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    April 20

    NICOLA d'APOLITO, il chirurgo cagnanese ideatore di una nuova sutura

     

     

    PALAZZO BARONALE FACCIATA SW 2

     

    A dx della strada è casa d'Apolito

     

    Il chirurgo Nicola D'Apolito, viene oggi ricordato dal cittadino non distratto dalla presenza di due epigrafi collocate, una sulla facciata dell'ex municipio che prospetta sul Corso P. Giannone, e l’altra su quella della casa natia, oltre che dal Vico D’Apolito, adiacente al palazzo omonimo.  Anche la scuola media statale di Cagnano Varano è stata intitolata "Nicola D'Apolito", in memoria dell'emerito chirurgo .

    Il suo cognome, che pare si scrivesse con la "d" minuscola, compare in molti trattati scientifici.  Consapevoli di quanto sia insufficiente il tributo che l'umanità deve al chirurgo, ci accingiamo a ridare una po' di splendore a questo astro della terra di Cagnano, rievocando cenni biografici e opere, per farli conoscere in particolare alle nuove generazioni.

    "Alla città di Cagnano, ai tardi nepoti del chirurgo D'Apolito, a tutti gli uomini di scienza italiani e stranieri che non seppero e non vollero vedere nell'aquilotto garganico uno dei più sottili innovatori della moderna tecnica operatoria". Così scriveva il dott. Capuano nella dedica, dalla quale si evince un sentimento di tristezza e di rammarico. Sulla base di questo e altri scritti, oltre che di dati reperiti nell'archivio municipale di Cagnano, ripercorreremo le principali fasi della sua esistenza.

    Suddivideremo la sua vita in tappe, che definiremo:

    a) primo periodo cagnanese;

    b) periodo napoletano;

    c) secondo periodo cagnanese.

    Di origini nobili e antiche, Nicola, ultimogenito di nove figli, nacque dal medico Francescoantonio, che dimorò a Cagnano alla strada detta Coppa in una modesta abitazione, e da Bartolomea Curatolo, il 29 .03.1815.

    Compì i primi studi nella città natale, Cagnano, sotto la guida del dotto sacerdote Francesco Antonio Caputo, allorché manifestò i primi segni della sua fervida creatività e attitudini per gli studi scientifici. Da giovanetto "fu pensieroso e mesto".

    Viene presentato "magro, esile, alto e asciutto, dai lineamenti neri e dal naso marcato, gli occhi profondi" , sulla base dell'unico ritratto pervenuto. Quanto al carattere, Davide Panzetta, suo compagno di studi universitario così lo descrive:" un giovine per quanto umile, rispettoso, altrettanto meccanico di natura, di carattere freddo e minuto osservatore". Studente, nella città partenopea non mancò "di trovare occasioni di far tralucere intempestivamente il suo genio, in quella branca della scienza salutare” che era la pratica.

    Suo padre gli trasmise l'amore per la scienza e il maestro gli insegnò la solidarietà cristiana.

    Dal 1832 al 1842 visse a Napoli, dove si era recato, dopo aver compiuto gli studi liceali, per frequentare la facoltà di medicina. Colà sorprese i suoi maestri per "la velocità di genio inventivo e lentezza di compassata osservazione".

    Era la prima metà del XIX secolo, quando la scienza si orientava verso il Positivismo e registrava a suo carico profonde innovazioni nella chirurgia e nella tecnica.

    All'età di venti anni, ancora prima di laurearsi, D’Apolito faceva interessanti e vantaggiose modifiche all'apparato ad estensione permanente per le fratture dell'arto inferiore, finalizzato a ridare all'arto interessato la sua normale lunghezza. Il 27 gennaio 1838 all'Accademia medica chirurgica di Napoli egli presentò, infatti, un apparecchio da lui realizzato per la estensione continua della frattura del collo del femore. "Sottolineò solo il fatto che quando si manifesta una frattura del collo del femore il malato è incapace di sollevare la gamba. Questa poi diviene più corta e il piede è piegato fuori.  Ecco quindi la necessità di apparecchi che diano all'arto la normale lunghezza e mettano i frammenti ossei nella giusta direzione". Si esprimeva così il prof. Busacchi dell'università di Bologna, venuto a Cagnano in occasione della commemorazione del centenario della sua morte.

    Tale apparecchio fu da qualcuno criticato e definito "mezzo di tortura", mentre l'Osservatore e il Severino, due giornali scientifici, "decantavano l'apparecchio e la precoce erudizione, e la esattezza dei rilievi su studi comparati del D'Apolito". 

    Nel 1840 conseguì la licenza in chirurgia e iniziò la sua attività pratica, continuando a studiare e ad osservare. A Nicola D'Apolito va il merito di aver ideato la "sutura" detta "alla materassaia", ma che, secondo il parere del Busacchi, meriterebbe essere chiamata sutura "a tempo" o meglio "alla D'Apolito".

    Dagli studiosi viene ricordato che la sutura delle ferite è vecchia, conosciuta dagli Egizi e forse anche dai primitivi, i quali devono aver avuto sicuramente bisogno di unire tessuti lacerati. Nessuna chirurgia o sutura delle ferite era tuttavia possibile quando si trattava dell'intestino tenue.

    C'era nel XIX sec. un fermento di idee e di novità, che D'Apolito portò a compimento. Vedendo dalla sua finestra in Vico Purgatorio una signora cucire il materasso, gli balenò che quella dovesse essere la sutura giusta per le ferite intestinali. Quindi sperimentò questo nuovo metodo sui cani e presentò i risultati all'Accademia medico-chirurgica di Napoli.

    La sutura del D'Apolito in sostanza "fa combaciare le superfici sierose dei bordi della ferita intestinale per mezzo di una specie di filzetta, le cui anse passano nella sottomucosa. Questa sutura si fa con filo continuo il quale percorre per un tratto lo spessore intestinale, parallelo ai bordi della ferita, riesce sulla sierosa e decussa la incisione per portarsi allo spessore dell'intestino nell'opposto lato, e così di seguito per punti alterni eguali tra di loro ed equidistanti dai margini cruenti. Onde, stringendo, per trazione sugli estremi del filo, i punti, si affrontano tra di loro le superfici sierose dei labbri della ferita, arrovesciandoli verso il lume intestinale". Questo tipo di sutura fu realizzato con esiti positivi nel 1841 e fu presto applicato negli ospedali del Regno di Napoli.  D'Apolito aveva soli 26 anni.

    Il 2 agosto 1841 il nostro chirurgo inviava all'Accademia di Francia la RELAZIONE, congiunta alle applicazioni pratiche della sua ricerca, ma la sua invenzione fu ivi accolta con ostilità e D'Apolito fu tacciato di plagio, essendosi, a loro parere, servito di metodi colà già in uso. Il chirurgo cagnanese si sentì in dovere di dare un "Rischiarimento sul nuovo metodo di enterorafia” in risposta ad uno degli attacchi contro di lui.

    “La mia sutura non solo è diversa dalla sutura a sopraggitto del sig. Velpeau, ma non ha neppure a che fare colle numerose suture cruenti che si sono andate mano a mano da diversi autori immaginando". " Essi non hanno badato "al corso che ha fatto l'ago nell'attraversare parallelamente alla direzione della ferita, ben due volte l'istesso labbro della medesima, darne uno consimile all'altro labbro, un altro sul primo, e così uniformemente seguitando fino al compimento della sutura; sempre però incominciando il 2° punto dove termina il 1° ed il 3° dove finisce il 2°, ecc."

    Intanto nella clinica napoletana si preferivano la sutura a filzetta per le ferite trasversali, quella alla D'Apolito per quelle longitudinali e la sutura con interposizione dell'epiploon per le soluzioni con perdita di sostanza.

    Nel suo soggiorno a Napoli, durato sette anni, D'Apolito divenne un bravo chirurgo, discutendo alla pari con i suoi maestri, che amavano intrattenersi con lui. Nel 1842, allorché i rappresentanti della Reale Accademia Napoletana gli proposero una cattedra, egli la rifiutò. "All'apogeo delle sue soddisfazioni, decise di abbandonare Napoli". Ritornò a Cagnano, dove rimase fino al resto della sua breve esistenza, vivendo, purtroppo, una vita "di disinganni e di stenti". 

    Il dott. Capuano nel suo saggio si chiedeva se fosse stata la nostalgia per il paese natio, a fargli rifiutare gli allori di Napoli, o se lo avessero troppo minato le critiche mossegli da taluni per i suoi apparecchi ad estensione continua del collo del femore, paragonabili a strumenti di tortura, allorché la scienza e la tecnica avevano proposto di meglio, o ancora se la sua sensibilità non fosse stata messa a dura prova con l'iniziale disconoscimento del suo sistema operatorio.

    Indubbiamente tutto questo dovette far male al nostro sensibile chirurgo il quale, ritornato definitivamente in paese, si dedicò al lavoro, alla famiglia, allo studio, alla solitudine, "rivoltato" ormai contro chi non gli aveva voluto o saputo dare giustizia.

    Nel paese nativo costruì molti apparecchi di chirurgia operatoria. Nel 1852 sposò Sofia Lombardi da cui ebbe tre figli: Bartolomea, Francesco, Michele e una vita coniugale tranquilla. Si tramanda che di giorno visitasse i suoi pazienti nel Casale, un quartiere molto soleggiato, e di notte scrivesse. Morì nella sua casa di campagna, dopo essersi ammalato di polmonite. Era il 25 giugno 1862. 

    I suoi resti, insieme a quelli della sua famiglia, furono raccolti in un'urna di rozza lamiera e sotterrati un una botola della chiesa di S. Francesco, ex convento dei Padri Riformati. Dopo il rifacimento dell'edificio sacro, essi hanno avuto sepoltura più degna. Oggi sono murati nella parete della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a sx di chi entra, dietro una lapide commemorativa.

    Spulciando tra gli atti amministrativi dell'archivio comunale dell'Ottocento si è potuto rinvenire ben poca cosa, tra l'altro non edificante, sul chirurgo Nicola D'Apolito.  Purtroppo risale agli ultimi  giorni della sua infelice e travagliata esistenza. Ecco il documento:

       "Il chirurgo condottato Signor NICOLA D'APOLITO, da qualche tempo è divenuto cieco in un occhio per cataratta, e l'altro occhio si vede bastantemente annebbiato, in modo che, egli non si trova più alla portata di esercitare la professione di chirurgo. Oltre di che lo stesso è talmente malconcio nella sua salute e son circa due mesi che lo stesso giace in letto, in cronica infermità, da cui difficilmente potrà risanare.  Gli infermi poveri di chirurgia stante lo deplorevole stato del signor D'Apolito, sono privi dei sussidi dell'arte salutare.

    Il volerlo poi tenere tuttavia in carica nello stato in cui è sarebbe lo stesso di privare per sempre l'assistenza agli infermi.  Per siffatte considerazioni la Giunta propone al Consiglio la dimissione del signor D'Apolito dalla carica di chirurgo condottato, e propone in surrogazione il chirurgo D. Antonio Giornetta per l'annuo soldo di ducati quaranta la cui abilità è nota a tutti, come pure i sentimenti che egli nutrisce di libertà e di patriottismo."

    Il Consiglio alla unanimità deliberava: “é mestieri che lo stesso sia rimpiazzato per il bene dell’umanità”, “considerato che è cieco in un occhio e poco vedente coll'altro e che lo stesso è tormentato da più mesi da cronico malore, il quale a dire dei medici esistenti è incurabile". 

    Il mese dopo morì. Dopo molte incomprensioni e delusioni, il dottor Nicola D'Apolito ebbe i giusti riconoscimenti. Nel 1911 la sutura a tempo venne definita indubbiamente superiore.

    Il chirurgo ci ha lasciato alcuni scritti:

    1) La comunicazione sull'apparecchio per le fratture del femore, del 1839;

    2) La memoria sul nuovo metodo di enterorafia, del 1841;

    3) Il rischiarimento sul suo nuovo metodo, del 1841;

    4) La memoria o relazione inviata a Parigi, all'Institute de France.

    Pare che abbia scritto anche un'opera sulle razze umane.  Le sue opere e i suoi attrezzi andarono perduti, per l'incuria o per l'invidia, come scrive il De Monte, ma forse anche per l'incapacità del popolo cagnanese di riconoscere in lui la mente geniale che era. Ci si augura che simili cose non si ripetano.

    Alcuni cagnanesi emigrati, lontani dalla patria, sentirono il bisogno di rimediare in qualche modo al profondo buio in cui era stato avvolto il nostro illustre personaggio e, il 4 dicembre 1928, a Rosebank, in U.S.A., volendo commemorarlo, si costituirono in associazione e gli dedicarono la lapide commemorativa collocata sulla facciata Sud dell'ex municipio.

    Nello statuto che si sono dati e che porta il titolo "STATUTO FONDAMENTALE DELLA SOCIETÀ' CAGNANESE NICOLA D'APOLITO. in Rosebank," , sono riportate alcune notizie biografiche del dottore di Cagnano Varano, inventore della sutura Napoli 1841. E' stata ricordata la sua grandezza e al contempo la sua misera vita al suo rientro a Cagnano, dal momento che non ricevette onori, né gloria. Secondo gli associati, se studiosi e scrittori illustri avevano avuto parole di lode per D'Apolito, i cagnanesi non avevano fatto abbastanza.

    Gli associati chiudevano con una fervida preghiera esortando tutti i cittadini a commemorare adeguatamente il chirurgo. Sanza Giuseppe era il presidente della Società.

    Nel centenario della sua morte, anche il comune di Cagnano gli tributava onori con un convegno ed un'epigrafe murata sulla facciata di casa D'Apolito. Sull'epigrafe è stato inciso il seguente testo:

     

    "Questa casa dette i natali all'illustre concittadino

    Dottor Nicola D'Apolito

    1815 -1862

    che battendosi con tenacia e per amore della scienza

    schivando gloria e onori

    additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini

    dell'arte chirurgica.

    Il Comune di Cagnano Varano

    nella ricorrenza del 1° centenario della sua morte

    21 ottobre 1962".

     

    Era allora sindaco di Cagnano Varano il signor Agostino La Pescara.

     

    Tratto da LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, ..., Acropolis 1999. 

    CARMELO PALLADINO, uno dei primi anarchici era cagnanese

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    Tra gli anarchici, sul cui movimento si tornerà in seguito, va ricordato il cittadino cagnanese Carmelo Palladino, figlio dell'avvocato e famoso patriota Antonio, che militò nella guardia nazionale anche nei difficili anni del brigantaggio, e della nobildonna Raffaela Fiorentino. Ebbe due fratelli: Pasquale ed Elisabetta. Pasquale fu nominato “vigilatore e direttore del servizio sanitario” dalla giunta Fini, nel 1884, e brigadiere delle Guardie campestri nel 1885.

