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    September 29

    il nuovo scenario scolastico

     

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    ·         Il decreto legge n. 137 del 1 settembre 2008 introduce le seguenti novità:

    1.       acquisizione di conoscenze e competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”;

    2.       voto in condotta in tutti i gradi di scuola (con il 5 alla secondaria si può essere bocciati);

    3.       ritorno alla valutazione decimale nel primo ciclo, con l’impossibilità di accedere alla classe successiva anche con una sola insufficienza;

    4.       libri di testo della durata quinquennale;

    5.       abolizione del team docente (o modulo) nella scuola elementare e ritorno del docente unico;

    6.       abbassamento del monte ore settimanali a 24 ore nella primaria, con possibilità di accedere ad un tempo più lungo previa richiesta delle famiglie.

    Mariastella Gelmini annuncia, inoltre, la riforma  della scuola media e superiore, la modifica della formazione e reclutamento dei docenti, la revisione delle classi di concorso, l'accorpamento e la fusione di alcune discipline.

     

    ·         I risvolti della  finanziaria

    Le assenze dei dipendenti pubblici  [non solo del personale della scuola] avranno conseguenze pesanti sugli stipendi, decurtando la paga giornaliera di circa dieci euro agli insegnanti e più di cinque al personale ATA. Visita fiscale fin dal primo giorno con il dovere del paziente di essere reperibile quasi tutto il giorno (in casa: dalle 8 alle 13, dalle 14 alle 20).

    Previsto in tre anni il taglio di circa 130 mila posti di lavoro (tra cattedre docenti e personale ATA), l’abbassamento  di un punto del rapporto docente/alunno, anche in considerazione della presenza dei diversamente abili, con la possibilità di non chiudere o accorpare istituti scolastici dei piccoli comuni, se stato, regioni ed enti locali riescano a “prevedere misure finalizzate alla riduzione del disagio degli utenti”.

    A rischio le scuole dei piccoli comuni, dove non verrano istituite classi con un numero di alunni inferiore a 12-15.   Bloccate le SSIS per l’anno accademico 2008/08 fino a quando sarà rivisto il quadro orario e varato il piano di razionalizzazione della rete scolastica.

    Inasprite le sanzioni disciplinari. I genitori che iscrivono i figli a scuola devono  sottoscrivere “un patto di corresponsabilità”, che li responsabilizza soprattutto in “presenza di danni a persone o cose detrivanti da comportamenti violenti o disdicevoli”.

    September 17

    EDUCAZIONE INTERCULTURALE

    Quando la "diversità" arricchisce
    vedi "donne" su questo blog

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano

     

    Citazione

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano

     

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    Ubicazione

    La grotta di San Michele in Cagnano Varano è situata nel Gargano nord (Puglia), a meno di 1 Km dalla riva meridionale della laguna di Varano e a 28 km circa da San Giovanni Rotondo. Essa è molto interessante dal punto di vista naturalistico, storico e religioso. Dalla tradizione risulta che sia stata visitata anche da San Franceso e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi religiosi e naturalistici..

    Cenni storici

    Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, la grotta fu frequentata anche in età neolitica e classica. Essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele in epoca medievale, ma prima ancora fu sede di altri culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. Il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesta infatti un preesistente culto longobardo; la pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinviano a culti precristiani: mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani.

    Descrizione

    La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo.

    Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua è andata a sostituire un a più antica e di originale fattura, che è stata trafugata, datata 1631 di Petranzeri.

    Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

    La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco, rifatta recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano. Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e alla porta in legno datata 1898.

    Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti simili ad affreschi naturali, dalle forme spettacolari e cangianti. In prossimità dell’ingresso spiccano le varie sfumature di verde, mentre le pareti meno esposte alla luce del sole, decorate anch’esse da nicchie, sono contraddistinte dal grigio e dal bianco della roccia calcarea. Dalla volta pendono  bianche stalattiti.

    La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

    A sinistra della porta d’ingresso si trovano una piccola sacrestia e un’acquasantiera a pila su base ottagonale. All’interno della sacrestia, sulla facciata di un vecchio altare intonacato di bianco è effigiato un tozzo rettile. Tale presenza lascia supporre la frequentazione della grotta da popolazioni che praticavano il culto longobardo, che non mancavano nella zona. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

    In fondo, al centro è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’arcangelo, copia fedele di quella che si venera a Monte Sant’Angelo. Tale scultura mostra un santo adolescente, alato, che indossa una tunica corta di stile longobardo, i calzari e la sopraveste o manto che discende dalle spalle. Il braccio destro che sostiene la spada è ripiegato dietro il capo e l’arma sembra intimorire il demonio, drago, serpente, legato con una catena al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il simbolo del male. L’espressione del santo è serena, la testa porta una corona con sopra una croce, il volto è incorniciato da riccioli che scendono sul collo. Su braccio sinistro è un piccolo scudo con la scritta:- Qui ut deus? Il demonio assume l’aspetto di un animale dalle orecchie appuntite, dalla bocca aperta che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da rughe profonde.

    Davanti l’altare insiste una balaustra. Ai due lati di essa, paralleli e frontali erano, fino all’anno 2000, due lunghi sedili in pietra, oggi ve n’è uno solo, quello situato a destra dell’altare maggiore: l’altro è stato rimosso, pare, per fare un po’ di spazio.

    Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia calcarea consentono al visitatore di accedere nella parte più profonda e più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da miriadi di stalattiti. In questo luogo si rinvengono la pozza e la pila di Santa Lucia, un’interessante conca piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli infatti vi intingono le dita e si bagnano gli occhi.

    A destra dell’entrata, a qualche metro dall’ingresso, è l’altare di san Raffaele, con una nicchia che custodisce il complesso statuario, costituita dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male e da un cane, segno di fedeltà.

    Sulla parete sinistra, in prossimità  dell’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, che presenta la statua della Madonna, di circa 70 cm di altezza, e un piccolo angiolo sulla spalla sinistra.

    Sulla parete destra e frontale della spelonca si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata: A destra sono presenti gli affreschi dei Quattro evangelisti, (pressoché indecifrabile), dei Tre personaggi aureolati (il Cristo, al centro dalla interessante tunica rossa virgolettata da squame di pesce, affiancato forse dal protomartire di Cagnano, Santo Stefano, e da un altro monaco che regge un libro,  forse Pacomio  monaco brasiliano di cui si legge la scritta) e l’affresco della Madonna col bambino, di probabile epoca paleocristiana, come attestano il manto rosso, un omega e altri cristogrammi. Pressoché frontale è raffigurato un Crocifisso.

    Dal mese di maggio 2002   in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di Santo Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta era stata già scelta dal padre.

    Leggende cagnanesi

    Secondo la tradizione cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato bene accolto, e prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora.

    Le tre località menzionate dalla tradizione orale cagnanese, hanno un fondo di verità storica, sottendendo le relazioni esistenti tra le tre località menzionate. Ricordiamo che nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; che nell’XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo in territorio di San Marco in Lamis), e che nel XII secolo il Monastero di San Matteo, Cagnano e altri casali e/o feudi, erano compresi nell’Honor di Monte Sant’Angelo. Si pensa pertanto che dovette essere naturale diffondere anche a Cagnano, come del resto anche in altri centri garganici, il culto dell’Arcangelo San Michele, ormai ben radicato e produttivo nella cittadina di Monte.

    Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano era stata già adibita al culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel 1054. Si sa per certo che nel 1678 la chiesa di San Michele viene ricordata durante la visita dell’arcivescovo V.M. Orsini.

    La leggenda vuole che vicino alla parete destra della grotta di Cagnano l’arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e sulla parete sinistra  sia rimasta impressa la traccia delle sue ali. Si tramanda inoltre che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato nel luogo oggi conosciuto sotto il nome Fontana di San Michele, dove è una sorgente, nelle adiacenze del centro storico di Cagnano. La tradizione vuole che il santo, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona:

    S’inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca come per cercare l’acqua, quando all’improvviso sgorgò per davvero dalla roccia acqua fresca e pura.

    E’ nata così la sorgente detta appunto di San Michele, una fonte che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano. 

    Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, l’Arcangelo giunse in un bosco, dove fece un altro miracolo, trasformando una pozzanghera in una piscina, denominata appunto: Piscina di San Michele.

    Qua e là per il paese, ma anche nelle contrade di campagna i pastori collocavano la statua di San Michele affinché egli proteggesse le loro greggi, preservandole soprattutto dalla temuta peste.

