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    June 19

    Esame di stato 2008 Seconda prova

     

    Quesiti di Pedagogia 

    Leonarda Crisetti 

    docente di pedagogia

    liceo sperimentale "Brocca" di Cagnano Varano (FG)

     

     

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    Accessibili le tracce di esame di stato di istruzione secondaria superiore – corso sperimentale “Brocca”, indirizzo Socio-psico-pedagogico riguardanti la seconda prova di pedagogia, ma non prive di difficoltà specie per chi non ha tratto beneficio dagli stimoli offerti dai docenti nei vari anni di studio. I liceali di Cagnano scelgono quasi tutti la prima traccia, che è stata oggetto di ricerca durante l'anno scolastico, avendo ideato e realizzato il progetto "Il gioco, uno strumento per crescere".  Com’è noto, i candidati sono tenuti a svolgere due tra le quattro tracce proposte, ciascuna delle quali presenta dai tre ai quattro quesiti.

    Il primo tema, prendendo spunto da un brano di U. Galimberti, tratto da Enciclopedia psicologica (1993), invita i candidati a riflettere sull’attività ludica, veicolo della socializzazione della cultura di contesto e dell’educazione, soffermandosi sul nesso gioco-apprendimento e sull’evoluzione del gioco nell’età infantile.

    Il secondo tema, incentrato sul contributo formativo dell’educazione letteraria, riporta un passaggio di P. Ricoeur, tratto da La mente a più dimensioni di J. S. Bruner, 1993, il quale afferma che la letteratura svolge le funzioni: artistica, di veicolo della libertà e della chiarezza, sviluppo della ragione e della immaginazione. Sostiene che l’uomo ha bisogno di “narrazioni” in grado di aiutarlo “ri-creare” il mondo, di una critica letteraria che lo sostenga nella ricerca di "significati".

    Il terzo tema riporta un passo di M. Laeng, Didattica delle scienze, tratto dall’Enciclopedia pedagogica (1994), che invita ad affrontare il dibattito sull’induttivismo  e positivismo alla luce del problematicismo di Popper, a individuare la differenza tra scienze naturali, scienze esatte e scienze umane, a spiegare il ruolo delle scienze della natura nel processo formativo.

    Il quarto tema, riporta un pensiero di P. Freire, ripreso da Pedagogia dell’autonomia, 2004, che invita a ripensare la funzione docente. Il bravo insegnante – si legge - è quello che coltiva in sé e negli alunni curiosità, dubbio, conoscenza e capacità critica in un rapporto dialogico di ricerca; è quello che penetra il pensiero dei suoi studenti, che fa stancare gli alunni, che non li fa “addomentare”. Partendo da queste premesse, il candidato deve illustrare il concetto di educazione alla ricerca e alla curiosità, il rapporto insegnante-alunno, le metodologie attive d’insegnamento apprendimento.

     


     

    June 17

    "Oltre la scuola" pubblicizzazione dell'attività progettuale

     

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    Aula magna Liceo di Cagnano Varano

    All’appuntamento del 6 giugno, ore 19.30, aula magna del Liceo “G. De Rogatis” S.S. Cagnano Varano erano in tanti, un campione eterogeneo, rappresentativo della popolazione, dalle fasce deboli (diversabili, anziani, donne, bambini) a quelle forti (giovani e adulti). Un’occasione per “dare conto” e “tener conto” di quello che la scuola fa e come lo fa, così come vuole la scuola dell’autonomia, un’ulteriore opportunità di crescita  e di apprendimento da parte degli studenti e della comunità dei presenti, secondo chi scrive. La pubblicizzazione dell’attività progettuale è, infatti, utile soprattutto ai partecipanti perché costrituisce un’ulteriore occasione di apprendimento e di crescita, dato che consente di vincere la paura di parlare al microfono, il timore del grande pubblico, la sensazione di non essere all’altezza della situazione. Essa offre, inoltre, la possibilità di rafforzare il senso di appartenenza, di ripercorrere l’attività, di fissare le conoscenze, di collegarle, di trasformarle in competenze.

