Leonarda's profileDina CrisettiPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    July 27

    Il volume “Chiesa e religiosità popolare a Peschici” presentato da Piero Giannini a Rodi Garganico

     

    Con la presentazione di “Chiesa e religiosità popolare a Peschici” del Centro Studi “G. Martella”, AA.VV., a cura di Teresa Maria Rauzino e Liana Bertoldi Lenoci ( Edizioni Centrografico Francescano, 2008), il 23 luglio ore 19.30, si è aperta la decima edizione de “Il Gargano tra natura e cultura”.

    La manifestazione, da sempre attenta a coniugare la cultura con la bellezza della natura garganica, costituendone il valore aggiunto, vede la partecipazione del comune di Rodi Garganico, dell’Amministrazione provinciale di Foggia, dell’’I.S.I.S.S. “M. Del Giudice”, del Centro rodiano di cultura “Uriatinon”, delle Edizioni del Rosone “F. Marasca”.

    Anno importante –  rileva Falina Marasca in apertura – “grazie alla forza della natura, all’impareggiabile bellezza delle sue coste, il Gargano supera tutto, anche le ferite dello scorso anno”, causate dall’incendio del 24 luglio 2007.

    Cornice, il solitario e interessante convento dello Spirito Santo di Rodi Garganico, fondato dai frati cappuccini nel 1538, con chiesa, chiostro, pozzo, refettorio, dispensa e quattordici celle. Testimone silenziosa: la grande tela della Pentecoste (in copia), attribuita a Mazzaroppi, che domina l’altare maggiore. Nell’aria aleggiano gli spiriti di Filippo Fiorentino e di Franco Marasca.

    A Falina Marasca, il compito di partecipare ai presenti il percorso, come da programma, e introdurre i personaggi della serata: Carmine D’Anelli, primo cittadino di Rodi; Teresa Maria Rauzino, co-curatrice del volume; Piero Giannini, garganico d’adozione e grande narratore, poliedrico “giocoliere delle parole”.

    Al sindaco Falina Marasca rivolge un appello: - Vogliamo essere dentro il programma dell’estate rodiana. Puntualizza, poi, che la manifestazione è attenta ai temi ambientali, culturali e storici, a un’offerta in grado di far meditare e comprendere il Gargano e i suoi uomini.

    Il primo cittadino rodiano si complimenta per il percorso programmato “spartano”, “snello” e “interessante” ideato dal Rosone in collaborazione con il Centro di cultura “Uriatinon”, un percorso che converge con quello dell’estate rodiana, anche se “parallelo”, si compiace per gli uomini e donne che si prodigano per la cultura, soprattutto se animati dall’entusiasmo coinvolgente, invita a non mancare la sera del 20 agosto, allorchè la tavola rotonda mentre chiuderà il percorso culturale estivo, ne aprirà un altro ancora più interessante, volto ad abbattere quegli steccati e quei campanili, che sino ad ora avrebbero ostacolato lo sviluppo del Gargano.

    Si passa, quindi, nel vivo della serata, con il relatore Piero Giannini, cesellatore e scultore che, in luogo di metalli e pietre, usa parole. Apre e chiude la presentazione dell’opera  evocando un personaggio nel cuore di tutti i garganici: il defunto Filippo Fiorentino, autore della post-fazione.

    Il prof. Giannini si dichiara “innamorato” della Rauzino, per la sua “caterva d’impegni”, “gli incontri e scontri” avuti con lei, per “la straordinaria capacità di coagulare gli interessi di tanti” … intorno a “briciole di fatti”, “microeventi”, “donna capace di calamitare intorno a sé, come lampada con falena, il colto e l’inclita, direbbe l’intellettuale, con l’ossimoro della ‘facilità irta di ostacoli’, certo, ma tutti superabili e superati, fino a ottenere un prodotto in cui lei non si astiene dal metterci il personale zampino … uno zampino a volte veramente graffiante per approfondimenti, pulizia di ricerca, eleganza di analisi … uno zampino che come vomere ti solca il cervello, poi il cuore, infine, ti attanaglia le viscere e ti fa esclamare: ‘Porca miseria … ma come sono ignorante!’”.

    Ascoltare il prof. Giannini è stato appassionante e piacevole, per le continue personificazioni e note allusive del suo linguaggio, come si evince anche da questo passaggio. “ L’ultimo lavoro del Centro Studi Martella ti schiaffeggia con la sua completezza, ti strapazza nelle tue superficiali approssimative conoscenze e si arroga il diritto di suggerirti: «Ma tu … queste cose… perché non le conosci?' biasimandoti, mortificandoti e seppellendoti sotto una valanga di giustificazioni che cerchi con te stesso …”.

    Entrando nel filo conduttore del lavoro, che tratta l’antico e inscindibile raporto uomo-fede, attraverso varie letture: “Un capitello erratico … ”, “La pittura sacra stile Bauhaus di Alfredo Bortoluzzi”; “Gli argenti”, ovvero il “tesoretto” del profeta Elia, i “Pellegrinaggi mariani (Madonna di Loreto e Madonna di Calena a Peschici, di Merino (Vieste), della Libera (Rodi), di Pulsano (Monte), Santa Maria Maggiore (Siponto), Incoronata (Foggia) ”, …, indugia su temi variegati, che passano dal culto del patrono cittadino, il cui rapporto con i peschiciani è ancora poco noto, alle vestigia slave presenti nel dialetto locale [skazëkavazze (cavallette), vuscherë (lucertola) …], alla metodologia di una visita pastorale [quella del 1675 del vescovo Vincenzo Maria Orsini] all’ipotesi di un recupero dell’Abazia di Kàlena [la madre di tutte le battaglie della prof. ssa  Rauzino]. Esempi, che portano le firme di autorevoli ricercatori e ricercatrici: Bertelli,  Luisi,  Boraccesi, Lopriore, Iervolino, Silvestri, Granatiero, Gianfranco e Michel’Antonio Piemontese, Afferrante, Coletta, Bertoldi Lenoci, d’Arienzo, D’Amato,  Rauzino e Fiorentino … 

     Leggendo il testo,  il lettore resta ammaliato dalle figure dei monaci scalpellini e muratori, dei laici dediti al volontariato, riuniti in confraternite, dei giovani turchi ridotti in schiavitù.

    Un testo dalla valenza storica indiscutibile, dal valore sociale evidente, che ha coagulato usi, costumi, consuetudini, riferimenti storici, artistici, architettonici … “tasselli di un’opera musiva ridondante di elementi che ci portano alle radici e ci fanno apprezzare, e meglio conoscere, quanto eravano convinti di sapere, erroneamente in modo esaustivo”. Un’opera che non può e non deve mancare nelle librerie, perché scrigno di momenti storici che ci appartengono.

    Questa quinta pubblicazione del Centro Studi Martella porta il sottotitolo Itinerari del parco Letterario “San Michele Arcangelo-Gargano segreto”, un progetto abortito sul nascere, al quale gli autori intendono comunque offrire un contributo d’idee.

    C’è questo e molto altro nel testo, che gli appassionati potranno rinvenire leggendo personalmente il libro: i giovani, soprattutto, i quali, rappresentanti del - e- per il domani, sono invitati a custodire gelosamente antiche e colorite tradizioni, monumenti, la fede trasmessa e ogni particolare, che parli della nostra storia e delle nostre radici, per continuare a narrare essi stessi la storia, tessendone una nuova.

     

    Leonarda Crisetti

    July 26

    Discussione su Eccezionale trapianto di fegato, il chirurgo è un garganico di Cagnano Varano (FG), dr Matteo Donata

     

    Citazione

    Eccezionale trapianto di fegato, il chirurgo è un garganico di Cagnano Varano (FG), dr Matteo Donata

     

    Il 24 giugno 2008 la notizia di  “un eccezionale trapianto di fegato, il primo del genere tentato e riuscito al mondo”.  La mano è del dr Matteo Donataccio dell’unità di Chirurgia Generale Clinicizzata diretta dal prof. Cordaro all’ospedale Borgo Trento, Verona.

    Il paziente, sacerdote angolano, di  31 anni, da tre residente in Italia, presenta un quadro clinico complicato. È affetto da tubercolosi e ha un tumore al fegato.

    Le strategie d’intervento tengono  impegnata l’Azienda ospedaliera di Verona per circa otto mesi:

    1.       in una prima fase si pensa di attivare una terapia volta a tenere sotto controllo  la cirrosi e il tumore al fegato del paziente;

    2.       si passa, quindi, all’asportazione del polmone, sede d’infezione, opera del prof. Calabrò;

    3.       si procede, infine, al trapianto del fegato, facendo entrare in scena il dr Donataccio.

    Il sito veronacomunica.it  comunica:

    ”L’abilità del chirurgo [M. Donataccio] e l’eccezionale preparazione della sua èquipe … hanno reso possibile l’impresa. Dopo cinque ore di sala operatoria e un paio di criticità post-operatorie felicemente superate, il sacerdote angolano, a otto giorni dall’intervento è stato dichiarato fuori pericolo”.

     

        Trapianto di fegato: Un po’ di storia

        Il primo trapianto di fegato risale al 1963, è riconducibile a Thomas Starzl, Colorado, ed ha successo. Sino agli anni Settanta il   trapianto del fegato è condotto a livello sperimentale. Negli anni Ottanta e Novanta diventa un trattamento clinico standard ed è eseguito in centinaia di centri, sia in USA, sia in Europa, sia nel resto del mondo.  Tra le realtà italiane è l’Ospedale Maggiore Civile di Verona, dove opera il dr Matteo Donataccio.

     

    Continua … (su personaggi garganici di questo blog)

    July 22

    Eccezionale trapianto di fegato, il chirurgo è un garganico di Cagnano V. (FG), dr Matteo Donataccio

     

    Il 24 giugno 2008 la notizia di  “un eccezionale trapianto di fegato, il primo del genere tentato e riuscito al mondo”.  La mano è del dr Matteo Donataccio dell’unità di Chirurgia Generale Clinicizzata diretta dal prof. Cordaro all’ospedale Borgo Trento, Verona.

    Il paziente, sacerdote angolano, di  31 anni, da tre residente in Italia, presenta un quadro clinico complicato. È affetto da tubercolosi e ha un tumore al fegato.

    Le strategie d’intervento tengono  impegnata l’Azienda ospedaliera di Verona per circa otto mesi:

    1.       in una prima fase si pensa di attivare una terapia volta a tenere sotto controllo  la cirrosi e il tumore al fegato del paziente;

    2.       si passa, quindi, all’asportazione del polmone, sede d’infezione, opera del prof. Calabrò;

    3.       si procede, infine, al trapianto del fegato, facendo entrare in scena il dr Donataccio.

    Il sito veronacomunica.it  comunica:

    ”L’abilità del chirurgo [M. Donataccio] e l’eccezionale preparazione della sua èquipe … hanno reso possibile l’impresa. Dopo cinque ore di sala operatoria e un paio di criticità post-operatorie felicemente superate, il sacerdote angolano, a otto giorni dall’intervento è stato dichiarato fuori pericolo”.

     

        Trapianto di fegato: Un po’ di storia

        Il primo trapianto di fegato risale al 1963, è riconducibile a Thomas Starzl, Colorado, ed ha successo. Sino agli anni Settanta il   trapianto del fegato è condotto a livello sperimentale. Negli anni Ottanta e Novanta diventa un trattamento clinico standard ed è eseguito in centinaia di centri, sia in USA, sia in Europa, sia nel resto del mondo.  Tra le realtà italiane è l’Ospedale Maggiore Civile di Verona, dove opera il dr Matteo Donataccio.

     

    Continua in "Personaggi garganici" di questp blog.

    July 21

    Bbommine (Fiori d'asfodelo) di Francesco Granatiero

     

    Edizioni Joker Graphicolor

    Città di Castello (PG)

    gennaio 2006

     

    A i crestejéne, a u munne,/ sprúcete stràneje stràuse/ ca na parléte rume,/ ggiargianèise. Sderrupe// ngúerpe na furnesije/ de singhe e ssúene cupe./ Bbóne o mala fegghianne,/ angóre me chenzume// de paròule stramòrte./ Na vòuce annatavanne,/ affunne, me strapòrte,/ na vòuce o nu commanne.

     

    (Agli uomini, al mondo,/ scontroso estraneo strano,/ ché una parlata rumino,/ incomprensibile. Dirupa// in corpo una frenesia/ di segni e suoni cupi./ Buono o cattivo parto,/ ancora mi consumo// di parole stramorte./ Una voce altrove,/ profonda, mi trasporta,/ una voce o un comando).

     

    È con questa poesia (FurnesijeFrenesia”), tratta dal volumetto Scúerzele “Spoglia”, che Francesco Granatiero, medico, poeta e studioso di fama nazionale, originario di Mattinata, ma vivente a Rivoli, in provincia di Torino, ha esordito spiegando così il bisogno di scavare, di andare indietro nel tempo, rinnovando il senso di “parole stramorte”. È la “voce altrove” (na vòuce annatavanne), di un altro luogo, di un altro tempo, che spinge il poeta al ricupero memoriale e all’uso dello strumento vergine della lingua materna per dare un senso alla vita, conferendo nel contempo dignità di lingua al suo dialetto periferico.

     

    Il poeta e critico Achille Serrao, nell’Aula Seminari della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Foggia, la sera del 23 maggio 2006, prima di presentare l’ultimo lavoro di Granatiero, BbommineFiori d’asfodelo” (prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, Edizioni Joker, Novi Ligure 2006, pp. 56, € 9), ha voluto soffermarsi sulle opere del poeta garganico, da U iréne (1883) a La préte de Bacucche (1886), da Énece (1994) a Scúerzele (2002), per ricostruirne l’intero percorso ideativo.

     

    Senza perdere d’occhio i fondamentali studi critici di Giovanni Tesio, di Pietro Gibellini, di Franco Brevini e di Donato Valli, Serrao traccia la storia di una ricerca poetica necessaria, letteralmente scavata, attraverso un percorso trentennale, parlando di metapoesia, di fonosimbolismo, di apofonia, di archeologia della parola e della psiche.

    La preferenza accordata al dialetto, la predilezione per i termini arcaici, ritenuti da Granatiero più “pregnanti”, “discreti”, “necessari”, è riconducibile al côté del poeta: il “nido” rotto anzitempo, l’infanzia triste e lontana, il contesto garganico, che conserva il fascino del primitivo e del selvaggio, sono indelebili nella memoria del poeta.

    Il critico parla quindi, molto appropriatamente, di operazione di speleologia linguistica, ricondotta fenomenologicamente all’antropologia, di legittimazione culta, di deciso rifiuto della “parlata”, esposta alla corruzione e quindi all’impoverimento lessicale (alterazioni fonologiche, semplificazioni), proprio come accade per la lingua nazionale comune.

    L’analisi stilistica continua e si scandisce nell’individuazione delle parole-chiave della poetica di Granatiero, dove ritornano cafúerchie “tane”, irótte “grotte”, iréve “grave, voragini”, préte “pietre”, macíere “muri a secco”, óve “uova”, énece “nidiandolo”, parole presenti in tutte le raccolte.

     

    Ritorna nel volumetto più recente, ossessivo, il tema della “memoria”, che Pietro Gibellini traduce in «durata del passato-presente», «cifra persistente» della poesia di Granatiero; «durata del passato-presente» che – aggiunge il relatore – verifica in Bbommine «un massimo di estensione applicativa», consolidandosi nella magia del mito, dove – come sostiene Franco Pappalardo La Rosa – il poeta proietta la storia propria e altrui e «i materiali della stilizzazione lirica in uno spazio-tempo aspaziale e atemporale, situabile nella dimensione magica del mito: gli aurorali spazio e tempo dell’infanzia, dove tutto rimane per sempre fissato sullo schermo di un’abbagliante-struggente eternità».

    Il critico continua parlando «di “vivezza” straziata, ma contenuta», di «carta della elegia e della algia, ma algia stemperata» dalla capacità del poeta di proiettare la materia nelle dimensioni del mito; e conclude con il rammarico di non poter esaurire «la intera gamma dei motivi di interesse e di studio dell’opera di Granatiero», perché «con Bommine, come in pochi altri lavori poetici in circolazione, si è ben dentro la magia del dire: accade qui che il verso canti le proprie ragioni ad esistere in uno straordinario, miracoloso equilibrio strutturale», con una «felicità di invenzione, una resa stilisticamente individuante dove nulla è lasciato al caso, alla pulsione elementare, e dove invece tutto è stato esperito ed attrezzato per conseguirla».

     

    Al critico si è alternato Granatiero, la cui lettura, intensa, calda e sensibile ai moti dell’anima, ha proposto vecchie e nuove poesie, come Cafúerchie irótte iréve “Tane grotte voragini” – ben nota perché inclusa in tutte le più importanti antologie di poesia dialettale, da Chiesa-Tesio (Mondadori) a Spagnoletti-Vivaldi (Garzanti) a Bonaffini e allo stesso Serrao (Brooklyn, Legas) – o M’allèrte ca m’appadde nzúenne “Mi allerto ché mi appallottolo in sogno”, dove il poeta si sprofonda in una «catabasi poetica» (Franco Brevini) o «dove l’incubo dell’éboulement in una serie di consecutivi baratri sempre più profondi e tetri sembra richiamare la paura e la sofferenza della nascita» (Franco Pappalardo La Rosa), quasi scongiurata dalla magia di una serie interminale di n, raggrumate in allitterazioni e paronomasie: nzúenne “in sogno”, sciulènne “scivolando”, uerevòune “dolina”, sprefunne “gorgo”, funne “fondo”, affónne “affonda”, sfunne “sprofondo”, affunne “profondo”, affóche “annego”, a sseffunne “senza fine”, e così via.