    Le date dell’8 maggio e del 29 settembre di ogni anno cade ancora oggi la ricorrenza di San Michele. Le due date sono significative sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista economico e culturale. Esse erano legate alla transumanza che sin dai tempi antichi fu praticata nel Gargano e che dall’epoca degli Aragonesi divenne obbligatoria. Il 29 settembre le greggi scendevano dalla montagna e guadagnavano la pianura per poter trascorrere le fredde giornate autunnali e invernali, l’8 maggio, risalivano verso la montagna, assicurandosi in questo modo il pascolo per tutto l’anno. In queste date diversi paesi legati all’economia agricolo-pastorale decisero di istituire la fiera del bestiame, tra essi Cagnano Varano che nei giorni 8, 9 e 10 maggio decise di celebrare anche la festa dei santi patroni. San Michele per volontà del decurionato e della confraternita di San Cataldo nella prima metà del XIX secolo divenne  conprotettore dei cagnanesi insieme a San Cataldo.

     

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    September 16

    Bbèlla te vu mbarà a ffà l'amore, Canti e storie di vita contadina

      Leonarda Crisetti Grimaldi

      Centrografico Francescano, 2004

      pp. 258  € 18

     

    "Leonarda Crisetti Grimaldi ha al suo attivo varie e interessanti pubblicazioni su Cagnano; ha collaborato con un mannello di proverbi cagnanesi curati e ciclostilati dall’Associazione “L’Alternativa” a un mio dizionario paremiologico garganico; e finalmente ha raccolto canti e trascritto storie di vita contadina, annotando voci per un vocabolario garganico a cui sto lavorando.

     

    Il presente libro – il suo connettivo – nasce e si sviluppa proprio da questa ricerca di parole, che lo rende ricco di spunti e generoso di ricordi e fatti, tanto da costituire un’affabile microstoria dell’uomo di fatica e soprattutto della donna subordinata e dinamica di un passato non lontano eppure remotissimo, alla cui voce la Crisetti dà diritto e riconoscimento.

     

    Dalle storie, non meno che dai canti, affiora e si delinea un dialetto che vale la pena definire nelle sue coordinate, evidenziandone carattere e peculiarità. I dialetti di Capitanata e Terra di Bari fanno parte del gruppo napoletano-barese dell’area «meridionale». In Capitanata si distinguono due varietà: la dauna, che comprende i dialetti garganici settentrionali e i dialetti dauno-appenninici, a sud-ovest di Foggia; e la apulo-foggiana, che comprende i dialetti garganici meridionali di Vieste, Mattinata e Monte Sant’Angelo e quelli del Tavoliere, tra cui Manfredonia, Foggia e Cerignola.

     

    A Cagnano Varano, che è situato sul versante nord del Gargano, a ridosso dell’omonima laguna, si parla un dialetto dello stesso tipo di quelli parlati nei paesi del Subappennino dauno. Ciò è possibile perché anticamente gli Apuli furono sopraffatti dai Sanniti, i quali occuparono non solo la Capitanata, ma anche l’intero Gargano fino a Peschici, che rappresenta l’estrema propaggine conservativa del popolo dauno. A Peschici, infatti, si continua a dire jalle “gallo” con ­-ll- come nei dialetti dauno-appenninici, mentre nel resto del Gargano si dice jadde o gadde. 

     

    I dialetti della varietà apulo-foggiana sono l’effetto tangibile della transumanza tra l’Abruzzo e la Capitanata, un fenomeno socio-culturale di grande rilevanza linguistica, che, iniziato in epoca romana, si è protratto fino agli inizi del Novecento, travolgendo il ponte ideale che collegava il Gargano ai contrafforti appenninici.

     

    Il dialetto di Cagnano, come gli altri dialetti dauni, è caratterizzato dall’assenza di palatalizzazione della A tonica: jennare *jenuarius “gennaio”, mana manus “mano”, lapa apis “ape”, strata strata “strada”, cerasa cerasia “ciliegia”, vascë basium “bacio”, ecc.

     

    La palatalizzazione di detta A (come anche della U tonica; cfr. Manfredonia: feletüre *fultorium “tappo”) è una «spia antichissima del sostrato celtico» (Graziadio Isaia Ascoli), che evidentemente non ha interessato, se non in modo marginale, il versante nord del Gargano, mentre ha lasciato la sua forte impronta in centri come San Severo, Manfredonia, Mattinata, Monte Sant’Angelo, Vieste, dove il suddetto fenomeno è del tutto regolare (scënnére, méne, épe, stréte, cerése, vése, ecc.).

     

    Altra caratteristica del dialetto di Cagnano Varano, e degli altri dialetti dauni, è l’assenza di matefonia per la E e la O brevi latine: péde pedem “piede” e pedes “piedi”, bbóne bonus “buono” e boni “buoni”, céle caelum “cielo”, fèrre ferrum “ferro”, mmèrne (tempus) hibernum “inverno”, argènde argentum “argento”, cèveze (morus) celsa “gelso”, fóche focus “fuoco”, jóche iocus “gioco”,  òsse lat. tardo ossum “osso”, sònne somnus “sonno” e somnium “sogno”, òcchie oculus “occhio”, ecc.

     

    La metafonesi (o dittongazione) per E e O brevi è invece costante nei dialetti apulo-foggiani: píde (píete) “piedi”, bbúne (bbúene) “buoni”, cíle (cíele) “cielo”, fírre (fíerre) “ferro” e “attrezzi”, vírne “inverno” e argínde, cíveze, fúche, júche (scjúeche), súnne, úcchie ecc.

    A Cagnano, come altrove (nel Gargano e nel resto della Puglia), a voler ripercorrere la storia attraverso le sue tappe fondamentali, si repertano testimonianze linguistiche prelatine, come (crapa) cucca “(capra) senza corna”, mòrra “branco di pecore”, grava “voragine”, zóca “fune”; termini di origine greca, come camastra “catena del camino”, fanója “falò”, spara “cercine”, làghene “tagliatelle”, cuccuuaja “civetta”; parole di derivazione latina, come appeccià “accendere”, fulecara *filicaria “campo di felci”, farnare “vaglio”, setidde “setaccio”, cambésa “fiscella”, macéra “muriccia”, restuccia “stoppia”, ùrdene “filare”, chenòcchie “conocchia”; e voci di origine longobarda (sparagnà “risparmiare”, ualane “bovaro”, zènna “angolo”), araba (varda “basto”, arrecamà “ricamare”, nzanzana “ruffiana”), francese (sciarrabbà “calesse”, traìne “carro agricolo a due ruote”), spagnola (manda “coperta”, ninne “bambino”, capescióla “fettuccia”).

    A queste testimonianze se ne potrebbe aggiungere qualcuna di lingua slava. È il caso di Capejale “Capojale”, composto da cape “capo, estremità” e slavo jale “spiaggia”, parola presente anche a Vieste negli esiti scjéle “spiaggia” (u Scjéle Castíedde “la Spiaggia del Castello”) e scjalidde “duna di fondale sabbioso”.

     

    Un’altra peculiarità del dialetto di Cagnano è la conservazione dell’-a finale, fatto linguistico non rilevato da Giacomo Melillo nel fondamentale saggio fonetico, I dialetti del Gargano (Pisa 1926). L’­a finale è presente quindi non solo a Sannicandro, a San Marco in Lamis e a San Giovanni Rotondo – come evidenziato dal dialettologo –, ma anche a Cagnano Varano, così che questi quattro centri vengono a formare un quadrilatero entro cui si trova racchiusa la parte relativamente meno accessibile e verosimilmente più conservativa della parlata del Promontorio.

     

    Cagnano, infine, vive una realtà socio-economica particolare. Se da un lato partecipa del carattere eminentemente pastorale dell’area garganica più interna, dall’altro svolge un’attività non meno tipica ed importante, che è la pesca nella Laguna di Varano. Certo si tratta di mondi diversi che convivono, tuttavia una ricerca che scandagli e metta a confronto la lingua dei pastori e la lingua dei pescatori potrebbe condurre a risultati interessanti.

     

    La stessa Crisetti sottolinea come la sbronza di chi vive nel mondo agricolo-pastorale assuma tinte e connotazioni differenti dall’ubriacatura di chi vive di pesca a contatto con la pece dei pini di Aleppo. Mentre il primo fa il pieno introitando medzètte a rrègghie, cioè una mezzetta (circa 22 kg di aridi) per bica (che è tanto), il secondo è ubriaco fradicio se ha ffatte a ppetècchia, ossia se è tinto di nero come dopo avere impeciato le reti con la resina della corteccia di pino. D’altronde, dicono a Vieste, l’arte che féje, hé’ scî tinde (del mestiere che fai ti sporchi).

     

    Dismetto allora i panni (sporchi?) del dialetto parlato per calarmi in quelli “tinti” della letteratura popolare di questa entusiastica raccolta, che si caratterizza per l’orignale alternanza tra parti più o meno omegenee di canti tradizionali e intermezzi di storie-interviste realizzate al fine di ricreare il mondo socio-culturale, con il lavoro e le sue pause, in cui erano oggetto di manifestazione collettiva.