    Il tema conduttore della serata è stato il gioco, l’attività primordiale del bambino,  trasversale ad ogni spazio, ad ogni tempo, alla vita di ogni persona, strumento di crescita di ciascuna dimensione della personalità umana.

    Il sipario si è aperto con il gioco drammatico e precisamente con la messa in scena di “Pinocchio e l’albero della vita”, la fiaba che valorizza la diversità, offrendo l’opportunità ad un burattino di legno di diventare infine un bravo bambino.

    A interpretare i personaggi di questa fiaba sempre attuale i ragazzi diversamente abili e i normodotati dell’istituto, insieme per favorire l’integrazione e l’inclusione, come vuole “Oltre la scuola”, un progetto realizzato con la co-partecipazione della provincia di Foggia, del comune di Cagnano Varano e dell’Istituto Superiore  pedagogico e linguistico “G. De Rogatis”.

    Personaggi e interpreti della commedia: E. Sanzone (narratore), G. Vigilante (Pinocchio), G. Basile (Geppetto), A. Iannone (Fata), G. Stefania (Grillo), G. Nardella (Grillo), D. Coccia (Mangiafuoco), A. Tancredi (Volpe), V. Vigilante (Gatto), M. Stefania (Lucignolo), M. Tancredi (Mastro Ciliegia), A. Tancredi (Gendarme), G. Basile (Uomo), N. Pelusi (Pescecane), R. Tierri (Dama), Fabiola (Contadina), M. Tancredi (Contadino), F. Santamaria (Libellula), P. Stefania (Coscienza), M. Iannone (Coscienza).

    Operatori socio-culturali: Giovanna Colucci, Antonio grimaldi, Concetta Lombardi, Domenico Santamaria, Antonella Santucci, Valentina Stefania.

    Referente del progetto: Antonio Di Nauta.

    Regia di Gabriele Granito.

    Interpreti bravissimi che hanno interessato ed emozionato i partecipanti, validando la bontà del progetto, che si proponeva lo scopo di far interagire scuola e istituzioni affinché i diversamente abili non ricevessero l’“aiuto” solo a scuola, ma ci si prendesse cura di loro anche dopo e collateralmente a questa istituzione. C’è da augurarsi che gli “aiuti” di cui i diversamente abili hanno bisogno evolvano sia nel tempo sia negli spazi di vita, in modo che i diversabili non siano costretti a chiedersi “… e dopo, che ne sarà di noi?”

     

    La serata è proseguita con la presentazione del progetto "Il gioco, uno strumento per crescere"

    Relazione e autovalutazione del progetto di ricerca

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                      Relazione finale

    Il progetto Il gioco, uno strumento per crescere svolto dalle classi 1, 2, 3 e 5A del liceo socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano, referente prof.ssa Leonarda Crisetti, dirigente prof. Antonio Scalzi, ha visto la partecipazione di 46 alunni. Si è svolto in 26 incontri pomeridiani dalla durata media di circa 3 ore, nei quali sono state effettuate: interviste, letture, stesura di questionari, descrizioni, videoscrittura, tabelle, grafici, resoconti, relazioni, foto, scansioni, discussioni.

    La sua presentazione al pubblico ha avuto luogo nell’aula magna del liceo socio-psico-pedagpogico di Cagnano Varano il 6 giugno alle ore 20.30, alla presenza di noi alunni, dei genitori, nonni,  docenti, dirigente e altri cittadini interessati.

    Dal presente progetto di ricerca ci siamo resi conto che il gioco costituisce l’anima del bambino, la peculiare attività di base dell’infanzia,  di conseguenza ogni educatore - figura materna, paterna, docenti, operatori socio-culturali e assistenziali, la televisione stessa -  non può non conoscere questo fenomeno di natura essenzialmente psicologica, ma anche culturale, se vuole comprendere le ragioni profonde che motivano il comportamento infantile e rendere più agevole e completo lo sviluppo della sua personalità.