    Carmelo nacque il 23 ottobre 1842 nel palazzo Palladino, corso Umberto, n° 14. A Napoli, dove adempì i suoi studi di giurisprudenza, ebbe modo di incontrarsi con il capo degli anarchici, Michele Bakunin. Dopo alcuni mesi, insieme ad altri studenti, costituì la sezione napoletana dell'Associazione Internazionale dei lavoratori, di cui fu per un certo tempo segretario e corrispondente, risultando uno dei primi e più attivi socialisti.

    Palladino ebbe rapporti di stretta amicizia e di collaborazione con Enrico Malatesta, Carlo Cafiero, F. Saverio Merlino, Andrea Costa, Francesco Natta, Emilio Covelli, Gaetano Zerardini e altri esponenti del movimento Internazionalista italiano. Fu in corrispondenza anche con Friedrich Engels, insieme a Karl Marx, autore del Manifesto. Pare che Marx abbia regalato a Carmelo un testo con dedica e che l'università di Napoli gli abbia donato il Dizionario della lingua italiana del Tommaseo, (1861, Torino).

    Si unì in matrimonio con una contadina di Cagnano Varano, Caccavelli Antonia, che gli dette due figlie: Adele Erminia Raffaela del 1876 e Clelia del 1887. Da coniugato dimorò prima in Corso Umberto, poi in via Mercato.

    Della famiglia Palladino rimane Adele Bumma, nipote della figlia di Carmelo, la quale ci ha offerto una testimonianza verbale, ci ha mostrato il dizionario del Tommaseo e la foto di Carmelo, di cui alleghiamo copia.

    A Cagnano, sebbene sottoposto a continua vigilanza, egli cercò di esercitare la sua professione di avvocato, senza mai abbandonare la sua attività sovversiva, né interrompere i suoi legami con i massimi esponenti del movimento.

    Nel 1879 fu tratto in arresto, con l'accusa di "cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato". Poco dopo fu prosciolto, con ordinanza del 4 agosto 1879, rilasciata dal tribunale di Lucera.

    Celebre giurista e poliglotta, collaborò con fervore con la stampa anarchica e, alla vigilia del Congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori, che ebbe luogo in Svizzera nel 1887," elaborò le sue risposte ai 17 quesiti congressuali, che trascrisse a Natta con una interessante lettera, e si promise di comporre un libro dottrinario sull'anarchismo"

    Egli scrisse, infatti, su numerosi giornali e opuscoli socialisti. “Fu strenuo difensore delle posizioni libertarie ed oppositore di ogni tendenza autoritaria e riformista all'interno della Prima Internazionale". Il suo pensiero sociale si rifà più all'utopismo egalitario che a teorie scientifiche, come appare dalla lettura dell'articolo "Le caste".

    I grandi rappresentanti del movimento anarchico italiano, diverse volte vennero nel Gargano per potersi incontrare con Carmelo Palladino, "e spesso si trattennero per giorni". A Cagnano ricevette infatti la visita di Malatesta, di Merlino e di Zerardini.

    Certamente non doveva vivere in condizioni molto agiate, si lamentava dell'isolamento, in cui viveva nel Gargano, tagliato fuori dal mondo, e della inattività, dovuta a motivi economici, “per venire ci vogliono i soldi, ed io non ne ho alla lettera", così scriveva all'amico Costa in una missiva del 1° ottobre 1876.

    Era amato per la sua onestà e per la sua intelligenza anche dai rappresentanti della forza pubblica. Il sottoprefetto di S. Severo, il 7 dicembre 1877, parlando degli anarchici e di lui, riferiva :"Debbo però fare un'eccezione a questi apprezzamenti a proposito di Carmelo Palladino da Cagnano il quale, onesto, agiato, intelligente, si tiene lontano dagli affari amministrativi, sostiene per propria convinzione i principi dell'Internazionale".

    A Cagnano all'epoca c'era una sezione di anarchici, composta da diversi elementi. Con lui collaboravano gli intellettuali Antonio Fini, nostro concittadino, Luigi Della Monica da Sannicandro e Giuseppe Bramante da Carpino.

    Le autorità di polizia vigilavano costantemente sui focolai anarchici. L'8 maggio 1881 vennero disposte misure di polizia, perché era giunto a Palladino un pacco, contenente un giornale scritto in francese insieme a manifesti incitanti alla rivolta.

    I progetti, i sogni degli anarchici tuttavia non modificarono le condizioni della classe povera dei contadini, i quali presero coscienza della loro realtà, allorché vennero a maturare nuovi rapporti di produzione tra imprenditori agrari e proletari agricoli e questo accadde contemporaneamente alla influenza del Partito Socialista Italiano.

    Negli anni 80 del 1800 Carmelo Palladino fu avvocato del Comune di Cagnano, con l'incarico della giunta Fini, di seguire a Napoli la causa contro i Forquet, per definire questioni territoriali . Nel 1888 riceveva lo stipendio annuo di lire 700, si dimise l'anno successivo, ritenendo "il compenso insufficiente a disimpegnare un sì oneroso carico". Egli, infatti, il 9.01.'89, fece pervenire all'ufficio del Comune la seguente missiva.

    “Accetterei volentieri l'onorifica nomina ad avvocato di questa amministrazione ch'ella con pregiata nota del 4 corrente, mi partecipa, se non vi opponesse la tenuità del compenso, o stipendio annessovi. E che lo stipendio sia veramente più che tenue, meschino, il Consiglio medesimo ne converrà, sol che ponga mente ai gravi compiti che incombono all'avvocato. Egli deve 1° difendere l'amministrazione in tutte le cause che la stessa avrà; 2° Eseguire lo spoglio di tutti i processi interessanti l'amministrazione che sono in questo Comune, 3° assistere al sindaco e dare consultazione in tutti gli affari, nei quali potrà essere implicata l'amministrazione e nello espletamento delle pratiche relative, 4° recarsi in provincia e fuori per consultare avvocati e procuratori nell'interesse dell'amministrazione. Ora, in quanto al primo compito, poniamo che l’amministrazione abbia non più di trenta cause penali all'anno presso la Pretura, e che incaricando delle sue difese un avvocato, lo rimuneri col compenso minimo di lire dieci per ogni causa, avremo già lire trecento. Il secondo compito per quanto sia facile ad enunciarsi, per altrettanto è difficile e laboriosissima esecuzione. Il Consiglio non ha pensato forse che, per esso bisogna disseppellire tutti i processi da trenta anni a questa parte?. Ora, seguendo la medesima proporzione di 30 processi all'anno, abbiamo la bellezza di 900 processi, da scavarsi dagli archivi e sostenere giudizi, ai quali tale esecuzione potrà dare adito. ... Se il comune vorrà di ciò incaricare, non dico un avvocato, ma un individuo qualunque, vorrà dargli meno di una lira al giorno! Dunque altre 360 lire. E per lo studio dei processi, giudizi di liquidazioni di danni, esecuzione di sentenze e tutto il resto, in cui sarà necessaria l'opera di un avvocato? Le residue lire 40!!! Esaurita così la somma di lire 700, che resta pel terzo e quarto compito? Nulla.."

    Palladino aggiungeva altre argomentazioni e concludeva che avrebbe potuto accettare l'incarico qualora lo stipendio fosse stato portato almeno a lire 1200 all'anno e la durata lo avesse vincolato per un triennio. Il Comune respingeva la sua richiesta e affidava l'incarico all'avvocato Caccavone, ex segretario del comune, sempre con lo stipendio di 700 lire annue".

    Carmelo, anzi Carmine all'anagrafe, già vedovo di Caccavelli Antonia, fece una drammatica fine. Morì di notte, mentre rincasava. “Fu assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle davanti alla 'f'rraria' di Colandrea, come narra l'intervistata. Fece appena in tempo ad arrivare davanti al portone di casa sua, quando crollò". Era il 19.01.1896.

    Da allora la famiglia si è chiusa agli altri. “Era molto intelligente - è ancora la pronipote Maria Adele a parlare - Mia nonna non accennava a lui nemmeno con noi; era la zia Clelia a farlo ogni tanto. Carmelo aveva un quaderno di poesie da lui composte. Nella sua casa c'erano molti scritti, che, dopo la sua morte, andarono tutti distrutti dalla famiglia. La nonna bruciò ogni cosa. La pergamena della laurea, testarda, si accartocciò, ma non volle bruciare, allora la nonna prese le forbici, la tagliò in mille pezzetti e la sotterrò".

    "Da Napoli, da Torino, da Parigi... erano in molti a recarsi presso la figlia Adele a chiedere informazioni. La famiglia si rifiutò sempre".

     

      Tratto da LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, ... Acropolis 1999

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano

     

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    Ubicazione

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano è situata nel Gargano nord (Puglia), a meno di 1 Km dalla riva meridionale della laguna di Varano e a 28 km circa da San Giovanni Rotondo. Essa è molto interessante dal punto di vista naturalistico, storico e religioso. Dalla tradizione risulta che sia stata visitata anche da San Franceso e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi religiosi e naturalistici..

    Cenni storici

    Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, la grotta fu frequentata anche in età neolitica e classica. Essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele in epoca medievale, ma prima ancora fu sede di altri culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. Il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesta infatti un preesistente culto longobardo; la pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinviano a culti precristiani: mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani.

    Descrizione

    La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo.

    Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua è andata a sostituire un a più antica e di originale fattura, che è stata trafugata, datata 1631 di Petranzeri.

    Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

    La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco, rifatta recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano. Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e alla porta in legno datata 1898.

    Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti simili ad affreschi naturali, dalle forme spettacolari e cangianti. In prossimità dell’ingresso spiccano le varie sfumature di verde, mentre le pareti meno esposte alla luce del sole, decorate anch’esse da nicchie, sono contraddistinte dal grigio e dal bianco della roccia calcarea. Dalla volta pendono  bianche stalattiti.

    La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

    A sinistra della porta d’ingresso si trovano una piccola sacrestia e un’acquasantiera a pila su base ottagonale. All’interno della sacrestia, sulla facciata di un vecchio altare intonacato di bianco è effigiato un tozzo rettile. Tale presenza lascia supporre la frequentazione della grotta da popolazioni che praticavano il culto longobardo, che non mancavano nella zona. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

    In fondo, al centro è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’arcangelo, copia fedele di quella che si venera a Monte Sant’Angelo. Tale scultura mostra un santo adolescente, alato, che indossa una tunica corta di stile longobardo, i calzari e la sopraveste o manto che discende dalle spalle. Il braccio destro che sostiene la spada è ripiegato dietro il capo e l’arma sembra intimorire il demonio, drago, serpente, legato con una catena al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il simbolo del male. L’espressione del santo è serena, la testa porta una corona con sopra una croce, il volto è incorniciato da riccioli che scendono sul collo. Su braccio sinistro è un piccolo scudo con la scritta:- Qui ut deus? Il demonio assume l’aspetto di un animale dalle orecchie appuntite, dalla bocca aperta che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da rughe profonde.

    Davanti l’altare insiste una balaustra. Ai due lati di essa, paralleli e frontali erano, fino all’anno 2000, due lunghi sedili in pietra, oggi ve n’è uno solo, quello situato a destra dell’altare maggiore: l’altro è stato rimosso, pare, per fare un po’ di spazio.

    Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia calcarea consentono al visitatore di accedere nella parte più profonda e più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da miriadi di stalattiti. In questo luogo si rinvengono la pozza e la pila di Santa Lucia, un’interessante conca piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli infatti vi intingono le dita e si bagnano gli occhi.

    A destra dell’entrata, a qualche metro dall’ingresso, è l’altare di san Raffaele, con una nicchia che custodisce il complesso statuario, costituita dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male e da un cane, segno di fedeltà.

    Sulla parete sinistra, in prossimità  dell’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, che presenta la statua della Madonna, di circa 70 cm di altezza, e un piccolo angiolo sulla spalla sinistra.

    Sulla parete destra e frontale della spelonca si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata: A destra sono presenti gli affreschi dei Quattro evangelisti, (pressoché indecifrabile), dei Tre personaggi aureolati (il Cristo, al centro dalla interessante tunica rossa virgolettata da squame di pesce, affiancato forse dal protomartire di Cagnano, Santo Stefano, e da un altro monaco che regge un libro,  forse Pacomio  monaco basiliano di cui si legge la scritta) e  della Madonna col bambino, di probabile epoca paleocristiana, come attestano il manto rosso, un omega e altri criptogrammi. Pressoché frontale è raffigurato un Crocifisso.

    Dal mese di maggio 2002   in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di Santo Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta era stata già scelta dal padre.

    Leggende cagnanesi

    Secondo la tradizione cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato bene accolto, e prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora.

    Le tre località menzionate dalla tradizione orale cagnanese, hanno un fondo di verità storica, sottendendo le relazioni esistenti tra le tre località menzionate. Ricordiamo che nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; che nell’XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo in territorio di San Marco in Lamis), e che nel XII secolo il Monastero di San Matteo, Cagnano e altri casali e/o feudi, erano compresi nell’Honor di Monte Sant’Angelo. Si pensa pertanto che dovette essere naturale diffondere anche a Cagnano, come del resto anche in altri centri garganici, il culto dell’Arcangelo San Michele, ormai ben radicato e produttivo nella cittadina di Monte.

    Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano era stata già adibita al culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel 1054. Si sa per certo che nel 1678 la chiesa di San Michele viene ricordata durante la visita dell’arcivescovo V.M. Orsini.

    La leggenda vuole che vicino alla parete destra della grotta di Cagnano l’arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e sulla parete sinistra  sia rimasta impressa la traccia delle sue ali. Si tramanda inoltre che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato nel luogo oggi conosciuto sotto il nome Fontana di San Michele, dove è una sorgente, nelle adiacenze del centro storico di Cagnano. La tradizione vuole che il santo, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona:

    S’inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca come per cercare l’acqua, quando all’improvviso sgorgò per davvero dalla roccia acqua fresca e pura.

    E’ nata così la sorgente detta appunto di San Michele, una fonte che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano. 

    Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, l’Arcangelo giunse in un bosco, dove fece un altro miracolo, trasformando una pozzanghera in una piscina, denominata appunto: Piscina di San Michele.

    Qua e là per il paese, ma anche nelle contrade di campagna i pastori collocavano la statua di San Michele affinché egli proteggesse le loro greggi, preservandole soprattutto dalla temuta peste.

    L’8 maggio e il 29 settembre di ogni anno cade ancora oggi la ricorrenza di San Michele. Le due date sono significative sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista economico e culturale. Esse erano legate alla transumanza che sin dai tempi antichi fu praticata nel Gargano e che dall’epoca degli Aragonesi divenne obbligatoria. Il 29 settembre le greggi scendevano dalla montagna e guadagnavano la pianura per poter trascorrere le fredde giornate autunnali e invernali, l’8 maggio, risalivano verso la montagna, assicurandosi in questo modo il pascolo per tutto l’anno. In queste date diversi paesi legati all’economia agricolo-pastorale decisero di istituire la fiera del bestiame, tra essi Cagnano Varano che nei giorni 8, 9 e 10 maggio deliberò di celebrare anche la festa dei santi patroni. San Michele, per volontà del decurionato e della confraternita di San Cataldo, nella prima metà del XIX secolo divenne, dunque,  conprotettore dei cagnanesi insieme a San Cataldo.