     

    Questo mondo, che solo per zeppe realistiche e perle di travisamenti traspare dall’ottava zoppicante dello strambotto (sunètte o manuuètte), di una koinè non tanto garganica o pugliese quanto sovraregionale o meridionale, si apre a tratti nella quartina giustapposta a mo’ di chiusa, i cui riflessi sembrano più circoscritti, trattandosi di versi a volte autoctoni, spesso frutto della fantasia creativa del singolo cantatore.

     

    La natura locale della quartina è denunciata, oltre che dai diversi stereotipi e dai realistici riferimenti, anche dalla varietà dei nomi con cui viene designata, da strusce e struscelicchie (Monte Sant’Angelo e Mattinata), che nello “strascico” rimarcano quasi una ridondanza, a strufètte (Carpino), strufulètta (Cagnano) e strapulètta (San Giovanni Rotondo), che denotano un fare più modesto, meno elaborato o ambizioso, della “strofetta” rispetto allo strambotto. Il termine strapulètta sembra poi paraetimologicamente evidenziare il carattere posticcio, di una citazione a sproposito, “estrapolata” da un diverso contesto o situazione.

     

    Quasi a sostegno della teoria che vede nello strambotto, per aggiunta di una sestina, l’origine del sonetto, col nome sunètte a Cagnano s’indica proprio lo strambotto, sebbene più latamente, in altre parti del Gargano, possa intendersi addirittura l’intera serenata.

     

    Degno di rilievo è infine il fatto che il “sonetto” abbia a Cagnano una duplice modalità di esecuzione, una comune al resto del Gargano (simile alla “canzone” di Carpino) e una, almeno nel nome, tipicamente cagnanese. La manuuètte, infatti, altro non è se non un diverso modo di cantare lu sunètte (come a Carpino lu sunètte, sinonimo di manuuètte, è un diverso modo di cantare la canzóne). Per Monte Sant’Angelo Francesco Nasuti evidenzia come l’inserimento di improvvisazioni conferisca al “sonetto” un effetto sorpresa e un andamento tanto più complesso quanto maggiore è l’abilità dell’esecutore.

     

    Il termine manuuètte, in un primo tempo recepito al maschile (erroneamente rifatto sul plurale), non giustificava del tutto il richiamo al passo breve (fr. menuet, dim. di menu ‘piccolo’) del “minuetto”. Vero è che dagli endecasillabi distesi dello strambotto si passa ad una esecuzione che esalta le cesure per camminare su un verso “piccolo”, da quattro a sette sillabe, ma il minuetto è della sfera culta, estranea al mondo contadino. Il movimento degli emistichi, che nella manuuètte slittano uno nell’altro per tagli e riprese, non si affidi però (per scambio di suffisso) al semplice girare di una “manovella”, svelto o lento, allegro o malinconico, sulla musica di un nostalgico organetto di Barberia.

     

    Il dialetto di Cagnano è capace di arte raffinata, di una lettura stravolta, quasi in falsetto, del classico strambotto. Così come il Gargano è capace di poesia tout court. Oggi ne sarebbe convinto anche Pasolini. Tra i numerosi canti che la Crisetti ha amorevolmente raccolti, valga un solo esempio:

     

    Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe,                 

    ma vuje tanda ricche, ricche che site

    …ssi magadzine addóva ce l’avite?

    parche e ppuscine addóva li tenite?

    li vóve addóva fanne la carravana?

    li vacche addóva tènne lu muschejature?

    li crape addóva fanne lu sauriature?

    li pècure addóva tènne lu muriature?

    li pòrce addóva fanne lu sugghiature?

     

    È il canto di un garganico povero ma dignitoso, in possesso di una cultura pastorale arcaica, di una lingua antica e specifica quanto pregnante e viva, che si dispone nella misura di un verso irregolare sì, ma incisivo ed icastico. Parla di magazzini, parchi e cisterne, buoi, vacche, capre, pecore, porci, di beni materiali, seppure inesistenti (dove sono queste tue ricchezze?), in maniera assai concettosa ed anche ironica, ma lo fa associando questi beni a termini come carravana (carovana), muschejature (luogo polveroso dove le vacche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato, dal francone saur ‘secco’), murejature (luogo ombreggiato dove le pecore si abbrancano), sugghiature (luogo dove i maiali si rivoltolano nella motriglia o si accoppiano), per dire alla sua donna che lui è povero come lei è povera, e nello stesso tempo, quasi francescanamente, per invitarla alla gioia di vivere insieme come questi animali, che si appagano tra la polvere, al vento, all’ombra o nella mota, in piena povertà, ma in compagnia.

     

    Rivoli, 24 aprile 2004
    Prefazione di Francesco Granatiero

    Poeta dialettale pugliese

     

     

    September 15

    L'agonia feudale e la scalata dei "galantuomini"

     

     

    Invito Crisetti

     

    LEONARDA CRISETTI GRIMALDI

    ED. Il Rosone 2007

    tomi 1 e 2, pp. 350, € 35

     

    Abstract. La ricerca storica prende atto del cambiamento del regime possessorio della terra di Cagnano e della conseguente stratificazione socio-economico-culturale, nell’arco di tempo che va dal tramonto del feudalesimo alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il libro è diviso in due tomi: il primo analizza  terre e possessori al tramonto dell’età feudale  [1741-1813]– recuperando attraverso i dati catastali dell’Onciario e del Murattiano aspetti antropici, demografici ed economico-culturali, nomi di principi e cittadini, mestieri e toponimi legati a questa terra; il secondo affronta le questioni demaniali locali originate a seguito delle leggi  francesi, che intesero cancellare la feudalità [1813-1913]. La microstoria è costantemente raccordata agli eventi nazionali ed europei,  per trovare legittimazione, evidenziando analogie e differenze.

    Emerge che nell’Epoca moderna, il tenimento di Cagnano si caratterizza come demanio universale, destinato al pascolo e alle colture, comprendente le Difensole, le Paludi e il Puzzone, come demanio ecclesiastico, costituito dai terreni seminativi della chiesa madre, cappelle, badie e conventi, siti nelle zone più pianeggianti, in cui sono praticate le colture specializzate della vite e dell’olivo e quelle cerealicole, come demanio ex feudale, che comprende quasi tutti i terreni pascolatori.   Nel 1750 - allorché il catasto Onciario è quasi completato-  nella terra di Cagnano ci sono anche libere proprietà in mano a privati, ubicati in genere intorno all’abitato.  Tutto il tenimento di questo comune del Gargano nord - che oggi riguarda una superficie di circa 15875 Ha - è, comunque, nelle mani di tre grandi possessori, esponenti della nobiltà, rappresentata dal principe - duca Brancaccio, [intestatario della Terra detta di Cagnano] e dal duca Zagaroli [proprietario della Difesa della Regia razza delle Giumente], e degli ecclesiastici,  rappresentati dai Canonici Regolari lateranensi di Santa Maria di Tremiti, che vanta il possesso della difesa San Nicola Imbuti, sul lago di Varano.

    A Cagnano fino al 1806 si estende, inoltre, la giurisdizione della Dogana della mena delle pecore: esiste, infatti, una posta sin dal 1489, nata a seguito di  una convenzione stipulata tra il signore feudale di detta terra, Giovanni Paolo della Marra, e la Regia Dogana di Puglia. Il demanio di Cagnano è, pertanto, fruito anche dalle pecore dei cittadini abruzzesi. L’economia del territorio, però, non si basa solo l’attività della pastorizia, ma  anche sull’agricoltura. I cittadini, infatti,  nonostante il  condizionamento dell’Amministrazione della Dogana, si ritagliano col tempo spazi da coltivare, procedendo anche illegalmente e inglobando persino i tratturi, già prima delle leggi eversive, modificando lo scenario delle campagne. Le principali attività economiche  a Cagnano sono, in ogni caso,  fondamentalmente tre, includendo la voce della pesca, data la presenza del Lago di Varano. Va ricordato, però, che fino al 1700 i cittadini del luogo non traggono grande vantaggio da questa risorsa, per gli intralci, sia della chiesa, sia dei baroni, i quali, appellandosi ad antichi privilegi, ostacolano per lungo tempo l’atavico diritto di pesca.

    Il tentativo di sbilanciare l’economia a vantaggio della pastorizia, è tuttavia molto forte, anche nel decennio francese, allorché con l’abolizione della feudalità, la confisca e vendita dei beni della chiesa e con la quotizzazione, diversi cittadini entrano in possesso di estese superficie pascolatorie e adatte alle colture, in molti casi usurpandole, dando così un’accelerazione al processo di privatizzazione delle terre, per cui il volto dei paesaggio agrario si modifica ulteriormente.