     Abbiamo accertato che l’attività ludica è giocosa, multiforme, che è presente in ogni spazio e in ogni tempo, che non giocano soltanto i bambini. Abbiamo preso atto del fatto che sono state elaborate diverse teorie  e classificazioni sul gioco, studi sulle sue funzioni.  I giochi si prestano, infatti, allo sviluppo di competenze differenti: alcuni sono utili per sviluppare la coordinazione nei movimenti e per imparare a contare, altri per apprendere le strutture linguistiche, altri ancora insegnano a svolgere ruoli, a vivere le relazioni positivamente, aiutando a superare conflitti.

    Il gioco permette di sperimentare comportamenti, emozioni, di superare paure e angosce. Parlando, ascoltando, imitando, facendo finta di … , impegnando a scegliere la parola giusta, a costruire concetti e riaccomodare strutture mentali. Lo sviluppo del bambino che gioca riceve una forte spinta a livello emotivo, comunicativo e cognitivo. Nel gruppo dei pari e con i grandi, il bambino influenza ed è influenzato, sperimenta diverse posizioni sociali, riscopre e apprende le regole, impara a delimitare il proprio spazio e i propri bisogni. Il gioco diviene perciò anche strumento forte di educazione morale e sociale, pertanto ogni aspetto della personalità viene coltivata  e potenziata attraverso il gioco.

    La nostra ricerca ha seguito il procedimento che va dalla prassi, alla teoria alla prassi. La nostra domanda d’inizio, è nata dalla curiosità di conoscere se e come giocano i bambini di oggi e per cogliere l’evoluzione del fenomeno siamo andati ad indagare al tempo dei nonni e al tempo dei nostri genitori.  Dopo l’indagine di sfondo, che ci ha impegnati nell’esame dei testi soprattutto socio-psico-pedagogici, dopo aver intervistato i testimoni privilegiati, dopo aver discusso tra di noi, dopo aver steso i questionari, siamo scesi finalmente sul campo a somministrare i questionari a nonni, a genitori, ai bambini di oggi.

    Nella somministrazione dei questionari, purtroppo, sono venuti al pettine alcuni nodi: mancata chiarezza nella formulazione di qualche domanda, qualche ripetizionE, diverso modo di condurre l’intervista da parte nostra, che eravamo numerosi. Non tutti  abbiamo inteso le domande allo stesso modo, nonostante le raccomandazioni dell’insegnante. In particolare ci siamo resi conto che non abbiamo esplicitato con chiarezza gli anni del bambino, quelli del fanciullo e quelli dell’adolescente, di conseguenza i risultati avrebbero potuto essere non rispondenti alla realtà. Per rimediare abbiamo dovuto somministrare nuovamente i questionati ad adulti e anziani. Ma, probabilmente, se il nostro questionario fosse stato perfetto non avremmo imparato dagli errori.

    L’altra grande fatica è stata richiesta al momento della raccolta dei dati, conteggio delle risposte, preparazione della matrice, elaborazione – lettura - interpretazione dei grafici, che ci ha impegnati per molte ore. Momenti, in ogni caso, utili per interiorizzare il metodo della ricerca socio-psico-pedagogica, e interessanti, perché eravamo ansiosi di conoscere i risultati dell’indagine, di validare o smentire le nostre ipotesi.

    Dalle risposte alle 10 domande del questionario somministrato ai nonni e ai genitori e dalla lettura dei grafici da noi realizzati, è possibile effettuare  diverse considerazioni, trarre elementi di conoscenza interessanti, alcuni anche nuovi. Prima di proporveli, sembra utile offrire qualche spiegazione sul metodo. Abbiamo raggruppato le risposte delle 204 persone intervistate per segmento campione: M. Anziani (in genere i nostri nonni), M. Adulti (i papà), F. Anziane (le nonne) e F. Adulte (le nostre mamme). Quindi abbiamo rappresentato le risposte nei vari grafici indicando i valori di percentuale.

    Il nostro campione è costituito per l’81% da cagnanesi, il 10% da ischitellani, il 5% da carpinesi, mentre la parte restante comprende vichesi, sammarchesi, sannicandresi, sangiovannesi, peschiciani, rodiani e foggiani.

    Di ciascun segmento abbiamo individuato la professione e abbiamo scoperto che le donne anziane è così distribuito:  61% casalinghe, 14% braccianti, 8% emigranti, il valore restante è costituito da collaboratrici scolastiche, insegnanti, negozianti e sarte.