     

    La magistrale relazione di Achille Serrao è stata introdotta dalla generosa presentazione del prof. Domenico Cofano, ordinario di Letteratura italiana dell’Università di Foggia, che ha inquadrato l’opera nell’ambito di un’attività culturale iniziata due anni fa con il convegno sulla “Poesia neodialettale in Capitanata”. Il professore ha quindi evidenziato che l’Ateneo dauno, oltre ai compiti istituzionali, annovera quello di incoraggiare e divulgare i discorsi culturali, tanto più se essi riguardano il territorio in cui si è chiamati ad operare, meglio ancora se a proporceli è Francesco Granatiero, autore di raccolte poetiche, in cui recupera in maniera colta e raffinata il dialetto garganico.

     

    Nella discussione è intervenuto, tra gli altri, l’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Ischitella Pietro Comparelli, animatore del Premio “Ischitella-Pietro Giannone”, che ha ricordato come una poesia di Granatiero fu letta da Enrico Montesano in una trasmissione di Rai Uno del sabato sera.

    Leonarda Crisetti

     

    Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis

     

    Grazia e Michele Galante

    Levante editori- Bari, 2006

     

    Presentato il 12 maggio 2006 nella sontuosa sala Biblioteca comunale il Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, di Grazia e Michele Galante, Levante editori- Bari, con prefazione di Tullio De Mauro e postazione di Joseph Tusiani.

    Un dizionario molto atteso, con oltre 200 mila lemmi, disposti in ordine alfabetico, senza tuttavia ridursi ad un arido elenco- precisa il coordinatore, dirigente scolastico Michele Coco- dato che di ogni parola si danno esempi d’uso tratti da proverbi, canti popolari, narrazioni. Contiene etimi di vocaboli, riferimenti alle lingue classiche e moderne, sinonimi e contrari, aggettivi nei vari gradi, verbi nelle diverse forme … . Dizionario arricchito da tavole tematiche: dall’abbigliamento ad ogni altro aspetto della vita culturale. Testo voluminoso alleggerito dai disegni di Nardella, strumento di conoscenza delle proprie radici, della storia sammarchese e garganica”.

    Opera “ponderosa”, che Sergio Mazzia - commissario straordinario della città di san Marco in Lamis - si è onorato di presentare e che mostra l’interesse e l’amore dei fratelli Galante per la propria terra.

    Molto interessante il contributo di Emanuela Piemontese, ordinario di glottolinguistica, didattica della lingua e sociolinguistica de La Sapienza di Roma che incentra il suo intervento sulla “corposità”, sulla “mole”, sulla “ponderosità”, sulla fatica dell’opera e sulla conseguente complessità, soprattutto a livello tecnico, inerente la compilazione di un dizionario della lingua dialettale.

    Difficoltà riguardanti il criterio di scelta e di accesso alle fonti, che- nel caso del dialetto- sono, in genere, scarse e di tipo orale; difficoltà di classificare le parole che assumono sensi diversi, a seconda del contesto e della cultura; difficoltà di trascriverle; difficoltà di distinguere parole autoctone e prestiti; difficoltà connesse alla storica e complessa Questione della lingua, che ha visto contrapporsi due scuole di pensiero. Accenna quindi alla politica linguistica vincente nelle aule scolastiche e accademiche, alla teoria manzoniana che- tradendo le intenzioni dell’autore di Promessi Sposi- ha ritenuto i dialetti mala erba da estirpare. Recupera la teoria, meno nota al gran pubblico, di Isaia Ascoli, secondo la quale il successo dell’italiano non poteva ritenersi disgiunto dalla crescita del “commercio umano”. Se, dal punto di vista della politica scolastica, hanno vinto i manzoniani- continua la prof.ssa - dal punto di vista storico è risultata più corretta la posizione di Ascoli, per cui oggi, anche grazie ai mass media, la percentuale delle persone che parla l’‘italiano è salita dal 2% al 96 %, anche se un buon 40% ha molta familiarità con il dialetto.

    Un secolo dopo, seguendo la teoria dei manzoniani e penalizzando chiunque si esprimesse in dialetto, don Milani poté affermare che la scuola è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati, bocciando dalla scuola di tutti chi non conosceva l’italiano.

     Né si può cancellare dalla memoria l’esasperazione della stigmatizzazione del dialetto operata dalla storia linguistica, dimenticando che intere generazioni hanno dovuto lottare, sentirsi persino in colpa, nel parlare in dialetto. Negli anni Sessanta del secolo scorso si è assistito, infatti, al mimetismo linguistico dei nostri immigrati, i quali a Milano e a Torino sono stati costretti a dimenticare insieme al proprio dialetto, le proprie radici, vivendo da sradicati e provando vergogna verso la prima lingua madre.

    Oggi si assiste invece in tutta la Puglia al recupero del dialetto, dato che non contrassegna più lo status simbol del cafone, restituendogli quella dignità che si riconosce ad ogni lingua.

    Un apprezzamento che, però, non può venire senza la conoscenza dell’italiano. Già Gramsci esorta, perciò, la moglie ad insegnare ai propri figli – oltre al dialetto- l’italiano, in modo ciascun cittadino abbia la possibilità di sentirsi dentro la situazione, percependo la sensazione di trovarsi al posto giusto, attraverso la comunicazione.

    Il dizionario di Grazia e Michele Galante è quindi un buon punto di partenza, che ha dovuto affrontare tutte queste difficoltà, e che può essere migliorato.

    Alla corposità del dizionario presentato, si aggancia il grande Joseph Tusiani, che si è premurato di esportare il dialetto garganico anche oltre oceano- il quale, per contro, partecipa al folto pubblico che gremisce la sala- il suo dialetto “limitato” oltre che “americanizzato, insegnatogli da sua madre. Un dialetto che sa di “sarta”, dal momento che sua madre faceva la sartina, e che comprende, pertanto, termini come fròffecia, fruffecìccchia e pertose. La cune che colmerà con questo dizionario, “un libro – confessa l’autore- che spiega me a me stesso”.

     Commovente e rilevante sul piano pedagogico la chiusa di Tusiani, il quale si augura che il Dizionario di Grazia e Michele Galante possa dare origine in famiglia ad un gioco o passatempo linguistico:

    Addevine che gghiène lu strengeture? Addevine che gghiène lu cannepeddare? Addevine che gghiène lu… , e così via, per una mezz’oretta o solo per cinque minuti al giorno. Anche l’occhio ha diritto ad un poco di riposo, dopo ore ed ore di Tv. …. E mo nun parle cchìù”.

    Quando il silenzio si fa poesia

    Recensione Leonarda Crisetti (16.11.2005 )

    Sul fenomeno religioso, su questo sentimento universale, per il fatto che tocca proprio tutti i cittadini del mondo, e particolare, per le differenti forme di culto e ritualità, sulla riscoperta sempre nuova di Dio creatore dell’Universo, s’incentra l’ultima pubblicazione di Francesco Bocale, dal titolo invitante e provocatorio Quando il silenzio si fa poesia, ed.GR, SRL- Besana in Brianza (MI).

    Poesie che tracciano il percorso degli ultimi quattro anni di vita dell’autore, che vedono Francesco impegnato nella riscoperta di significati, di un nuovo modo di esistere, nella ricerca di quel senso che può rinvenirsi solo in Dio. Ricerca agevolata dal dolce sostare nel silenzio della contemplazione dei monasteri benedettini della Brianza e, soprattutto, dalla capacità di porsi in ascolto, di veicolare il silenzio attraverso versi ben curati. La preghiera si scioglie nel canto, inno di gratitudine, grido d’aiuto, stupore di bambino- dichiara Francesco Bocale nelle poche note introduttive.

    Nella cornice dei monasteri benedettini, voluti in luoghi appartati e silenziosi, un tempo impervi e abbandonati, per insegnare l’amore per l’ulivo e per la vite, per pregare e contemplare la misericordia di Dio, Francesco Bocale sente alitare forte la presenza del Creatore e la restituisce con  versi conditi di metafore, personificazioni, parole scelte con cura: lasciami piantare la mia tenda/ al riparo della Tua misericordia/ perché la mia anima è affamata di te. [Dolcezza di padre]; Fammi volare nel tuo cielo [Al Lui], Fammi ascoltare la Tua voce, Signore,/ parlami nel cuore del mio sonno/ [La Tua voce] … .

    Un silenzio interrotto dal concerto dei galli che gareggiano per svegliare l’alba e vestirla d’argento, dei passeri col vociare gioioso, delle cince mattiniere che danzano sui tetti, delle ghiandaie che starnazzano eccitate … .

    Contesto dove il buio e lungo silenzio della notte s’illumina col chiarore della luna e delle stelle, alternandosi ai colori mai accesi, dell’alba e del tramonto. Un ambiente di trame fatte di marcite, di papaveri e pioppi, ma soprattutto del dolore mai spento provocato dalla lontananza, che vuole il figlio separato dalla madre sola nel suo paese natio. Lo sfondo della solitudine, della sofferenza, della fragilità e della spiritualità e della gioia: i temi cari a Francesco Bocale, i temi dell’esistenza, che orientano l’uomo verso Dio.

    Dopo il processo di secolarizzazione, avviato con la modernizzazione, accade di assistere soprattutto nel mondo occidentale alla recente presenza di un nuovo fervore religioso, alla riappropriazione dei valori della tradizione cristiana, che rappresentano un sostegno soprattutto in periodi - come il nostro – in cui si accentua la fragilità umana, a causa della precarietà, dell’incertezza e dei rapidi mutamenti. Temi ben rappresentati  nella produzione poetica di Francesco Bocale, che sa porsi nella non facile posizione di ascolto.

     

    Sarò pellegrino

     


    Sarò pellegrino

    Perché, Signore,

    hai deciso di partire,

    di portarti lontano

    gli uomini di questa abbazia,

    come pastore che cerca pascoli

    per le sue pecore

    che bramano altura?

    Dove andrò a cercare riparo

    Quando questo luogo

    Sarà dimora

    Di chi non cammina con te?

    Chi potrà dare conforto

    All’urlo del mio silenzio?

    Non mi smarrirò

    nel buio della tristezza,

    indosserò una veste nuova,

    stringerò ai piedi

    robusti calzari

    e sarò pellegrino

    sull’irta strada

    che mi guiderà fino a Te.


     Francesco Bocale, Vertemate, domenica 19.06.05

     

    Cenni biografici del poeta narratore: Francesco Bocale nasce a Cagnano Varano il 1954,  oggi insegna a Turate, provincia di Como. Nel  1995 pubblica Infanzia, giorno beato, opera in prosa in cui canta con un certo pudore l’amore nostalgico  per Cagnano Varano, luogo della memoria; il 2001 Misura dei miei passi,, raccolta di poesie autobiografiche, incentrate sul tema amoroso.  

    IL TURISMO NEL Gargano

     

     

     Con la tavola rotonda “Un turista è una risorsa” di giovedì 24 agosto 2006 si è chiuso il programma culturale Il Gargano tra natura e Cultura, organizzato dal Rosone e dall’ass. alla cultura di Rodi, patrocinato dalla Provincia di Foggia e dalla Comunità montana del Gargano. L’istituto di scuola superiore “M. Del Giudice”, ha ospitato i convenuti nella magnifica sala auditorium, dimostrando che la scuola è di tutti e collabora per la buona riuscita delle iniziative culturali.

    La prof.ssa Martino Marsca ha sintetizzato i programmi delle serate precedenti: la presentazione di A. De Grandis del volume Il Gargano, curato da F. Giuliani di giovedì 10 agosto; di T. M. Rauzino del volume L’anima e la spada di M. A. Ferrante dell’11; l’escursione visita alla grotta dell’Angelo e alla chiesa di Monte Devia di giovedì 17;  la presentazione di P. Saggese di Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amóre. Canti e storie di vita contadina di Leonarda Crisetti di venerdì 18; di Cartoline dal Gargano di D’amaro, Fraccacreta, Ritrovato, del 21; I suoni e simboli universali della poesia di F. Granatiero introdotti da P. Saggese del 22, il Concerto del Conservatorio U. Giordano di Rodi. G.co del 23.

    Il progetto “Il Gargano tra natura e cultura”, è riuscito a coniugare per la terza volta le valenze naturalistiche del Gargano con quelle prodotte dall’uomo nel corso dei millenni, due forti ingredienti per promuovere la crescita del territorio e dei suoi abitanti, invitando rappresentanti del mondo culturale (poeti, narratori, ricercatori, cantori e musicisti), nonché del politico ed economico: gli uni per partecipare le loro emozioni e conoscenze, gli altri per fare il punto sulla situazione e scoprire la maglia rotta della rete, affinché nel prossimo futuro si possa investire con maggiore efficacia.

    Il convegno-tavola rotonda, nonostante il pubblico ristretto, è stato utile, infatti, per indagare il fenomeno del turismo e trovare nuove strategie, perché c’è qualcosa che non va. Non si può più improvvisare, occorrono interventi scientifici, ben studiati e calibrati, volti a far innamorare e ritornare, affinché il turismo, punto di forza del Gargano decolli.

    La questione è complessa e la sua risoluzione richiede regia, sinergie e approccio sistemico. Ne sono convinti – almeno in teoria - tutti i convenuti: C. Stallone, pres. Della provincia di Fg, G. De Leonardis, ass. al turismo della provincia, N. Pinto e G. Maratea, rispettivamente pres. e ass. alla cultura alla Comunità montana del Gargano, C. D’Anelli e G. Di Lella, nell’ordine sindaco e Ass. alla cultura di Rodi, P. Schiavone rappresentante dell’ente Parco nazionale del Gargano, D. Cofano, docente dell’Ateneo foggiano, G. D’Avolio, dirigente scuola superiore “M. Del Giudice”, A. Gelormini, menager del turismo, M, Minchillo, direttore dell’azienda di formazione turistica provinciale, Falina Marasca de Il Rosone e D. Pajano, cordinatore.

    Il turista è una risorsa, … non farlo andare via ha costituito il tema della tavola rotonda su cui hanno fatto il punto tutti gli interventi.  Slogan diretto ai politici, ai cittadino residenti, ma soprattutto albergatori e gestori di ristoranti e pizzerie, i quali dovrebbero non dovrebbero  considerare il turista un pollo da spennare, facendo lievitare i costi dell’affitto, dei generi alimentari, dei servizi.

    Sole, mare e spiagge ancora sostanzialmente incontaminate, prodotti eno-gastronomici gustosi e artigianali non sembranopiù sufficienti ad allettare il turista. Lo dicono gli indici di presenza che da diversi anni sono in calo e la responsabilità non può essere imputata solo al famigerato euro. Al problema calo delle presenze, si aggiunge quello del calo delle permanenze: da un mese, si è passati a 15 giorni, poi ad 1 settimana- considera il pres. della provincia, puntando l’indice sui costi elevati. Ci sarebbe- tuttavia- quest’anno un cenno di ripresa, attestato dall’aumento dei rifiuti. Proprio così, perché i flussi turistici nella nostra provincia non si contano più in base all’affluenza e alle notti di permanenza dei turisti nelle strutture, ma sulla base dei rifiuti prodotti. Indici opinabili, soprattutto se assolutizzati.

    I relatori hanno scavato, quindi, evidenziando altri punti di debolezza del nostro turismo: la carenza dei mezzi di trasporto pubblici e dei collegamenti, l’isolamento del turista nei villaggi ospitanti, lo scarso raccordo tra località balneari ed entroterra, la contenuta capacità dei garganici nel praticare l’accoglienza, la tendenza da parte dei paesi a coltivare il proprio orticello, la scarsa efficienza della rete telematica.

    Occorre sollecitare la connessione ADSL, per stare a passo con i tempi, dato che molte scelte vengono effettuate all’ultimo minuto, consultando Internet, e la Puglia (Gargano e Subappennico in particolare) sotto questo profilo è carente.

    Bisogna potenziare i mezzi di trasporto, fornendo all’occorrenza anche servizi gratuiti, che portino i turisti a visitare i centri storici, i boschi, le valli, i musei, i manufatti, i prodotti culturali che parlano della nostra storia.

    È necessario insistere sui musei, sui siti archeologici, sui parchi letterari (un progetto è stato già avviato dalla Comunità montana del Gargano). Per rilanciare il turismo occorre l’intervento della scuola, alla quale APT e Provincia intendono affidare il compito di progettare lo slogan della campagna promozionale della provincia di foggia del prossimo anno. Uno slogan che richiami nel logo il Gargano,  il Subappennino e il Tavoliere, giacché ciascuna di questa terra con le proprie peculiarità presenta aspetti culturali e materiali interessanti da promuovere e valorizzare e perché il raccordo spiagge-entroterra può costituire il valore aggiunto della nostra offerta. La cultura del territorio non può, dunque, non passare attraverso la fucina della formazione che è la scuola.

    La valorizzazione scientifica del turismo acclamata comporta la presenza di operatori che vogliono e sappiano fare il mestiere, di politici che vadano oltre le anguste prospettive provinciali, il ricorso a strategie articolate d’intervento.

    Questo vuol dire, d’altro canto, contrastare il degrado delle strutture, accelerare l’approvazione di piani regolatori, rispettare del patrimonio tramandato,salvaguardare i luoghi, non alterare i centri storici, non sfruttare del turista, contrastare i fenomeni delinquenziali e l’affermarsi della prepotenza.