    Il territorio ex feudale dei Brancaccio fa gola a non pochi cittadini, i quali ben presto occupano e circoscrivono con muri a secco e siepi spazi sempre più estesi, precludendone l’accesso ad altri. La negazione degli usi civici  fruiti in passato dalla popolazione e l’errata e/o mancata divisione delle terre, sono alle base delle questioni demaniali di Riseca, Parchi e Mezzane,  le quali provocano non pochi disagi di natura sociale ed economica e persino delle ribellioni. Proteste che si acuiscono nell’ultimo ventennio, tanto da far pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Tali questioni si porteranno avanti per tutto il secolo XIX e resteranno ancora accese alla vigilia del primo grande conflitto mondiale, inducendo a dubitare sulle idee di progresso, libertà e uguaglianza coltivate da alcuni con la venuta dei francesi.   La situazione possessoria della terra tipica dell’Italia meridionale medievale e moderna, in ogni caso, cambia, affidando  agli emergenti il compito di scrivere una nuova pagina di storia. 

    Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina

    Immagine1

    Leonarda Crisetti Grimaldi

    Centro Grafico Francescano (Fg), 2004

    Pp 358 € 18.00

    www.centrograficofrancescano.it

     

     

    "Da tempo l’amore per la sua terra da parte di Leonarda Crisetti si è esteso fino ad abbracciare ogni aspetto della vita e della storia del suo paese. Una fitta rete di ricerche condotte con impegno e rigore sta facendo rivivere un caleidoscopico patrimonio di tradizioni e di cultura, strappandolo a quel dimenticatoio, al quale era ineluttabilmente destinato, se la Crisetti, con la sua paziente opera non avesse messo assieme le tessere di questo fantasmagorico mosaico, contendendolo all’oblio e consegnandolo alle nuove generazioni, quale prezioso comune retaggio in cui riconoscersi, per ritrovare un’identità culturale che le recenti, veloci trasformazioni hanno contribuito non poco a far smarrire e a disperdere.

     

    Cinge vècchie”- commenta l’autrice in prefazione-, ma i cinge vècchie sappiamo che spesso sono i più cari, quelli ai quali siamo più legati, perché hanno un particolare valore affettivo, perché sono carichi di storia, la nostra storia. Essi sono così preziosi che giammai nessuno si sognerebbe di buttarli via; sono lì accantonati, in chissà quale angolo della soffitta, perché magari non abbiamo neanche il tempo di andare a riprenderli, ma sono sempre presenti in un angolo privilegiato del nostro cuore, della nostra identità. Un piacere particolare, poi, ci pervade se qualcuno ce li ripropone, un piacere misto di nostalgia e di appartenenza. E siamo ancora più grati se colui che ce li ripropone ha, come la Crisetti, la capacità di restituire loro tutto lo spessore storico.

     

    È quanto accade in questo più recente lavoro, in cui, se l’autrice parte dall’intento di mettere assieme “Canti e storie di vita contadina” a Cagnano varano, riesce pur sempre a dare al ricco materiale di cui il libro si compone una organica esposizione, sì da farne uno spaccato intenso e quanto mai interessante della cittadina garganica tra terra e lago.

     

    I canti sono un po’ il pretesto o l’occasione per indagare ogni aspetto della vita, dalla sfera materiale a quella spirituale, ai sentimenti, alle passioni. Essi non sono avulsi, ma calati nella realtà di un paesaggio e di un popolo che l’autrice conosce bene anche in rapporto agli aspetti socio-economici che fanno da sfondo, con il riferimento ai mestieri e alla vita quotidiana della cittadina lagunare.

     

    Il libro si anima. Dal passato ci arrivano non voci affievolite dal tempo, ma personaggi con la loro vita di stenti, oltre alla storia e alla natura di un territorio impervio che ha contribuito non poco a determinare le sorti e a forgiare il carattere di questa gente.  Le stradine del centro storico sembrano ripopolarsi delle botteghe artigiane di un tempo. Le parole e le melodie sembrano rincorrersi per quei vicoli a scandire la pratica di tanti mestieri, alcuni ancora in uso, altri ormai dimenticati, che ora riemergono anche attraverso il ricco apparato iconografico.

     

    Parole e melodie risuonano, poi, tra colline e altipiani e si disperdono fioche sul lago a sostenere la difficile esperienza di tanti contadini, tanti pastori e tanti pescatori, in competizione tra loro, pur se legati da un comune difficile destino, che si perde nel corso dei secoli e che ora riaffiora, almeno nelle sue tappe essenziali. La ricerca delle Crisetti. Spazia, infatti, nel tempo e nella complessa realtà della società cagnanese, ne interpreta le ansie e le attese, ne ricostruisce le caratteristiche, a partire dal riferimento all’ordinanza angioina del 1300 che assicura ai cittadini i diritti sugli usi civici del lago, fino alla difficile affermazione di questa attività in anni più recenti, con l’apertura della foce di Capojale. Un’attività che deve fare i conti anche con la prepotenza dei signorotti, che gestivano il lago come una cosa privata. Più antica quella agro-pastorale, risalente alla fine del X secolo, ma caratterizzata anch’essa da stenti e difficoltà. Due attività fortemente speculari, pur nella loro dialettica contrapposizione, contraddistinte solo da un diverso atteggiamento nei confronti della tradizione: più conservatrice quella agro-pastorale, più aperta al nuovo quella legata alla pesca.

     

    L’analisi della Crisetti si allarga poi fino ad abbracciare i paesi limitrofi, quei paesi interni, come San Nicandro, San Giovanni, San Marco, che condividono la stessa sorte di Cagnano, la cui storia si interseca attraverso contatti che contribuiscono a rendere omogeneo il patrimonio culturale che presenta, proprio nei canti, elementi di affinità anche con il resto del meridione e di altre parti d’Italia.

     

    Le testimonianze introdotte man mano nell’opera e tratte dal vissuto di personaggi cagnanesi costituiscono il valore aggiunto del libro, a partire da quella del pastore Michele Tenace, con il racconto della transumanza a Vieste. Agli stenti del pastore fanno eco quelli del contadino impegnato nella mietitura. Anche qui a ravvivare il racconto subentra il ricordo di un rito agricolo pesante e impegnativo che vedeva coinvolta tutta la famiglia, oltre ai bracciali, nella pratica della mietitura, della cerviatura, della pesatura, della raccolta, dell’insaccatura e del trasporto.

     

    In questo difficile panorama Ciuciurumèlla, che ha la fortuna di possedere un cane che in momenti di magra gli procura di che mangiare, portandogli una folaga, rappresenta davvero un’eccezione, una bella favola. Ben diversa la realtà che il racconto della Crisetti ci consegna attraverso l’intreccio con storie del vissuto, come quella del calzolaio Diego Mendolicchio, che, nell’orgoglioso ricordo del nipote, da onesto e indefesso artigiano qual era, è riuscito a diventare “agricoltore proprietario” e a dare un sicuro avvenire a tutta la sua numerosa figliolanza.

     

    Se in una società patriarcale la figura maschile la fa da padrona, non possono essere, però, dimenticati i tanti mestieri femminili a cui ci riportano canti come Cummare, cirne cirne, che presenta la vecchia attività ormai in disuso di preparare il pane in casa, Nu jurne me ne jéva pe la vija de la fundanèlla, che introduce la lavandaia, Celate jè stu pajése, con l’immagine di una virtuosa filatrice di seta ricamatrice di bottoni, alla quale si aggiunge l’imbottitrice con tutte le attività a questa collegate, dalla coltivazione del cotone nelle paludi del lago di Varano, alla realizzazione delle mande mbuttite.

     

    Mestieri estinti, come tanti anche maschili, ad iniziare da lu vardare, il sellaio, per finire a lu macerale, che realizzava muretti a secco. Lavori difficili e che stentavano a garantire condizioni di vita dignitose, che spingevano ad emigrare, se andava bene, verso il tavoliere E scappa da la Pugghia), oppure in località transoceaniche (Marìtema sta a lla Mèreca), in questo caso con conseguenze sui rapporti coniugali che si allentavano, in una realtà dove il matrimonio era importante per la stessa sopravvivenza della donna, che non aveva una sua autonomia, che svolgeva mansioni pesanti, ma spesso misconosciute (Migghièrema a llu friscke e ‘i a llu sóle).

     

    Un mondo nei confronti del quale poi la donna si prende una sorta di rivincita, ironizzando, come fa la ragazza di Óhi ma’, óhi ta’, sui mestieri degli uomini che la mamma le propone di sposare, con il rischio, giunta all’età limite di 28 anni, di restare zitella. Un’ironia presente in tanti altri momenti come nei racconti de L’óva de Pèllanéra e Do mBètre e llu tròpp'è ttròppe!