     

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    Saint Michael’s cave in Cagnano Varano

    Saint Michael’s cave in Cagnano Varano

     

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    Site

    Saint Michael’s cave in Cagnano Varano is situated in the north of Gargano (Apulia), at least 1 km from the southern seashore of the Varano’s lake and approximately 28 km from San Giovanni Rotondo. From the point of view there is the very interesting part on naturalistic, historical and religious. From the tradition it might have been visited even by Saint Francis of Assisi and Saint Pius from Pietralcina. Today it is a destination of tourism and religious pilgrimage: in fact, many visitors come everywhere from naturalistic and religious interests.

    History aspects

    Inhabitant since the Palaeolithic, as vouched for the report and other rests was recovered; the cave was haunted even in the age of the Neolithic and Classic. The cave used to the Archangel Saint Michael’s cult in the medieval era, but before was abode of other Pagan cult, it presumed, they left to trace even right now. The low relieve of a snake squat on an ancient Monolithic other reports in fact, a pre-existent Longobardo cult, the plant, the site the altars and the frescos rupestrian send to cults Pre-Christians: Mazdaic and Mitriac, Romans and Paleo-Christians.

    Description

    The cavern is a hollow of nature karsts 52 metres long, from 6 to 15.60 metres wide and from 3 to 7.2 metres height. The entrance is exposed to the south and prospect on the Saint Michael’s channel and on the Angel’s hill.

    You can reach to the cave crossing the sill of a gate, at the peak of the cave is positioned a niche who guesses Saint Michael’s statue. This statue has been substituted one of the most ancient and the original making; it has been stolen, in dated 1631 by Petranzeri.

    After you pass through a brief avenue followed from the flower bed and from a smelly oleanders, it reaches to the square opposite the cave, it adorns from a green and stitch hedge, nearby to whom you can see a well-reservoir and a bell tower called hermits of the prayer.

    In front of the church-cave is founded in a major part of the block of rocks from the grey colour, on whom to pick green branch of prickly pear, and from the smooth wall plastered of white, remade recently. The entrance is protected from a wrought-iron gate, new manufactured, interested by the Comunità Montana del Gargano. This gate was gone to substitute the 1932 and the wooden door dated in 1898.

    Inside the cave reigns a deepest silence and a low dim light product from the lights and some candle lighted by the devotes. To come out clearly to the visitor’s eyes the beauties of the cavern, constitute from the phenomenon of Karstism, from the similar wall to the natural frescos, from the spectacular shapes and changing. In the nearest of the entrance it plucked the varies shading off green, while the walls less exposed to the light of the sun, decorate it from niches, they are marked from grey and from the white calcareous rock. From the vault it hangs down the white stalactites.

    The flooring is constituted by the different stone rectangular shapes. On them it comes out here and there stalagmites and engraving by hand and feet, left from the believers before they go to the war or to return in a difficult mission.

    On your left of the entrance door you can find a small vestry and a holy water basin on octagonal shape. Inside of the vestry, on the front of the old altar plastered of white is effigied a reptile squat. His presence left to suppose the frequent time made by the Longobardi cult populations practising in the cave and they didn’t miss it in that zone. There is a conformation karsts behind the basin mentioned to the motivo del toro (the reason bull) present in the legend of the Archangel’s Saint Michael. Always in front on the left wall there is another interesting congregation calcareous represents Saint Michael’s wing.

    At the end, at the centre is situated the major altar, over hanged by a marble urn with 4 columns even in marbles, by the capital decorates who stores the Archangel’s statue, a faithful copy who venerates in Monte Sant’Angelo. The sculpture shows a teenager saint, with wing, who wears a short tunic of Longobardo’s style, the boots and the overall or mantle descent from the back. The right arm that holds the sword is bended behind of his head and the weapon seems to intimidate the demon, dragon, snake, tied with a chain to the left foot of the Archangel who tramples down the evil symbol. The expression of the Saint was very calm; on his head holds a crown with a cross on the top, a long curly hair has he got from the head to the shoulder. On his left arm there is a little shield with a script: Qui ut dues? The aspect of the demon looks like the animal from the pointed ears, the open mouth with the long teeth, while his forehead has deepest of wrinkles.

    In front of the altar there is a baluster. At the two sides of its was parallel and frontal until the year 2000 with two long seats in stones, today it is only one, this is situated at the right of the major altar: the other one was taken away, maybe for more space in it.

    Behind the altar, some stairs were excavated in the calcareous rock to access the visitor in a deepest part and in the most darkness of the hole; the vault is marked from the myriad of stalactite. In this location it came again the puddle and the basin of Saint Lucy, an interesting basin full of water, originated from the continuous stillicide, it kept for the eye miraculous. The believers in fact, they touch the water with the fingers and they wet it on their eyes.

    On your right of the entrance, some meters of a hall, there is a Saint Rafael’s altar, with a niche who store the statuary complex, constitute from the statue of the Saint, 80 centimetres height, with a bar on his hand, in the act to beat the symbol of the evil and a dog, a sign of the fidelity.

    On your left wall near the altar’s major, is the altar of the Annunciation, more modest, that represent the statue of Our Lady almost 70 centimetres height, and a small corner on your left back.

    On the right wall and the frontal of the cavern you can see painting on the rock in unknown epical: To the right it exists the frescos of Four Evangelists, (almost illegible), from three halo personating (the Christ, at the centre from the interesting red tunic to put in commas from the fish scale, next to maybe from the proto martyr of Cagnano, Saint Stephen, and another monk who hold the book, maybe Pacomio a Brazilian monk to whom you can read the script) and the frescos of Our Lady with a child, probably the epical Paleo-Christian, as it vouched the red mantle, an omega and other Christ grams. Almost the frontal is represented the Crucifix.

    From the month of May 2002 nearby the higher altar the believers’ red very impressed in the rock of the calcareous cave the effigy of Saint Pius of Pietralcina. In fact, it looks not very new when the Second World War conflict this cave was chosen already by the Father Pius.

    Cagnanese legend

    According to the Cagnanese tradition, the Archangel is passed to the cave of Cagnano after being escaped from Saint Mark, because the Saint hasn’t been well received, and before to go to Monte Sant’ Angelo he definitely fixed his abode.

    The three locations mentioned from the Cagnanese oral tradition, they have a thorough historical truth, subtending the existence relations between the three locations. We remember in 969 the feud of Cagnano was conceded in benefit to Saint Michael Sanctuary in Monte Sant’Angelo; in the XI centaury, when the Normans replaced the Longobardi and the Byzantiums, Cagnano was up feuded by the monastery of San Giovanni de Lama (nowadays Saint Matthew in San Marco in Lamis territory), and in XII century Saint Matthew’s monastery Cagnano and other hamlets or feuds was included in honour of Monte Sant’Angelo. It thinks therefore, the news could be in a natural spreading even in Cagnano and the rest of the other Garganici towns, the cult of Archangel Saint Michael is well rooted and productized in a small town of Monte Sant’Angelo.

    Probably in XI century the Saint Michael’s cave in Cagnano Varano has been already set to the micaelico cult, as it left to suppose the subpoena in a Chartula offertionis, signed in Devia in 1054. It knows for sure in 1678 the church of Saint Michael comes to remember the visited of the archbishop V.M. Orsini.

    The legend wants that near the right wall of the Cagnano’s cave the Archangel has left trace of his horse and on the left wall may leave to recall the trace of his wings. It hands down moreover while he continued his voyage to Monte Sant’Angelo, he has stopped in a location well known the name of Fontana di San Michele (Saint Michael’s fountain), in where there is a water rising at the surroundings of the historical centre of Cagnano. The tradition wants the Saint tired and thirsty has searched the relief in the zone:

     

                He kneed, he posed his hands on the floor to get close with the mouth as for searching the             water, when suddenly the waters really gushed out from the rock fresh water and pure.

     

    So it was born the spring water exactly “La Fontana di San Michele”, a fountain for centuries quenched the Cagnanese populations.

    More ahead, pursuing his way to Monte Sant’Angelo, the Archangel went in a bush, where he succeeded another miracle; he transformed a puddle into a pond, denominated exactly: Piscina di San Michele (Saint Michael’s pond).

    Here and there at the town, but even in the farm’s districts the shepherds placed the Saint Michael’s statue in order that he protected their flocks, persistently from the fears of the plague.

    Every year the 8th of May and the 29th of September falls even today the anniversary of Saint Michael. The two dates are significant for the religious reason and for the economical and cultural reason. They were merged to the transhumance since from the ancient time was practised in the Gargano and from the epical of the Aragonese becoming compulsory. The 29th September the flocks came down from the mountain and earned the plain land for spending the chilled days in autumn and winter time, the 8th of May, the flocks climbed up through the mountain, to make sure to graze for a whole year. In these dates different towns merged for the economy of the agriculture-pastoral decided to initiate the cattle-fair including Cagnano Varano in the 8th until 10th of May to celebrate even the events of festivity of its patron Saints. Saint Michael for the will of the decurionate and the Saint Cataldo’s fraternity in the half of XIX century and become a co protector the Cagnano population together with Saint Cataldo.

     

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    Ringrazio i colleghi del liceo linguistico di Cagnano Varano per la traduzione.

     

    April 17

    La grotte de Saint Michel à CAGNANO VARANO

    • La grotte de Saint Michel  à CAGNANO VARANO

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    EMPLACEMENT

    La grotte de Saint Michel à Cagnano Varano, est située au nord du Gargano (Puglia) à moins de 1 Km. du bord méridional de la lagune de Varano et à 28 Kms. environ de Saint Giovanni Rotondo. Elle est très intéressante du point de vue naturaliste, historique et religieux. Selon la tradition, il résulte, aussi, qu’elle a été visitée par Saint François et par Saint Pie de Pietrelcina. Aujourd’hui elle est destination du pèlerinage touristique et religieux : des visiteurs provenant de toute part y convergent poussés par des intérêts religieux et naturalistes.

     

    Signes historiques

    La grotte, habitée depuis le Paléolithique, comme l’attestent les pièces lythiques et d’autres restes retrouvés, fut fréquentée en âge Néolithique et Classique aussi. Elle fut destinée au culte de l’Archange Saint Michel déjà au Moyen Age, mais auparavant elle fut le siège d’autres cultes païens, comme le laisse supposer des traces toujours présents. Le bas-relief d’un serpent trapu sur un ancien autel monolithique atteste en effet un préexistant culte lombard;  le plan, le site, les autels et les fresques rupestres renvoient aux cultes pré chrétiens  relatifs aux cultes du mazdéisme et mithriaque, romains et paléochrétiens.

     

    Description

    La caverne est une cavité de nature karstique longue 52 m., large des 6 aux 15,60 m. et haute de 3 à 7,20 m. Son entrée est exposée  au sud et donne sur le canal de Saint Michel et sur la Vallée  de l’Ange. On accède à la grotte en franchissant le seuil d’une grille, à sa sommité, une niche est positionnée où il y a la statue de Saint Michel. Cette statue est allée remplacer une autre plus ancienne et de facture originale, qui a été volée (datée 1631 de Petranzeri).

    Après avoir parcouru une brève avenue, côtoyée de parterres et de lauriers odorants, on arrive au parvis de la grotte, orné par une verte haie à côté de laquelle on remarque un puit-citerne et un clocher qui appelait les solitaires à la prière.

    La façade de l’église- grotte est constituée en grande partie de grosses pierres rocheuses de couleur grisâtre sur laquelle se détachent des branches vertes de figuier de Barbarie, et par un mur lisse, crépi de blanc, refait récemment. L’entrée est protégée par une grille de fer battu de nouvelle facture, intérêt de la Communauté Montana du Gargano. Cette grille est allée remplacer celle du 1932 et la porte en bois datée 1898. Dans la grotte règnent silence profond et clarté légère donnée par des lumières et allumée par quelque cierge des fidèles. Aux yeux du visiteur émergent clairement les beautés de l’antre, constituée par le phénomène du karstique, des murs semblables aux fresques naturelles, des formes spectaculaires et changeantes.

    En proximité de l’entrée se détachent les différentes nuances de vert; pendant que les murs moins exposés à la lumière du soleil décorés par de niches sont marqués par le gris et le blanc de la roche calcaire. De la voûte pendent des stalactites blanches. Le pavage est constitué par des dalles de  pierre rectangulaire. Sur la dallage des stalagmites et des gravures de mains et de pieds émergent ça et là laissées par les fidèles avant de partir pour la guerre ou au retour d’une entreprise difficile. À gauche de la porte d’entrée on trouve une petite sacristie et un bénitier en pierre sur base octogonale.

    À l’intérieur de la sacristie,  sur la façade d’un vieil autel crépi de blanc, un reptile trapu est représenté. Cette présence laisse supposer la fréquentation de la  grotte par des populations qui pratiquaient le culte Lombard. Des conformations karstiques présentes derrière le bénitier mentionnent le motif du taureau présent dans la légende de l’Archange Saint Michel. Toujours plus avant, sur le mur gauche, il y a une autre congrégation calcaire intéressante représentant l’aile de Saint Michel. Au bout, au centre, est situé le maître-autel, dominé par une urne de marbre avec quatre colonnes de marbres elles aussi avec des  chapiteaux décorés qui ‘  garde’   la statue de l’Archange, copie fidèle de celle qui est vénérée à Monte Saint Angelo. Cette sculpture montre un adolescent saint, ailé; il a une tunique courte de style lombard, des chaussures et un manteau qui descend des épaules. Le bras droit qui soutient l’épée est replié derrière la tête et l’arme semble effrayer le démon, dragon, serpent lié avec une chaîne au pied gauche de l’Archange qui piétine le symbole du mal. L’expression du Saint est sereine, la tête porte une couronne sur laquelle il y a une petite croix .Le visage est encadré par des boucles qui descendent sur le cou. Sur le bras gauche il y a un petit bouclier avec l’inscription : « QUI UT DEUS ? ». Le démon assume l’aspect d’un animal avec des oreilles pointues, la bouche ouverte qui laisse apercevoir les dents, tandis que le front est sillonné par des rides profondes. Devant l’autel il y a une balustrade. Des deux côtés en face d’elle, il y avait à la fin du 2000 deux longs sièges parallèles en pierre, aujourd’hui il y en a un seul, situé à la droite du maître –autel; l’autre a été enlevé, il semble, pour faire de la place. Derrière l’autel, quelques marches creusées dans la roche calcaire consentent au visiteur d’accéder à la partie la plus profonde et la plus sombre de la grotte dont la voûte est marquée par des myriades de stalactites. Dans cet endroit on retrouve la flaque d’eau de Sainte Lucie, une cuvette d’érosion pleine d’eau très intéressante, causée par la stillation continue, crue miraculeuse pour la vue. Les fidèles en effet trempent les doigts et ils se baignent les yeux. À droite à quelques mètres de l’entrée, il y a l’autel de Saint Raphaël, avec une niche qui garde le complexe statuaire. On trouve la statue du Saint, haute environ 80 cm. avec une verge en main, dans l’acte de piétiner  le symbole du mal et d’un chien, signe de fidélité . Sur le mur gauche, en proximité du maître-autel il y a l’autel de l’Annonciation, plus modeste. Il y a la statue de la Sainte Vierge, d’environ 70 cm. de hauteur et un petit ange sur l’épaule gauche. Sur le mur droit et face à la caverne on remarque des traces de peinture sur roche d’époque non précisée. À droite sont présentes les  fresques des Quatre évangélistes, (presque indéchiffrables) des trois personnages auréolés, ( le Christ, au centre, habillé avec une tunique rouge finement décorée à écailles de poisson, peut- être accompagné par le protomartyr  de Cagnano, Saint Etienne, et d’un autre moine qui soutient un livre, peut-être Pacomio, moine brésilien dont on lit l’inscription ), et la fresque de la Sainte Vierge avec l’Enfant, d’époque paléochrétienne  comme l’atteste le manteau rouge, un oméga et d’autres  Chrismes. Presque frontalement il est représenté un Crucifix. Depuis le mois de Mai  2002 en proximité du maître-autel les fidèles lisent gravée dans la roche de la grotte calcaire ,l’effigie de Saint Pie de Pietrelcina. Il semble que le fait ne soit pas nouveau car dans les années du second conflit mondial cette grotte avait déjà été choisie par le moine.

