tutti, con i ricchi e con i poveri - conferma il signor Facenna, che si è preso cura di lei nell’ultimo decennio della sua vita”.

    Ma se mastroTotònne riuscì a svolgere ruoli prevalentemente maschili, facendo il muratore, l’imbianchino, l’apicultore, senza suscitare eccessive critiche da parte della gente, allo stesso non fu dato modo di cambiare status: il suo posto nella società rimase pertanto quello ereditato alla nascita. Quando morì, infatti, la famiglia che si era presa cura di lei, la vestì da donna, “perché doveva tornare a Dio così come Dio l’aveva fatta”.

    Come percepisse la sua identità non ci è dato modo di sapere, né possiamo affermare con certezza se è stata la necessità economica o quella biologica a prendere il sopravvento. Noi possiamo solo esprimere qualche opinione e se ragioniamo con la mente di allora - che sotto questo profilo è simile a quella di oggi -, ci viene da supporre che probabilmente questo personaggio non potendo essere né uomo né donna fino in fondo, abbia condotto l’esistenza da sradicato. In altri termini egli non fu né Mariantonia, in quanto si privò delle gioie di essere corteggiata e di mettere al mondo i figli, né Totònne, non potendo fare “il cacciatore” ed integrarsi completamente  nel mondo maschile, e chissà se fu felice per davvero. La sua femminilità si accompagnò ai comportamenti maschili da lei voluti e assunti, senza essere stata messa a tacere definitivamente, neanche dopo la sua morte, tanto che per tutti è ancora Màste Totònne, la fèmmena.

     

             

    Un contributo alla donna

     

    La condizione della donna è decisamente mutata nel tempo, passando dal modello dell’esclusione/separazione a quello all’inclusione/integrazione nella vita sociale, seguendo un processo ancora aperto. La memoria ci consegna storie di donne violentate, sfruttate, sottomesse all’autorità del padre-marito-padrone, donne impegnate nei lavori domestici e in attività non retribuite realizzate all’ombra della figura maschile.

    Donne contadine mietitrici, raccoglitrici, guardiane, pescatrici di lago e di mare, trasportatrici, sarte, magliaie, panificatrici, lavandaie, … .

    Donne figlie, mamme, nonne che hanno declinato la vita come un “insieme di sofferenze”. Donne ignoranti che non meritavano di andare a scuola, sia perché non erano ritenute intelligenti, sia perché si pensava non avesse senso investire sulla loro cultura, dal momento che non erano destinate a ruoli sociali, da spendere al di fuori delle pareti domestiche. Per “fare la mamma e la moglie”, insomma, non  era necessario il possesso degli “alfabeti”.

    Memoria che affonda le radici nelle pagine della Bibbia, che assegnano ad Eva il ruolo della “tentatrice”, consolidata in epoca medievale, legittimata dalla normativa, assunta dai contesti sociali e familiari tramite la socializzazione, rafforzata dall’universo maschile, quasi sicuramente per non spartire con le donne lo spazio riservato a sé nei posti di comando.

    Memoria alimentata quotidianamente dalle stesse donne attraverso l’“educazione di genere” a partire dal costume di regalare la bambola alle bambine e il fucile al maschietto, così addestrando le une “a fare la mamma” e gli altri” a fare il cacciatore”.

    L’immagine della donna-angelo intrisa di romanticismo è un eufemismo che non dà certamente conto della reale condizione della donna contadina. Per rendersene conto  e per darne conto alle nuove generazioni ignare della condizione del passato, ho pensato di far parlare le dirette protagoniste, a cui ho dato voce qualche anno fa con i miei alunni liceali attraverso lo strumento delle “storie di vita”.

    A seguito dell’industrializzazione e del boom economico la donna comincia ad uscire dal “regno” del focolare domestico e a guadagnare diritti civili, sociali e politici, a partire da quello di voto. La donna può entrare nelle scuole, lavorare in fabbrica, accedere all’università, entrare in politica, dirigere le aziende, … .

    Il cammino però non è agevole e a tutt’oggi il processo d’integrazione della donna è incompiuto. La normativa consente l’inserimento ma non tutela l’integrazione, accade, perciò, che i maschi sono privilegiati nei posti di lavoro, di comando, di potere.

    Il modello dell’integrazione [che rievoca l’idea della completezza] vuole che la donna viva le situazioni in prima persona, assuma decisioni liberamente, realizzi le sue aspirazioni di donna che lavora, di moglie e mamma, oltre che cittadina, fruendo dei servizi necessari.

    La donna integrata è quella che non rinuncia alla sua “diversità” in nome dell’assurda uguaglianza che pretende che il maschio debba comportarsi da femmina e la donna da maschio.  L’integrazione autentica è quella che coltiva l’uguaglianza nella diversità.

    Il processo d’integrazione di questa fascia – purtroppo- ancora debole della popolazione è condizionato dal riconoscimento dalla parte dell’universo femminile e maschile della differenza di genere, contrastando ogni tentativo di omologazione; è condizionato dagli educatori e dalle istituzioni che devono dichiararsi disponibili a co-evolvere, vale a dire a cambiare  insieme, a riconoscere che in famiglia, in società, nelle istituzioni di potere ciascun essere umano – sia di sesso maschile, sia di sesso femminile- può apportare il proprio contributo sulla base della proprie competenze, intelligenze e disponibilità.

    Co-evolvere vuol dire abbandonare antichi stereotipi che vogliono il maschio intelligente, adatto al comando e al ragionamento, e la donna intuitiva, materna, capace di eseguire.

    Co-evolvere in famiglia vuol dire che mariti e mogli dovranno dichiararsi disponibili a darsi una mano, a mettere insieme il meglio di sé di ciascuno per offrire ai propri figli un ambiente caldo e ricco di interazioni utili alla crescita.

    Co-evolvere nelle istituzioni significa essere disposti a riconoscere e a valorizzare anche i punti di forza delle donne, consentendo loro di fare carriera, di risolvere - grazie al loro contributo - i conflitti economici, sociali e culturali delle nostra società, ricorrendo alla logica che include. Bisogna perciò allearsi per sostenere, consolidare e c0mpiere altri passi, perché il processo d’integrazione richiede ancora molto impegno.