     

    Un’ironia per esorcizzare gli effetti del duro lavoro, che inizia alle cinque del mattino, anche per i ragazzi, come nel racconto di Giovanni Bevilacqua, e che si protrae fino a tarda sera, quando non bisogna farsi carico delle responsabilità di avere smarrito qualche capo, e per un compenso di 30 lire al mese.

     

    Una realtà dura e difficile, in cui l’unica valvola di sfogo è rappresentata dall’amore, tema comune di tanti canti tramandati dalla tradizione con tipologie diverse nelle forme e nei toni: serenate e strofette, eseguite da pastori, ma anche stornelli, arie o macchiette eseguite dalle contadine durante la zappatura, la mondatura, la raccolta, per finire con le serenate d’amore e di sdegno, due facce della stessa medaglia, come spesso accade, e con i sunètte e manuuètte, tra amore e satira. Un tema importante a cui è destinata la seconda sezione del libro, ma che si combina con ogni altro aspetto della vita e pertanto ritorna potente in tutte le sezioni, a costituire la trama, il filo rosso di una difficile esistenza, in cui si insinua l’ironico e malizioso invito Bbèlla, se te vu’ mbarà de fa l’amóre.

     

    Canti tramandati oralmente attraverso una lingua che riflette la condizione socio-culturale, ma che cambia nel tempo in rapporto alla stessa tradizione orale. Testi semplici per gente semplice, che ci presentano una galleria di personaggi e una gamma di situazioni diverse: dalla condivisione coi vicini di un sentimento bello e profondo, al lamento per un amore contrastato. Così come semplici e tradizionali sono gli strumenti di accompagnamento: puta puta, tamburi, nacchere, … chitarra battente, che dal 1500 accompagna i canti garganici.

     

    Quest’amore si cala, poi, nella più complessa realtà di tutti i giorni, in quella vita difficile di sempre, legato anche all’aspetto religioso, importantissimo in una società caratterizzata dalla precarietà, in cui il ciclo liturgico si riverbera sul ciclo della vita e determina anche gli incontri tra amanti, proprio in occasione delle feste (si pensi al linguaggio ammiccante, in cui anche il lancio dei fiori durante le processioni aveva un significato recondito), o l’astinenza sessuale durante la quaresima, (Quarandasètte jurne sònghe state unèste).

     

    Nell’opera trova spazio tutto il rituale relativo al matrimonio: dall’ammasciata alla ngappata e lla fujuta, alla nascita dei figli, con l’aiuto di “donna Valentina”, ma anche il racconto di vita reale legato alle figure di vere e proprie eroine contadine, come Mechelina. Questa, come gli altri personaggi che trovano spazio nel libro,sembra di primo acchito balzata fuori dalla penna di Verga e dal suo mondo dei Vinti, ma con essi questa non ha in comune che un difficile tragico destino, perché, poi, anche per Mechelina viene fuori quell’anima garganica volitiva, instancabile, costantemente impegnata, con un carico di responsabilità che contrasta fortemente con la marginalità del suo ruolo, ma portato avanti con insolita tenacia.

     

    Una donna e un amore che alcuni canti, lontani dalla realtà, ci presentano rispettivamente come irraggiungibile e impossibile, alla maniera dei poeti provenzali, siciliani e stilnovisti, altri come donna oggetto o tentatrice, una donna che per piacere all’uomo deve essere semplice, acqua e sapone, docile, fedele, ma che può essere anche diabolica e tentatrice (La fèmmena fa la fòrca e l’òmmene ce mbicca). Una donna destinata a subire l’arroganza e la prepotenza del maschio, che tendeva a reprimere la sessualità femminile e ad esaltare l’illibatezza del matrimonio.

     

    L’attenzione si sposta su un più ampio contesto, quello della vita, includendo i canti narrativi: di saluto, di riappacificazione, di intrattenimento, di scuse, di commiato, i canti dal carcere (con osservazioni sulle cause socio-economiche di atteggiamenti delinquenziali, tra cui l’abigeato), i canti di ninnananne e trastulli, i canti dell’amicizia, dai quali emerge l’amara esperienza di una sostanziale solitudine dell’uomo e una sfiducia nei confronti dell’amicizia disinteressata (Quanne vune te vè a ttruuà/quarchéccósa te vè a ccercà).

     

    In tutto ciò s’inserisce la sfera religiosa e il ricco patrimonio di testimonianze, che scandisce le diverse fasi della vita, dalla precarietà esistenziale che trova conforto negli inni e nelle invocazioni, a quella sorta di divinazione sul mestiere del futuro sposo nel giorno di san Giovanni o sull’andamento delle stagioni a Santa Lucia, all’esplosione di gioia nei preparativi natalizi o intorno al fuoco sacro del falò di San Giuseppe.

     

    In questo ambito e in questa dimensione spirituale un posto particolare occupa la morte con il lamento funebre, che trova espressione anche a Cagnano e sul Gargano, anch’esso in canti che hanno una loro singolarità, come quelli “cadenzati e iterativi” con alti toni di disperazione per il coniuge, che si esprime in una gestualità che rafforza la drammaticità già espressa nelle parole e che il buon vicinato e lu chenzóle possono solo lenire. Un lamento funebre sospeso tra la morte e la vita, che riafferma con forza la voglia di esserci, di esistere, e attraverso il canto e la parola vuole riaffermare la vita, quella vita, sia pure difficile e di stenti, che pulsa in tutta l’opera della Crisetti.

     

    Rodi Garganico, 29 giugno 2004

     Prefazione, PIETRO SAGGESE

    CORRISPONDENTE E CRITICO DE “IL GARGANO NUOVO”


    " Canti e storie di vita contadina è un’opera letteraria bella e interessante, che esporta gli aspetti positivi diCagnano (e ce ne sono tanti). L’autrice ha saputo ancora una volta dimostrare le sue grandi doti letterarie nonché di ricercatrice. La ringrazio a nome di tutti i cagnanesi, esortandola, per l’amore che nutre per l’arte, a regalarci ancora altre opere."

     

    Giuseppe di Pumpo, sindaco di Cagnano pro tempore
     

    La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare

     

    Leonarda Crisetti Grimaldi

    Grenzi Editore (Fg), 2001

    Pp 280 €  19,63

     

    "Il testo approntato da Leonarda Crisetti ha il pregio di costituire una rivisitazione, molto ampia e approfondita, del complesso ecosistema lago Varano, che di per sé  rappresenta uno dei siti più caratteristici del promontorio garganico. Alla descrizione, sempre minuziosa e attenta, del quadro ambientale si aggiunge l’analisi del contenuto giuridico-economico, quale emerge dal groviglio delle

    contese per l’esercizio degli usi civici, che raggiunsero il loro acme tra il Settecento e l’Ottocento. […]

     

    Presentazione Pasquale Corsi

    ordinario di Storia medievale

    Università degli Studi Bari

     

    " Da anni Leonarda Crisetti Grimaldi è impegnata nello studio della laguna di Varano, nell’indagine conoscitiva della storia e delle millenarie tradizioni che caratterizzano questo lembo di terra garganica. In particolare il mondo e la cultura dei popoli rivieraschi, l’umile e faticoso lavoro dei pescatori, trovano in queste pagine finalmente il ruolo di protagonisti. […]"

     

    Prof. Matteo Fusilli,

    Presidente del Parco Nazionale del Gargano

     

     

    "Il libro di L. Crisetti Grimaldi, improntato a una ricerca seria e coscienziosa, mantiene una caratteristica preziosa:la leggerezza, patrimonio delle giovani e giovanissime generazioni, destinato a perdersi con l’arrivo dell’età adulta. Il valore di un’opera come questa, in un certo senso 'opere prime', sta nell’attraversare sentieri nuovi. E percorrere i sentieri della mente è ugualmente importante che compiere un bel percorso naturalistico a contatto con la bellezza e ricchezza del mondo circostante. […]"

     

    Presentazione di Angelo Colangione, assessore all’ambiente della Provincia di Foggia.