     

     

    Selon la tradition, l’Archange est passé pour la grotte de Cagnano après s’être enfui de Saint Marco en Lamis, parce qu’il n’avait pas bien été accueilli, et avant de se rendre à Monte Saint Angelo où il aurait définitivement fixé son domicile. Les trois localités mentionnées par la tradition orale de Cagnano ont un fond de vérité historique en sous entendant les relations existantes entre les trois localités mentionnées. Nous rappelons qu’en 969 le fief de Cagnano fut accordé en bénéfice au Sanctuaire  de Saint Michel à Monte Saint Angelo; qu’au XI siècle quand les Normands succédèrent aux Lombards et aux Byzantins, Cagnano fut sous- fief du Monastère de Saint Giovanni de Lama (aujourd’hui Saint Matteo en territoire de Saint Marco in Lamis) et qu’au XII siècle le Monastère de Saint Matteo, Cagnano et d’autres fermes ou fiefs étaient compris dans l’Honor de Monte Saint Angelo. On pense donc que ce fut naturel de répandre à Cagnano aussi comme dans d’autres centres du Gargano, le culte de l’Archange Saint Michel, maintenant bien enraciné et productif dans la petite ville de Monte. Probablement au XI siècle, la grotte de Saint Michel à Cagnano Varano avait déjà été destinée au culte du Saint comme le laisse supposer la citation dans une « Chartula  offertionis » griffée en Devia en 1054.

    On sait avec certitude qu’en 1678 l’église de Saint Michel est mentionnée pendant la visite de l’Archevêque V.M. Orsini. La légende veut que près du mur droit de la grotte de Cagnano l’Archange ait laissé les empreintes de son cheval et sur le mur gauche soit restée gravée la trace de ses ailes. On raconte, en outre, que pendant qu’il continuait son voyage pour Monte Saint Angelo il s’est arrêté dans l’endroit connu, aujourd’hui, sous le nom de « Fontaine de Saint Michel », où il y a une source dans les proximités du centre historique de Cagnano. La tradition veut que le Saint, fatigué et assoiffé, ait cherché du réconfort dans la zone :

    ·        Il s’agenouilla, posa ses mains à la terre pour se rapprocher avec la bouche comme pour chercher de l’eau, quand subitement jaillit vraiment de la roche de l’eau fraîche et pure.

    La source appelée de Saint Michel, désaltéra pour plusieurs siècles la population de Cagnano. Plus en avant, en continuant son chemin pour Monte Saint Angelo, l ‘Archange arriva dans un bois, où il fit un autre miracle, en transformant  une flaque d’eau en une piscine, dénommée « Piscine de Saint Michel » Ça et là par la ville, mais aussi dans les quartiers de campagne les bergers plaçaient la statue de Saint Michel pour qu’il protégeât leurs troupeaux en les préservant surtout de la peste. Les dates du 8 Mai et du 29 Septembre de tous les ans tombe, encore aujourd’hui , la récurrence de Saint Michel. Les deux dates sont significatives soit du point de vue religieux, soit du point de vue économique et culturel.

    Elles étaient liées à la transhumance qui fut pratiquée dans le Gargano depuis les temps anciens et que dès l’époque des Aragonais devint obligatoire. Le 29 Septembre les troupeaux descendaient de la montagne et ils gagnaient la plaine pour pouvoir passer les journées automnales et froides d’hiver; le 8 Mai, ils remontaient vers la montagne en assurant de cette manière le pâturage pour toute l’année. À ces dates, plusieurs petites villes liées à l’économie agricole-pastorale décidèrent de fonder la foire aux bestiaux, parmi eux aussi Cagnano Varano qui les 8, 9 et 10 Mai décida de célébrer la fête des Saints Patrons. Saint Michel par volonté de la Décurie et de la Confrérie de Saint Cataldo au cours de la première moitié du XIX siècle devint co-patron des habitants de Cagnano avec Saint Cataldo.  

                         

    April 13

    Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino

     

    Il barone Luigi Paolo Brancaccio, principe di Carpino e duca di Cagnano, tratto da "L'agonia feudale e la scalata dei galantuomini, ..." di Leonarda Crisetti Grimaldi

     

     

     

    Cagnano, PaLAZZO BARONALE, FACCIATA SUD-ORIENTALEpalazo baronale, scalinata interna

     

     

    La terra di Cagnano, che aveva acquisito titolo di Ducato nel 1628 con Giulia d’Aiello, suocera di Alonzio de Vargas, [dal quale l’aveva comprata due anni prima con la somma di 10.000 ducati], pervenne ai Brancaccio circa cento anni dopo, quando il feudalesimo era già agonizzante.

    Ricordiamo che questo sistema economico e politico penetrò nel Mezzogiorno- e quindi anche a Cagnano - con i Normanni, giunti in Italia al tempo delle Crociate. Prima mercenari alle dipendenze di Bisanzio, questi uomini del Nord finirono col sostituirsi ai bizantini, acquistando titoli di duca, conte e persino re.

    I feudi passarono, poi, da un signore all’altro, in base alle circostanze storiche, a loro volta connesse a quelle economiche e militari. Poteva accadere – com’è accaduto- che il sovrano, il quale aveva ottenuto un appoggio militare, togliesse il feudo ad un signore e lo concedesse ad un altro.

    È il caso della terra di Cagnano che nel 1497, per volontà di re Ferdinando d’Aragona, passò dalle mani dei Di Sangro a quelle dei Mormille.  Bisogna tener presente, quindi, che nel tempo in cui la terra era considerata un bene del sovrano, egli l’adoperava come voleva, utilizzandola come merce di scambio, per ricompensare parenti e amici, sostenitori e aiutanti.

    Poteva accadere, inoltre, che i feudatari volessero disfarsi del bene, perché avevano altri interessi, o perché avevano scarsezza di capitali. Anche la Terra di Cagnano passò, dunque, di mano in mano a diversi feudatari,1 finché giunse in quelle di Alonzio de Vargas, il quale, come si è detto, lo vendette poco dopo a sua suocera, pagando una cifra modesta e, per linea femminile, giunse nel 1738 ai Brancaccio, che la possedettero fino al 1806 allorché, in seguito alla leggi eversive, insieme alla feudalità furono cancellati i privilegi dell’aristocrazia. 

    A Cagnano, dunque, nel 1750 c’era un solo possessore residente, che vantasse - come si diceva un tempo - sangue blu, il barone Luigi Paolo Brancaccio.   Di questo personaggio la memoria collettiva ha perso ogni conoscenza. Si conservano, tuttavia, tracce di questo personaggio nei toponimi “Do lLevise”, “Puscina Do mPàule”, “Canale di mPàule”,2 e soprattutto  in una leggenda tramandata oralmente, in una torre del palazzo baronale, nei vari strumenti di tortura e di morte con cui il principe avrebbe punito i cittadini ribelli e le donne che non si fossero concesse a lui.

    Il “ ius primae noctis” - che attraversa molte leggende popolari – avrebbe infatti costretto le neospose a trascorrere la prima notte di nozze in sua compagnia e, nel caso si fossero rifiutate, le aspettava la morte, in fondo ad una delle due torri del palazzo baronale, dov’erano state sistemate lance acuminate. 

    Sempre secondo la leggenda, il principe fu poi costretto a fuggire dal paese, di nascosto, dopo aver evitato il tiro di schioppetta di un anonimo carbonaro, tiro detto “alla minghiozza” per non essere andato a segno, attraverso un cunicolo che dal pozzo, situato nella corte centrale del palazzo baronale, gli consentì di uscire fuori dal paese.

    Fu così che cessarono finalmente le angherie e i soprusi del feudatario. Qui finisce la leggenda, ma quanta verità  è sottesa ad essa? Per porre luce sulla figura di questo personaggio, per ricostruire - attraverso la sua storia - l’identità di Cagnano al tramonto del feudalesimo, analizzeremo più dettagliatamente la fonte dell’Onciario, che riserva all’Illustre Possessore,  molte pagine e diverse rivele. Leggiamo dal documento che il nostro personaggio :

     

    Possiede molti beni stabili e mobili, burgensatici, come allodiali, giurisdizionali, come anco feudali, quali ne vengono descritti colla loro descrizione delli Feudali e Giurisdizionali e Burgensatici, ma sono portati nella di lui rivela tutti alla confusa, ed in tal maniera anco riportati all’attestato fatto da questa Magnifica Università per non aver la certezza, quali siano li corpi feudali, e giurisdizionali, come pure li burgensatici ed allodiali, dal che si è rimesso ai documenti, che dovranno prodursi dall’Ecc.mo Signor Duca per farsene la deduzione […].

     

    Luigi Paolo Brancaccio aveva acquisito fuoco a Cagnano e dimorava nel Palazzo [baronale] situato nell’eminenza di essa terra attaccato alla porta di essa, consistente in più membri superiori, e sottani. Il palazzo era un quarto diruto e veniva abitato da tutta la famiglia.

    All’epoca del Catasto onciario, quando entro la Terra di Cagnano si accedeva attraverso la porta [si presume fosse quella oggi nota come Arco di San Michele], il duca aveva 33 anni ed era sposato con la Duchessa Felicia Vargas, anch’ella di anni 33.

    Luigi Paolo e Felicia avevano sei figli, di cui Giovanni, primogenito di anni 10 dimorava a Napoli, le figlie, donna Ignazia (9 anni) ed Eleonora (7 anni) vivevano a Palermo, mentre Candida (6 anni), Maria A. (4 anni) e Giuseppa (1 anno) erano a Cagnano.

    Nel Palazzo, al contempo dimoravano diverse altre persone: il segretario (G. Campanile palermitano), i camerieri napoletani (M. Forlana e G. Torre moglie), la nutrice (C. Pastore), il maestro di casa (C. Lombardo), il repostiero (G. Grignaro di Calabria), due servitori (M. Cerrone e sua moglie Agnesa La Piccirella), il cuoco (D. Di Vita) e il sottocuoco (L. Pilatella), il calessiere (B. Capuano), il volante Tommaso Valente (anni 12).

    Il Duca possedeva il grande bosco demaniale della terra di Cagnano, popolato da cerri, faggi, querce, elici, orni,  ed altri alberi di legna morta. I confini di detto bosco erano segnati da: difesa di Santa Marena, Demanio di Carpino, Compromesso (tra Cagnano e Monte Sant’Angelo), Acquapendente, (San Marco in Lamis), Monte della Rosella, confine con Sannicandro, Difesa di Santa Maria di Tremiti- Santo Nicola dell’Imbuti, Cotino dello Spirito, Difensa di San Giacomo e Difesa dell’Università. Questo bosco rendeva ogni anno ducati 0,50 per uso di taglio di pannizza, 200 per fida d’erba,3 600 per fida di ghianne, mentre la fida di manna non era sottoposta a peso alcuno da parte dei cittadini.

    Il duca possedeva la defensa48 nominata Santa Maria, alias Santa Marena,  destinata in gran parte al pascolo. In tale difesa le università di Cagnano e di Carpino avevano, infatti, facoltà di pascolare la carravana4 dei bovi per tutto il tempo dell’anno, riservandola ai bovini e alle Pecore della Regia Dogana di Foggia, dal 25 dicembre al 25 marzo dell’anno successivo. Come compenso del diritto all’uso della Defensa di Santa Marena, il barone riceveva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba dei locati e 0,50 per uso di semina in terraggi.5     

    Possedeva anche la Difesa Fonte, confinante con le Difensole, il demanio dell’Università di Cagnano e la Mezzana del Punito, che produceva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba e 0,05 per uso di semina in terraggi. Tale difesa era situata “tra li grotti delli Servitori, la Difensola di Cagnano e la strada che si va da Cagnano a Carpino sopra la via del Piano”. La defensa era “riserbata dal 29 settembre a tutti li 24 di marzo per li animali solamente indomiti, mentre gli animali domiti ponno pascolare in ogni tempo”.

    Il Duca possedeva il Compromesso, “un pezzo di bosco sassoso e macchioso arbustato ad arbori di quercie, cerri e fagi”, goduto in promiscuità con l’illustre Possessore della città di Monte Sant’Angelo, che “confina colli Demanj di Monte Sant’Angelo e Bosco demaniale della Terra di Carpino”, e che gli produceva una rendita di 30 ducati: 10 per uso d’erba e 2 per uso di querce, cerri e faggi. 

    Il Duca possedeva “tre puzzacchi a Bagno da pescar pesce una con la casetta attaccati al lago di questa terra, che fruttava docati 40”- come risulta dalla rivela del 1743, mentre l’Onciario del 1750 parla di “foresta del pesce a Vagno con tre puzzacchi per l’uso d’inserrare il pesce d’inverno, che soleva rendere all’epoca 60 ducati”.   

     

     Possedeva, inoltre, una vigna con torre, pozzo d’acqua sorgente e uliveti a San Rocco, confinante con  la piscina vecchia e strada pubblica che va a San Pio (Carpino), la cui rendita fruttava 7 ducati annui, e un’altra dietro la Defensa di Santa Marena alla Masseria del Pozzo d’Acquasorgente, con alberi d’olive e con diverse abitazioni, dalla rendita annua di 32 ducati.

    Possedeva, ancora, diverse Mezzane di uliveti,4 olivastri, orni, ad uso d’erba: la Mezzana Sant’Angelo, a confine con la Difesa Regia (di Cagnano) adibita a pascolo, popolata di arbusti di olive e orni per la raccolta della manna, e una mezzanella di 12 versure, anche questa ad uso di erba e con orni per fare la manna, sempre in zona Sant’Angelo, confinante a ponente con la Difesa Regia e a levante con la Difesa Pozzone; la Mezzana del Punito, tra il Piano di Cagnano e la Difesa a ponente; la Mezzana olivetata ad uso d’erba detta di Murrilli, situata sotto la cappella di Santa Maria dello Rito, [oggi in pieno centro abitato di Cagnano], a confine con la via pubblica che porta al Pantano Il doc. del 1750 cita nel complesso 6 mezzane ad uso erba con oliveti, dalla rendita annuale di 96 ducati e un uliveto a Sant’Angelo, rendita 25 ducati. Possedeva un orto di fichi attaccato al Ponticello, vicino al lago Varano, che secondo l’affitto rendeva 4 ducati all’anno.