    Significa declinare turismo economico e turismo culturale, vuol dire  elaborare progetti che, sposando la visione della destagionalizzazione, invitino il turista a visitare i nostri posti in ogni stagione dell’anno, consentendogli di potersi svegliare in collina e apprezzare i prodotti variegati della nostra cultura e della nostra natura.

    La valorizzazione scientifica del turismo richiede, dunque, regia, sinergia e formazione [di imprenditori e comunità]. La valorizzazione scientifica del turismo passa attraverso la new economy della conoscenza. 

    Nel concetto di turismo scientifico rientra la logica dell’oculatezza e del risparmio, affinché l’attività non conduca, da un lato, al depauperamento delle risorse ambientali e culturali, dall’altro, allo sfruttamento di chi viene a trascorrere da noi le vacanze, perché il turista non è un pollo da spennare.  

    Per migliorare l’offerta turistica, in ogni caso, occorre acquisire dati sui bisogni dei turisti, attraverso questionari, ma soprattutto occorre far nascere la cultura del turismo tra la gente del posto che, ad onor del vero qui manca. Diciamolo francamente – si conviene- il turista da noi è tollerato.  

    Tante voci, quelle dei protagonisti della tavola rotonda, cui si sono aggiunte quelle di alcuni cittadini presenti in sala, che hanno sollevato i problemi della: incolumità del turista, scarsa partecipazione dei turisti e residenti ai programmi culturali, mancanza di acqua potabile e falde freatiche a rischio d’inquinamento, data la presenza in certe zone di pozzi neri non a norma, … .  

    Problemi ricomposti, infine, dal prof. Stallone, il quale fuggendo l’atteggiamento dello struzzo, ritiene che i problemi segnalati siano giusti, che richiedano però tempo, programmazione e denaro. La sua squadra, in ogni caso, nonostante le ristrettezze dei fondi, che non permettono di dare risposte efficaci ai cittadini – così come afferma il pres. della provincia- si sta adoperando in diverse direzioni, sposando la causa dell’aeroporto, la necessità di pubblicizzare meglio il territorio inteso come contenitore di natura e cultura, di favorire la nascita di scuole e corsi di formazione per imprenditori, di potenziare la rete viaria e telematica. Intervento sostanzialmente condiviso da N. Pinto, presidente della Comunità montana del Gargano, alle prese con questo nuovo incarico.

    Non rimane che augurarsi che le disattenzioni e le lagnanze registrate nel convegno non si risolvano in mere parole, che qualcuno si faccia portavoce nelle sedi opportune, provando a dare le meritate soluzioni, dando voce anche alla Capitanata, perché la Puglia non può e non deve più fermarsi a Bari.

     

     

    IL GARGANO DI FILIPPO FIORENTINO ...

     5 maggio 2007-05-06, Leonarda Crisetti

     

    IL GARGANO DI FILIPPO FIORENTINO:

    UN SOGNO INTERROTTO?

    Atti

    A cura di Falina Marasca

    Ed. del Rosone 2007

     

    Il 4 maggio, giorno della presentazione degli Atti del convegno, che ha avuto luogo nell’Auditorium dell’Istituto M. Del Giudice, il 19 agosto 2005, è stato a  mio avviso significativo soprattutto perché la memoria di F. Fiorentino è stata consegnata alla nuova generazione.

    E già, perché il germe della conoscenza, della riflessione e della “ricerca di senso” è stato gettato nelle menti vergini e feconde di centinaia e centinaia degli studenti che, insieme ai dirigenti, ai docenti, ai rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali e ad appassionati cultori di ricerca, gremivano l’Auditorium I.S.I.S.S “M. Del Giudice”.

    Partecipando compostamente della memoria del tanto stimato Filippo Fiorentino, i giovani hanno, infatti, avuto l’opportunità di entrare nel vissuto antropologico-culturale della gente garganica e  di ispessire la propria cultura, così realizzando uno dei più importanti obiettivi della “scuola dell’autonomia”, sempre più impegnata a declinare le esigenze del territorio con i bisogni di crescita degli alunni.

    Una giornata particolare per i ragazzi, dunque, come ha evidenziato anche il prof. G. D’Avolio, dirigente della scuola- “in cui si continua il lavoro di un preside che aveva qui la sua casa, un dirigente sempre impegnato nella conoscenza”, preoccupato di gettare un ponte per costruire un mondo di pace e di libertà. Il libro degli Atti, curato da Falina Marasca, Edito del Rosone, con il patrocinio della Comunità Montana del Gargano, potrà, perciò, far conoscere Filippo ai giovani del Gargano di oggi e a quelli di Napoli.

    Il sogno interrotto di F. Fiorentino, che abbiamo sposato e tradotto in libro, non è stato solo un impegno istituzionale – ha puntualizzato il presidente della Comunità Montana N. Pinto- dato che mi sento a lui legato anche affettivamente; è il giusto riconoscimento tributato dalla Comunità ad un uomo che si è distinto per la sua umanità e cultura. Cultura utile a liberare l’uomo dalla condizione di ignoranza e a favorire sua umanizzazione. Bisogna andare oltre la morte, custodire quanto ci è stato lasciato, accogliere l’eredità e consegnarla ai giovani. Per questo si è pensato stamani anche ad un Premio “F. Fiorentino”, una promessa che m’impegno a tradurre in realtà.”

    I. Bronzino, dirigente dell’Istituto superiore “S. Nittis” di Napoli ha, poi, ricordato gli studi, l’amore per la conoscenza, per gli uomini e il territorio, l’universo culturale, l’impegno pedagogico del fabulatore, il dirigente tanto amato e stimato anche nella città partenopea.

    Il profilo di F. Fiorentino è stato, quindi, ispessito da B. Puoti, rappresentante dell’As. Naz. Dirigenti e Alte professionalità della scuola, contento di onorare il nostro personaggio, passando in rassegna “tranche de vie” utili a penetrare in qualche modo il suo carattere, gli atteggiamenti, lo stile.  Si sono quindi avvicendate del immagini dello studente seriamente impegnato, al “Tondi” e alla facoltà di Lettere napoletana: le lezioni di Vico e di De Sanctis, gli interessi per la poesia, le lettere e l’archeologia, la voglia di attingere alle radici più profonde della cultura e degli uomini per parteciparne il valore agli altri. La mente “ben fatta” e non “piena” di nozioni ingombranti, che consolidò il modo di scrivere creativo, ricco e profondo, l’ombra di mestizia che induceva a vedere in lui una persona schiva e riservata. Ha comunicando, infine, gli ultimi suoi due grandi crucci: la gioia iniziale di diventare preside, dettata dalla convinzione che la funzione gli avrebbe permesso di incidere di più e meglio sulla formazione dei giovani, seguita dalla delusione provata quando si convinse di non poter essere loro di aiuto, dovendo assolvere compiti soprattutto di natura organizzativa; la nostalgia delle colline e monti del Gargano, nel suo ultimo soggiorno napoletano.

    Le attese alimentate sull’intervento del prof. A. Scalzi, dirigente del liceo “G, De Rogatis” San Nicandro.- Cagnano, la cui relazione in scaletta rappresentava il momento clou della presentazione degli Atti, non sono state tradite. Ha iniziato, riandando con la mente agli anni del liceo, quando, compagno di scuola, Filippo metteva a freno la sua vivacità. Mal celando la propria emozione, il tono prima commosso e, poi, via via più deciso, con il proposito forte di volere omaggiare l’amico, offrendo il meglio di sé, non tanto per ”sbandierare” la memoria di chi non è più, quanto soprattutto per incitare a proseguire “il sogno interrotto”, perché diventi linfa e testimonianza di vita, il dirigente ha interessato il variegato pubblico, attraversando tutto il testo degli Atti, selezionando i tratti più significativi dei vari interventi, come fa chi è interessato a costruire una nuova antologia.

    Supportato dagli strumenti mass mediali, ha parafrasato e  ricomposto in un nuovo discorso i passaggi importanti delle relazioni e degli interventi registrati oltre il convegno, tutti contenuti nel libro presentato, firmati da Pinto, De Grandis, Rauzino, Marasca, Maratea, Palomba, Fontana, Piemontese, Crisetti, Cioce, S. Del Carretto, Resta, Mastropaolo, Del Vecchio, Saggese, Mundi, […]. Il dirigente, prof. Scalzi ha fatto, così, emergere le sfaccettature della formazione di Fiorentino, un uomo poliedrico dalle mille risorse, pioniere della scuola del curricolo e dell’autonomia, impegnata ad uscire dall’autoreferenzialità e ad incontrarsi con il territorio, per promuoverlo attraverso la cultura, affinché le conoscenze le competenze acquisite non diventino sterili e producano quella “ricerca di significati” tanto auspicata anche dall’attuale ministro Fioroni nella cornice delle nuove Indicazioni nazionali.

    È, dunque, emerso l’infaticabile organizzatore in grado di attivare le sinergie, il pioniere della scuola laboratorio di democrazia e nuova didattica, l’uomo dall’impegno culturale di alto profilo, il cittadino garganico che ha tanto amato la sua terra ed ha sognato un suo futuro sviluppo incentrato sulla cultura, maturando il progetto del parco letterario “Gargano segreto”.

    “Una chimera che è divenuta una realtà-ha aggiunto il dr B. Mundi- grazi all’impegno del prof. Maratea e del dr Pinto, grazie a Fiorentino e a Soccio che da lassù hanno dato una mano”.

    Interessante anche il breve contributo della prof.ssa L. De Maio, che ha partecipato la condizione di precarietà dei docenti di vent’anni fa, i sacrifici e i disagi del viaggio, il regime quasi militare del “M. Del Giudice”, i controlli di chi si faceva temere e amare, donare un fiore per il suo onomastico, la capacità di sintesi del preside Fiorentino, testimoniata sino alla fine, impressa eternamente sul suo epitaffio: “OVUQUE UNO SGUARDO DI FEDE”.

    L'anima e la spada

    Leonarda Crisetti, Recensione del 26 gennaio 2006.

     

    L’anima e la spada

    Maria Antonia Ferrante

    Edizioni del Rosone

     

    Dopo San Michele tra luce e ombra (1991) e Memorie di Guerra dall’Idroscalo (2002), nonché molti articoli storico, psicologico- culturale, Maria Antonia Ferrante torna a tessere il dialogo con i lettori con questo nuovo libro intestato L’anima e la spada, edito in veste sobria ed elegante dal Rosone.

    Un lavoro di ricerca storica, corredato da fonti, utilmente  interrogate, interrelate,  sì da sviluppare quella narratio, che si sviluppa intorno ai due personaggi principali, evocate dalle metafore espresse dal titolo, attraverso le caratteristiche che maggiormente li rappresentano.

    L’intuizione, la conoscenza dell’animo umano, le capacità ideative,  critiche e introspettive soccorrono, inoltre, l’autrice in questo lavoro di ricostruzione storica, costruendo intrecci e vicende, animandole, attraverso le azioni, le soste sui luoghi e sui paesaggi, indugiando sui pensieri dei protagonisti.

    Uno scenario intricato di eventi si dispiega davanti agli occhi del lettore, riconducendolo in un’epoca storica definita, a torto, oscurantista, tra prima e seconda metà dell’XI secolo, allorché la Chiesa è impegnata a ridefinire i suoi rapporti con il trono, avvalendosi dell’opera di vaste comunità monastiche, non senza avvertire i conflitti originati da un lato, dall’esigenza di riforma, che chiede agli uomini di Dio di ritornare alla povertà e semplicità evangelica, e, dall’altro, dalle pressioni di quel potere temporale, che li impegnava a lasciare traccia di sé attraverso la conquista di terre, castelli e cattedrali, adoperando gli strumenti delle indulgenze, del nepotismo e di ogni tipo di corruzione.

    Sentimenti contrastanti ed elementi di contesto, efficacemente rappresentati dalla narratrice nei protagonisti, Desiderio e Roberto il Guiscardo, contraddizioni compresenti in ciascuno di essi, come in ogni uomo, perennemente dibattuto tra essere e non essere.

    Il dissidio dell’anima è interpretato da Desiderio, sin dalle prime battute, allorché l’autrice, descrivendo l’aspetto fisico del futuro monaco destinato al soglio pontificio, lo definisce piacevole ed esile, gli conferisce quegli  occhi malinconici e quei lineamenti delicati, tipici di coloro che già in giovane età si votano alla vita ascetica. Questo giovane longobardo, battezzato Dauferio, è inquieto e ribelle sin dall’adolescenza, dilaniato dai sensi di colpa che insorgono, ad esempio, allorché egli si sottrae alla presenza dei genitori e soprattutto ai loro disegni, che lo vogliono sposato, preferendo la compagnia di anacoreti.

    Parafrasando il linguaggio freudiano- non estraneo alla narratrice psicoterapeuta- potremmo sostenere che l’Anima di Desiderio soffre di quel conflitto che insorge tra le richieste sempre più forti di un Super ego, che lo vogliono rispettoso delle regole benedettine della preghiera e del lavoro, e le spinte dell’Es, che lo vedono attaccato alle cose mondane: la gloria e l’attrazione per il bello (arte bizantina in particolare).  L’anima si dibatte, pertanto, tra umiltà e presunzione, vita attiva e contemplativa. Rivedendo la  sua immagine affrescata sulle pareti di Sant’Angelo in Formis, desiderio pensa, perciò, con sgomento:- Troppo sontuoso è il mio abbigliamento.[ …] Troppo grande è l’immagine che mi rappresenta! Ho peccato ancora una volta, d’orgoglio e d’immodestia.

    Vicende e tematiche che portano alla luce i dilemmi di sempre: l’essere, l’apparire, la frenesia del tempo mondano, che ruba spazio all’anima – commenta l’autrice. Inquietudini, agitazioni e azioni del narrare calcate puntualmente dal vento, simbolo di ………... 

    Se l’ anima  del romanzo caratterizza principalmente il personaggio di Desidero, la spada ben si addice a Roberto, figlio di Tancredi d’Altavilla, che a causa della sua astuzia si è meritato l’appellativo di Guiscardo. Volitivo e  tenace, crudele e spietato, pio e devoto, scomunicato e deferente verso la chiesa, devoto all’Arcangelo guerriero e dissacratore, il conte normanno rappresenta l’altra realtà della storia dell’XI secolo, che vede il Mezzogiorno terra  contesa tra papato, longobardi, bizantini e normanni.  Grazie a Roberto il Guiscardo, gli uomini del nord da mercenari diventano nuovi padroni del Sud.

    A quest’uomo, dai folti capelli, che si confondono con gli altrettanto lunghi baffi e con la barba, dipinto dalla narratrice come furia, vento che non s’arresta, acqua che travolge, fulmine che incenerisce, dato che non risparmia punizioni ai vinti, a questo condottiero al contempo generoso, magnanimo e sottomesso, afferisce, pertanto, la metafora della spada.  E mentre il Guiscardo annette città alla sua corona, elargisce doni alla chiesa, per tranquillizzare la coscienza, pensando di redimere in questo modo le sue malefatte. Un personaggio dalle due anime, proprio come quelle di Desiderio, che è pertanto da lui affascinato, rappresentando il suo alter ego.

    Due vite parallele, segnate dalle azioni dei protagonisti: accade perciò che nello stesso tempo in cui Desiderio è impegnato a ricostruire chiese, basiliche e monasteri, Roberto s’impossessa dell’intera Puglia, ponte per Costantinopoli, nutrendo l’ambito progetto di impadronirsi di Bisanzio.  Il primo impegnato ad edificare-commenta l’autrice- e l’altro a distruggere.

    Indugia la penna dell’autrice nel delineare i tratti dell’astuto dagli occhi azzurri che, oltre ad essere abile condottiero, si abbandona ai piaceri del cibo e del vino - specie a seguito di una difficile impresa. Vizi smodati, tollerati dalla consorte del normanno, la bella giovane Silchegaida, sua seconda moglie che darà alla luce una numerosa figliolanza.

    La forte personalità del conte che, tuttavia, non regge se messa a confronto con  quella espressa dalla bella, devota, fiera e coraggiosa, colta, decisa, lungimirante Silchegaida, la quale entra in scena insieme al suo futuro sposo, ad un terzo della narrazione, restando in primo piano pressoché fino alla fine del racconto, insieme all’erede d’Altavilla e all’abate Desiderio.

    Questa donna, cui l’autrice dedica ampio spazio, contravvenendo alle costumanze del tempo- data la posizione decisamente subalterna della figura femminile anche nella cultura longobarda- viene annunciata attraverso le parole di Alfano, amico e confidente di Desiderio, il quale aggiunge che si è formata alla scuola salernitana di medicina ed è  un’autentica longobarda.

    Singolare e anticonformista, questa donna è sempre a fianco al suo consorte,  soprattutto dopo il concilio di Melfi, dove al conte normanno viene conferito il titolo di duca di Puglia, di Calabria e Sicilia.

    Moglie generosa e madre premurosa oltre che orgogliosa dei figli, che ama amorevolmente e che fa istruire, trasmettendo nelle donne la raffinatezza dei modi, l’amore per la musica e per le arti nobili, aiutata da dame di prestigio, salernitane, di ascendenza longobarda, nei maschi il culto delle armi.

    Donna che alla ragione unisce l’intuito e la sensibilità femminile, risultando vincente anche nel momento in cui svolge i  ruoli di stratega e soldato, dovendo pianificare e sostenere gli attacchi.

    Donna colta che informa puntualmente i soldati e soprattutto il Guiscardo ad ogni attacco, mostrando carte e leggendo notizie storiche dalle pergamene di suo padre, il conte Gisulfo.