    La grotta di San Michele, Itinerari lungo la laguna di Varano

     

    Leonarda Crisetti Grimaldi

    Acropolis Manfredonia, 1999

    Pp 200 € 17.00 (esaurito)

     

    "Il lago di Varano tra storia, cultura, mito e religiosità: così l’autrice ha visto il più grande lago costiero italiano,circondato da coste rocciose, alimentato da numerose sorgenti sotterranee, che rendono le sue acque dolci. Esposto con grande chiarezza didattica, il testo sarà Prezioso per conoscere questa parte del microcosmo Garganico, lontano dai flussi turistici, non sottratto, purtroppo, dalle ruspe della lottizzazione. Un lago che suscita in me particolari emozioni. Esso segna l’inizio di un forte impegno ambientalista su questo territorio. […] Oggi, con la ricerca storica dell’autrice, il lago Varano vive un momento illuminista prezioso per le nuove generazioni. […]

    La luce della conoscenza, che è garanzia di rispetto per la salvaguardia, accenderà l’interesse per questo specchio d’acqua nel “Parco  Nazionale del Gargano”, che è come un libro aperto sulla natura e sulla storia, su cui LeonardaCrisetti ha scritto una nuova pagina."

     

    Menuccia Fontana, Presidente di italia nostra, Ass.

    Nazionale per la tutela del patrimonio Storico, ArtisticoE Naturale della nazione, sez. Gargano

    Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società

     

    Leonarda Crisetti Grimaldi

    Acropolis Manfredonia, 1999

    pp 200 € 17.00 (esaurito)

     

    "Il lavoro di ricerca svolto dalla prof.ssa Leonarda Crisetti, con l’ausilio degli alunni e lapreziosa collaborazione di alcuni amici, colma

     una inaccettabile lacuna sulle origini di Cagnano e su alcuni aspetti della vita sociale, culturale e civile dei suoi abitanti. […] Sfogliando le pagine del libro ci si accorge di quanto profondo e sentito sia l’attaccamento dell’autrice per il suo paese. La meticolosità con cui vengono riportate notizie e immagini, la scientificità dei dati raccolti, la sapiente ricostruzione di fonti orali conferiscono al testo una veste storico-culturale davvero encomiabile.

     

    Presentazione di Michele Piacentino

     ass. alla cultura, 1999

    Canti e leggende popolari dalc uore del centros torico

    La Gazzetta del mezzogiorno, 14/05/1999

    Cagnano alla riscossa,

    In un attesissimo libro la storia e la cultura Di un centro garganico trascurato dalle cronache,

     

    Protagonisti 27/05/1999

    Un truffo nella genuinità”, note di commento N. Augello

    Cagnano Varano, recensione di Pietro Saggese

    Il Gargano Nuono, maggio 1999www.garganonuovo.net

    Quarantanna

     

    Leonarda Crisetti

    Tip. Lauriola, Vico del Gargano

    Pp 50 € 5 [esaurito]

     

     

    " […] Quarantanna è per noi il simbolo della concezione dell’esistenza umana. E’ vero, come la ricerca ha evidenziato, che la nostra cultura è permeata dal senso della sofferenza, esprime il sacrificio che si compie fino all’attimo finale. La impiccagione o l’essere bruciata rappresentano la fine della vita, ma anche la rinascita. [ …]  Con la morte (bruciata o impiccata), Quarantanna simboleggia la visione individuale dell’esistenza, che si conclude per aprirsi ad una più vasta valutazione del mondo. […]

     

    Presentazione di Francesca De Biase, sociologa

     

    O mito è o nada que è tudo. Leonarda Crisetti, con il suo Quarantanna è andata alla ricerca di una spiegazione del mito di questa bambola che anno dopo anno, viene appesa, impiccata e poi bruciata. E non lo ha fatto da sola. Da solerte e sollecita insegnante qual è, lo ha fatto con i suoi allievi di prima media. Li ha idealmente presi  per mano e li ha guidati, quasi sospinti, alla ricerca sul campo, come fossero ricercatori laureandi in sociologia.

     

    Recensione del poeta Vincenzo Campobasso

    Agosto 1995

    San Nicola Imbuti

     

     

    Leonarda Crisetti

    Tip. Lauriola, Vico del Gargano

    Pp 72  € 7.00 [esaurito]

     

    "La notte è calata dopo un vespro ventoso sulla collina dove la Chiesa di Santa Barbara mostra la sua ‘rassegnazione’ nelle croce ricurva su se stessa. Il vento ha portato altro polline dalle pinete vicine delle isole Tremiti e dalla lontana Montecassino e oltre l’Adriatico e nel Cassinese ha portato le parole e le ricerche guidate dalla mai ‘rassegnata’ professoressa Dina Crisetti.

    I Monaci dei secoli passati saranno contenti che altro vino buono viene messo in circolazione, il vino del ‘sapere’, gustoso come quello delle viti e prezioso quanto questo, perché corpo e animo si dissetino e si ristorino.

    […]Grazie agli alunni delle scuole medie di CagnaNo Varano, […]. Grazie, professoressa Dina Crisetti alla quale auguro che questa sia la sestupla fatica, grazie a quanti anche dai campeggi-per-giovani hanno  aputo darsi hobbies utili e belli,grazie a quanti permettono il realizzarsi di questa opera che non vorrei vedere fine a se stessa, ma stimolo culturale.[…]"

    Antonio Criscuoli

    Sacerdote.

    La Grotta di San Michele e il culto del santo

     

    Leonarda Crisetti

    Ed. Gioiosa Sannicandro Garganico

    Pp 72  € 7.00 (esaurito)

     

    La ricerca tenta di dare una risposta a domande quali:- Quando e come si è formata la grotta? È stata frequentata nella preistoria? Quale uso nel tempo? Perché è intestata a San Michele? Perché questo santo si festeggia due volte l’anno? Insieme alla descrizione della cavità naturale e al recupero della sua valenza archeologica, storica e naturalistica, presenta un approccio antropologico. Accoglie, perciò, anche testi afferenti alla tradizione orale sul culto di San Michele Arcangelo nel Gargano e a Cagnano Varano, fruendo del contributo degli alunni della scuola media  N. D’Apolito e delle loro famiglie.

     

    Associazione socioculturale L’Alternativa. 

     

    San Michele è passato per Cagnano, ci ha lasciato le ali, ma poi ha preferito trasferirsi a Monte Sant’Angelo- hanno detto alcuni non-

    ni- perché noi cagnanesi siamo cattivi- hanno aggiunto gli altri”.

     

    Si dice che nei giorni delle feste patronali, quando la statua del Santo viene portata in

    processione, si scatena una grande temporale. Questo accade perché San Michele non vuole uscire dalla sua casa”

    Testi della tradizione orale

    Quando la "diversità" arricchisce: tranche de vie per l'ed. interculturale

     

     DINA 1 DINA3

     

    Ho conosciuto una giovane rumena di cui mi piacerebbe parteciparvi un pezzo di vita, a mio avviso molto significativo, utile a contrastare e, soprattutto, a prevenire la formazione di stereotipi e pregiudizi sugli stranieri.

    Conosceremo questa donna attraverso le sue risposte alle mie domande aperte, volte a scoprire tramite la sua testimonianza, il valore di una “cultura altra”, per il fatto che é diversa dalla nostra, ma non meno importante, ricca anch’essa di valori, riti, miti, storia, tradizioni.

    "Tranche de vie" utile per comprendere l’importanza dell’educazione interculturale, che viene a porsi al centro di quel processo di comprensione e dialogo tra i popoli, sempre “in fieri” e attualmente minacciato.

    Storia da cui emerge la condizione dell’immigrato, un soggetto che vive in bilico tra due culture: quella d’origine, alla quale rimane legato, simbolicamente e affettivamente (soprattutto alla rete familiare e parentale,) e quella del paese ospitante, di cui subisce il fascino. Una persona in difficoltà, alla continua ricerca di se stesso o, comunque, di un nuovo sé.

    Per agevolare la vita di questi stranieri, è opportuno che le istituzioni sociali, politiche e culturali si muovano sinergicamente, articolando gli interventi, incentrandoli sull’accoglienza, comunicazione, organizzazione e progettazione, come in diversi casi si è cominciato a fare.

    Passo perciò la parola a Bianca Laura Strîlcîuc, una giovane piena di vita, sensibile, istruita, fortemente intuitiva, che vive in Italia da circa due anni e che ho avuto il piacere d’incontrare a Casa Sollievo della Sofferenza, Nefrologia, di San Giovanni Rotondo nel mese di marzo.

    Ha 31 anni, una laurea in giurisprudenza e non disdegna alcun mestiere: assiste, infatti, gli anziani e fa la baby sitter, impartisce lezioni d’inglese a italiani e stranieri, fa la cameriera nei ristoranti e le pulizie di casa. Nel frattempo consolida l’italiano, di cui - come avrete modo di constatare - ha buona conoscenza, frequentando la “De Bonis” del paese ospitante.

    È in Italia per dovere di figlia, dato che ha il papà in pensione per invalidità e con poco meno di 100 € mensili non riesce a soddisfare le esigenze di una famiglia di sei persone, e perché vorrebbe realizzare un sogno: una casa di 100 mq, sul suolo che il sindaco della sua città ha deciso di donare ai giovani.