    Possedeva territori seminativi demaniali: uno denominato Vicenna [ oggi Avicenna], che sta sotto li grotti delli limitonj, [nei pressi dell’attuale casello ferroviario di Carpino], che rendeva 53 ducati all’anno; altri intorno all’abitato di Cagnano nelle zone di Valle di San Giovanni, Rena, Pontone di Rauccio, Piscinelle, Piscina di don Scipio, Solagna, Valle Jannina, Valle di Sbaccio, Smarrella, Sant’Agata, Gricisco, Tonza (coppa?) di Schiavone, Piano del Pozzo, Costa di Gioffo, Pontone di Pio Riccio, Costa di Vagno, Codacchjo, Coppa Roscia; altri nei pressi di Difesa della Fonte, Castel Guarnero, Cotino della Carbonara, Sellina del Pontone smuzzo.

    Da tutti questi terreni seminativi, ad eccezione di Selva Piana e sue Contrade demaniali, il Duca esigeva il terratico in grano, orzo e fave, a ragione di un tomolo e mezzo a versura.5 In questo territorio erano collocate diverse piscine, la cui acqua era fruita anche dall’Università e dai  privati non senza pesi.

    Possedeva la Taverna che soleva affittare a 80 ducati [100 in altra rivela], tre trappeti per macinar olive, di sotto di essa Taverna, esigendone da tutti i cittadini la quinta dell’oglio, un carlino per imposta di macina e la spesa ai trappitari. I trappeti tra fertile e infertile fruttavano una rendita di 500 ducati annui.

    Il duca era proprietario di un palazzo in parte abitato da lui, dalla sua famiglia e dalla servitù;  di una cantina da tenersi vino; di un magazzino da conservare olio, situato sotto la casa della Cappella del Santissimo, dove abita certo Bacale Gerolimo. Possedeva animali da industria: 160 scrofe grosse [rendita carlini 15 a pezzo]; 500 porcastri [rendita 15 carlini a pezzo, più porcelli 800, rendita di 534 duc.]; 40 verri, la cui rendita era liquidata per 80 ducati; 20 vacche, dalla rendita di 80 ducati; 8 bovi per la semina; 2 muli per il calesse; 1 mulo per servizio della casa; 1 cavallo da sella per proprio uso.

    Oltre ad esigere il terratico e la fida dai cittadini, il duca riscuoteva dalla Regia Dogana di Foggia 350 ducati per il pascolo invernale delle pecore: docati 100 per ciascheduna difensa e della Fonte e Santa Marena, e docati 150 per anno per il pascolo delle pecore che anco vanno nelli demani di questo territorio.

    Nell’immenso bosco di Cagnano, dove non mancavano piccoli allodi in mano a bracciali, coloni, pastori e massari, Luigi Paolo Brancaccio era tenuto a rispettare gli usi civici dei cittadini, grazie ad uno strumento d’acordio, stipulato del 1617, sottoscritto tra l’Università e gli antichi possessori, esigendo ducati 500 all’anno:

     

    nel suddetto pagamento che fa l’Università, viene compreso l’atto possessoriale che i cittadini godono, cioè di pascolare, legnare, ghiandaie, tagliare per uso di scandole, forcelle, sandali, travi, travicelli, ed ogni altro bisognevole anco per industria, che in tutto somma ducati 1350.

     

    Il duca esigeva, inoltre: ducati annui 50 per la portolania ceduta all’università;6 ducati 100 per il censo del Capitolo di ducati 2000 al 5%; ducati annui 18 per li baglivi del bosco;7 ducati annui 140 per li molinj ceduti all’Università di Cagnano; ducati annui 140 per il Capitale comprato dagli eredi D’Auria; ducati annui 136 per la bagliva ceduta all’Università; 8 ducati 85 annui per l’istrumento di Donna Felice; li proventi nelle cause criminali (il cui cespite è incerto); ducati 900 annui di proventi per fida di animali forestieri vaccine, giumentine e porcine, che pascolano nel succitato bosco; ducati annui 100 di diffida per pascolo abusivo di animale;9 per il pascolo dei cittadini del luogo [ grana 15 per ogni animale vaccino e giumentino, grana 20 a porco, grana 5 e mezzo a pecora e capra]; grana 20 a vaccina e giumentina e grana cinque a porco in ogni annui per fida d’acqua; un rotolo per ogni orno inciso [kg 0,890] per estrazione di manna. Il Duca possedeva inoltre la mastrodattia,10 che soleva affittare, traendo un profitto di 60/70 ducati annui.

    Riguardo alle esazioni per fida d’acqua ed estrazione di manna, il Decurionato considerò che si trattava di richieste non dovute, le quali avevano originato le controversie tra Università e duca. Si legge, perciò:

     

    il Duca esigge un rotolo di manna da mannaiolo cittadino, che va ad intaccare l’orno nel bosco d’essa terra e difense dell’Università e li altri ancora, benché indebitamente e contro ogni dovere, di modo che quando per detta manna, deposito seu esazione d’animali, fida d’acqua, trappeti e sopra altri corpi, ne pendono controversie tra questa università e detto Illustrissimo possessore. 

     

    Va ricordato che non era agevole raccogliere manna dagli orni, come attestano questi versi affidati alla tradizione orale:

     

    Chiia c’à dda dannecà à dda jì a lla manna

    Ca c’à dda dannecà pe la fortuna

    So’ rrumaste scàveze, nude e ssénza panne

    E ssénza zuculèdde a lli scarpune.11

     

    Alla pesantezza del lavoro, andava sommata allora quella delle tasse, dei tributi e delle prestazioni. 

    Come ciascuno può notare, il documento non si riduce ad effettuare l’elenco dei beni richiesto, essendo presenti diversi spazi in cui i verbalizzanti-relatori commentano il comportamento del Duca riguardo a diritti non dovuti: vedi l’accento posto sulle esazioni arbitrarie pretese “contro ogni dovere da’ cittadini secolari”.

    Se si considera il contesto storico del documento [il secolo dei lumi] si potrebbe ipotizzare che le idee illuministiche contro l’assolutismo e lo strapotere dei baroni germinassero anche nell’“intellighenzia” cittadina del luogo, oppure che si volesse mirare solo ad una sostituzione di potere.

    E’ da notare, in ogni caso, lo spirito critico e il coraggio del Decurionato insieme alla deferenza mostrata verso il barone [Ill.ma casa, Ecc.mo], che, tuttavia, non sembra essere assoluta.

    Dunque, data la vaghezza delle dichiarazioni, l’amministrazione comunale invitò il Duca ad esibire gli atti dovuti, ma l’incertezza evidenziata dagli estensori del rilevio del 1743, non è stata del tutto cancellata nella versione definitiva del catasto onciario, laddove il Duca fu invitato nuovamente a presentare una più puntuale e circostanziata documentazione.12

    Mettendo a confronto diversi documenti si riesce, tuttavia, a quantificare in qualche modo l’estensione dei beni posseduti dal Barone, corrispondenti grosso modo a 312 carri, pari a circa 7652 Ha [l’87% della terra di Cagnano], di cui la parte più rilevante era costituita dal Bosco demaniale.

      

    Va considerato, infine, che, com’era nella logica condominiale dei feudi napoletani, al Principe era concesso l’usufrutto e non la proprietà della terra, mentre ai cittadini erano riservati gli usi civici.15

     

      

    Cenni sulla storia di famiglia e stemma Brancaccio

    Dai documenti risulterebbe che la Casata dei Brancaccio, appartenente probabilmente alla dinastia Brancaccio Napoletana, con Pietro si sia trasferita nel Regno di Sicilia.

    Faceva parte del ramo detto Imbriachi, il cui stemma vedeva raffigurate in campo azzurro quattro zampe di leone, le quali cercano di agguantare tre aquile al volo, dipinte di rosso e posizionate su un palo d’argento, situato al centro, o - come si legge nel documento-  uno stemma “di azzurro a quattro branche di leone d’oro, divise da un palo d’argento caricato da tre aquile di rosso al volo spiegato”.  Dall’Onciario apprendiamo che i Brancaccio s’imparentarono con i Vargas, che già possedevano le terre di Cagnano e di Carpino. 

    Don Luigi Paolo Brancaccio, nato a Palermo nel 1703 da Ignazia Muscella e dal marchese Giovanni I ereditò, infatti,  dal padre il titolo di Marchese della Guardiabruna, e, tramite il matrimonio contratto nel 1738 con Felicia Vargas, Principessa di Carpino e Duchessa di Cagnano, il titolo di Principe di Carpino e Duca di Cagnano. Egli perciò fu nominato Marchese della Guardiabruna, Duca di Cagnano e Principe di Carpino.

    Luigi Paolo Brancaccio capostipite dell’ultima famiglia feudale del luogo- amministrò le succitate terre per 17 anni e morì nell’anno 1776.  I figli di Luigi Paolo e di Felicia assunsero il cognome Brancaccio-Vargas.

    Donna Felicia morì all’età di 52 anni, allorché le terre di Cagnano - Carpino passarono nelle mani di Giovanni, primogenito maschio, fratello gemello di Ignazia, nato nel 1739.

    Quando Giovanni ereditò il feudo [nel 1755], aveva 16 anni e fu principe di Carpino e duca di Cagnano per 39 anni. Nel 1771 Giovanni convolò a nozze con Camilla, figlia dell’aristocratico Nicola Pirelli.

    Dopo un anno di matrimonio, Giovanni e Camilla misero al mondo un bambino di nome Luigi Paolo, come il nonno, il quale entrò in possesso delle due terre alla morte del padre, avvenuta nel 1794, e le mantenne per altri 12 anni.

    Nel 1806 Luigi Paolo II sposò Donna Anna Maria Caracciolo, figlia di don Petraccone. A Luigi Paolo II successe il secondogenito Pietro [da don Petraccone], duca dal 1831, dato che il primo nato chiamato Giovanni,  era morto quando aveva solo  due anni di età.

    Dal 1806, quando le leggi eversive cancellarono la feudalità, i principi rimasero tali solo di nome e, insieme alla giurisdizione, perdettero ogni altro diritto feudale. L’ultimo principe di Carpino e duca di Cagnano, fu pertanto Luigi Paolo Brancaccio II, figlio dei Giovanni e di Camilla Pirelli. 

     

    piscina a cielo apertoPAPAZZO BARONALE, FACCIATA SW


     

     


    1 Signori feudali della terra di Cagnano: Casato della Marra [1326- 1483], Giovanni Di Sangro [1483-1497], Troiano e Fabrizio Mormille [1497- 1583], Antonio Loffredo [che l’acquista nel 1526 per 38 mila ducati  e la tiene fino al 1593], Antonio Nava [1596], Alonzio de Vargas e Donna Zenobia Nava [1616-1680], duchessa Giulia d’Ajello, madre di Zenobia, che nel 1628 l’acquista per 10 mila ducati, conferendole titolo di ducato, Vargas - Cussagavallo […1703 -1732], Brancaccio [ 1738-1806]. Cfr. N. DE MONTE, Una Gemma del Gargano, Arti grafiche il Pescatore, FG, 1955, pp. 30-37; D’ADDETTA, Carpino, Ed. C. Catapano Lucera, 1973, pp.19-27; L. CRISETTI GIMALDI, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, Acropolis Manfredonia 1999, pp.19-21, .

    2 “Don Luigi”, contrada a est dell’abitato,  “piscina don Paolo”  a sud-ovest vicino a Puntone Raguccio, “canale don Paolo” a nord-est del centro abitato: toponimi in cui sicuramente la Casa ducale Brancaccio aveva delle proprietà. Può essere, però, che siano afferibili anche a Paolo della Marra.

    3 Fida: inizialmente facoltà del proprietario di concedere in affitto al locatorio dei fondi pascolatori, poi contratto dell’affitto degli erbaggi tra feudatario e Università per le terre a difesa, quindi sui demani universali e feudali.

    48 Difesa: area delimitata con siepi, argini, fossi, preclusa all’uso civico o al semplice pascolo, proibendo a chiunque di entrare. Le difese erano dei beni che appartenevano allo Stato ed erano originariamente sotto il diretto controllo del sovrano. Nel XVII secolo per la scarsezza di capitali furono vendute ai privati, in Terre civiche e proprietà collettive del Tavoliere, Gargano, Murgia ed Alta Murgia di Puglia, F. Mastromarco, Internet. “Su tutto intero il territorio  quando colui che lo possedeva avesse voluto precludere una parte all’uso civico, e anche al semplice pascolo consuetudinario dopo tagliate le messi, la chiudeva con siepi, argini e fossi, proibendo a chiunque di entrarvi. Ciò dicevasi mettere a difesa, dalla voce Franca difendere, proibire, e difesa dicevasi l’estensione chiusa. […]. Chi entrava in una difesa era sottoposto alla fida e, se non era desiderato, alla diffida. Si assistette, comunque, ad abusi sin dal tempo degli angioini, continuarono con i baroni, al tempo degli aragonesi e spagnoli e, con essi, le lamentele delle popolazioni, che ricorsero ai sovrani, come attestano le Prammatiche emanate per garantire i loro diritti. Anche la Commissione feudale si occupò mille volte delle questioni delle difese, nate “o da una speciale concessione del sovrano” o da “una formale convenzione dell’intera popolazione”. E. CIARDULLI, Della liquidazione degli usi civici, pag.3.

    4 Mandria dei buoi. 

    5 Cfr. Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Cagnano,  Atti preliminari ed apprezzo, busta n° 7127, Archivio di Stato Napoli (ASNA).

    4 Spazio adibito al pascolo e all’olivicoltura, situato al di sotto dei 300-400 m s.l.m.

    5 Contributo corrisposto in natura per il godimento di un pezzo di terra.

    6 La portolania era la carica più importante della città, che riguardava “il buon governo degli abitanti, la nettezza e lo sgombro delle strade, ed in generale dell’igiene pubblica; e comprendeva pure la visita a’ vascelli e alle barche, nonché alla qualità delle merci da sbarcare, per quanto rifletteva la pubblica sanità”. TETI, Il regime feudale, pag 56.

    7 “I baiuli o baglivi, erano scelti dai barone e riscuotevano per essi, o per appalti, la bagliva, che gli stessi baroni locavano anche a forza a’ cittadini del luogo.”  STEFANELLI, Memorie di Troia, pag 47.

    8 Nel bollettino delle sentenze della commissione feudale si legge: “Sotto il nome di bagliva – dice il comune- il barone esigeva carlini 5 per ciascun fuoco, 10 da ogni massaro di campo, grana 25 per somaro, grana 75 da coloro che avessero più somari, calini 10 da’ possessori di bovi.” Vedi Bullettino delle sentenze, 18/12/1809, Tra il comune di Carpino e il suo ex barone, ASNA.