    Il campione delle donne adulte comprende: 73% casalinghe, 17% braccianti, 3% negozianti, 7% docenti. Va precisato che i docenti riguardano in genere i nostri insegnanti forestieri.

    Il campione dei maschi anziani è così formato: 43% contadini e agricoltori, il 26% pescatori, il 17% allevatori/pastori, i 7% emigranti e il 7% muratori.

    Dal grafico della distribuzione del maschi adulti si evince che i mestieri sono diventati più numerosi e sono cambiati anche i valori: al primo posto vediamo i muratori (18%), al secondo vediamo posizionati commercianti e operai (13%), seguino gli impiegati (11%), gli agricoltori e gli allevatori  (9%), potatori e docenti (5%. La parte restante è costituita da elettricisti, cuochi, pescatori (scesi al 2%), meccanici, imprenditori, macellai, geometri, artigiani). La ricerca ci ha offerto, pertanto, anche l’opportunità di verificare come sono cambiate le occupazioni dal tempo dei nonni a quello dei genitori, e, soprattutto, come la campagna e la laguna di Varano, un tempo le principali risorse occupazionali, siano state abbandonate.

    Abbiamo esaminato, infine, il campione anche sotto il profilo dell’istruzione e ci siamo resi conto che l’analfabetismo al tempo dei nonni raggiungeva l’82%, che solo pochi anziani erano in possesso del diploma di quinta elementare. Tra gli anziani sono soprattutto i maschi i senza titolo. Con gli adulti il livello d’istruzione fortunatamente si alza, gran parte delle mamme hanno frequentato, infatti, la terza media e un discreto numero di maschi anche la scuola superiore, anche se alcuni di essi sono senza titolo.

    Con la prima domanda, abbiamo chiesto a ciascun segmento del nostro campione se attualmente gioca. La risposta è che è maggiore il numero di chi non gioca rispetto a chi gioca, che giocano meno di tutti le donne anziane.

    Alla domanda n. 2, che chiedeva se avessero giocato di più ogni giorno, nei fine settimana, nei giorni festivi o quando c’era tempo, il maggior numero di preferenze è caduto su “ ogni giorno”, anche se gli adulti M  e F lo hanno fatto di più. Un discreto numero ha, però, detto che giocava “quando aveva tempo”.

    Quasi tutti hanno giocato soprattutto  quando erano bambini e ragazzini. Circa l’80% dei M anzani non ha giocato  neanche nella fanciullezza. M. anziani e F. anziane, invece non hanno giocato affatto negli anni dell’adolescenza, dato che andavano presto a lavorare e si sposavano sicuramente prima di oggi.  F e M adulti hanno giocato un po’ anche durante l’adolescenza.

    Le risposte alla domanda n. 4 danno conto dei compagni di gioco prevalenti dei bambini e dei ragazzi. Dal grafico si evince che i M giocavano in genere con fratelli e compagni. La figura ludica dei nonni e dei genitori non sembra confermata dall’indagine. Evidentemente i nonni e le mamme non avevano il tempo di cullare e far divertire i piccoli. I dati, dunque, smentiscono il luogo comune che vuole il contrario.

    Dai 7 agli 11 anni il nostro campione predilige ancora compagni e compagne, quindi i fratelli e le sorelle. C’è chi gioca con i cugini, chi da solo, specie se di esso femminile.

    Quando i nonni e i genitori giocavano si meritavano i riproveri o l’indifferenza delle loro mamme. A soffrire di più erano le femmine adulte e anziane, probabilmente perchè restavano a gocare in casa o nelle immediate vicinanze.

    Riguardo ai giocattoli va detto che al tempo dei nonni essi erano decisamente costruiti dai bambini e dai ragazzini, utilizzando stoffe per fare la pupa di pezza, rametti per accendere il fuoco, pietre per giocare e fare finta che fossero pasta, pentola o altro, corda per l’altalena e per saltare, pale di fico d’india per costruire oggetti, nonché persone o di animali, tavole, rami, spago, bottoni, cerchi, … . Al tempo dei genitori si cominciano ad acquistare i primi giocattoli, sia pure di plastica, ma sempre per veicolare l’educazione di genere. A scuola, chi ha avuto la fortuna di frequentarla, ha giocato poco.