    Donna coraggiosa e razionale, prudente e saggia soprattutto nei momenti difficili,  a fronte di un marito impulsivo e rude. Sulla via di  Costantinopoli, quando tutto è pressoché perduto,  Sichelgaita interviene dicendo: -E’ bene, mio consorte, conservare la calma e agire con prudenza…Dobbiamo… dobbiamo … .

    Donna che, come ogni essere umano, è assalita talvolta dal dubbio: al matrimonio delle figlie Sibilla e Matilde ha infatti un attimo di smarrimento, allorché affiorano, da dove li aveva ricacciati, i dolori provati per il padre e i fratelli uccisi per mano del marito, le atrocità commesse nelle guerre di conquista e il sangue versato dai salernitani, i sensi di colpa per le figlie andate a  nozze per volontà paterna. Sentimenti che prontamente allontana da sé, perché sa che non è saggio rimuginare sul passato e che bisogna andare avanti, facendo riemergere la valchiria, la duchessa del più scaltro e  spietato protagonista della seconda metà dell’XI secolo.

    Personaggio interessante, quello di Sichelgaita, proteso a cancellare gli stereotipi di genere, che attribuiscono tutt’oggi alla donna intuito, dolcezza, passività e  seduzione, destinando all’uomo razionalità, forza, capacità decisionali e pianificatorie.

    Attorno ai protagonisti, si muovono altri personaggi: papi, duchi, monaci, tutti importanti e che hanno lasciato traccia di sé nella storia. Tra essi emergono Alfano, il monaco consigliere, amico di Desiderio rimasto fedele ai Longobardi, e Ildebrando da Soana, l’energico Gregorio VII, il papa accentratore, impegnato nella riforma della chiesa.

    I viaggi di Desiderio, mediatore e diplomatico che dirige le mosse della sua politica dalla sede di Montecassino, conducono il lettore anche in terra Garganica.  La storia narrata, che si dipana per un cinquantennio a partire dal 1027, s’intreccia perciò con le vicende del monastero di Santa Maria di Tremiti, dipendenza cassinense, dove Desiderio effettua tre viaggi, occasioni colte dalla narratrice per fornire al lettore notizie storiche, ma soprattutto per invitarlo a guardarsi intorno, al fine di poter  ascoltare voci e suoni, di ammirare i colori, di gustare i sapori.  

    Quella cui M. A. Ferrante fa riferimento nell’opera è l’età aurea di Montecassino, che si arricchisce di opere d’arte, chiese e celle, che impingua il suo patrimonio tramite ogni genere di donazione. Tempo in cui prosperano sia le città costiere e sia quelle dell’entroterra, epoca in cui si attivano i commerci grazie al pescato dei laghi di Lesina e Varano, alle produzioni della vite, del grano e dell’ulivo sostenute dai monaci, agli scambi con l’Oriente, da cui giungono tappeti e stoffe.

    La cornice storica si snoda, quindi, tra le conquiste normanne, il concilio dei vescovi, il tentativo di conquistare Bisanzio, la politica temporale della chiesa e la riforma. L’ansia di ricostruire la basilica di San Benedetto, tra i tanti progetti di Desiderio, rappresenta, tuttavia, quello che non fa dormire l’abate, progetto che realizza infine con le elargizioni del Guiscardo.

    L’autrice, indugiando sui costumi, sui cerimoniali di corte e religiosi, sulle strutture difensive, sui templi religiosi e sui castelli, sull’educazione di figli, sugli eventi mondani e sul tempo libero [caccia, banchetti, danze, giochi a dado, a tric-trac… ] offre, infine, al lettore la possibilità di ricostruire un quadro composito delle vicende narrate.

    Uno spaccato  della società del tempo attendibile storicamente per l’autorevolezza delle fonti impiegate, ma anche un piacevole racconto, reso agevole dalla capacità fabulatrice di Maria Antonia Ferrante, dalle introspezioni psicologiche, volte a scavare nelle pieghe più recondite dell’animo umano, ricostruzione di cui vale la pena di appropriarsi per condividere eventi ed emozioni.

    Discussione su VOCI DI STRADA 5/5

     

    Citazione

    VOCI DI STRADA 5/5

    110. Mo t’aièssce l’ugghijarole.

    Ora ti viene fuori l’orzaiolo.

    Lo si diceva a chi era piuttosto avaro, in tono scherzoso. Secondo l’opinione pubblica, infatti, all’avaro spettava questa maledizione. L’orzaiolo è un’ affezione che colpisce le palpebre, arrossandole.

     

    111. Va a ssciuppà la jérva cchiù nnanze.

    Vai a svellere l’erba più avanti.

    E’ un modo sbrigativo per invitare qualcuno ad andarsene.

     

    112. Jéva prèna.

    Era gravida.

    Riferita a donna in stato di gravidanza.

     

    113. Aja fatte l’accatte de Marija Frignitte.

    Ho fatto l’acquisto di Maria Frignitte.

    Vuol dire concludere l’affare in perdita.

     

    114. Abbrazzete la croce.

    Abbraccia la croce.

    E’ l’invito a rassegnarsi al dolore. Era questa la visione della vita più condivisa in passato.

     

    115. Ne gnè fatte né gghianghe né rrusce.

    Non è divenuto né bianco né rosso.

    E’ rimasto del tutto indifferente.

     

    116. L’acqua ce ne va alli spadde!

    L’acqua scende nelle spalle.

    Espressione tipica di chi ama bere vino. Dice così in genere il marito alla moglie quando questa lo invita a bere dell’acqua al posto del vino.

     

    117. Lassa ji, lassa corre!

    Lascia andare, lascia correre.

    Detti di chi non vuole attaccare brighe.

     

    118. Cè allattumate bbone bbone.

    Si è riempito ben bene di latte.

    In senso figurato l’espressione è riferita a chi gode molto del male arrecato ad un altro, in senso figurato a chi ha mangiato a sazietà e gustato ogni cosa.

     

    119. Sckitte la lénga m’è rrumasta.

    Mi è rimasta solo la lingua.

    Dice così chi, chiacchierone, riconosce di avere ormai solo la capacità di sapere parlare.

     

    120. Chija tè lènga va nsardegna.

    Chi ha lingua va in Sardegna.

    Chi sa parlare, prima o poi raggiunge la meta.

     

    121. Jé leppecuse.

    E’ appiccicoso.

    Riferito a quella persona insulsa, noiosa, attaccabottoni.

     

    122. Anne fatte la lettèra.

    Hanno fatto una lettiera.

    Sono tutti a letto ammalati.

     

    123. Si  cadute da lu lètte?

    Sei caduto dal letto?

    Riferito ironicamente a chi si alza presto.

     

    124. Aja viste n’aveta vota la luce de Ddij.

    Ho visto di nuovo la luce di Dio.

    Detto da chi si sveglia al sorgere del sole e pensa che è ancora in vita. Costretti al buio della notte, i contadini apprezzavano molto l’inizio della giornata e quindi la luce del sole, perciò fiduciosi ringraziavano il Signore.

     

    125. Donne e tèla non si vènde al lume di candèla.

    Donne e tele non si vendono al lume della candela.

    Per fare un buon acquisto, occorre la luce del sole: allora si notano i difetti della donna.

     

    126. Gnotte mmacande.

    Inghiotte a vuoto.

    Il detto è riferito a chi è costretto a deglutire saliva, senza avere gustato nulla.

     

    127. Ce l’à magnate li maccarune!

    Se l’è bevuta. Il detto è riferito a chi non si rende bene come stanno i fatti.

     

    128. Me mmite a maccarune e ccarne.

    Mi inviti a maccheroni e carne.

    Equivalente di m’inviti a nozze, è detto da chi è contento di partecipare all’affare di cui è stato messo a corrente.

     

    129. A’ fatte na maffejata!

    Ha fatto un figurone!

    Rivolto a persona che ha fatto una bella figura, indossando il vestito nuovo.

     

    130. Ce pu’ magnà nderra.

    Puoi mangiare a terra.

    Riferito ad un’abitazione che splende per la pulizia.

     

    131. E mo magne!

    E ora mangi!

    Non sperare di avere quello che pensi.

     

    132. Ce lu magna la tèrra.

    Se lo mangia la terra.

    Riferito a chi è basso di statura.

     

    133. Chija magna addurènde, caca puzzulende.

    Chi mangia cibi profumati, emana feci dall’odore molto sgradevole.

     

    134. Aje viste la malaparata e me ne songhe jute!

    Ho visto la cattiva situazione.

    Lo dice chi si rende conto di non trovarsi più in una situazione favorevole e si allontana.

     

    135. C’è fatte male ngule!

    Si è fatto male al sedere!

    Riferito a chi, avaro, cede qualcosina, ma con tanta sofferenza. ono sembrate utili per rilevare il carattere del cagnanese che, a ben guardare, in fondo in fondo, è come altri uomini garganici, con i suoi pregi e difetti. Di alcune voci abbiamo ricostruito l’intera storia, di altri abbiamo riportato solo il significato, sia letterale, sia metaforico.

     

    July 15

    Traduzioni e sussurri dell’esserci, Leonarda Crisetti

                

    Traduzioni e sussurri dell’esserci 

    di Vincenzo Campobasso

     Blu di Prussia nel 2001

     

              Alcuni anni or sono, mi è pervenuto un opuscolo dal titolo che evoca significati filosofici esistenziali, Traduzioni e sussurri dell’esserci, di impronta heideggeriana, accompagnato da un interessante saggio critico di Antonio Bonchino. Non è un trattato filosofico, ma un insieme di miniliriche edito dalla Blu di Prussia nel 2001. L’opera contiene infatti circa cento brevi poesie di Vincenzo Campobasso, nato a Cagnano Varano nel 1938 e residente a San Giovanni Rotondo.

                Si tratta di una poesia particolare, un sentiero poco esplorato dagli occidentali che, presi dalla macchina della produzione, non hanno più tempo e forse neanche la voglia  di sostare e osservare la natura, cogliendo quelle corrispondences che rievocano i nomi di Baudelaire e di Mallarmé. Avviciniamoci a questi haiku e cerchiamo di conoscerli meglio. Le miniliriche, i “dettagli” di Campobasso sono evocatori di un tutto, un cosmo – per dirla con Bonchino – “che è un universo di strutture complesse ma belle e preziose”.

                Caratteristica degli haijin, i compositori di haiku, è “parlare per brevi sentenze bizzarre e un po’ sconnesse tra loro, scandite peraltro da un metro inusuale”. Così sono le miniliriche di Campobasso. In esse predomina l’esserci, l’essere dell’uomo nel mondo con gli altri esseri animati: vegetali, animali e umani, con tutta la fragilità e la precarietò di questo essere nel mondo. L’uomo nel mondo sembra avere smarritoi la propria identità: “Prima era il caso,/ poi venne l’universo./ Ma noi – chi siamo?”; pare abbia perso ogni certezza, tranne quella della morte: “Scotta l’asfalto,/ incauto serpe annaspa,/ verso la morte!”

                In un mondo sempre più governato dalle leggi economiche, dal profitto e dal successo, in un mondo dove non c’è posto per prendersi cura… per coltivare l’amicizia, l’amore autentico e la solidarietà disinteressata, in un mondo senza senso, gli haiku dei poeti, quelli di Campobasso, possono essere di aiuto nella ricerca del senso dell’essere, un senso riposto nelle piccole cose, che hanno bisogno della nostra attenzione per essere viste e ascoltate.

                Traduzioni e sussurri dell’esserci, tradotte ad esempio con questi versi: “Ancora un’alba:/ importa se poi piove/ o splende il sole?”, per sottolineare l’importanza di “esserci”, un essere con la natura e con gli umani percepito attraverso il frusciare delle foglie: “Frusciar di foglie/ nel bosco silenzioso:/ solo non sono”, un’esistenza minacciata dalla violenza e dalla guerra: “Fanciulli inermi/ falciati dalla guerra./ Perché son nati?, dove comunque non cessa la speranza di pace: “Tace per ora, la bocca del cannone:/ forse à la pace”: Un’esistenza breve, fugace: “L’estate vola…/ Anche l’inverno vola./ La vita è breve”: non senza qualche attimo di felicità intensa da gustare fino in fondo: “Pieno di vita/ mi sento e pien d’amore./ Sto traboccando”. Un’esistenza confortata nda momenti d’intimità: “E’ l’imbrunire./ Due passeri insistono/ a trastullarsi”.

                L’opera è pervasa dal tema della natura, una natura di cui il poeta coglie e traduce eventi, porgendoli al lettore che rivive le sensazioni provate dall’autore. Di effetto le figure retoriche e le tecniche inguistiche  adottate: la scelta delle parole, gli accostamenti, le analogie, le personificazioni, le metafore, gli enjambments, i suoni e i colori che restituiscono immagini cariche di lirismo e di classicità. Senza parlare della pacata e mai espressamente manifestata filosofia della vita sottesa ai versi. Tutto ciò rende questi haiku preziosi, orientati ad additare un senso dell’essere nel mondo che, proprio perché contingente, precario e fugace, deve spingere l’uomo a non perdere fiducia nella giustizia che prima o poi si realizza. Infatti, “Talvolta all’alba/ più spesso verso sera/ il giusto vince” , anche se bisogna essere circospetti e mai completamente fiduciosi, perché “Spiegate l’ali/ immobile nell’aria/ il falco scruta”.Per rendere la vita vivibile occorre coltivare sentimenti di cordialità, di empatia nei riguardi di altre creature viventi e andare incontro all’altro, così come sembrano suggerire i versi “Il merlo fischia,/ la merla gli risponde/ il bosco – tace”. E’ necessarioimparare a “vivere con” la natura preservandola dall’inquinamento: “Boccheggia pesce/ sulla battigia. Muore./ Avvelenato!”;  imparare a non strumentalizzare glianimali per il proprio divertimento: “Non amo il circo,/ il palio, la corrida./ Amo le bestie.

                Per questo profuso tema della natura, le miniliriche di Campobasso potrebbero a ragione entrare nel filone dell’ecologia profonda, dove la natura non è contemplata solamente, non è vista nel mero senso estetico come luogo di evasione, per fuggire il caos della civiltà urbana, ma in quanto degna di rispetto quanto l’uomo: dal suo modello, l’esserci, l’essere dell’uomo nel mondo e quindi l’uomo, che è intenzionalità e progetto, può ancora apprendere molto. Parafrasando Heidegger, diremo infine che nell’ascolto della voca dell’essere, che parla attraverso la poesia, è riposta l’essenza storica dell’uomo.

     

    July 10

    VOCI DI STRADA 4/5

    81. Ammola li dénde.

    Affila i denti.

    E’ riferito a chi si prepara per gustare una pietanza.

     

    82. Ditte pe ditte.

    Detto per detto.

    E’ questo il modo in cui passavano le notizie in passato, di bocca in bocca, dunque, spesso distorcendo anche la verità.

     

    83. La jérva vucine allu foche c’appiccia.

    L’erba vicino al fuoco brucia.

    L’espressione era riferita ai fidanzati, che stando troppo vicini, rischiavano di precorrere i tempi.

     

    84. L'éja cèrne nda lu farnale.

    La devo passare a setaccio.

    Lo dice chi prima di stringere una relazione con una persona, intende conoscerla bene, come si fa col setaccio con la farina.

     

    85. Te’ ffatija, tè!

     Tiè lavoro, tiè !

    E’ detto con sarcasmo a chi non ne vuole sapere di lavorare.

     

    86. Jé cazze mija. Jé fatte mija.

    E’ cazzi miei. E’ fatti miei.

    E’ la risposta energica di chi evidenzia che il comportamento dell’altro è guidato esclusivamente dai suoi interessi.

     

    87. Fa ccome si fatte, ca ne vi chiamate né mopa, né pazza.

    Fa come sei fatto, non sarai chiamato scemo, né matto.

    Tratta gli altri come gli altri trattano te, ripagandoli con la stessa moneta.

     

    88. Stà cu lu féle alli dènde.

    Sta col fiele ai denti.

    E’ riferito ad una persona adirata.

     

    89. Jé na fémmena bbasata.

    E’ una donna seria.

    Riferito a donna responsabile e non frivola.

     

    90. Ndenghe fortuna manghe a cacà.

    Non ho fortuna nemmeno ad evacuare.

     Lo ammette chi ritiene sia tanto sfortunato da non riuscire a fare neanche la cosa più naturale di questo mondo, senza essere interrotto.

     

    91. Ne gnéva lu destine.

    Non era il destino.

    Il detto era riferito sovente dalla madre e rivolto verso la figlia, allorché si scombinava un fidanzamento, riflettendo la concezione fatalistica della vita del tempo.

     

    92. Jé gghjute file file.

    E’ andato filo filo.

    E’ mancato poco che accadesse qualcosa di grosso.

     

    93. Bbona fina e bbon prencipij.

    Buona fine e buon inizio.

    Ci si augurava in questo modo la fine e l’inizio dell’anno.

     

    94. Stènghe ccome na mazza de fèrre.

    Sto come una mazza di ferro.

    Lo dice chi sente molto freddo.

     

    S95. o rrumasta ccome na mazza de fèrre.

    Sono rimasta come una mazza di ferro.

    Detto da chi è rimasto rigido di fronte ad un evento o ad un’ingiuria inattesa.

     

    96. A’ truuate la forma de la scarpa suua.

    Ha trovato la forma della sua scarpa.

    Ha incontrato finalmente chi gli tiene testa e lo fa rigare dritto.

     

    97. Stenghe cu lu péde nda la fossa.

    Sto col piede nella fossa.

    Lo dice chi è sul punto di morire.

     

    98. Quand’è brutte a fotte nghiazze.

    E’ brutto fottere in piazza.

    Le cose intime e riservate non vanno fatte davanti al pubblico, in genere maldicente.