    9 Diritto di proibire a chiunque di usare gli erbaggi e di esigere una multa dai contravventori.

    10 Il mastrodatta era il maestro d’atti, un funzionario che custodiva gli atti e che svolgeva anche funzioni giudiziarie come supplente dei giudici.

    11 Chi vuole dannarsi deve andare a raccogliere manna,/ perché ha da combattere con la fortuna/ sono rimasto scalzo, nudo e senza manna/ e senza cordicelle[ stringhe] agli scarponi. Versi consegnatici dall’ex colono Paolo Tarolla.

    12 Cfr.  Regia Camera della Sommaria, Patrimonio catasto onciario 1750-51, Cagnano,  buste n° 7127, 7128 e n° 7131, Casa Brancaccio, ASNA.

    13 Cfr.    Ricordiamo che 1 carro è l’equivalente di 24 ettari 52 ari 73 ca..

    14 Il documento precisa che tale territorio confina con il suddetto oliveto da levante, la difesa del Pozzone da borea, e la Difesa Regia da mezzogiorno, … che è stato tratturo dell’Università corrispondente al vado della valle Sant’Angelo al pantano, oggi occupato da detto Illustre possessore.

    15 Cfr. L. LOMBARDI, Gli usi civici nelle provincie napoletane, ed. Brenner, Cosenza 1882.

    April 10

    Atti del Convegno nazionale sulla “Formazione umana e culturale di Pietro Giannone”

     

     

    a cura di Giuseppe De Matteis, Edizioni “Centro Grafico Francescano” Foggia 2007

     Recensione  di LEONARDA CRISETTI

     

    giannoneIschitella.Monumento a Giannone 2

     

     

    In un articolo pubblicato sul “Gargano Nuovo” nel mese di luglio 2002, mi complimentavo sulla lodevole l’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Ischitella, sindaco dott. Vincenzo Basile, volta a celebrare Pietro Giannone, giurista e storico, uno dei personaggi di spicco della cultura italiana del ‘700.

    Era la serata d’apertura, addì 19 maggio 2002 ore 20, quando nella sala consiliare del comune che insieme allo stemma della cittadina garganica ostentava due ritratti del giurista, il primo cittadino precisava con orgoglio l’obiettivo dei diversi incontri in cui sarebbero stati dibattuti temi specifici afferenti all’illuminista garganico: far conoscere lo storico e il giurista Pietro Giannone, poco noto ai suoi concittadini, sconosciuto alle nuove generazioni, nonostante le diverse strade, piazze, edifici a lui intestati in molti luoghi.

    Gli “Atti” del convegno giannoniano sono stati poi curati del prof. De Matteis; essi non fanno riferimento a questo primo incontro, ma a quelli del 7 nov. 2003, che ha avuto luogo a Palazzo dogana (Foggia), e dell’8 nov. 2003, svolto nella Palestra annessa alla scuola  primaria “P. Giannone” (Ischitella). 

    Raccolgono i saggi  di: Giuseppe De Matteis, ord. dell’Università di Pescara (Introduzione, Attualità di Pietro Giannone, In margine ad un saggio del Spegno e nuove istanze critiche nel convegno nazionale su P- Giannone (22, 23 e 24 ottobre 1976-Foggia-Ischitella); Giuseppe Ricuperati, doc. all’Università di Torino (Il caso Giannone e la memoria: un’autobiografia come rifiuto della costrizione); Michele Dell’Aquila, dell’Università di Bari (La grigia scrittura di P. Giannone), Stefano Capone, dell’Università di Siena (Biografia ed autobiografia nel primo Settecento); Michele Rak, dell’Università di Siena (La poesia del “popolo civile”: Documenti per lo studio delle rime recitate nell’Accademia di palazzo del duca di Medinaceli, Napoli, 1698-1701); Anna Eleanor Signorini, Università di Siena (A proposito di un genere letterario del “popolo civile”: letteratura nella Vita scritta da lui medesimo, 1736, di P. Giannone; Carmela Lombardi, Università di Siena (Il ballo di Medinaceli); Rino Caputo, Università di Tor Vergata-Roma, Alcune osservazioni sulla lingua di Giannone: dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, Gennaro Tallini, Università di Cassino, “Filosofia laica”, cultura della crisi e crisi della cultura ne Il Triregno di P. Giannone; Filippo Fiorentino, ex preside e scrittore garganico, Dai luoghi natali a Napoli: le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di P. Giannone; Teresa Maria Rauzino, Centro Studi “Giuseppe Martella” (Ischitella, “patria” di Giannone, nel contesto socio-culturale garganico del  Sei – Settecento).

    Chiavi di lettura diverse, convergenti sull’obiettivo di estrapolare dai testi dell’autore dati utili a ricomporre il profilo “del più grande dauno di tutti i tempi”; saggi che, oltre ad onorare la memoria di Giannone, intendono recuperare il senso della memoria, l’attualità del giurista e dello storico ischitellano, i suoi punti di forza e di debolezza.

    “Atti” che consentono, “di ripercorrere il cammino di quell’avventura intellettuale e religiosa europea, partita da Ischitella, articolatasi tra Napoli, Vienna e le culture radicali ivi presenti”, per offrire al lettore la possibilità di entrare nei contesti garganico, italiano ed europeo, quelli in cui si collocano gli eventi vissuti e sofferti dal pensatore della Montagna del Sole.

    E già, perché, quando il mondo non era ancora un “villaggio globale”, Giannone ha dovuto peregrinare di luogo in luogo per avere avuto l’ardire di sostenere tesi contrarie all’agire e al sentire comune. Dalle vicissitudini descritte nell’Autobiografia è possibile inferire, perciò, che, in tempi non attraversati dalla globalizzazione, le notizie circolavano alquanto rapidamente: basti pensare ai timori non infondati dell’ischitellano di essere scoperto, quando era incalzato dalle persecuzioni.

    Saggi che permettono di annaffiare “una delle sofferte e tenaci radici della nostra stessa libertà di coscienza, che oggi dovrebbe diventare condivisa religione civile e transnazionale - per dirla con il prof. G. Ricuperati.

     

    Dagli “Atti” emerge il profilo dell’intellettuale europeo illuminista, di un umanista (dotto filosofo e giurista, nuovo storico, sensibile letterato), di un anticlericale convinto, e – fino ad un certo punto della vita- di un sostenitore forte dell’istituto monarchico.

    L’autore dell’Istoria civile e de Il Triregno, aveva nostalgia della Chiesa primitiva, quella fondata sul Vangelo, e sosteneva il primato della monarchia su quello ecclesiastico. Pur avendo notato il legame tra vita economica e politica, come risulta dagli spunti e aspetti non marginali sulla vita economica e sociale del tempo narrati nell’autobiografia, troppo intento a sottrarre i diritti politici al clero, però – considera De Matteis – egli non si rese conto di trascurare il peso dell’economia, motore della storia.

    Ciò nonostante, all’ischitellano, ghibellino, giurisdizionalista, regalista, riformatore politico e religioso, vanno riconosciuti i meriti di aver parlato di “libertà” e di rappresentare “un indispensabile oggetto d’indagine per capire la vasta e complessa realtà storica, politica e culturale del Settecento”, di essere stato il primo a richiamare l’attenzione dell’Europa sui problemi del Mezzogiorno.

     Nell’analizzare il contributo di N. Sapegno sulla riforma religiosa e sul Triregno, De Matteis trova che il critico non dà conto delle qualità della scrittura giannoniana, e sul fronte della chiarezza espositiva e su quello delle scelte sintattiche e lessicali, e neanche dell’aspetto didascalico di cui Giannone era consapevole. Contesta, dunque, a Sapegno il fatto di non aver dato peso adeguato alla Vita, che costituirebbe la premessa utile per comprendere la sua vicenda umana e intellettuale.

    Il saggio di Giuseppe Ricuperati ricostruisce – declinandolo autobiograficamente e dal punto di vista della memoria collettiva - il rapporto tra il caso Giannone e la memoria. Scavando questo tema affascinante, trova che l’intellettuale ha dovuto affrontare in condizioni drammatiche un bilancio esistenziale che lo ha costretto ad una ricostruzione analitica del tempo vissuto. Parte da un programma lontano, “a più voci”, per mettere a punto un’immagine nuova, presente sì nell’Istoria, ma soprattutto ne Il Triregno, così restituendo quei tratti della personalità giannoniana che “una parte feroce del suo tempo volle cancellare […], attraverso le opere che non circolano, per ricomporre il quadro di un uomo eccezionale, … . ”

    Memoria di sé che si fa letteratura nella Vita scritta da lui medesimo,  la quale porta alla coscienza i diversi lutti che l’intellettuale ha dovuto elaborare nella travagliata esistenza: e quando nel viaggio Ischitella-Napoli dovette recidere i legami con gli affetti familiari, e in quello che da Napoli lo condusse a Venezia, allorché dovette separarsi dagli amici, dalla professione, dai luoghi di lavoro.

    Il primo tratto memoriale recuperato da Ricuperati, affonda le radici nella prima formazione, negli affetti domestici (il legame con Ischitella, con il fratello Carlo, il padre, la madre, la compagna da cui avrebbe avuto due figli naturali, gli insegnanti). Il secondo tratto memoriale, che va dal 1723 al 1734, è segnato dalla “distanza” e dall’esperienza in un mondo diverso, “lontano dalla solarità meridionale”, dalle difficoltà (la difesa delle sue opere e della sua fede, il bisogno di affermare le proprie ragioni a dispetto di chi lo voleva morto, la consapevolezza di essere diventato intellettuale europeo (le opere sue tradotte in diverse lingue). Il terzo tratto memoriale è costituito dal viaggio di ritorno senza ritorno con le pause a Venezia e a Ginevra. L’ultimo tratto di memoria è segnato dal momento della scrittura tra una prigione all’altra.

    Al tempo di Giannone l’autobiografia era divenuto un costume. Nella Vita di i Giannone Ricuperati rinviene, però, una variante: “egli non sta cercando di affermare serenamente un’identità, cetuale o professionale - come hanno fatto altri -, ma reagisce ad una costrizione, che intacca profondamente i meccanismi della propria percezione”. Giannone, insomma, non è l’intellettuale che cerca riconoscimenti, ma un uomo che reagisce alla persecuzione. Nell’opera scritta da lui medesimo si difende, perché sa di essere costretto ad un’abiura e che ha di fronte a sé la prospettiva del carcere sicuro; egli è anche l’autore costretto a rinnegare la propria religiosità e le opere in cui è stata espressa. La ricostruzione della memoria autobiografica è dunque per lo studioso un’affermazione esistenziale, il mezzo che gli consentirà di continuare a vivere, che gli permetterà in futuro di riprendere a scrivere l’atto liberatorio.

    L’autore della Vita conquista finalmente con la scrittura quegli spazi negati dalla captività: i ricordi garganici (al minimo), il soggiorno napoletano (più definito e compiuto), il passaggio dal declino della potenza spagnola, ai Borbone di Spagna, agli Asburgo.

    Un pensiero in evoluzione, quello di Giannone, che si fa sempre più radicale soprattutto quando perde l’interlocutore significativo (i principi). Annodando le sue riflessioni intorno alle categorie spazio-temporali, Ricuperati considera, ad esempio, che gli spazi angusti del carcere ebbero effetto domino sulla memoria, intensificandola, ponendola a riferimento costante (Ape ingegnosa).

    Riguardo alla memoria collettiva, considera che se la lezione dell’Istoria, nel 1748, con il governo dei principi illuminati cominciava già a produrre esiti, quella di altre opere era occultata, dato che si cercò di nasconderla nel segreto degli archivi di stato, mentre, solo dopo la crisi dello stato liberale, finalmente, fu messa in luce la figura di Giannone.

    La lettura del prof. Michele dell’Aquila è incentrata sulla lingua, sul registro e sullo stile di Giannone, un tema trascurato dai critici del passato, impegnati a riflettere sulla sostanza delle tesi storico-giuridiche, religiose e filosofiche del grande intellettuale. Volge l’attenzione alle accuse mosse sotto questo profilo: “poco affidabile, capzioso, contraddittorio, prevenuto nel suo radicalismo”. Quella di essere stato “sfacciatamente plagiario” è la più forte. Accuse in parte giustificate – commenta Dell’Aquila- dato che la Storia civile si presenta come “un’opera a più mani”.

    La Vita, al contrario, poco apprezzata dai romantici “che non vi trovano: i colori e le varietà descrittiva di tante autobiografie settecentesche”, offre spunti interessanti per connotare lo stile di scrittura giannoniana. La critica recente è propensa “a riconoscere un certo vigore espressivo nella compattezza della grigia scrittura”. In quel grigiore, però, sottolinea il critico, quando si fa lenta la pressione intellettuale e si fa spazio al sentimento, ad ogni passaggio drammatico dell’autobiografia, la pagina si anima registrando “increspature e sommovimenti che la commozione produce”.

    Dell’Aquila riferisce, quindi, le tracce non rare dei “sommovimenti” dell’animo e della scrittura in quel carcere di Miolans, le premure di far conoscere il senso più vero e profondo della propria “avventura”, demistificandola, in qualche modo giustificando le poche battute con le quali liquida gli episodi legati all’infanzia e all’adolescenza garganica, con il bisogno di indagare sui “segni premonitori del futuro destino”. Giannone usa le metafore del mare “crudele e tempestoso, pieno di sirti e di perigliosi scogli, dove facilmente potrebbe urtare e sommergere” per esprimere la propria condizione, così piegando il genere autobiografico.

    Passaggi di scrittura meno fredda, più commossa ed espressiva, sono presenti quando l’autore esprime il piacere e la gioia di avere tra le mani “l’immensa mole di documenti da vagliare per la stesura delle sue opere [mi vidi atterrito dall’ardua impresa], nell’illusione alimentata dalla fuga da Napoli per recarsi a Vienna, nella denuncia dei loschi intrighi con cui si cercò di mettergli contro la plebe inferocita [per aver impedito lo scioglimento del sangue di San Gennaro], nella descrizione della necessità di cambiare nome, quando descrive la corte imperiale di Carlo VI, allora nel fasto della mollezza e corruzione. I toni sono tutt’altro che grigi nella cacciata da Venezia, dove aveva riparato, dopo aver lasciato Vienna, quando partecipa le speranze riposte nella libera città di Ginevra e nella ricostruzione dell’inganno che lo portò a sconfinare in territorio sabaudo – complice la Chiesa- che ostacolò sempre la divulgazione dei suoi pensieri e delle sue opere, e, infine, nell’arresto.

     “Vidi entrar con una lanterna più uomini armati, che parean tanti orsi; così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi  urli dissoni e confusi, si avvicinarono al letto, e postaci la punta delle lame alla gola, mostrarono volerci scannare.” (Vita, pag. 332).