    La domanda che ci ha impegnato maggiormente è stata la n. 10, con ben 69 tipologie di giochi tra cui gli intervistati dovevano scegliere, ai quali essi hanno aggiunti altri giochi da noi non contemplati: a mana roscia, a lu skaffe, a quann passe te mette la sella, a la cuculiata, a la scionna, a ttupp-ttuppe… . Dalle risposte alla suddetta domanda si evincono tipologie e valori dei giochi, s’individuano, inoltre, le differenze sia generazionali, sia di genere. Abbiamo classificato le risposte alla domanda n. 10, riconducendole a tre gruppi: giochi essenzialmente femminili, giochi essenzialmente maschili e giochi più o meno equamente svolti da maschi e femmine.  Abbiamo, infine, letto in verticale (cioè in senso diacronico) sia i giochi essenzialmente femminili sia quelli prevalentemente maschili, per individuare eventuali cambiamenti dalla generazione dei nonni a quella dei genitori e cogliere trasformazioni.

    I giochi, come si è avuto modo di verificare dalla ricerca-azione, sono strumenti di crescita psico-motoria e sociale; essi forniscono, inoltre, la chiave utile per effettuare una lettura di contesto. Dopo avere assunto numerosi dati qualitativi (tramite l’indagine di sfondo) e quantitativi (tramite i questionari), tenendo conto che sono stati possibili alcuni errori da parte nostra nel condurre l’indagine, data la numerosità dei “ricercatori” e la limitata esperienza, senza avere la pretesa di assolutizzare, pensiamo, pertanto,  di poter affermare che:

    Per assumere dati sulla valenza socio-psico-pedagogica del gioco abbiamo utilizzato i nostri manuali scolastici, testi integrativi e internet. Ci siamo resi conto che il gioco fa parte degli “alfabeti empirici della pedagogia”, che costituisce un contenuto e linguaggio molto importante anche della psicologia, della filosofia, dell’antropologia,  dell’etologia e della sociologia.

    In definitiva, possiamo dire che il progetto ci ha dato modo di imparare meglio ciò che era compreso nel programma curricolare – tanto è vero che i dati assunti dall’indagine sono stati spesso richiamati nelle ore antimeridiane per i continui riferimenti del gioco presenti nelle nostre programmazioni e libri di testo - per il fatto che molti termini, concetti e metodi non sono rimasti vuoti ma pieni di significati, adoperandoli nella realtà. In altri termini, il progetto ha costituito il mezzo che ha consentito a noi alunni di apprendere in modo non meccanico ma significativo, proprio perché ha permesso che le nuove conoscenze si collegassero alle precedenti anche con l’aiuto della pratica.

    Ci siamo resi conto, inoltre, che, nonostante la sua importanza, in effetti il gioco soprattutto all’aperto, condiviso e di movimento, è attualmente un po’ trascurato. Dalla letteratura abbiamo appreso che i bambini sono in un certo senso costretti a diventare adulti, con la conseguenza che si assiste alla presenza di “bambini senza infanzia”. Dall’indagine è emerso, però, che i bambini, non sono mai stati bambini, dato che anche in passato erano costretti a crescere in fretta per guadagnarsi un pezzo di pane.  Lo dicono i nostri grafici: i bambini di ieri – come e forse più di quelli di oggi – non avevano nonne e mamme a cullarli o a prendersi cura di loro. La ricerca ci consente pertanto di sfatare qualche luogo comune.  Il fatto che il bambino del passato non fosse soggetto di diritto, come d’altronde non lo era neanche la donna, non deve comunque costituire l’alibi per non restituire dignità all’infanzia, al contrario, bisogna cogliere le sollecitazioni che vengono dalle scienze umane per fare sì che “il piccolo dell’uomo” possa crescere al meglio per poter stare bene con se stesso e con gli altri nella società, senza adeguarsi passivamente alle mode.