     

    99. Sonne cazze e cucchiara.

    Sono come la cazzuola e il cucchiaio.

    Sono la stessa cosa. Vanno molto d’accordo.

     

    100. E che ce sta lu fùnneche!

    Che c’è il fondaco!

    Detto in genere dai genitori ai figli di fronte alle loro molteplici richieste. Il fondaco è un grande negozio ove si poteva trovare di tutto.

     

    101. Jé sénza palle!

    E’ senza palle.

    Riferito a chi è senza carattere.

     

    102. La gatta nnammuratizza.

    La gatta che s’innamora.

    La voce è riferita ad una ragazza che passa facilmente da una relazione all’altra.

     

    103. Cu la coda nda li cosse.

    Con la coda tra le gambe.

    Atteggiamento di chi, dopo essere stato rimproverato, si pende del male fatto.

     

    104. Gatta pelagna, rire e chiangne.

    Gatta pelosa, ride e piange.

    E’ riferito a chi si commuove e cambia umore facilmente, passando dal riso al pianto. 

     

    105. Sta ccome la gatta che adda ngappà lu surce.

    Sta come la gatta che deve acchiappare il topo.

    Non vede l’ora di mettere in atto il suo piano. 

     

    106. Pare na gatta mfruscenata nda la cènera.

    Sembra una gatta che si rotola nella cenere.

    Riferito ad una persona pigra, chiusa in casa, che non cura la propria persona, proprio come il gatto che vive accanto il braciere.

     

     107. Quanne tènghe de vena, stènghe de ggènj, quanne me frèca.

    Sto in vena, ho voglia, m’interessa.

    Espressioni che intendono dire grosso modo la stessa cosa.

     

    108. De bbèllu ggenj.

    Di bel genio.

    Per forza.

     

    109. Anna rengrazijà a Ggèsecriste pe la faccia ndèrra.

    Devono ringraziare Gesù Cristo con la faccia in terra.

    E’ il tipico modo di riverire Cristo, toccando terra con il volto, e baciandola. L’espressione è riferita a chi, fortunato, non si può lamentare per nulla del proprio stato.

     

    VOCI DI STRADA 3/5

    56. Che ti li puce ngodde!

    Hai le pulci addosso!

    Riferito a persona che non riesce a stare ferma.

     

    57. Parola sanda!

    Parola santa!

    Espressione religiosa, volta a porre l'accento sulla giustezza dell’intervento.

     

    58. Jéscene da li custate de Criste.

    Escono dal costato di Cristo.

    La voce fa riferimento a quei soldi che sono costati immense fatiche.

     

    59. Te l’a fatte lu sgne de la croce!

    Hai fatto il segno della croce !

    E’ l’espressione riferita a chi non ha iniziato bene la giornata.

     

    60. A crude.

    Crudamente.

    Detto di un intervento effettuato senza praticare l’anestesia.

     

    61. Lu pu’ arrecogghj nda lu cucchiarine.

    Puoi raccoglierlo nel cucchiaio.

    Esagerazione riferita a chi versa in cattive condizioni di salute.

     

    62. Te lu farfe allu nase.

    Gli cola il muco dal naso.

    Modo di dire diretto a chi è piccolo e si atteggia da grande.

     

    63. Li lecca lu cule.

    Gli lecca il culo.

    Rivolto a chi si mette a completa disposizione dell’altro, senza ricevere gratitudine.

     

    64. Jè fenute cu lu cule nda la mmérda.

    E’ finito col sedere per terra.

    L’espressione è rivolta soprattutto a quelle ragazze che, dopo avere scelto tra tanti partiti, hanno finito col maritarsi con un uomo di poco conto o col restare zitelle.

     

     

    65. Ne ndi sale ncape.

    Non hai sale intesta.

    Rivolto a chi si comporta da idiota. Il sale è usato dal sacerdote nel somministrare il sacramento del battesimo ed è simbolo di sapienza. Chi non ce l’ha, è uno sciocco.

     

    66. A dà cunde alla jénde.

    Devi dar conto alla gente.

    E’ la legge delle convenzioni sociali, che invita all’ipocrisia.

     

    67. A fatte la cura de lu fèrre felate.

    Hai fatto la cura del filo di ferro.

    E’ riferito a chi dimagrisce da un giorno all’altro.

     

    68. Me lèvene lu corj.

    Mi scorticano la pelle.

    L’espressione era sulla bocca delle mamme, diretta i figli molto prepotenti e dipendenti.

     

    69. Te lu corj toste.

    Ha la pelle dura.

    Riferito a colui che riesce a resistere, usato sia in senso concreto, sia figurato.

     

    J70. è corpe de bbontèmpe.

    E’ un tipo allegro, che non si lascia andare a tristezze.

     

    71. Sanghe e denare jéscene afforza.

    Sangue e denari escono per forza.

    Detto da chi, messo alle strette, deve tirar fuori denari.

     

    72. Ne nde ncozza.

    Non ne vuoi sapere.

    Riferito a chi non vuole saperne di quanto gli è detto.

     

    73. Mitte lu dite mmocca, vide, moccica?

    Metti il dito in bocca, vedi, morde?

    Detto ironicamente a chi afferma di esser bambino.

     

    74. Jé ngarnate lu dènde.

    Si è incarnito il dente.

    Si è abituato ad essere trattato bene.

     

    75. Jé nu diavele.

    E’ un diavolo.

    Riferito a chi sa il fatto suo e agisce con coraggio, superando ogni ostacolo e facendo tornare tutto a suo vantaggio.

     

    J76. é nu povere diavele.

    E’ un povero diavolo.

    Riferito ad un poveraccio e sfortunato.

     

    77. Nzija maj!

    Non sia mai!

    Si dice anche Lundana sija e Longa sija, per scongiurare qualcosa.

     

    78. Fosse Ddije!

    Volesse Iddio!

     

    79. Piacénne a Ddij! Se Ddij vo. Pe l’amore de Ddij!

    A Dio piacendo. Se Dio vuole. Per l’amore di Dio!

    Tutto sta nelle mani del Signore.

     

    80. Adda dà cunde a Ddij.

    Deve dar conto a Dio.

    Chi compie cattive azioni, dovrà dare spiegazioni a Dio.

     

    VOCI DI STRADA 2/5

     

    26. Ne nge po gnotte manche pe nu quendale de zucchere.

    Non si può inghiottire nemmeno con un quintale di zucchero.

    Espressione usata per esprimere la difficoltà di accettare un dispiacere molto grande.

     

    27. Ce so allascate li ciujgghj.

    Si sono affievolite le facoltà mentali.

    L’espressione esprime la condizione di chi, spesso anziano, non ragiona più.

     

    28. La fatija ne li piace, la vo qua!

    Non gli piace il lavoro, la vuole qui (portando l’indice alla gola).

    E' l’amara constatazione di chi ha a che fare con un figlio o una persona che non ama lavorare.

     

    29. Tutte passa, l’amore de Dij ne passa maj.

    Tutto passa, tranne l’amore di Dio.

    E’ la constatazione della caducità delle cose e l’affermazione dell’unica certezza eterna: l’amore verso Dio.

     

    30. T’assemigghj l’arma de lu pregatorj.

    Somigli l’anima del purgatorio.

    E’ riferito a chi accusa un animo inquieto, sofferente.

     

    31. Pare la casa de Terranova

    L’ommene jintra e li fémmene fora.

    E’ come la casa di Terranova (Poggio Imperiale): gli uomini sono dentro e le donne fuori.

    Il detto si rivolge a quelle donne che amavano trascorrere molto tempo fuori casa, così trasgredendo ad una norma morale condivisa dalla comunità.

     

    32. Lu cazze capisce, la cotica no.

    Frase ripetuta a chi manifesta di capire solo ciò che gli fa più comodo.

     

    33. Pare la gaddina ca ne po’ fetà.

    Sembra la gallina che non può fare l’uovo.

    E’ riferito a chi manifesta irrequietezza.

     

    34. Stà alla quita!

    Fai silenzio.

    Ammonimento a chi parla troppo.

     

    35. Citte, citte, ca la nonna jé prèna.

    Silenzio, che la nonna è incinta.

    L’espressione era usata quando si doveva tenere nascosto un segreto, proprio alo stesso modo in cui non si voleva fare sapere agli altri che la nonna era rimasta incinta, dato che ciò sarebbe stato poco onorevole alla sua età.

     

    36. Va truvanne préte pe rrombe nuce.

    Cerca pietre per rompere noci.

    E’ riferito a chi cerca un pretesto per litigare.

     

    37. Ti la capa fréscka.

    Hai la testa fresca.

    Detto a persona allegra o che si mostra tale.

     

    38. Ne nfacenne accome e Gorge votafoglj.

    Non fare come Giorgio che volta pagina.

    Riferito a chi, avendo compreso che ha torto e non volendolo dimostrare agli altri, cambia discorso.

     

    39. T’assemigghj nu surece unde.

    Sembri un sorcio unto.

    Riferito a chi è sporco.

     

    40. Manghe li cani, manghe li serpe nda li macchje!

    Nemmeno i cani, nemmeno le serpi nelle macchie.

    Espressione pronunciata quando si vede o s’incontra una persona cattiva.

     

    41. Che te còrrene li cane!

    Che t’inseguono i cani!

    E’ riferito ad una persona che cammina procedendo sempre di fretta. Si dice anche: - T’assemigghe la fucetela, evocando l’immagine della folaga che fugge dopo essere stata sparata.

     

    42. Parlanne cu respétte.

    Parlando con decenza.

    Quest'espressione era spesso sulla bocca dei nonni quando pronunciavano un termine censurato dall’opinione pubblica (es.: candere = vaso da notte, lisciature = orinale, andare al bagno, …).

     

    43. Cu tanta de cannarile.

    Con la gola molto gonfia.

    Il detto ritrae l’immagine di chi grida, causando il rigonfiamento dei vasi sanguigni laterali del collo.

     

    44. Te la faccia de càndere.

    Ha la faccia del vaso da notte (fig.dello screanzato).

    E’ riferito a quella persona che non si vergogna di nulla, che merita di essere paragonato al cantero, vaso da notte che soleva essere collocato vicino al letto, per ospitare le feci umane. Questo vaso inizialmente fu realizzato in legno, poi in creta, per motivi igienici. Nelle strade del paese fino agli anni 60 passava il carrobotte ove ogni mattina le donne vuotavano lu candere.

     

    45. Te la capa allu vénde.

    Ha la testa al vento.

    Riferito a persona immatura, che non sa accollarsi le responsabilità.

     

    4. Ndénghe capa.

    Non ho la testa.

    E’ riferito a chi non riesce a prendere una certa decisione.

     

    47. Nsacce addova métte la capa.

    Non so dove mettere la testa.

    Riferito a chi si sente disorientata, preso da mille cose e problemi, che non sa a risolvere.

     

    48. Ti la ciocca de nu calabbrése.

    Hai la testa di un calabrese.

    Riferito a chi ha la testa dura e non accenna a cambiare idea.

     

    49. Jé pproprj ccoma lu cazze de Fragghjacula.

    Detto di cosa che fa giusto al caso.

    Evidentemente i genitali del personaggio menzionato erano adatti alla circostanza.

     

     50. Jè rrumast accoma nu bbaccalà

    E’ rimasto come un baccalà

    Atteggiamento di una persona che di fronte ad una circostanza imprevedibile non sa che pesci prendere.

     

    51. L’anne pigghjate a sbattela’ngule.

    Hanno preso a batterlo nel sedere.

    Lo trattano male, lo prendono sempre in giro.

     

    52. Jé ccome e Maria Rosa

    Fa ‘na bbotta e c’arreposa.

    Somiglia a Maria Rosa, si riposa ogni minuto interrompendo l’attività.

    E’ riferito a chi pigro, porta avanti il lavoro con mille interruzioni.

     

    53. Jé ccome la tavela de Rore

    Somiglia la tavola di Rodi

    Si soleva ripetere questo detto quando, apparecchiata la mensa, qualcuno s’accorgeva che mancava il pane.

     

    54. Ssì ca ssì, ma no tanda tanda!

    Ammettiamolo pure, ma senza esagerare!

    L’espressione era usata quanto, pur effettuando concessioni, non si era portati a credere che il soggetto si fosse spinto oltre.

     

    55. Che m’à pigghjate, pe nu truscele!

    Mi hai preso per un torsolo!

    E’ detto da una persona risentita, quando non si vede rispettata.

     

    VOCI DI STRADA CAGNANESI RACCOLTE DA DINA CRISETTI 1/5

     

     

    nonn alucianonnaslide0030_image064

    donne cagnanesi

     

    Le "voci di strada" agevolano la lettura dei contesti. Da quelle raccolte nel mio paese è possibile desumere  il carattere e il costume del cagnanese che, a ben guardare, in fondo in fondo, è come altri uomini garganici. Di qualche voce è stato possibile ricostruire l’intera storia, di altri ho riportato l'espressione dialettale e il significato, sia letterale, sia metaforico.

    Ringrazio tutte le informatrici e gli informatori, in particolare mia madre Lucia e l'ingegnere Diego Mendolicchio.

     1. L’ova de Pèllanèra

    Era il tempo della mietitura e ogni mietitore a fine della giornata era solito consumare la cena insieme ai mietitori. Una di quelle sere di giugno, Pellanèra preparò l’òva a panemfùsse. In passato si soleva mangiare tutti in un unico piatto, la pàtena. Fu così che in quell’unico piatto il padrone riversò l'uovo cotto con abbondante acqua e cipolla sul pane casereccio. Ciascun mietitore mangiò il pane, scansando l’uovo e pensando:- Non lo posso prendere proprio io, sarebbe malecriànza! Accadde perciò che a fine cena quell’unico uovo rimase in fondo alla pàtena. Pellanèra, il proprietario, afferrandolo infine con la forchetta esclamò: - Quànda jé malamènda la gràscia! L’espressione fu proverbiale ed è rimasta sulla bocca di tutti.

     

     2. Lu troppe jè troppe.

    Il detto era raccontato sovente dal maestro Francesco Mendolicchio negli anni del dopoguerra ai suoi alunni, allorché esageravano. Vede protagonisti un sacerdote di Cagnano intelligente, ma soprattutto ironico, Don Pètre Di Pumpo e un artigiano di nome Michele.

    Durante il rito della celebrazione eucaristica, Don Pietro, che officiava, beveva dal calice il vino buono, di produzione propria, di cui aveva delle provviste in casa. Il sacerdote dimorava in Corso Umberto, accanto all'omonima fontana, denominata appunto fundana don Pètre, il secondo piano, cui si accedeva attraverso una scalinata matta, poco inclinata, interrotta da un piolo. 

    Nella strada attigua abitava Michele che, siccome esercitava il mestiere del sellaio, era chiamato Mechèle lu vardare. A Michele piaceva molto il vino e frequentava spesso la candina de Romuualde, che era nelle vicinanze. Alla cantina di Romualdo si ritrovavano  anche altri  artigiani del paese, che ad un certo momento della giornata chiudevano la bottega, per andare a farsi nu bucchère de vine. 

    Ogni mattina, quando don Pietro usciva dalla casa per recarsi alla Chiesa Madre dove celebrare la messa, passava davanti alla casa de lu vardare. Entrambi si salutavano con rispetto, ed essendo nata una certa confidenza, finivano con lo scambiarsi  i convenevoli e talvolta pettegolezzi.

    Michele aveva saputo che il vino di don Pietro era molto buono. Un giorno si fece coraggio e gli disse: Don Pe’ eja sapute c’a fatte nu vine che ghjè na maravigghia. Che ddice, me la fa assaggià nu poche?

    Bisogna sapere che anche Michele non era sprovveduto, perciò quando voleva era così abile a circuire il suo interlocutore da riuscire nell'intento, ottenendo infine ciò che desiderava. Se lo lavorò per bene ogni giorno e  quando giunse la festa di San Giuseppe, don Pètre disse finalmente a Michele: - E nghianele lu varrelotte.

    Michele, e non solo lui, aveva in casa un barilotto di cinque litri, di quelli fatti con tante fasce di legno tenute strette da altre due verticali. Michele, solerte, prese il barilotto, lo sistemò sotto il braccio e salì a casa di don Pietro, pregustando già il buon vino del sacerdote.

    Don Pietro spillò il vino dalla propria botte e riempì il barilotto di Michele, che se lo strinse sotto il braccio più forte di prima, per timore che potesse sfuggirgli, e tutto contento salutò don Pietro con mille cerimonie.

    Una volta sceso nella sua bottega, lu vardare si sedette e gustò il vino fino all’ultima goccia, tanto che a sera il contenitore era già vuoto. Tra un sorso e l’altro, attaccandosi alla botticella e tracannando diceva tra sé e sé: Quanda jè saprite lu vine de la messa.

    Il giorno seguente, quando don Pietro scese per recarsi in chiesa, com’era solito fare, mbà Mechèle gli si fece innanzi, ripetendo ad alta voce: - Mbà don Pè, lu vine ca fate jè propre bbone.

    Ogni giorno che lo vedeva, Michele finiva col ripetere la stessa frase, lodando il buon vino della messa di don Pietro. E’ chiaro che il sellaio pensava sempre a quel vino, tanto più che se l’era scolato in una serata.

    In prossimità delle feste patronali di San Michele e di San Cataldo, Michele pensò: - Mo ce l’eja ddummanna n’avetu poche de vine a don Pètre. E cche sso cinque litre de vine pe chi jè ricche ccom’e ghjsse. Si fece perciò coraggio e una di quelle sere rimasero a chiacchierare con don Pietro più del solito.   Con fare sottomesso chiese di potere assaggiare dell’altro vino, sicuramente più maturo di quello che aveva bevuto due mesi prima.