    Il tema della lingua viene ripreso dal prof. Rino Caputo che, con il saggio Dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, vuole offrire testimonianza della formazione di Giannone, partecipare che il racconto delle vicende storico-intellettuali dell’ischitellano, sono da lui stese con una scrittura letterariamente controllata, “coerente con i principi teorici e con le modellizzazioni pratiche della lingua e dello stile coevi.”

    Stefano Capone parte dall’analisi etimologica e storiografica dell’autobiografia nel primo Settecento per puntare i riflettori sulla Vita di Giannone, scritta nel carcere di Miolans (1736-1737). Trova in essa un documento di notevole interesse storico (nelle vicende personali, l’ambiente di vita), umano (nel racconto di questo naufragio), letterario (un romanzo che si snoda in prima persona, dove l’Io narrante è al contempo personaggio principale). Trova eccezionale lo stile narrativo della Vita, il capolavoro letterario, un racconto che assume i toni della tragedia evitando, in ogni caso, la spettacolarità. La strutturazione dei tempi, dell’alternarsi degli indugi e della rapidità, danno prova di come la Vita sia stata concepita come romanzo, mentre lo sfondo è costituito dai poteri che oppongono illegalità e violenza al pensiero innovatore dell’intellettuale impegnato a comporre la società.

    Un romanzo con fiction, invenzione, mistificazione, che definisce un ritratto tutt’altro che neutrale dell’autore. Questa “mostra di sé – commenta Capone - è diversa da quella di altri scrittori del Settecento, perché mentre Vico, Casanova, Goldoni e Alfieri si predispongono a delineare un ritratto ideale, le fatiche di un successo conquistato, Giannone assume la prospettiva del perdente, di un uomo decontestualizzato dal suo tempo e dalle gioie della vita. Con lo stile dal tono, mai eroico, che oscilla tra “il sommesso e l’incalzante, tipico del prigioniero costretto in qualche modo all’abiura, Giannone racconta l’unica storia possibile: la difesa di sé e del suo onore vilipeso”.

    Anna Eleanor Signorini è attenta alle citazioni letterarie presenti nella Vita, motivate dal bisogno dell’autore di rafforzare e collegare i suoi discorsi, a suffragare teorie, accuse, superstizioni, a consolidare l’autorevolezza di tesi controverse o contestatrici, a modificare un’immagine della tradizione da lui ritenuta debole. Citazioni che spaziano nei contenuti (dalla scienza alle altre professioni e arti liberali, in forma indiretta ed esplicita) e nei tempi (dai testi biblici, a quelli greci, latini, medievali e moderni).

    La citazione – concorda R. Caputo –  è utile a valicare l’evento descritto, è il tributo ai classici e agli scrittori della letteratura italiana (Dante, Petrarca e Boccacio in particolare).

    Signorini, analizzando l’incipit della Vita, nel topos: “Io nacqui da onesti parenti”, individua la voglia dell’autore di far conoscere il suo rango, l’appartenenza alla piccola borghesia garganica del Regno, la “classe dei galantuomini” che cominciava ad emergere al tempo del Giannone, identificandosi soprattutto con il ceto degli avvocati, nello stesso tempo in cui quella dei nobili era in fase di declino e ridefinizione.1 Rango che si distingueva rispetto al popolo (la vile e succida plebe).

    Gennaro Tallini introduce il lettore nel contesto napoletano, presentando il comportamento degli intellettuali meridionali del tempo di Giannone “che facevano cultura nei salotti, nelle librerie, nei caffè, oltre che nelle Accademie, trasformando la stessa cultura del tempo in una forma di svago che era anche sinonimo di status sociale”, per legittimare in qualche modo le scelte giannoniane. Dell’ambiente che aleggiava in Napoli, infatti, si alimentò il giovane garganico, lo stesso espresso nell’Istoria e nel Triregno , “la più radicale negazione del papato”.

    Il critico considera che Giannone visse la crisi del Barocco, “la cultura della crisi che si fonda sulla perdita delle aprioristiche certezze assicurate ed anche materialmente esposte dal sistema scolastico/aristotelico della Chiesa di Roma”. E fu proprio la cultura della crisi - spiega Tallini - a spingerlo verso nuove vie. Nel Triregno, perciò, metodi e analisi moderne (Bacone e Galilei) si sovrappongono  all’impostazione retorica/trattatistica dei contenuti, in un connubio fatto di trattatistica e di scientificità.

    Filippo Fiorentino, nel ricostruire le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di Giannone, si chiede perché mai il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza sia stato ridestato dalla memoria solo “per qualche distillato episodio di spessore formativo”. Forse “perché era rimasto sepolto e stravolto dalla complessità emozionale, che l’urbs sanguinum aveva esercitato su di lui”? Pensa che dal borgo garganico, contrassegnato dalla povertà, dal dolore e dalla minaccia di morte, dalla formazione ricevuta nel circuito ecclesiastico non può aver ereditato “l’interpellanza civile e religiosa della propria coscienza”. Ma, probabilmente, come scrive Tommaso Nardella – proprio l’esperienza contratta e rassegnata nei luoghi natali e l’essersi sentito orfano di relazioni e di comunicazioni, tra abusi e illegalità di potere” devono aver costituito “l’anima culturale giusta per incontrare una nuova realtà umana”, e per di più, “mettersi in gioco con altre persone” e affrontare i problemi posti all’attenzione dell’uomo moderno.

    Ritiene che Giannone fosse animato da una paideia cristiana: denunciare la classe  baronale, rinnovare la Chiesa, educare la classe dirigente in trasformazione, “incominciando a mettere ordine nell’educazione dei giovani” per riformare il tessuto politico e sociale; che le basi della sua anima antropologica e cristiana fossero state gettate nei luoghi della sua origine e che nella pratica a Napoli, non ancora trentenne, fossero state consolidate, con le sue frequentazioni e i suoi studi.

    L’animo profondamente cristiano di Giannone  è stato alimentato nell’infanzia, dagli insegnamenti di don Gaetano Serra, maestro buono, probo e sano, nei due anni di accolito nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Ischitella, negli studi di filosofia sotto la guida di un frate francescano, nel sostegno affettuoso dello zio materno, don Carlo Sabatello.

    Teresa Maria Rauzino  s’interroga sul perché del “poco attaccamento” di Giannone alla sua terra d’origine - come risulta dal giudizio espresso da un altro grande garganico vissuto tra Sette e Ottocento, Michelangelo Manicone - dato l’esiguo spazio dedicato ad essa nelle sua autobiografia. Dopo aver riportato i cenni sulla “pia” e “savia” madre, Lucrezia Micaglia, sugli insegnamenti di grammatica dell’arciprete di Santa Maria Maggiore, la febbre altissima e la gracilità infantile, il padre Scipione che all’età di 15 anni lo indirizzò alla filosofia da un frate francescano, la decisione dei genitori di mandarlo a Napoli per frequentare la facoltà di giurisprudenza, spazia, pertanto, sulla realtà socio-politica di Ischitella patria di Giannone, allora feudo dei Turbolo e dei Principi Pinto, descrivendo le due visite pastorali effettuate nel 1675 e del 1678  dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII che metterà all’Indice l’Istoria civile del regno di Napoli scritta dal giureconsulto ischitellano.   La Rauzino amplia il suo saggio zummando sulle comunità garganiche e puntando i riflettori sulle condizioni della vita quotidiana delle popolazioni tra Sei e Settecento.  Lo stato sanitario deplorevole, le calamità naturali (sismi, siccità, alluvioni, gelate), la miseria causata da un’agricoltura di sussistenza e da scelte politiche poco rispettose dei diritti umani confermano l’ipotesi del sottosviluppo dei paesi garganici soprattutto nel secolo decimo sesto.  La situazione migliora nella seconda metà del Settecento, sia sul piano sociale, sia economico, prova ne sono la crescita demografica, la mobilità sociale (la scalata dei “galantuomini”) e la presenza di un certo fermento culturale (l’Accademia degli eccitati viciensi”).

    Giannone fu coraggioso, consequenziale, pertinace, “roccioso come il suo Gargano” - come già vide Pasquale Soccio; la sua linea di condotta fu una sola: contrastare le forze prevaricatrici e abusive del dispotismo, del baronaggio, della teocrazia. Se l’attualità del suo messaggio sta nella convinzione “che il potere deve scaturire dalla partecipazione delle varie componenti sociali” e che  quando non c’è partecipazione, c’è la “tirannia”, la “decadenza dei valori culturali e morali” – come risulta dalla lettura degli “Atti” - la lezione del più grande intellettuale garganico non può che essere di monito ai giovani di oggi.

     

     

     

     



    1 Per approfondire i mutamenti sociali tra Sette e Ottocento,  L.CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, … , Ed. Il Rosone 2007.

     

    April 09

    Il Varano: porticcioli sotto sequestro

    I porticcioli del Varano sotto sequestro

     

    Là dove c’erano le salicornie e piccole insenature-approdo dei sandali

    … ora è un area di cantiere sottoposta a sequestro

     

     inaugurazione scuola superiore 003porticcioli  ok

     

    Nella mattinata del 27 febbraio i pescatori del Varano – area di Cagnano – assistono ad un transito insolito di veicoli. Vedono scendere da detti mezzi di trasporto diversi funzionari, osservare qua e là, spostarsi, cingere di un nastro a strisce banche e rosse sia i mezzi meccanici in sosta sul lungo lago, sia le  zone in cui sono in corso il lavori dei porticcioli. Guardano meravigliati, curiosi.

    Raccolgo informazioni. Vengo a sapere che il cantiere dei lavori di sistemazione della strada lungo lago sull’istmo isola Varano è stato sottoposto a sequestro preventivo dall’ufficio circondariale di Rodi Garganico, unitamente all’ufficio circondariale marittimo di Vieste.

    Sono in corso indagini sulla ditta appaltatrice CO. GE. MAR., compresi tecnici e direttore dei lavori, i nomi dei quali, insieme a quelli  dei progettisti, dei responsabili della sicurezza e del procedimento – ciascuno può leggere sul cartello sistemato nei pressi del canale di Capojale.

    Gli addetti all’ufficio marittimo di Rodi Garganico in data 27 febbraio 2008, si sono recati sul posto per accertare se tutto fosse in regola ed hanno appurato che i lavori non sono stati autorizzati da alcun ente preposto. Siccome gli accertamenti sono in corso non è dato saperne di più

    I pescatori del Varano, intanto, respirano sollevati perché - come scrissi dal 27 dicembre scorso [vedi anche http://crisetti.spaces.live.com/]- il progetto dei porticcioli non è stato partecipato in fase di ideazione ed è stato male eseguito in fase di realizzazione, rendendo insicuri e molto poco funzionali gli approdi in questione.

    Se si aggiunge che l’opera, finanziata dalla Comunità Europea e dalla Regione Puglia, con i fondi POR 2000-2006, intende effettuare “Interventi per il potenziamento delle infrastrutture di supporto al settore turistico”, basta poco per capire che essa non ha  centrato neanche l’obiettivo.

    Se il turista volesse fare un giro nel sandalo, ad esempio, sarebbe sottoposto al primo ostacolo: come accedere e scendere dalla barca senza farsi male. E se volesse andare alla ricerca della flora naturalissima che fino a qualche mese fa ha caratterizzato questa parte dell’area perilacuale, ad esempio, delle gustose salicornie (li savezodde), non troverebbe che … “pietre di Apricena”.

    Il turismo, inoltre, com’è stato di recente ribadito da un convegno sulla laguna di Varano- non deve porsi come attività alternativa ma integrativa a quella atavica della pesca, pertanto bisogna pensare soprattutto ai pescatori che devono poter svolgere l’attività in serenità e sicurezza, disponendo dello spazio necessario per entrare ed uscire dal “varcale”, e non devono sentirsi alienati e costretti ad emigrare.La logica vuole che un progetto nasca da un bisogno, la cui soddisfazione dovrebbe migliorare la qualità della vita delle persone, ma se quest’opera scontenta: pescatori, turisti, ambientalisti, ufficiali della Capitaneria di porto, … che senso ha realizzarla?

    April 05

    Pietro Giannone

    ISCHITELLA: CELEBRAZIONI GIANNONIANE Resoconto primo incontro (19.05.2002)

    Pubblicato su Il Gargano Nuovo, luglio 2002

     

    Lodevole l’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Ischitella, sindaco dott. Vincenzo Basile, volta a celebrare Pietro Giannone, giurista e storico, uno dei personaggi di spicco della cultura italiana del ‘700. In serata d’apertura della prima conferenza, addì 19 maggio 2002 ore 20, nella sala consiliare del comune che insieme allo stemma della cittadina garganica ostenta due ritratti del giurista, il primo cittadino precisa con orgoglio l’obiettivo dei diversi incontri in cui saranno dibattuti temi specifici afferenti all’illuminista garganico: far conoscere lo storico e il giurista Pietro Giannone, poco noto ai suoi concittadini, sconosciuto alle nuove generazioni, nonostante le diverse strade, piazze, edifici a lui intestati in molti luoghi.

    Gli atti dei convegni e/o manifestazioni giannoniane saranno poi pubblicati a cura dell’amministrazione. Essi, insieme alle pubblicazioni e ai testi recuperati- continua il dott. Basile,-  andranno a costituire un patrimonio di studi da mettere a disposizione delle giovani generazioni, per orientarle nel recupero delle radici storico-culturali e nella conquista di senso.

    Presenta la prima serata delle celebrazioni giannoniane il prof. M. G. D’Errico. Relaziona il prof. G. De Matteis, ordinario di lingua e letteratura italiana, Università degli studi di Pescara sul tema : “Pietro Giannone (1676-1748) nella realtà storico-culturale del suo tempo”, cercando di rendere intellegibile al pubblico presente molto interessato il pensiero alquanto complesso dello studioso.

     

    Il contesto storicoculturale

    Per comprendere questo personaggio occorre riandare con la mente al contesto, ai secoli XVII e XVIII, allorché l’Italia acquista consapevolezza della sua decadenza economica, politica e culturale, a fronte del progresso di Francia ed Inghilterra, cui anteriormente ha insegnato la gloria.

    Nel ‘700, comunque, qualcosa si muove anche nella nostra penisola, assistendo ad un intenso fervore di studi nuovi, volti a ridare dignità alle nostre lettere. Il secolo dei lumi reagisce, pertanto, al cosiddetto oscurantismo, alla Controriforma religiosa, al barocchismo, confidando nella ragione e in una letteratura che si prefigge di svolgere funzioni civili.

    La filosofia del ‘700 si fonda sulla “ratio”, su immagini fondate sulla verità, “le idee chiare e distinte” di Cartesio, e condanna la poesia intesa come espressione del sentimento e passione dell’anima non aderente alla realtà. L’Arcadia intende, infatti, opporsi alla retorica e all’ampollosità della cultura secentesca, proponendo uno stile semplice. L’obiettivo del poeta, perciò, non è più quello di meravigliare e di stupire, ricorrendo ad espressioni gonfie, lontane dalla concretezza.