    Occorre in definitiva far provare al bambino il gusto di vivere la sua età attraverso lo svolgimento della sua vera attività, che è il gioco. Non sarebbe male, infine, se anche gli adulti  si ritagliassero un adeguato spazio da dedicare all’attività ludica, spazio da condividere con i figli e con i coetanei, continuando a coltivare il “fanciullino” che è in ciascuno di essi.  Il gioco, insomma, dovrebbe recuperare il suo giusto spazio sia nelle mura domestiche sia nei luoghi formalmente adibiti alla formazione, sia nei luoghi informali.  Meglio ancora, infine, se ogni lavoratore riuscisse a dedicarsi alla sua attività con lo stesso interesse e dedizione, impegno e soddisfazione del bambino che gioca, perché in questo modo la società potrebbe contare su un numero sempre minore di alienati.

    Gli studenti della classi 1, 2, 3 e 5 Liceo e la prof.ssa Leonarda Crisetti

     

    Il gioco, chiave di lettura del contesto culturale garganico

     

    Progetto presentato nell’aula magna del Liceo di Cagnano Varano, il 6 giugno 2008, ore 20,30  

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                 Dai testi consultati, dalle interviste ai testimoni privilegiati e dai questionari somministrati a nonni e genitori, un campione di 204 persone, abbiamo capito che anziani e adulti quando erano bambini facevano molti giochi, con e senza regole, agonistici, di finzione, d’esercizio, di vertigine, d’azzardo, con i quali  socializzavano strumenti, mestieri, norme e valori della cultura di contesto.  

    I giochi dei cagnanesi erano gli stessi svolti in altri paesi garganici, con la differenza che si chiamavano in altro modo: il nostro “curle”, ad es. si chiamava “strummele” a Carpino, a Vico, a Ischitella, a San Marco, a Sannicandro, passapìnde o forgianone (Vieste). Il gioco della campana, che appartiene a tutti i garganici e può essere definito a ragione il re dei giochi delle ragazzine, a Cagnano, Carpino e a San Nicandro è noto come cambana, a Rodi Garganico è chiamato ppédecocchia, a Ischitella zinghe, a Peschici sénghe (Peschici). Questo gioco si faceva all’aperto, anche sulla strada sterrata, nelle giornate non piovose. Occorreva un sasso farinoso o un pezzettino di gesso, preso a scuola, per disegnare a terra un rettangolo con dei quadratini (o altri rettangoli) numerati da uno a dieci: le caselle. Le bambine, a turno, saltando su di un piede dovevano spingere ‘a zanchett, (lu pinghe a Cagnano), un sasso levigato o un pezzetto di mattone forato o di tegola, da una casella all’altra senza far toccare i bordi. Vinceva, chi riusciva in questo intento, acquisendo il diritto a proseguirlo.

    La serie dei giochi maschili garganici era lunga: une- è na lire, a fila longs, u passitte ovvero lu cape, ngappa nappa, cane - a - corre, l’orologio, sarde - a puìne, cavece ncùle, kopple ntèrra, u sckàffe, mane rósce, palle-è-trucculitte, briànde-è-carbunìre, a cavalè… mûsce (cavalieri… attenti), lu diavele datlu-dà, tènghe n’albere a la vigna mij, al pescatore, coi soldatini, al pastore, a sparà (alla guerra), a ngappà músckere, a briganti e carabinieri,   alla cuccagna, a lu carrugge, a guardia e ladri, a cane a corre, a mazze e ccippe, alla corsa nei sacchi, a curle, a bocce, della secchia; a prète, alla ràreca, a scàreca la bbotta, a nuce, … .

    I nonni e i genitori giocavano anche a zzoca, a péde pedugne, alla piedina, a llu mute, a vola lu ciucce, a vettune, a lambe e llambe, a lu pinghe, a sόlete, a mmucciabbone, a tutte-ngule-lu-cuccucciare, a cavadducce, con la bici, a carte, a pallone, con la creta, all’orologio, a basket, a pallavolo, a palline, a ciocche-li-jatte, a correre, allo scivolo.