     

     

    - Appena giunta in Italia, cosa ti ha colpita?

    - Mi facevano domande stupide, alle quali a volte rispondevo. Mi chiedevano, ad esempio: - Che cos’è una TV? Hai mai visto una televisione? Gli italiani pensano: - Sei straniero e, perciò, sei anche stupito. Se poi si accorgono che sei un po’ intelligente, che capisci le cose, che puoi insegnarle anche a loro, aiutandoli a fare meglio, non accettano il tuo suggerimento. Solo dopo tanto tempo, si ricredono. Gli italiani pensano che noi rumeni siamo indietro.  Romania non è proprio misera: c’è gente che sta male, è vero, ma non siamo neanche poveri poveri. Ci sono quelli ricchissimi e quelli poverissimi, che non riescono ad arrivare neanche alla fine del mese.

    - Quali differenze più evidenti trovi tra gli italiani e i rumeni?

    - La gente è uguale dappertutto, solo che noi rumeni siamo più solari, più ospitali nei confronti degli stranieri. Se vai in Romania e la macchina si blocca per strada, la gente si ferma, ti aiuta, ti ripara anche l’automobile. I rumeni farebbero qualsiasi cosa per farti stare bene.

    - Parli bene l’italiano. Quando? dove l’hai imparato?

    - Qui in Italia. Se conosci diverse lingue è più facile. Io conosco il rumeno, l’inglese, un po’ di tedesco e di spagnolo e ora anche l’italiano. L’ho imparato qui, a San Giovanni Rotondo, dove sto da due anni, vado anche a scuola per conoscere meglio la lingua.

    - Dove vivi attualmente? Con cosa ti mantieni?

    - Vivo presso una famiglia molto brava. Margherita è la mia mami due. Con me c’è anche la mia sorella gemella, che fa assistenza alla mamma di Margherita. Faccio un po’ di tutto: le pulizie, stiro, do lezioni d’inglese, faccio sei ore a settimana di italiano. Prima ancora ho lavorato ai ristoranti.

    - Perché sei venuta in Italia?

    - Sono venuta in Italia perché ho avuto delle disgrazie in famiglia: l’incidente stradale di mia madre, prima, la malattia di cuore di mio padre, dopo. Prima stavamo bene. Papà faceva il rettificator di automobili. Era ricercato per il suo lavoro e guadagnava abbastanza. Ci ha fatto studiare tutte le figlie.  Abbiamo anche una casa in montagna. Poi, con meno di 100 € al mese di pensione d’invalidità si faticava ad arrivare alla fine del mese: papà, mamma e quattro figlie femmine. Io e mia sorella abbiamo perciò pensato di venire in Italia. Riesco anche a fare dei risparmi e a mandarli a casa. Voglio costruire una casa per me sul suolo che il sindaco del paese mi ha dato.

    Tanti giovani rumeni vanno via da Romania perché la paga è umile. Due anni fa era l’equivalente di circa 100 € mensili. Le medicine, l’abbigliamento, il cibo, i servizi (luce, telefono, riscaldamento) costano. Il giorno prima ti chiedi che devi mangiare domani: si lotta per la fame.

    Anche se la mia famiglia non era tanto povera, ho visto gente povera povera, che non aveva niente da mangiare. In ogni famiglia rumena c’è almeno un figlio che sta fuori, per aiutare la famiglia, se no non ce la fa.

    Quando c’era Ceauşescu c’erano i soldi, ma non potevi comprare, perché non c’era niente nei negozi. Ora c’è tutto, ma non ci sono i soldi.  Me lo dice spesso mio padre. Al tempo di Ceausescu dovevi lavorare per forza. La polizia ti controllava. Se tu non lavoravi, iniziavi a pensare, a parlare con gli amici e questo non stava bene. Dal 1989, con la fucilazione del dittatore, è iniziato un periodo di caos. Fino al 1994, con tutto quel disordine, si stava, tutto sommato, bene. Poi, con la Repubblica democratica e la Comunità europea, le cose sono cambiate. La democrazia è stata capita male, ognuno faceva quello che voleva. Anche i ragazzini per strada dicevano ad alta voce le parolacce e se qualcuno li sgridava, dicevano: - Lsciami stare, posso fare quello che voglio!

    Nel frattempo cosa è cambiato? Alcune fabbriche e miniere sono state chiuse e poi sono state comprate con pochi soldi, o sono state vendute agli stranieri. In una città di minatori, tutti gli abitanti sono rimasti disoccupati dopo la chiusura delle miniere. Alla fine, chi stava prima al potere, i compagni si sono arricchiti, per gli altri la miseria. Poi, non so cos’è successo.

    -                     Come ti senti trattata nel lavoro?

    -                     Dicono: sei straniera e perciò anche se posso insegnare inglese non mi chiamano o, se mi chiamano, mi pagano di meno, perché sono straniera. Tutti cercano stranieri perché pagano meno.

    -                     Hai nostalgia del tuo paese?

    Il primo anno è stato più difficile, perché non avevo amici. Ora ho alcuni amici, ma mi manca mio paese. Mi manca mio padre, una persona intelligente, che sa tutto di tutto, come un dottore, come un professore. Ha in casa le mappe di tutti i continenti. Quando stava bene ci faceva viaggiare. Ci ha mandate tutte a scuola. Io ho frequentato 8 anni di scuola generale [ l’equivalente della primaria e media inferiore nostre], 5 anni di liceo e 4 di giurisprudenza.

    Papà ci ha insegnato ad essere autonome. A 12-13 anni ha mandato me e le mie sorelle dai nonni paterni, che abitavano in Bucovina, a nord-est della Romania, 1 giorno di viaggio da Sibiu, il mio paese, per vedere come ci gestivamo da sole.

    Ho nostalgia della mamma,che tiene sempre unita la famiglia. Senza di lei siamo tutti persi, a cominciare da mio padre. Me la ricordo sempre in cucina

    Rimpiango la Seva, l’odore di terre e foglie che emana la mia terra d’estate, quando la neve si scioglie. Rimpiango la mia casa e le passeggiate in montagna, che facevamo insieme agli anziani. Ho nostalgia degli amici, compagni di scuola che ho lasciato. Rimpiango le tradizioni che non posso coltivare.

     

    - Ad esempio?

    - Ad esempio da noi in questo periodo si sente che è Pasqua, qui no. Si sente che arriva

    Pasqua attraverso le pulizie, che fanno le donne in casa. Vai a confessarti. Dalla mezzanotte di venerdì santo mangi poco e qualcuno non mangia per niente, fino alla comunione pasquale, quando mangi il paşti, il pane e il vino preparato con la farina, l’olio e il sale della comunità. Nel periodo pasquale si decorano le uova sode e si vendono abbastanza bene ai turisti. Noi le mangiamo in domenica di Pasqua, dopo la messa di Resurrezione. Il giorno dopo Pasqua i giovani spruzzano con profumi le ragazze e queste donano dolci o un bicchiere di vino. In Romania seguiamo le tradizioni. Da noi la domenica non si lavora per niente: non si lavano neanche i panni, il pranzo si prepara il giorno prima. Mi mancano tutte questi riti. Questo, però, non in tutta Romania, ma in mia provincia che è di religione ortodossa. Ci sono anche cattolici e altre religioni in Romania.

     

    - Cosa pensi degli italiani?

    - La prima cosa che mi viene in mente è che gli italiani pensano sempre a mangiare. Il primo pensiero è: - Cosa mangiamo oggi? Quando mangiano a casa risparmiano: non si deve buttare nulla! Quando vanno al ristorante fanno tanto spreco. L’ho visto, quando ho lavorato al ristorante, dove si buttano piatti che non sono stati toccati per niente. Penso che gli italiani sono anche un po’ tirchi, non nel senso cattivo del termine. Non tutti, però, anche se ho incontrato persone tirchie tirchie, che facevano storie per un centesimo. Penso che i giovani di qui rispettano poco gli insegnanti, vanno a scuola con i pantaloni a vita bassa. In Romania i professori non ti ricevono se sei vestita in un certo modo. Anche il modo di parlare con i professori è da noi più rispettoso. Penso che gli italiani sono rumorosi: quando sono arrivata a San Giovanni Rotondo, alle sei di mattina ho sentito tanto chiasso in strada. Mi sono affacciata alla finestra e mi sono accorta che era solo giorno di mercato. Ho notato che i vicini di casa sono molto curiosi. Penso che gli italiani mangiano molta pasta, come noi  mangiamo molta verdura.

     

    - Un giudizio sui rumeni?