    Il contesto culturale in cui vive Pietro Giannone è quello che vede protagonisti anche  Goldoni e Alfieri, i quali propongono un nuovo modo di fare teatro. E’ il  periodo storico di G-B. Vico, autore della Scienza Nova, in cui affronta in modo originale il problema della storia che, tra corsi e ricorsi, è contrassegnata da un costante divenire e fa coincidere il “verum cum factum”. Vico, inoltre, avvalorando il particolare, recuperando l’infanzia e i miti della fantasia, apre  al Romanticismo e fa della storia non solo un arido elenco di fatti, ma altresì una ricostruzione di ricordi. Il ‘700 è, infine, il secolo di L. A. Muratori, che punta sulla scientificità della storia.

    Messo a punto il contesto culturale italiano, di cui si alimenta lo studioso garganico, il prof. De Matteis passa a cogliere i dati caratteristici del regno di Napoli, dove si forma ed opera inizialmente lo storico e il giurista ischitellano, e precisamente della capitale, dove si respira una ventata culturale filosofica e letteraria non indifferente. Napoli accoglie, infatti, grandi medici e filosofi, conoscitori del pensiero di Hobbes, Locke, Cartesio… E’ la Napoli di quelli che Gramsci definisce “eruditi disorganici”, gli studiosi che intendono fare cultura senza essere diretti o condizionati dalla chiesa.

    I sovrani, che si ispirano alle idee illuministiche, avviano una politica caratterizzata dal proposito di estendere la giurisdizione e il controllo dello Stato sulla vita e sull’organizzazione della Chiesa, riducendo i diritti e i privilegi ecclesiastici. Vengono perciò soppressi  conventi, cancellati il  diritto d’asilo e la manomorta, contestati gli oboli a Roma,  la legittimità dei tribunali dell’Inquisizione e il monopolio ecclesiastico dell’istruzione. Nella seconda metà del ‘700 tale atteggiamento anticuriale è retto, dunque, a politica di governo da diversi sovrani europei, anche  dal re di Napoli, Carlo III di Borbone. La politica ecclesiastica dell’assolutismo illuminato è una tappa fondamentale nella modernizzazione della società e della mentalità, una rivoluzione dall’alto che coinvolge gli strati superiori, suscitando lo sdegno di quelle inferiori, legati ai valori tradizionali..

     

    Cenni biografici opere di P. Giannone

    Nato ad Ischitella (Fg) il 7 maggio 1676, Pietro Giannone, dopo aver trascorso gli anni dell’adolescenza nella cittadina garganica, studia giurisprudenza a Napoli. Conseguito il dottorato, esercita l’avvocatura ed è ben presto conosciuto e stimato nell’ambiente forense. Giannone avverte prepotente il bisogno di uscire dalla chiusura culturale imposta dalla Controriforma, da una realtà che  intende costringere le coscienze, e sente la necessità di aprirsi all’Europa. Studia perciò il francese e l’inglese per accedere alle opere dei pensatori d’oltralpe, incontrandosi con le teorie del giusnaturalismo e col pensiero anticurialista.

    Partecipa del pensiero dei filosofi del 600 e s’interessa della questione dei rapporti tra il diritto civile e quello canonico, ideando un’opera  in grado di confutare la fondatezza delle tesi dei curialisti e denunciando le usurpazioni esercitate dal clero e dai papi sullo stato napoletano nella storia.  Tra il 1721 e il 1723  presenta alla stampa l’opera che vede realizzato questo suo progetto: Istoria civile del regno di Napoli, fortemente contestata sia dal clero che dalla plebe napoletana.

    E’  in questa  cronistoria delle vicende del mezzogiorno dall’epoca dei romani agli inizi del XVIII secolo, che  Giannone afferma la supremazia dello Stato sulla Chiesa, ponendo le basi del giusnaturalismo.  Riprendendo le tesi di Dante, Machiavelli e Sarpi, rivisitandole alla luce della moderna teoria giuridica, Giannone condanna con fermezza il potere temporale dei papi, al quale attribuisce la crisi del Cristianesimo e l’ostacolo al progresso civile dei popoli, e, mentre riconosce al pontefice la supremazia del potere spirituale, gli nega con fermezza l’esercizio del potere temporale.

    Ricostruisce, inoltre, come si è formato il potere politico della Chiesa, attraverso le donazioni e i lasciti, i soprusi e le sopraffazioni a danno dei principi. Giannone si batte quindi con coraggio per il riscatto civile del Mezzogiorno, abbracciando tesi destinate ad avere successo nella storia moderna. Lo studioso ischitellano si forma, dunque, nel clima della Controriforma e, al pari di G.B. Vico, avverte il bisogno di emancipare la cultura e l’opinione pubblica napoletana. Egli intende sostenere il potere laico forense,  andando contro le pretese della curia, contro i gesuiti, facendo appello alla concreta realtà della legge. Accusato di empietà, di eresia, di ateismo, Giannone è colpito da scomunica insieme agli editori del suo libro dalla curia di Napoli. Fugge perciò da questa città e si reca a Vienna dove riceve ospitalità e una pensione annua da Carlo VI,  al quale ha dedicato  l’Istoria.

    A Vienna compone il Triregno, un’altra opera contro il potere papale, che finisce nelle mani degli Inquisitori e che sarà pubblicata postuma su una copia apocrifa e incompleta. In questo lavoro l’autore polemizza in modo ancora più vivace contro la curia e rifiuta in campo teologico alcuni dogmi del cattolicesimo. Esamina come nella storia della religione cristiana siano rinvenibili tre fasi, alle quali fanno riscontro tre regni: il Regno terreno, creato dagli Ebrei per la mondanità della chiesa; il Regno celeste, riconducibile a Cristo e agli apostoli, volto a dare risalto agli umili e a disprezzare la mondanità; il Regno papale, costruito dalla chiesa dopo Costantino, volto ad   affermare gli interessi politici contrastanti con quelli spirituali. La Chiesa, a parere del Giannone, ha il dovere di recuperare il Regno celeste, rinunciando alle ambizioni politiche e ritornando al Vangelo.

    Quando, nel 1743, l’Austria perde il regno di Napoli, Giannone, privato della pensione, torna in Italia. Perseguitato implacabilmente dalla Chiesa, si rifugia a Venezia, dove spera che il nuovo re, Carlo di Borbone, agevoli il suo rientro in patria, ma i gesuiti si oppongono ed è costretto a  riparare a Milano e infine a Ginevra. Anche qui, però, avverte la minaccia dell’odio clericale, quindi sconfina in Piemonte, dove tradito da un falso amico viene fatto arrestato dal re Carlo Emanuele III di Savoia. Le sue idee, contrarie ad ogni forma di potere temporale della chiesa,  sono alle origini delle persecuzioni da parte degli ecclesiastici e  della prigionia.

    Nel 1747 nel carcere di Torino è costretto ad abiurare, ritrattando tutto davanti al Tribunale del Sant’Uffizio ma, pur avendo dato manifestazione di pentimento, la sua condizione non migliora. Si spegne perciò  in questa città il 17 marzo 1748, dopo 12 anni di carcere e di sofferenze descritte con efficacia nella bellissima Autobiografia, uno spazio per confessarsi, dove egli si apre finalmente sviscerando se stesso attraverso un linguaggio non più secentesco e appesantito.

    Poco dopo la sua morte, lo storico ischitellano diviene un mito nell’Europa illuminista pervasa dalla cultura laica e anticurialista, mentre Carlo III di Napoli, assegna  una pensione al figlio di Giannone, in segno  di  doveroso riconoscimento alla memoria “del più grande, più utile allo Stato e più ingiustamente perseguitato uomo che il regno abbia prodotto in questo secolo.”

     

    Giannone: luci e ombre

    Il professore dell’ateneo di Pescara non si limita a tessere le lodi del giurista e dello storico P. Giannone, egli vuole offrire una visione a 360 gradi del suo pensiero, evidenziando sia la “pars costruens” che quella “destruens”. Sotto quest’ultimo profilo, conviene che il pensiero dell’ischitellano ha un’impostazione piuttosto contingente e se nel suo tempo il suo pensiero è decisamente attuale, trascorso il periodo dell’illuminismo, non lo è più, per cui l’opera è pressoché dimenticata nel romanticismo. 

    Come giurista- continua il prof. De Matteis-  egli non esce fuori dallo schematismo, individuando due sole realtà contrapposte e in contrasto nei secoli: Chiesa e Stato. Nel suo pensiero il popolo non ha peso. Si tratta di un popolo che s’identifica col sovrano stesso, che cede la propria potestà al principe. Le idee risorgimentali e patriottiche sono dunque assenti nella sua opera. Giannone, in altri termini, non concede al popolo di poter modificare la propria storia, come si evincerà poi dalla lezione della Rivoluzione francese. Giannone, inoltre, non comprende il significato storico-sociale di tutte le rivoluzioni precedenti.

    L’uomo di storia e l’uomo di legge - a parere del relatore- non è in grado di leggere il vero significato della storia; nel suo pensiero predomina l’istinto monarchico di origine divina e se egli difende strenuamente lo Stato contro la prevaricazione della Chiesa, trascura decisamente l’aspetto economico della storia.

    Oggi la critica vede, dunque, il limite della visione storica di Pietro Giannone, sia nella Istoria, sia nel Triregno, in quanto egli non riesce a prevedere il contributo e l’evoluzione del popolo, lo scardinamento del potere della Chiesa, la valenza dell’economia. Ma questo non può accadere, perché i tempi non sono maturi, e pretenderlo potrebbe costituire una forzatura, consistente nel tentativo di decontestualizzare il pensiero di Giannone da quella cornice decisamente illuminista della sua epoca. Nonostante i difetti evidenziati dalla critica – conclude il prof. De Matteis- va detto chiaramente che  l’opera dell’ischitellano dà al ‘700 napoletano una forte spinta verso la libertà e che il suo pensiero è indispensabile per comprendere appieno gli aspetti storici, politici e letterari del XVIII secolo. Egli in effetti anticipa molte istanze illuministiche europee, coltivando l’ideale di uomo emancipato da ogni soggezione o forma di potere.

     

     

    Il fanciullo e il folklore, concorso di etno-demo-antropologia

     

    Il fanciullo e il folklore, 24ª edizione, premia il gruppo Le gemme del Gargano junior

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    Il concorso, organizzato dalla FITP, che ha visto la partecipazione di gruppi 26, provenienti da diverse regioni italiane (Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Basilicata, Lazio, Marche, Toscana) e da Paesi europei (Polonia, Romania, Lettonia, Russia,  Georgia, Croazia), è stato espletato a Paola, provincia di Cosenza (Calabria), nei giorni 29 e 30 marzo.

    La giuria era costituita da una decina di componenti della Consulta scientifica. Presidente la prof.ssa Ametrano Bavarese dell’università di Roma che, nell’assegnare il secondo premio, si è complimentata con il presidente de Le gemme del Gargano junior, Gianni Cerrone, per aver centrato il tema e “aver fatto rivivere la notte di Natale in tutta la sua umana rappresentatività”. Al gruppo “Ortensia” di Ortezzano (Ascoli Pieno), è stato conferito il primo premio e  a “La Provenzana” di San Bartolomeo in Galdo (Benevento) il terzo.

    Vale la pena ricordare che il gruppo di Cagnano lo scorso anno, alla 23ª edizione del concorso espletato ad Assisi, ha vinto il primo premio.

    La proiezione dei DVD prodotti dai gruppi partecipanti ha avuto luogo al Teatro Tenda di Paola ed è stata accompagnata da danze popolari tipiche delle rispettive zone di provenienza. Le gemme del Gargano junior hanno offerto performance in Tarantella Bella, Quadriglia di Famiglia, ‘A Farfalla.

    Nel ricostruire la “narrazione” della tradizione del Presepe, il gruppo Folk de “Le Gemme del Gargano” di Cagnano Varano (FG), che ha tre anni di vita, ha attinto direttamente dalla memoria dei nonni.

    Il gruppo di lavoro, opportunamente guidato da studiosi e appassionati di ricerca etno-demo-antropologica del luogo, dopo aver precisato “il che cosa”, effettuata l’indagine preliminare, assunti altri elementi utili della ricerca, ha prodotto la trama del racconto e l’ha suddivisa in scene, utilizzando in modo creativo, ma coerente con la tradizione, i dati raccolti.

    Ha quindi assegnato i ruoli, coinvolgendo un maggior numero possibile di ragazzi, consentendo a ciascuno di entrare nel contesto della tradizione, di indossare “la pelle” della propria cultura (linguaggi, valori, comportamenti),  impegnandoli a fare finta di … essere la Madonna, San Giuseppe, la nonna, la mamma, il figlio, il pescatore, il calzolaio, il pastore, la donna senza mani … Ha utilizzato la cornice del centro storico, come teatro in cui rappresentare le rispettive scene, allestendo i locali, arredandoli degli attrezzi di un tempo, con un lavoro certosino che ha richiesto forza di volontà, costanza, ma soprattutto creatività.

    Si è confrontato con la comunità per ricercare particolari significativi che solo la memoria collettiva è in grado di ricordare. Il risultato è il prodotto qui presentato che, se da un lato inorgoglisce chi lo ha realizzato, dall’altro, lo spinge a ringraziare la Giunta federale della FITP per aver mirato nel segno e avergli offerto questa opportunità.

    Il tema proposto da “Il fanciullo e il folklore” è, infatti, sembrato particolarmente attuale, utile a contrastare l’omologazione e la spersonalizzazione in atto operata dalla società globalizzata, complici i linguaggi mass e multimediali, i quali non agevolano la costruzione del progetto di vita delle nuove generazioni.

    Ecco, allora, l’importanza della ricostruzione di questa pagina etnodemoantropologica, che ha permesso ai fanciulli di Cagnano di riandare alla ricerca delle proprie radici, di ricostruire - con l’aiuto della comunità -, la propria identità culturale, che è esito di una rete di relazioni, di un perenne fluire, di una continua negoziazione. Costruzione che richiede impegno (individuale e collettivo), coerenza, capacità di coniugare passato – presente - futuro.

    La “narrazione” del Natale attraverso il Presepe, metafora della sacralità della famiglia, ha rappresentato, dunque, la strategia utile alle fanciulle e ai fanciulli di appropriarsi del vissuto antropologico della propria comunità, ovvero del Sé collettivo.

    I ragazzi hanno riscoperto che il Sé della comunità di Cagnano è un racconto a più voci, narrato in particolare da “quella cerchia di persone che ognuno di noi ama o su cui può contare”. Hanno vissuto un’esperienza che li ha coinvolti sul piano emotivo, nella drammatizzazione e nel recupero di espressioni e proverbi dialettali, e sul piano cognitivo, assumendo elementi di conoscenza che sicuramente si tradurranno in pratica e orienteranno il futuro della loro esistenza.

     

    Complimenti ragazzi! Vi auguro che possiate continuare ad innaffiare le nostre radici, a coltivare i valori della solidarietà, della famiglia e dell’amicizia con i linguaggi della danza, del canto e della drammatizzazione, divertendovi, come per gioco.

    premiazione okper le vie di Paola