    Il secondo gruppo di giochi era condiviso dalle donne, anche se queste ultime preferivano giocare: alla pupa, alla sarta, alla mamma, con la carrozzella, a regina reginella, a girotondo, alla Quarandanna, al negoziante, a cummà te la vu pigghjà, a nave navédde, al cerchio, a gatta mbalata, all’altalena, con le costruzioni, alla campana, con la  palla di pezza, con das, plastilina o creta, a  rosa rosella, a fare castelli di sabbia, con l’acqua.

    Notiamo che da una generazione all’altra cambia il tempo dedicato all’attività ludica; si scopre che gli adulti  hanno giocato più degli anziani e a più giochi.  Dalla ricerca abbiamo capito, inoltre, che i giochi tradizionali erano strumenti di crescita utili a far imparare alle nuove generazioni a difendersi, la compostezza e l’eleganza, le abilità necessarie nei mestieri, a stare in società, a comunicare.

    I giochi maschili erano in genere di competizione, di guerra, piuttosto aggressivi, probabilmente perché nel gruppo onon tutti potevano fare i capi, ecco allora la giustificazione di giochi come sarde - a puìne (Vico del Gargano), càvece ngùle (Carpino), kopple ntèrra (Vico, ischitella, San Nicandro), lu sckàffe (Cagnano),  mana róscia (Cagnano, Carpino, Sannicandro), che insegnavano a subire, senza tuttavia esagerare. Evidentemente ciascun elemento doveva scoprire il suo posto e il ruolo nella società di cui era parte, ed esercitarlo, senza dover rimettere ogni volta tutto in discussione.

    Regina Reginella, per contro,  insegnava alle bambine la compostezza e l’eleganza dei movimenti, mentre i giochi con la pupa  de pèzza (la bambola spesso di stoffa), le ninne nanne, i trastulli, le conte e filastrocche (vola- vola- lu- ciucce (vola-vola-l’asino), pède- pede- pedugne (piede, piede, pieduncolo), lambe-è-lambe, erano utili per soddisfare il bisogno di attenzioni, cure e affetto del bambino e della bambina, per tenere desta l’attenzione, per esercitare i riflessi e allenare la memoria.

    Tra i giochi di società troviamo: lu kucucciare (lo zuccaio), che vede finalmente insieme maschi e femmine di ogni età, che davano prova di sé, della proprie capacità attentive e linguistiche, nonché dei riflessi.

    Si potrebbe, pertanto, effettuare una classificazione dei giochi per genere, avendo riscontrato che nei vari paesi garganici una serie di giochi è riconducibile  all’universo maschile e un’altra serie riguarda il mondo delle donne. Se questa è la regola, però, va considerato che esistono anche le eccezioni. A Peschici, a Cagnano a san Giovanni Rotondo, infatti, u zipp, gioco ritenuto per lo più adatto ai maschi, è fatto anche dalle ragazze. C’erano , perciò, anche giochi condivisi.

    Ecco la testimonianza di un nonno di Peschici: “Durante la bella stagione le femminucce giocavano in strada a Mazz e zipp, un gioco che si faceva in gruppo: una bambina doveva tirare il più lontano possibile ‘u zipp, un pezzetto di legno appuntito alle estremità, con una mazza lunga due palmi. La seconda bambina doveva indovinare quante mazze di distanza dal punto di partenza. Le altre bambine presenti controllavano il conteggio e se era vero il gioco passava ad un’altra bambina.”

    I nonni fanno sapere, inoltre, che il tempo dei giochi non durava molto specie per i maschietti, che sotto i 10 anni andavano a lavorare. I maschi, però, nel gioco avevano maggiore libertà di movimento, mentre le donne erano limitate negli spazi e nelle esperienze socializzanti, impegnate in giochi femminili e soprattutto ad imparare a fare la mamma ordinata, pulita e rispettosa dei doveri di moglie. Sin da piccola, la donna riceveva perciò in dono una bambolina, prima artigianale, fatta di “pezza”, poi di plastica, o porcellana, a seconda della sua estrazione sociale.