    Don Pietro, come se l’aspettasse, rispose: - E ssì, perché no!

    Fu così che per la seconda volta gli riempì il barilotto di vino, mentre lu vardare non la finiva di complimentarsi col sacerdote sulla bontà della bevanda, covando in cuor suo il desiderio di averne ancora un po’.

    Passò del tempo e nel frattempo sia di mattina, sia di sera, quando lo incontrava Michele non la finiva mai di dire:- Com’è saprite li vine de don Pètre.

    Intanto anche la provvista di don Pietro cominciava ad esaurirsi. In prossimità della festa della Madonna del Carmine, mentre don Pètre era in casa,  mbà Mechèle con la solita botticella stretta sotto il braccio, cominciò a salire la scalinata matta, ritenendo che il bravo don Pietro non gli avrebbe detto no. Nella sua testa argomentava cercando giustificazioni al suo comportamento, pensava ad esempio che quella di don Pietro era una famiglia benestante, dato che aveva la proprietà, perciò non gli sarebbe costato molto dargli ancora del vino. Giunto dietro alla porta, dopo un po’ di esitazione, bussò.

    Chi è- rispose don Pietro.

    Songhe ji, mbà Mechèle- fece eco l’altro.

    Don Pietro che sprovveduto non era, appena percepì la sua presenza, pensò:- Ah! C’è ngarnate lu dende a mbà Mechèle. Improvvisamente il sacerdote mise in moto la sua fantasia, ragionando nella mente, al fine di trovare le parole giuste per fare cessare le pretese di mbà Mechèle. Don Pietro intendeva rifiutargli in vino, senza offenderlo, proprio come uno da par suo sapeva fare.

    Un momento- disse infine. Avvicinò l’occhio al buco della serratura, per vedere l’esatta posizione di compare Michele e per mettere in atto il piano che gli era balenato. Aprì poi di botto la porta e assestò un colpo di gomito al barilotto del sellaio. Il barilotto a quel punto sfuggi al controllo del proprietario e cominciò a rotolare molto lentamente giù per le scale della gradinata matta di don Pietro. Mentre avveniva ciò, il sacerdote richiamò l’attenzione di mbà Mechèle:-

    Ascolta- disse- ascolta:

    - Trocch- trocch- trocch-trocch- tropp. Troppe- troppe- troppe.

    Il barilotto intanto continuava a rotolare, accelerando il ritmo, lasciando intendere:

    - Lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe, lu troppe jè troppe.

    - La sendute mbà Mechè, lu dice pure lu varrelotte ca lu troppe jé troppe.

     

     

     3. Lu prim’anne musse e musse

    Lu seconde cule e cule

    Lu tèrze a cavece ngule.

    (Il primo anno bocca a bocca, il secondo culo a culo, il terzo a calci nel sedere).

    Si suole ripetere a coppie di sposi gioveni e meno giovani, per ammonire sui rapporti di coppia, i quali sono destinati a mutare nel tempo. Fibnchè la spinta erotica è forte, i due sono molto affiatati, quando questa si affievolisce, si passa alla sopportazione giungendo anche alla violenza.

     

    4. Mettimece na prèta sope.

    Mettiamoci sopra una pietra.

    Si suole dire ancora oggi quando si vuol mettere fine ad un diverbio che provoca ancora sofferenza. Delle volte il male causato da uno dei litiganti è così forte che si suole rispondere:- Ce vò na macèra (non basta dunque una pietra).

     

    5. Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

    Ora se ne va la folaga cannaiola.

    Il detto rinvia ad un episodio accaduto, che vede protagonista una donna molto devota, Angelina De Monte, e il sacerdote Don Pietro di Pumpo, che l’avrebbe ideato. Questa signora ogni mattina soleva andare a messa. Ad una sua uscita costantemente anticipata, il sacerdote commentò: Mo ce ne va la foddeca cannaiola.

     

    6. Prega per noi pescatori.

    In passato la gente di Cagnano, che frequentava la campagna, era molto religiosa, gli artigiani lo erano un po’ meno, i pescatori molto meno, tanto che modificarono l’Ave Maria con: - Prega per noi pescatori.

     

    7. La Madonna de li scekattele.

    La Madonna dei petali dei fiori.

    Festa religiosa che cadeva nella stagione della primavera, allorché per le strade del paese passava la processione cu lu palejotte e le strade si ricoprivano di un tappeto di petali di papaveri. Lu scekattele è, infatti, il petalo del papavero.

     

    8. Hanne purtate l’estrema unzione

    L’estrema unzione si riceveva in passato in casa ed era portata dal sacerdote accompagnato da due ragazzini: uno con la campanella e l’altro con l’ombrello eucaristico.

     

    9. Federiche e Chelenucce

    C’era uno straordinario accordo tra Federico, che suonava l’organo della Chiesa Madre, e Chelenucce che cantava: erano talmente abili nel mantenere alcune note ed accelerare il ritmo, che insieme trasformavano la nenia di ninna nanna della novena di Natale in gioioso canto di gloria.

     

    10. Ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

    Lo bevono il vino a Cagnano.

    E’ una voce di strada molto interessante che, insieme alle altre, descrive il carattere del cagnanese. Una domenica sera, sul tardi, cumbà Mechèle, indugia davanti alla porta del suo negozio di tessuti, nel tentativo di aprirla. Passa cumbà Giuvanne, si ferma incuriosito, osserva e infine dice:

    -          Cumbà Mechè, ce lu frèchene lu vine a Cagnane.

    Risponde cumbà Mechèle : - Ce lu frèchene, ce lu frèchene... e riprende il tentativo di aprire la serratura con il sigaro toscano.

     

    11. Jé morte lu ciucce

    E’ morto l’asino.

    Detto a chi piange senza un motivo serio o veste nero senza che sia a lutto.

     

    P12. are na vacca senza campana

    Sembra una mucca senza campana.

    E’ riferito a chi va in giro senza una meta.

     

    13. A fatte a petècchia.

    Ti sei ubriacato.

    Letteralmente “hai fatto a petecchia”. E’ un’espressione tipica dei pescatori, che utilizzavano corteccia di pino per tingere le reti, al fine di non farle attaccare dagli insetti (pulci) In senso figurato esprime la condizione di chi è ubriaco fradicio. I contadini invece ricorrono alla voce: - A fatte mezzètte a regghie. Lu mezzètte era una misura di capacità e la règghije era l’insieme dei covoni, dai quali difficilmente si riusciva a ricavare un mezzetto di grano. Altra variante: te si fatte nazze nazze.

     

    14. Sta surte surte, benedica.

    Stai bene in salute, Dio benedica.

    E’ riferito a chi gode ottima salute.

     

    15. é grane de chiane.

    E’ grano di pianura.

    La voce, usata in senso ironico, è riferita a chi attribuisce alla sua merce un valore superiore a quello effettivo, in senso concreto sostiene che il grano coltivato in pianura è di qualità superiore a quello di montagna.

     

    16. Ngricca la coda.

    Alza la coda.

    E’ l’atteggiamento di chi, insuperbito, si offende.

     

    17. Fa crà crà ccome la curnacchja.

    Fa domani domano come la cornacchia.

    E’ riferito a chi rinvia le decisioni e non è di parola. Dal latino cras, il dialetto crà imita qui il verso della cornacchia.

     

    18. Parene li crape de Zenghine.

    Somigliano alle capre di Zenghine.

    La voce è diretta a quelle persone che masticano sempre, ruminando appunto come le capre di un personaggio del luogo Zenghine.

     

    19. So rrumaste Cricche Crocche e Màneca de ngine.

    Sono rimasti in pochi sprovveduti.

     

    20. Bell’accatte!

    Bell’acquisto.

    Modo ironico per assicurare che l’acquisto non è un buon affare.

     

    21. Ngorpe e citte!

    Incassa e taci.

    Accade a chi, di fronte ad una situazione imbarazzante, non è nella facoltà di ribattere.

     

    22. Quidde me dice: - Accideme, accideme!

    Mi dice:- Ammazzami!

    Soleva dire in questo modo sovente la mamma al figlio, quando questi diventava riluttante e irritante, da far nascere la voglia di ricorrere alla violenza.

     

    23. Ce né gghij d’acizze.

    E’ diventato acido. 

    Detto di cosa guasta, ma anche di persona che non è più quella di un tempo e che ha perso la testa.

     

    24. Ne nde occhj pe chiagne.

    Non ha occhi per piangere.

    E’ riferito a chi è completamente al verde o non ha alcuna risorsa.

     

    25. Mè calata la scurda nnanze l’occhj.

    Non l’ho vista più.

    E’ riferita a chi perde il controllo della situazione.

    PRIMO MAGGIO: ISTITUZIONE, SIGNIFICATO, MICROSTORIE

     

    RELAZIONE di Leonarda Crisetti per conto della CGIL, Vico del Gargano, 2001

     

     costanzuccislide0041_image114donatina

    Costanzucci,  Giovanna, Natina

     

     

    Vorrei dividere il mio intervento in due tempi:

    1.     Spazio da dedicare all’istituzione del primo maggio, chiedendomi e chiedendoci altresì se ha ancora senso celebrare il primo maggio e, se c’è, quale senso conferirgli oggi.

    2.     Spazio da destinare alla memoria, recuperando il ruolo di protagonisti presenti in terra garganica, delle masse popolari e di singolarità, su cui la storia ufficiale ha finora taciuto, il ruolo di chi, emigrando, ha dovuto sacrificare affetti e radici, spendendo così le sue energie, per contrastare miseria, deprivazione ed emarginazione, affrontando i difficili problemi d’integrazione.

     

    Il primo maggio, dunque. Il perché e il quando della istituzione di questa ricorrenza rinvia agli scontri tra operai in sciopero e polizia. Il contesto spaziale è Chicago (U.S.A.), la connotazione temporale è il 1 maggio 1886. I Nei primi giorni di maggio 1886 si verificarono drammatici incidenti nella cittadina americana tra operai manifestanti e governo repressivo, provocando diversi morti. Per ricordare tali incidenti, a partire dal 1890 il primo maggio divenne una giornata di lotta per i lavoratori.

    Nel 1892 Milano aderisce alla giornata di lotta del 1° maggio, che il movimento operaio e socialista decide di adottare per ricordare i morti di Chicago e per le otto ore di lavoro. In questa organizzazione la Camera del lavoro è in prima fila.

    Gli obiettivi degli operai e dei sindacati, nati in difesa dei lavoratori, erano inizialmente economici, poi, col tempo riguardarono anche la politica, volendo gestire la cosa pubblica per salvaguardare i propri interessi  e soprattutto per non far abbassare il costo del lavoro: obiettivi contrastati naturalmente dagli imprenditori.

    Il primo maggio: quale senso possiamo attribuire oggi alla ricorrenza del primo maggio festa del lavoro.

    Mi viene in mente anzitutto che, nonostante la proclamazione del diritto al lavoro, sostenuto e riaffermato da diverse normative, nonostante esso sia stato posto a fondamento della repubblica italiana (vedi art. 1 della Costituzione),  tale diritto è stato in pratica eluso in molti casi e soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, dove più del 20% della popolazione è disoccupata e una grossa percentuale dei disoccupati è costituita da giovani donne. Nel Gargano va detto inoltre che si assiste allo sfruttamento di giovani che nel tentativo di avere una certa autonomia economica, accettano di lavorare in nero e di  essere retribuiti con salari bassissimi, 12 ore di lavoro estivo effettuato nei mesi dell’affluenza turistica, ragazzi non dichiarati e malpagati. La disoccupazione, dunque, piaga che continua ad alimentare la forbice nord-sud.

    Mi viene in mente un’altra considerazione. Nell’Italia dello sciopero generale  penso che il primo maggio possa riscoprire il suo significato originario, il motivo ispiratore, consistente nella difesa dei diritti, sia di quelli teorici solamente enunciati esigendone la concretizzarione, sia di quelli acquisiti da parte di chi ha già un lavoro, nei confronti delle nuove forme di lavoro, quello flessibile, atipico, a tempo determinato …, che, alimentando la precarietà, distrugge i sogni.

    Nel discorso augurale di fine anno, il presidente Ciampi, rivolgendosi ai giovani, lanciò un appello, esortandoli ad alimentare i sogni, a volare alto, ad osare …, ma è possibile questo, mi chiedo, quando non si ha un posto di lavoro o quando da un momento all’altro chi ce l’ha può essere licenziato,   anche “senza giusta causa”?

    Nell’attuale sistema economico liberista in cui sembra non si possa fare a meno della flessibilità, come conciliare l’assunzione-conservazione-tutela dei diritti con queste nuove forme che consolidano instabilità, precarietà e, di conseguenza, disuguaglianza ed emarginazione?

    Inoltre, se la flessibilità entro certi limiti non rappresenterebbe il “male”, ma un mezzo per creare occupazione, come sostengono anche alcuni gruppi della Sinistra, come gestirla in modo che non si ritorca negativamente contro gli operai? Forse la ricetta del liberismo mentre funziona bene negli Usa e in altri stati europei mal si adatta al contesto socioeconomicoculturale italiano, data la  scarsa presenza di ammortizzatori sociali?

    Molto si è detto sull’art. 18. Forse è un falso problema, come sostengono i critici più obiettivi, ma, al di là della complessità dell’interpretazione dell’art. 18 e in considerazione del fatto che in Italia, specie nell’area del meridione con elevato tasso di disoccupazione non si corre nemmeno il rischio di essere licenziati, al di là di ogni strumentalizzazione, una cosa è chiara: occorre che ciascuno abbia un lavoro;  bisogna difendere i lavoratori dai soprusi del datore di lavoro, dai manager di aziende pubbliche e private, che continuano ad affilare i coltelli, praticando il mobbing sugli impiegati, a quelli che tengono basso il costo del lavoro. Il lavoro – si sa- rende la vita dignitosa, per contro chi è senza lavoro non si sente realizzato e non riesce a guadagnarsi un posto né in famiglia né nella restante società.

    Forse con la strumentalizzazione dell’art. 18, si è voluto fare politica. Ammettiamo che sia vero, com’è vero anche che grandi riforme sono nate da piccoli provvedimenti, fatti anche in sordina. Allora la recente dimostrazione di piazza potrebbe essere rivisitata in questi termini: vigilare per scongiurare pericoli più grossi, far capire che i lavoratori ci sono e sono attenti a quanto accade intorno a loro, che le riforme richiedono il loro coinvolgimento e il loro consenso, in altri termini dare dimostrazione della cittadinanza attiva; vigilare affinché il sindacato non sia esautorato, svuotato delle sue funzioni, affinché lo svolga con maggiore giustizia.

    Dal canto suo, anche il sindacato deve interrogarsi e riconquistarsi la fiducia degli operai, degli impiegati, e soprattutto dei disoccupati, prestando ascolto alle richieste d’aiuto, cercando di non allinearsi con chi continua a fare la parte del leone, guadagnando il suo obiettivo che è quello di  dialogare e dare  voce ai dipendenti, di difendere i lavoratori e chi è alla ricerca della prima occupazione, che, soprattutto nel mondo globalizzato e della robotizzazione, hanno diritto ad una vita dignitosa. Se le tecnologie elevano la qualità della vita, da tale benessere non deve essere escluso l’operaio.

    Il primo maggio è, pertanto, al contempo una giornata di gioia, per i progressi realizzati dalla classe operaia, e di tristezza, per i sacrifici che sono costati e continuano a verificarsi, dato che molti cittadini ne sono ancora esclusi, una giornata di memoria e di riflessione, affinché quanto è stato conquistato non vada perduto.

     

    Eccomi ora alla seconda parte di questo mio intervento, che come accennavo, è rivolta al recupero della memoria. Presenterò qui alcuni casi a mio avviso significativi, testimonianze inedite di gente garganica, da restituire alla storia, microstorie che hanno inciso sugli eventi determinando i grandi avvenimenti, quella storia generale che si apprende sui manuali scolastici spesso contrassegnata dall’anonimato o dai protagonisti delle grandi imprese. 

    Voglio qui ricordare anzitutto il ruolo delle popolazioni garganiche, di Cagnano, Carpino, Vico, Sannicandro, S. Marco e San Giovanni, Rodi, Vico, Ischitella, Peschici, Vieste …, popolazioni che hanno dovuto affrontare gli stessi problemi, dovendosi difendere dalla miseria e dalla precarietà dell’esistenza causata dai padroni feudatari, baroni, podestà, che si sono succeduti nel tempo, gente che ha dovuto contrastare anche le difficoltà date dall’asprezza del territorio garganico.

    Pensate alla pazienza dei contadini che hanno raccolto migliaia e migliaia di pietre per erigere muri a secco, macere e tratturi, le "vie erbose" della transumanza, i pagliai e  le abitazioni dei centri storici che continuano a caratterizzare il nostro territorio.

    Pensate alla condizione dei pescatori della laguna di Varano ostacolati dalla malaria e dai signori feudatari che fino al secolo scorso hanno contrastato la pesca, tentando di usurpare un diritto millenario (tra  i signori c’erano anche i Caracciolo di Vico e i Turboli d’Ischitella).

    Pensate al contadino di Vico che, come semplicemente ed efficacemente descrive Matassa nei suoi Ricordi, ogni mattina tirava fuori dalla stalla l’asino e la capra, per raggiungere la campagna e far ritorno a sera con il somaro carico, alla cui coda spesso si aggrappava, e con la capra con le grosse mammelle piene di latte, che in assenza dei bambini, veniva coagulato per fare la provvista del cacioricotta.