    I giocattoli, che i nonni facevano in genere da sé utilizzando materiali autoctoni e che solo i più ricchi acquistavano di tanto in tanto, erano rivelatori anche dello status simbol, come risulta dal documento: “ … le bambine giocavano con le bambole di pezza: mia sorella ne aveva una lunga, secca e di vari colori ossia era fatta con tanti pezzi di stoffa, e aveva, la bambola, come capelli dei fili di lana variopinti, glieli aveva attaccati la zia dopo averli recuperati da una vecchia maglia sfilata per rifare un paio di calze. Le bambole delle figlie dei ricchi di Peschici avevano bei vestiti, capelli come veri, il viso bello lucido e gli occhi grandi neri, non come quelli della bambola di mia sorella due macchie fatte con l’inchiostro.”

    Dalle testimonianze dei cagnanesi apprendiamo, inoltre, che le bambine restavano con la mamma, quando queste non erano costrette a seguire i mariti in campagna per mietere, spigolare o dedicarsi alla raccolta, oppure erano affidate alle cure della vicina. I maschietti sin dalla fanciullezza seguivano il papà o il nonno in campagna, a pascolare i maiali, le pecore o le mucche, o al lago, a “tirare lu sciabbecone”. Tanti ragazzi, dunque, all’età della pubertà si guadagnavano “la parte”  pescando nelle acque della laguna di Varano, svolgendo lo stesso lavoro di un adulto, oppure andando alla Vadoiannina, a Rumungère o a Pagghizze, a guardare i porci, le pecore o le mucche del padrone.

    Negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, questi ragazzi facevano giochi di imitazione e di finzione: i maschietti figli di pescatori, “facevano finta di”… acchiappare i pesci, i figli di bracciali e pastori, giocavano alla caccia o a pascolare le pecorelle, le bambine giocavano a “sciuppà fave” o a “speculà”, raggruppando le spighe in “manocchje”. Nel primo caso erano sufficienti un cartone, una tavola o una cassa del pesce, perché diventasse lu sànere [la barca tipica del luogo], e un bastone, perché si trasformasse in remo; nel secondo bastava nu strappone, ricavato dal ramo di un albero, perché diventasse un fucile o andare dietro ai papà, nel terzo era sufficiente seguire le nonne e le mamme nei campi appena mietuti. 

    L’ipotesi dell’esistenza di due culture nella comunità di Cagnano trova conferma, dunque, anche nei giochi, cosicché mentre alle figlie  dei campagnoli giocavano a spigolare o a estirpare fave , quelle dei pastori, giocavano a prendersi cura degli animali e i figli dei pescatori a pescare pesci.

    Il fatto che molti maschietti amassero e amino ancora i giochi di guerra, ricorrendo inizialmente a materiali naturali, reperibili in casa o in campagna, fino a giungere ai fucili e alle armi sempre più sofisticate prodotte dalla odierna tecnologia, sembra validare la teoria residuale del gioco, secondo la quale l’ontogenesi ripete la filogenesi, rivivendo, ciascun essere umano, i passaggi e i progressi realizzati dall’umanità.

    Altro gioco che intratteneva i fanciulli e le fanciulle lungo i vicoli soprattutto nelle calde serate primaverili ed estive era a-mmucciabbone (Jatt’ a mucc a Sannicandro), il ben noto nascondino.  I maschietti giocavano, inoltre, cu strummele, un cono di legno appuntito e avvolto da cordicella: il più bravo era colui che riusciva a farlo ruotare più a lungo possibile o chi colpiva un curle con un altro curle mentre roteava (giocando a spaccàcurle); altro gioco era ‘u cavallucce, una mazza di scopa che fungeva da cavallo, altro ancora busc-karell, (a Cagnano noto come jucà a prète), sassolini che i gocatori dovevano raccogliere da terra e lanciare in alto per poi acchiapparli, avendo contemporaneamente altri sassolini sul dorso della mano.

    Quando si andava in campagna, era premura del nonno predisporre l’altalena li ndràndele [a ndrau-lat ] per i nipotini, legando una corda ad una fascia di legno piatta, dopo averla fatta passare intorno al ramo ben scelto di un robusto albero. Nel frattempo i più grandicelli si avventuravano alla ricerca di lucertole, giocando a ngappàmùsckere.