    Pensate ai mietitori a alle spigolatrici, agli uomini e alle donne che in autunno affollavano i tratturi per recarsi nelle campagne e assolvere il rituale della raccolta delle olive.

    A Cagnano, ad esempio, ogni anno oltre mille donne si recavano nel demanio comunale Puzzone e nella contrada Barosella, organizzate anche in cooperative (tra cui ricordiamo La Proletaria 1945)  prestando il lavoro “alla parte” , ciascuna con la propria scala, mille scale messe a disposizione dal Comune. Per farsi la provvista di olio, in quel tempo in cui tra la popolazione non circolava denaro, ma si ricorreva ancora spesso al baratto.

    Pensate alle preoccupazioni e alle cure richieste dalla raccolta delle arance, alle ansie condivise da Ischitellani, Vichesi e Rodiani, legate ai timori della siccità e del gelo. D’inverno, perciò si portava San  Valentino in processione per benedire le campagne. Quest’attività, che vedeva impegnati uomini, donne e adolescenti, offre inoltre, un esempio della catena di montaggio applicata all’industria delle arance: “gli uomini dalle piante staccavano i frutti e riempivano le ceste, i ragazzi le trasportavano poi a spalla al “montone” dove c’era chi le contava una ad una. A fianco al montone erano le donne impegnate ad incartare nella velina i frutti più belli, selezionandoli e sistemandoli in apposite casse. Quindi intervenivano i trasportatori che, caricate le casse a dorso di animali, le scaricavano nei magazzini di Rodi, da dove venivano condotti sui mercati.

     

    Uno spazio particolare vorrei destinarlo alle donne lavoratrici, donne che fino agli anni 60, in assenza  dei servizi igienici e dei comfort attuali, dovettero far fronte a mille incombenze, sottoponendosi alla fatica del bucato e del pane, alla provvista di legna ed acqua.

    Donne impiegate a “spigolare” grano nei campi già mietuti anche negli ultimi mesi della gravidanza (testimonianze orali affermano infatti che alcune di esse partorirono mentre spigolavano ed altre, con i neonati avvolti “nda li pannucc” erano già all’opera).

    Donne vichesi e rodiane, impegnate a seccare cortecce d ‘arance e a commerciarle, donne cagnanesi intente a salare lavorare curpecedde, femmenedde e panne de nanze, obvvero reti per intrappolare i pesci.

    Donne garganiche che quotidianamente, al suono della trombetta, dovevano vuotare i canteri pieni nel carrobotte; donne lavandaie che lavavano i panni sporchi  della propria famiglia e di quelle dei ricchi; donne che attingevano acqua alle cisterne, ai pozzi situati lontani dal paese, alle sorgenti; donne impegnate nel ricamo, nel cucito, nella filatura e nella tessitura di tessuti e di reti per costruire attrezzi da pesca.

    Donne che a fine 700 erano abbruttite dalla sporcizia e dalla miseria, come attesta Manicone in La fisica Appula “Le case erano nere e lorde… tutto vi puzza di affumicato, di foliche salate e di carne corrotta. Ogni cagnanese passa dinanzi a sé gli effluvi di questi suoi alimenti e s’annuncia di lontano alle narici non avvezze. Le donne poi s’abbandonano totalmente al sudiciume. Quindi esse mandano un disaggradevole puzzo”.. e non solo quelle di Cagnano. Parlando delle donne di Capitanata il Manicone afferma che le donne giovanissime erano lebbrose, con la faccia stravolta da cicatrici purulente, sdentate, afflitte da piorrea, da carie e da tisi, non si salvavano nemmeno le nobildonne che temevano di lavarsi dal momento che l’acqua era infetta. Donne che, oltre a tutte le succitate faccende, erano intente a svolgere il ruolo di figlia, di moglie e di madre, senza dover contravvenire alle  censure , alle regole imposte da una cultura maschilista, che le voleva relegate in casa. Donne impegnate in attività sommerse, in lavori faticosi ma non retribuiti e pertanto non riconosciuti, destinandole perciò al posto di subordinate, soggiogate all’uomo, l’unico che all’inizio del novecento vide riconosciuti alcuni diritti, forse perché portava a casa il soldo. Grazie a questa risorsa femminile, tuttavia, molti progressi furono conseguiti da tutta la società garganica.

     

    Presenterò in chiusura alcuni casi, microstorie cagnanesi. Un  riguardo particolare credo vada attribuito al personaggio socialista anarchico Carmelo Palladino. E’ nato a Cagnano Varano il 23.10.1842 in corso Umbero 15. A Napoli, dove compì i suoi studi di giurisprudenza, s’incontrò con il capo degli anarchici, M. Bakunin. Dopo alcuni mesi, costituì la sezione napoletana dell’associazione internazionale dei lavoratori, di cui fu per un certo tempo segretario e corrispondente, risultando uno dei più attivi socialisti. Ebbe rapporti d’amicizia e di collaborazione con Malatesta, Zerardini ed altri esponenti del movimento internazionalista italiano. Fu in corrispondenza con Marx ed Engels.

    A Cagnano, sposo della contadina Antonia Caccavelli e padre di due figlie, continuò la sua attività sovversiva e mantenne i legami con i massimi esponenti del movimento che guidava l’emancipazione della classe operaia, anche se sottoposto a continua vigilanza, esercitando la professione di avvocato. Ricevette qui la visita di Malatesta, Merlini e Zerardini nel 1876.

    Nel 1879 fu arrestato per “cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello stato”. Fu poi prosciolto.

    “Strenuo difensore delle posizioni libertarie, oppositore di ogni tendenza autoritaria e riformista all’interno della Prima internazionale, il suo pensiero sociale s’ispira, secondo Magno (cfr. La Capitanata) ad un certo utopismo egalitario. Discendente di una famiglia agiata e nobile, sentì dunque il bisogno di andare verso il popolo.

    A Cagnano c’era in quegli anni una sezione di anarchici. Con Palladino collaboravano i concittadini Antonio Fini e Alessandro Bosna, Luigi della Monica da Sannicandro e G. Bramante da Carpino. Sezioni anarchiche erano presenti anche a Carpino, a San Marco in Lamis, a San Nicandro e a San Giovanni Rotondo.  Questa specie di società segrete di mutuo soccorso con tendenza internazionalista spinsero più volte i contadini alla rivolta e ad occupare numerosi fondi. A questi socialisti-anarchici si rivolsero i cittadini per proteggersi dagli abusi di signorotti che gestivano le  amministrazioni comunali, tentavano di conservare privilegi feudali ormai aboliti.

    I sogni degli anarchici, però, non modificarono le condizioni della classe povera dei contadini, che presero coscienza della loro realtà quando vennero a maturare nuovi rapporti di produzione tra imprenditori agrari e proletari agricoli, il che accadde via via che si consolidò il partito socialista.

    Carmine morì assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle nel 1896. (cfr. Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costume, società, di L. Crisetti Grimaldi, Acropolis 1999).

     

    Le donne cagnanesi furono in alcuni casi protagoniste di sommosse popolari, come accadde negli anni  del fascismo, quando  furono spinte dalla miseria a ribellarsi contro lo strapotere del podestà e per questo si meritarono l’arresto, seguito da condanne detentive. Era il 1941 quando le donne di Cagnano, in assenza dei mariti impegnati nel secondo conflitto mondiale e dilaniate dalla povertà, scioperarono per la fame: si recarono in massa all’ex municipio e tentarono di scacciare il podestà, fecero poi un lungo corteo e sfilarono lungo le vie del paese. Molte di esse furono arrestate e condotte al carcere di Lucera. C’erano tra quelle, la signora Nannina, che portò con sé in prigione anche la sua bambina, Lucia, Carolina, Graziella… Giangualano Maria. Quest’ultima era un’attivista che prima di partecipare allo sciopero aveva scritto una lettera molto interessante ed accorata al Duce, chiedendogli aiuto per sé e per la sua bambina. Ve la propongo:

    “Sono povera, assai povera, la mia casa è tanto oscura perché vi regna la miseria e insieme la tristezza. Sono infinitamente impressionata nel sentire la morte di vostro figlio Bruno e con angoscia pensavo al dolore vostro e della famiglia tutta.

    Fra questi pensieri misi alla luce una bambina che diedi il nome di  Bruna: la mia povera Bruna già sente freddo; guardandola pensavo fra me: E’ bella, è vispa, ma non posso ben fasciarla e coprirla, solo col mio affetto e col mio latte ho da farla vivere! Con grande meraviglia questa notte ho sognato un giovane forte e ardito; io avevo fra le mie braccia la mia cara Bruna e questo mi disse: Addio! E poi sparì.

    Duce, nostro buon Duce, abbiate un pensiero per me e per la mia bambina.

    Con grande venerazione vi saluto”.

    Avete potuto notare il tono supplichevole, l’atteggiamento speranzoso, il tentativo di blandire il Duce, pur di non sopperire  alla fame, bisogno bene esplicitato  in apertura, quando afferma senza tanti mezzi termini: “sono povera, assai povera, la mia casa è tanto scura … ”. Evidentemente questo suo appello non sortì l’effetto sperato, dal momento che la signora Maria partecipò allo sciopero contro la mancanza di viveri.

     

    Significativa anche quest’altra lettera al duce, reperita nell’archivio comunale di Cagnano Varano, scritta 25 aprile 1941 da Natale, professione fabbro, il quale aspetta invano di partire per i campi di lavoro tedeschi. Egli denuncia il problema della disoccupazione nel paese e il modo in cui gli operai vengono sfruttati dai “comandanti” di Cagnano.

     

    “Non ci fa paura che stiamo disoccupati, perché materiale bellico serve al governo. Ma però ci sono i nostri Massoni di questo paese di Cagnano varano che ci vogliono schiacciare sotto i piedi, perché sono venute parecchie circolari per andare a lavorare in Germania. I nostri signori ci hanno fatto fare domanda che a un povero operaio per andare a passare una visita medica e fare domande se ne sono andate più di 50 lire che noi potevamo far mangiare una settimana i nostri figli perché i figli degli operai sono proprio figli della Patria che ci tengono per la Patria e anche se necessario di stare qualche giorno digiuno. Sua Eccellenza, siamo andato dal federale di Foggia e ci a promesso di partire perla Germania o pure per l’Albania alla prossima partenza, però ne sono passate quattro partenze ma noi non ci fanno partire. Tutti i paese sono partiti e questo no. Come va? Perché i nostri comandanti che ci abbiamo in questo paese ci vogliono tenere sotto i pedi che devono chiamare un operaio e lo devono far lavorare a giornata con dieci lire al giorno che non li bastano di mangiare ai propri figli: che si fanno pure le risate dicono vi potete mangiare anche l’erba. Siamo tutti figli d’Italia. S. Eccellenza vi prego di prendere provvedimento di questo che vi ho scritto. Vincere.

    La lettera venne rispedita dalla segreteria particolare del Duce in prefettura e dalla prefettura tornò al Comune. E’ evidenziato l’ultimo periodo e sono sottolineate le parole “risata dicono vi potete mangiare anche l’erba”.  

     

    Diverse altre lettere indirizzate al Duce, al prefetto e al podestà lamentano insieme alla disoccupazione, il problema delle ingiustizie, della miseria e dell’emigrazione mancata, tanto invocata per fuggire la miseria. Questi documenti risultano interessanti anche perché contrastano il parere di alcune testimonianze orali di anziani che hanno nostalgie del regime, a loro parere perfetto.

     

    Nonostante le leggi severe, anche negli anni del  fascismo alcuni cagnanesi s’incontravano segretamente nelle grotte per festeggiare il primo maggio e per affrontare i problemi del  lavoro. Per contrastarli, le forze di polizia cominciarono ad arrestarli qualche giorno prima di tale ricorrenza e per rimetterli in libertà  alcuni giorni dopo, assicurandosi, in questo modo, che tutto filasse liscio e non ci fossero manifestazioni di piazza, perché il regime non tollerava il dissenso.

     

    Nella storia cagnanese va ricordato anche il caso singolare della zia Giovannina, figlia del calzolaio Teopista, che nel 1946 con la prima amministrazione postfascista ricoprì la carica di assessore alla pubblica istruzione. Per le votazioni del 31 marzo 1946 elaborò un testo che personalmente presentò in un comizio elettorale e che attesta la sua fede convinta nel partito comunista. Di questo comizio   vi presento qualche passaggio, che ci permette si conoscere meglio il personaggio:

     

    “- Proletari, …non fatevi ingannare dalla borghesia… che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Pensate ai tempi del loro comando a quante volte vi trattarono come cani rognosi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di vota civile Vi fecero incarcerare perché  reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioé che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … Ora i gaudenti vi promettono il paradiso e quel che è peggio chiamano i comunisti senza cristo. Io rispondo che i senza Cristo sono proprio loro perché infamano chi non predica altro che la dottrina di cristo, che predicava : - Distaccatevi dai beni e allora potrà venire l’uguaglianza e la pace tra gli uomini. I comunisti vogliono la Russia. I comunisti vogliono il divorzio. I comunisti vogliono la disgregazione della famiglia! Già perché secondo loro i comunisti non amano le loro creature.

     I comunisti vogliono la distruzione dei beni. Invece i comunisti vogliono che tutti gli uomini abbiano un tetto, un letto, un pezzetto di terreno e quanto Iddio ha messo sulla terra per goderla ugualmente perché siamo tutti figli dello stesso creatore. … Proletari unitevi, siate fratelli della vostra stessa classe dei diseredati e se anche fra voi vi siano dei dissensi questo è il momento di dimenticarli”.

     La zia Giovannina conseguì il diploma magistrale, ma non l’abilitazione perché, rispoettosa della sua ideologia, non si è voluta sottomettere alle regole del regime, che prevedevano il tirocinio a scuola, tirocinio che senza la tessera fascista non si poteva effettuare. Così la zia Giovannina continuò ad esercitare privatamente, a fare l’infermiera, la fotografa e a militare in politica, organizzando incontri sindacali nei quali poter affrontare i problemi dei lavoratori e militando nel P.CI., partecipando insieme al padre pressoché analfabeta, il quale se la portava dietro “perché sapeva parlare bene”. Si riunivano allora nelle grotte, che non mancavano in paese, data la natura carsica del territorio, per non farsi scoprire.

    La zia Giovannina aveva idee larghe per quei tempi, non si sposò, ma adotto due bambini: Mario Paolino (che seguendo le orme della madre adottiva fu militante attivo del P.C.I. per circa mezzo secolo a Cagnano varano) e Rita.

    Indubbiamente un caso eccezionale, un esempio di emancipazione, soprattutto se pensiamo che gli eventi si riferiscono agli anni trenta/ quaranta e che operava in un contesto storico in cui le donne si tenevano a debita distanza dalla politica. Ad esse, infatti era stato negato il diritto di voto fino agli anni della seconda guerra mondiale, diritto esercitato per la prima volta nel ’46, forse perché le donne se l’erano conquistato per il contributo da esse offerto durante la Resistenza.

    Comunista convinta e dichiarata, dunque, alla sua morte avvenuta nel 1952, non è riuscita a ricevere il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza essere potuta entrare nella casa di Dio.

     

    La storia garganica è segnata anche dalla tragedia e insieme dalla rinascita economica causata dal fenomeno dell’emigrazione, come attesta il caso di Natina, una  storia simile a molte altre in cui molte donne avranno modo di potersi rispecchiare. Il contesto storico ci porta questa volta agli anni sessanta/settanta.

     

    Natina nasce a Cagnano Varano  da una famiglia modesta e numerosa (sette figli) nel 1949, un anno di crisi, come ricordano quelli del posto, perciò stenta a soddisfare il bisogno della fame. La mamma per poterla  nutrire deve ricorrere ad allungarle il latte con l’acqua. A 11 anni Natina è già sotto  gli alberi a raccogliere le olive, con ritmo veloce, allungando entrambe le mani e ritirandole con ritmo frenetico, proprio come fanno le galline sotto la spinta della fame. Nonostante la sua debolezza e gracilità, deve riempire alla svelta il cesto, altrimenti il proprietario non la fa lavorare il giorno successivo.

    A 14 anni  è alla Saleria, un’industria di conservazione del pesce, dove lavora, 10- 12 ore al giorno, anche se non in maniera continuata. A 17 anni emigra in Svizzera, insieme ai suoi fratelli maggiori.  Finalmente recupera alcuni chili, potendo mangiare banane, cioccolata e latte. Anche qui lavora a cottimo, soddisfacendo contemporaneamente la domanda di tre ditte. Confeziona merletti da mane a sera e per diverso tempo svolge l’attività a domicilio perché deve accudire a che a due bambini: il suo e quello della sorella. S’impegna con tutta l’anima per farsi apprezzare e soprattutto per non farsi dare dello “zingaro”, appellativo che gli svizzeri in quegli  anni riservavano a molti italiani. Ricorda che si angustiava molto quando leggeva sulle vetrine dei ristoranti e su qualche parete la scritta: - Via i cani dalla Svizzera, pensando che “cani” erano gli italiani.

    Alla nascita del secondo bambino, Natina è costretta a lasciare il più grande presso la famiglia materna. Da quel momento, soprattutto al sabato, allorché cessa il ritmo frenetico del lavoro e può concedersi di pensare interamente ai figli, Natina  si ritrova a versare fiumi di lacrime , accusa forti dolori alla testa, è triste e si sente in colpa per questa forzata separazione.

    Finalmente, dopo aver messo da parte quel tanto che basta per costruirsi un nido e avviare un’attività lavorativa, Natina e il marito fanno ritorno a Cagnano. Natina però soffre ancora una volta. Dopo 10 anni d’emigrazione fatica ad adattarsi: Cagnano non è più come l’aveva lasciato, sono cambiati i rapporti tra le persone, il modo di trascorrere il tempo libero, non c’è più quella coralità di un tempo. Via via si adatta anche a questa nuova realtà, ma soprattutto non accusa più il mal di testa  dal momento che la famiglia è riunita.

    Ora Natina ha 54 anni e continua a lavorare insieme al marito nella sua piccola azienda, per mettere da parte qualcosa per i figli, per sentirsi utile e, forse, inconsciamente, per farsi perdonare il fatto di essere stata lontana dai suoi bambini negli anni più importanti, i primi anni di vita, quelli che sembrano condizionare il resto dell’esistenza.

     

    donna che fa il panedonna che fa le orecchiette

     

     Col tempo, dunque, molte cose sono cambiate, ma  tanti problemi nel Meridione sono rimasti irrisolti, originando ulteriori disagi sociali, psicologici ed economici. Per realizzare l’uguaglianza di fatto e il rispetto dei principi dichiarati ex lege, occorrono un posto di lavoro, istruzione e rispetto delle "culture altre"donne contadinedonne e bambini nella raccolta del cotone orti di tullioraccolta olive. Bisogna combattere, inoltre, il costume del clientelismo  il quale  alimenta la sfiducia nella politica da parte di chi nutre sani principi. Bisogna infine recuperare la memoria degli intellettuali che hanno continuamente stimolato gli operai e di  chi ha perso la vita per l’emancipazione della classe lavoratrice: dall’eccidio di Chicago, alla strage di Portella della Ginestra, … perché essi non siano morti invano. Così facendo questa giornata del primo maggio potrà avere un senso.

    Dall’aurora al tramonto, recensione di Leonarda Crisetti

    un romanzo  di Domenico Di Miscia

    tip. Lauriola 2002

     Da diversi anni è  in edicola l’ultima produzione di Domenico Di Miscia, un autodidatta in possesso della sola quinta elementare, che continua a sorprendere. L’autore nasce a Cagnano Varano nel 1935, ove risiede tuttora. La sua versatilità e sensibilità lo stimolano continuamente, ed ecco che nel 1977 pubblica Briciole di verità, una raccolta di poesie, nel 1997 si ripropone con Sotto la maschera, racconti di vita vissuta, nel 2002 con Dall’aurora al tramonto, un romanzo in prosa, intercalato da versi.  

    Scritto di getto, frutto d’improvvisa folgorazione: “in certi giorni mi prendeva una certa frenesia, non mi riusciva di staccarmi dalle pagine, finché non ero riuscito a liberarmi dei pensieri e delle sensazioni che agitavano la mia mente”.

    L’opera potrebbe essere suddivisa in due macrosequenze, che sviluppano principalmente i temi della guerra, del lavoro e dell’amore. Il romanzo si snoda, perciò, rievocando le vicende spesso drammatiche del secondo conflitto mondiale, stemperate dall’umorismo e dal fondamentale ottimismo del protagonista. Interessanti le considerazioni sulla relatività e sella caducità delle cose, sul tempo che fugge, evidenti anche quando l’autore si sofferma sulla naia: “l’adulto, se potesse, si aggrapperebbe al tempo inchiodandolo in modo da non lasciarsi sfuggire quel poco rimasto a disposizione, i soldati invece come carcerati vorrebbero che il tempo volasse più del vento, per tornare più presto alle loro case”.

    Col dispiegarsi delle vicende, si amplia lo spazio del protagonista, passando da Cagnano, alla Laguna di Varano, al distretto di Foggia, alla Libia,  lungo la costa Adriatica …, inseguito dai pericoli e dalle tristi condizioni originate dalla guerra.

    L’opera chiude con note che ripropongono la metafora che dà il titolo al romanzo”Dall’aurora al tramonto”, appunto, in cui lo scrittore riflette sugli stadi della vita con riuscite analogie, interessanti similitudini e traslati. Eccola:

    Con l’aurora spunta al vita

    Come nei prati la margherita.

    La fanciullezza, una bella età,

    Come i puledri in libertà.

    La gioventù forte spensierata

    Supera ostacoli montagne vallate.

    Arrivano i problemi con l’età matura

    Come vuole madre natura.

    Con moglie e figli il cerchio si serra

    La vita è più dura diventa una guerra.

    Ormai già nonno col nipotino

    Il piccolo al grande annuncia il declino.

    Perde l’udito, i capelli, un dente

    Segno che è giunto nell’età cadente.

    Dolente curvo quasi rotondo

    Malinconico silente aspetta il tramonto”.

     

    Con la vecchiaia si chiude, dunque, il cerchio e insieme il lungo viaggio del nostro Michele, il protagonista del romanzo, un uomo nel complesso razionale e in grado di self controll, ma che messo alle strette tira fuori “quel guerriero che è in lui”. Certo con gli occhi di oggi non concederemmo a Michele di gestire-dominare il rapporto amoroso, forse non condivideremmo la sua visione romantica e medievistica della donna, una donna madre, moglie, amante dolce e paziente, regina della casa, intenta a recitare il suo ruolo, una donna, per dirla con l’autore “che non tenti di superarmi o di alzare la voce”.

    Leggendo il romanzo il lettore troverà pagine che invitano alla rettitudine, all’onestà, alla solidarietà, al rispetto per l’anziano e per le “culture altre”. Potrà riflettere sulla realtà della vita, sul destino, sulla religiosità e soddisfare altre curiosità, partecipando della memoria storica della civiltà contadina soppiantata dalla modernità.

    Chi legge potrà rinvenire, inoltre, pagine soffuse d’ironia e d’umorismo negli aneddoti recuperati; pagine intrise di crudo realismo, ad esempio nella descrizione delle automutilazioni dei militi per evitare il fronte, o in quella delle maglie dei soldati infestate da pidocchi “indispettiti”; nella descrizione dell’operazione in Montenegro, ove si legge: “le gazze davano un aiuto al ritrovamento del cadavere, perciò infliggevano l’ultimo sfregio, cavando per primi gli occhi e dopo beccando la parte del corpo scoperta dai vestiti”…

    Il libro è interessante anche per le analogie, le similitudini, le onomatopee e le personificazioni cui lo scrittore fa ricorso: per tutte la sequenza della mamma che va incontro al figlio che torna dalla guerra: “incredula e piangendo di gioia, si strinse al petto il suo Michele, se fosse stato un canguro, in quel momento lo avrebbe rimesso nella sua sacca”  e quella delle donne del rione Palladino, le quali erano attente al fischio del treno, per vedere giungere i soldati e, “appena ne scorgevano uno, volavano come colombe per portare la buona nuova ai familiari”.

    July 01

    Esame di Stato 2008 - indirizzo "Brocca"

     

    5. gioco-andrea-daniela

     

    Proposta di sviluppo traccia sul gioco

     

     

     

    Nel testo si legge che il gioco è una prerogativa dei giovani viventi, animali e umani, protesi a esplorare il mondo circostante e socializzare regole utili nella vita adulta, si fa il punto, poi, sul gioco umano, veicolo dello sviluppo delle dimensioni cognitiva ed emotiva della personalità, strumento di socializzazione e di educazione. 

    Dal punto di vista educativo il gioco costituisce il mezzo che consente al bambino di apprendere conoscenze e di esercitare abilità che potrà da utilizzare da adulto, grazie all’azione di modellamento delle figure parentali, che intervengono con lodi e punizioni, rinforzando le risposte esatte ed estinguendo i comportamenti non apprezzati dalla comunità. Il gioco insegna, inoltre, al bambino a risolvere i problemi, dai più semplici ai più complessi, senza costringerlo a stare al passo degli altri, ma assecondando il proprio ritmo di apprendimento.

    Il passo sottende le teorie ludiche ludocentriche e del preesercizio, riprende le tipologie di apprendimento per imitazione e condizionamento, nonché per scoperta e problem solving, si rifà alla classificazione dei giochi di J. Piaget, distinguendo: i giochi funzionali, che veicolano l’apprendimento sin dai primi mesi di vita, quando il bambino gioca prima con il proprio corpo, poi con gli oggetti per il “piacere di essere causa”; i giochi simbolici o del “come se”, con i quali il bambino drammatizza situazioni, "fa finta di" essere altro volando sulle ali della fantasia e scoprendo cose nuove; quelli di regole, tipici della fanciullezza, utili ad allenare la mente nelle operazioni di ordinazione e classificazione, a insegnare a stare con gli altri, controllando le proprie scelte, nonché quelle dei compagni di gioco.

    [1° quesito] Si possono definire “gioco” tutte quelle attività libere, spontanee, svolte per piacere e non per costrizione e neanche per fine di lucro: i vocalizzi dei neonati, il comportamento curioso ed esplorativo soprattutto infantile, i giochi con ciondoli e campanelli, le azioni del correre, salire, scendere, saltare, recitare conte e filastrocche, fingere di essere una scopa o un aereo o una strega o un dottore, le attività chiassose e  disordinate, quelle sempre più regolate che i bambini fanno in gruppo, i giochi individuali e colllettivi, le gare, … . Il filosofo Huizinga considera che l’attività ludica non abbia fini estrinseci, di utilità, di adattamento all’ambiente, ma il carattere della libertà, ritiene che sia intrinsecamente motivata, vada di là del processo d'immediata soddisfazione di bisogni e desideri, sia attenta al processo, abbia un senso in sé, sia eseguita per amore della soddisfazione che sta nell’esecuzione stessa.

    [2° quesito] I bisogni dai cui scaturiscono i giochi sono sia fisiologici, sia culturali. Il bambino ha, infatti, necessità di muoversi, di essere stimolato, rassicurato, di sentirsi parte di un contesto, di essere amato e stimato, di autorealizzarsi, di divenire ciò che è capace di essere; ha bisogno di conoscere se stesso e gli altri, di esplorare, di creare e di smontare, di acquisire competenza, di confrontarsi, litigare, di sdrammatizzare e superare conflitti, di scoprire come funziona la realtà naturale, umana e sociale.

    [3° quesito] Sul gioco sono state elaborate diverse teorie. Ricordiamo quelle residuale, dell’esercizio, ludocentrica, relazionale. Ciascuna di esse, pur non esaustiva, poiché non spiega la totalità del fenomeno, è comunque interessante perché ci mette a parte di particolari aspetti di questa fondamentale primigenia attività infantile.

    La teoria “residuale” ritiene che nei comportamenti ludici individuali siano presenti tracce della filogenesi, afferma, insomma, che lo sviluppo umano individuale ripete quello della specie. A questa teoria afferiscono quella del “surplus d’energie” di H. Spencer, secondo la quale, grazie all’evoluzione, gli esseri viventi si dedicano alle attività risparmiando energie che riserverebbero al gioco, e la teoria della “ricapitolazione”, di Stanley Hall, secondo la quale nel gioco riaffiorerebbero comportamenti atavici dell’umanità. Entrambe le teorie sono state criticate: la prima ipotesi è, infatti, considerato semplicistica, dato che non tiene conto del fatto che giocano anche i bambini deboli e malati; la seconda sembra essere valida sul piano biologico, ma non applicabile al mondo della cultura, perché alimenterebbe il pregiudizio delle culture superiori su quelle inferiori.

    In base alla teoria dell’esercizio, sostenuta anche da Kant, Froebel, Groos, Piaget e Bruner, i comportamenti ludici sono considerati addestramenti utili ad attività future, importanti per la sopravvivenza.  Sotto questo profilo il gioco costituisce il mezzo necessario a prepararsi alla vita adulta.  Anche questa teoria è stata oggetto di critica perché ha attribuito al gioco i caratteri dell’utilità. Tale assunto non spiegherebbe, a parere dei detrattori, il fatto che anche gli adulti – già abili - giocano. Accentuando le positività dell’attività ludica e trascurando le negatività di alcuni giochi, inoltre, la teoria dell’esercizio sarebbe parziali: vi sono, infatti, alcuni giochi che conducono al vizio, alla crudeltà, all’aggressività.

    Alla vigilia del secondo conflitto mondiale risale la teoria ludocentrica, che propone la spiegazione del gioco come fenomeno culturale, ponendolo alla base della civiltà e della cultura, come dimostra il fatto che anche i cuccioli giocano. Il gioco del bambino e quello dell’animale sono però diversi, giacché solo il primo sa che sta giocando ed è consapevole di essere nel gioco. Sotto questo profilo gli uomini sarebbero passati dal gioco al lavoro, creando gli strumenti della civiltà grazie alla curiosità e allo spirito ludico. Fautore di questa teoria è il filosofo J. Huizinga, autore di Homo Ludens, 1939. Il gioco, non più inteso come semplice svago e non solo come pre-esercizio, non più posto quale alternativa al lavoro, recupera la sua dignità, sia sul piano teorico, sia su quello pratico, e assume valenze educative, divenendo uno dei più antichi strumenti di formazione umana e civile, costituendo il fattore fondamentale dello sviluppo della personalità infantile nelle prime fasi del ciclo di vita.   Il filosofo afferma che l’uomo ha costruito la sua esistenza giocando, che le grandi attività della società umana sono intessute di gioco, che con il gioco, l’essere umano ha sviluppato il linguaggio, che grazie al linguaggio “è asceso a condizioni di vita e di attività più evolute”, proprio come accade di assistere in una partita dei moderni videogiochi, dove, riuscendo nel gioco, appunto, l’uomo passa a livelli crescenti di sviluppo e complessità. L’uomo ha giocato con i suoni e con le parole, producendo il linguaggio e la musica; ha giocato con i materiali, modificando l’ambiente e creando paesaggi urbanizzati; ha giocato con altri uomini, talvolta gareggiando e lottando, altre socializzando e attivando la solidarietà, “inaugurando le forme primarie di Pace e di Guerra”; ha giocato a darsi le regole, perché si è reso conto che occorre continuare a giocare bene, tutta la vita, così elaborando il concetto di Diritto, Giustizia, Ordine; ha giocato con i colori, creando l’Arte; ha giocato con i suoi pensieri ed ha creato la Filosofia, la Scienza, il Sapere.

    Le teorie recenti puntano i riflettori sul gioco come mezzo di comunicazione e di relazione, dato che permette al bambino di stare con gli altri, di confrontarsi con adulti e coetanei, di superare punti di vista egocentrici, di sviluppare pensiero e linguaggio, di intessere rapporti positivi utili alla crescita e a sviluppare al prosocialità.

    [4° quesito]. Poiché il gioco è un potente strumento di crescita e formazione della personalità infantile, ogni educatore deve inserire le attività ludiche nel progetto educativo.  Huizinga ritiene, infatti, superata l’affermazione secondo la quale “comunque si cresce”.  Questo significa che occorre ripensare il “come si cresce”, che attraverso l’educazione soltanto - che è anche un condizionamento - il bambino può acquisire conoscenze e abilità, sviluppare la sua creatività, apprendere regole, distinguere ciò che è “bene” da ciò che è “male”. In questo compito è decisivo il ruolo svolto dalle figure genitoriali, soprattutto nei primi anni di vita: dalla madre, inizialmente con i contatti corporei e con i giocattoli, dal padre, specie con i giochi di movimento, recuperando “spazi” e superando remore (“non ti sporcare, non correre, non sudare”!), le quali, impedando i giochi, ostacolano la crescita dei bambini. 

    Perché il gioco sia strumento formativo, occorre imparare a “pensare da bambino”, conoscere le varie forme ludiche che attraversano l’infanzia: i Paidia (giochi senza regole), i Ludus (giochi strutturati e di regole), gli Agon (giochi agonistici e di competizione), gli Alea (giochi d’azzardo), i Mimicry (giochi di simluazione), Ilinx (giochi di vertigine o capogiro), come risulta dalla classificazione del sociologo Caillois, che esprime, in ogni caso, l’essenza multiforme ed evolutiva dell’intelligenza.  

    Traendo spunto dalle riflessioni psicologiche e sociologiche, l’educatore all’infante offrirà giocattoli dotati di movimento, suoni, colori vivaci, quindi, giocattoli da maneggiare e spingere, automobiline, tricicli, blocchi di legno per costruzioni. Nel frattempo avrà cura di fare in modo che il bambino giochi con altri per creare situazioni d’interazione. Nella fase del gioco simbolico metterà a disposizione dei bambini abiti che la mamma o il papà non usano più perfavorire i giochi di traversimento, utensili domestici, attrezzi per giocare al negoziante o all’infermiere. Ai fanciulli regalerà giocattoli che insegnano a stare insieme, a coltivare hobby, ad allenare la manualità, carte da gioco, bocce, ma anche materiale povero per stimolare la creatività.  Avrà premura di attivare anche i giochi prosociali, mettendo insieme i bambini, insegnando loro a superare conflitti e ad andare incontro all’altro, perché l’altruismo si costruisce con il tempo e solo nelle concrete relazioni.

    Oggi, purtroppo, gran parte dell’infanzia è confinata in case e scuole “prigioni”. I bambini - soprattutto quelli delle realtà urbane -sono costretti a restare inchiodati nei banchi di scuola, a stare fermi in casa seduti davanti alla televisione, a tormentare cellulari e telecomandi. Gli spazi di libertà sono ridotti, lo sviluppo della socialità è demandata ad agenzie sociali, che offrono corsi a pagamento senza premurarsi di raccordare i tempi e i luoghi di vita dei fruitori. I grandi pensano che il gioco sia una perdita di tempo e i bambini sono costretti a diventare adulti senza poter essere stati bambini, vedendosi negati i diritti propri dell’infanzia, e, tra essi, quello di giocare.