    - Quando ero bambina per le strade del villaggio di mia nonna passava un banditore, che, battendo il tamburo, richiamava l’attenzione delle persone e diceva:

    -                     Lume, lume [gente, gente]

    domani mattina si fa riunione

    per rumeni alle 7,30

    per ungheresi alle 7,45

    per tedeschi alle 8,00.

     

    Tre orari diversi per comunità, che convivono a Sibiu e che hanno diverso senso della puntualità. I più precisi- si sa - sono i tedeschi.

    Penso che della Romania in genere si parla male e questo a me non piace. Non si dice, però, che Sibiu [Hermanstadd] è stata eletta capitale della cultura europea 2007, non si parla dei suoi bei monumenti medievali, delle sue bellezze paesaggistiche, della bontà e semplicità della gente.

     

    - Che cosa pensi della relazione stranieri/ prostituzione spaccio/?

    - Penso che in Romania ci sono ragazze che vogliono andare fuori e c’è gente che le sfrutta promettendo un posto di lavoro, però non è così, perché le mette sulla strada. Da Romania le ragazze non sanno a cosa vanno incontro. Vengono con câini cu colaci în coada, vale a dire con l’idea che possono trovare in Italia anche “i cani con le ciambelle nella coda”. Quelli che si chiamano tra amici, invece, sono puliti. Certo c’è anche gente che viene proprio per questo [prostituirsi] e gente che viene e, non trovando, lavoro fa questo. Se lo fa per sopravvivere, non può essere condannata. Metti che ha i bambini, che a casa ha una situazione insostenibile, … .

    Riguardo alla relazione stranieri- spaccio, devo dire che tra rumeni non si sente parlare tanto di spaccio di droga.

     

    - Progetti per il futuro?

    - Da noi nessuno ti dà la possibilità di fare, di mettere in pratica quello che sai: i miei ex compagni di università avevano idee, ma quando d’estate torno a casa per pochi giorni sono io che regalo qualcosa. Loro non hanno i soldi per offrirti neanche una tazza di caffé. In Romania, se non hai soldi, nessuno ti aiuta. Per fare pratica (due anni) bisogna pagare 20000 € a studio per praticandato. Io non li avevo questi soldi e sono andata via.

    I miei sogni? Primo: vorrei che mi riconoscessero la laurea qui in Italia, poi voglio fare un master in diritto internazionale, perché vorrei fare qualcosa per gli stranieri. Vorrei aprire un ufficio per le immigrazioni, perché in genere gli stranieri non sanno niente di niente. Vanno dai commercialisti per una pratica, per documenti o per cercare lavoro, e pagano 1000 €. C’è gente che dice: - Io ti trovo lavoro, però il primo stipendio è mio. È troppo uno stipendio! Queste cose le fanno però rumeni assieme a italiani. Sogno ancora di avere una vita normale e una famiglia.

     

    - Il più grande insegnamento?

    - L’ho avuto quando ero al mio paese. Ho lavorato in ospedale, perché all’inizio volevo fare il

    medico. Là ho incontrato un anziano dottore, una fonte inesauribile di conoscenza, dal quale ho imparato tante cose di fisioterapista, ma soprattutto questo insegnamento:- Non ti accontentare mai di quello che sai, impara sempre di più e vai sempre avanti. E io non dimentico mai.

     

    DINA 2

    September 14

    San Nicola Imbuti, sito

     

     

    Il sito di San Nicola Imbuti, oggi  San Nicola Varano, dista da Cagnano Varano (FG) circa 10 km, costeggia la riva occidentale della laguna di Varano, precisamente nel punto in cui una lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola (versante orientale di Monte Devia) si getta nelle acque, delineando appunto la forma dell’ “imbuto”, da cui ha tratto la denominazione in epoca medievale. 

     (vedi foto). L’area, che comprende la graziosa penisoletta, offre ai visitatori uno spettacolo particolarmente interessante, ricco di storia, di fascino naturale e di tranquillità

    La vicinanza dalle Isole Diomedee costituisce uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti diventa pertinenza di quel complesso monastico benedettino, che in passato svolge importanti funzioni politico-culturali e religiose. 

    San Nicola è anche il nome della chiesa dell’Imbuti. Dal punto di vista morfologico, tutto il tenimento  si presenta come una collina molto dolce, digradante verso la laguna, popolata da piante e arbusti tipici della macchia mediterranea, piantagioni di fave e di ortaggi, tra cui emerge la coltura specializzata dell’olivo.

    Nella zona manca un’idrografia superficiale, mentre all’interno della penisoletta, ai piedi del lago, si nota la presenza di due sorgenti, che sicuramente ha un peso nella scelta del sito da parte dei benedettini, che vi si insediano nell’XI secolo.

    Dal punto di vista storico-antropico, lo scenario dell’Imbuti è caratterizzato dalla cella benedettina, dall’ex Idroscalo e dalla chiesa di Santa Barbara.

                  La presenza di questo tenimento  è attestata da una chartula offertionis del 1053, secondo la quale Sariano, abitante di Devia [territorio di San Nicandro G.co, popolata da slavi provenienti dai Balcani ], dona al monastero di Santa Maria di Tremiti, metà casa, una vigna e un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra, uno dei quali confina con un’antica strada che conduce all’Imbuto (via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto). Nel sito sono, dunque, presenti evidenti tracce di frequentazione medievale, mentre andrebbero effettuate ricerche riguardo a insediamenti preesistenti.

    Santa Barbara, chiesa dell'Imbuti

     

          Santa Barbara1Chiesa di Santa Barbara, interno (2)

         La chiesa di santa Barbara è costruita nel 1920, come attesta la scritta in facciata, per consentire ai militari e ai civili residenti nell’area dell’idroscalo di San Nicola Varano (o Imbuti) di partecipare al culto.

     

         È situata in posizone frontale rispetto a viale Irene, a sinistra della strada provinciale Bivio San Nicola Varano- Capojale, da cui si accede.  Per arrivarci, bisogna percorrere un sentiero, passando tra gli ulivi. Si presenta in condizioni statiche compromesse, soprattutto nel solaio, pressochè inesistente.

     

         È lunga 30 mt, larga 17 mt, alta mt 10. Occupa una superficie di 510 mq. La struttura portante è in mattoni pieni, il pavimento e l’intonaco sono cancellati. Esternamente domina il giallo dei mattoni di argilla gialla, che rivestono la chiesa, interrotto dal bianco delle colonne e dal rosso-marrone del tetto.

     

         Per entrarvi si fatica un po’, per via di alcuni scalini rotti e altri mancanti. Sull’ultimo gradino, a destra e a sinistra del portale, poggiano due colonne a base circolare con capitello corinzio. A destra e a sinistra delle due colonne, dal centro verso l’alto, sono due nicchie rettangolari con sommità ad arco semicircolare.

     

         Alla sommità del portale è ancora visibile la scritta “S. Barbarae, aer. Aec. Classium patronae”, dedica a Santa Barbara, protettrice delle forze militari aeree e navali. Sopra l’arcata d’ingresso della chiesa è una finestra tonda e forata, con sei luci a forma di settore circolare, posizionata tra due esili colonnine, anch’esse cilindriche.

     

         La facciata termina con un timpano arricchito da quattordici colonne sormontate da capitelli corinzi, su cui poggiano undici archi. All’apice del timpano una croce in ferro che le intemperie hanno piegato in avanti.

     

         Entrando si notano tre navate divise da sei colonne a base quadrangolare, tre per ciascuna navata. Quattro di esse sono ornate con capitello. Sei finestre circolari, situate sulle due pareti laterali, illuminavano un tempo la chiesa [ora scoperchiata].

     

       In fondo alla navata centrale, su di un piano leggermente rialzato, è l’abside semicircolae in cui doveva essere situato l’altare. Al suo posto è un fico. A destra dell’abside è un piccolo vano-sacrestia, a sinistra una scalinata di 55 scalini, che conduce al campanile, ancora in buone condizioni. Sotto la scalinata è un altro piccolo vano. Le quattro facciate del campanile preseentano due bifore per ciascuna. La copertura del tetto realizzata in legno manca quasi del tutto.

     penisoletta dell'ImbutiChiesa di Santa barbara, interno

     

    Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

    San Nicola Varano, idroscalo della Regia Marina

     

    ivo monti

     

    L’idroscalo di San Nicola Imbuti nasce per motivi di difesa e precisamente per consentire alle squadriglie aeree impiegate nella guerra del basso e medio Adriatico di effettuare soste e riparazioni, e  per l’insegnamento del pilotaggio degli idrovolanti e per contrastare gli attacchi nemici. Gli austriaci avevano, infatti, basi aeree e navali a Cattaro, in Iugoslavia, a un centinaio di km dalla Puglia. Tra Marisabella (Bari) e Ancona, San Nicola Imbuti sembra occupare una posizione strategica. Il sito, che, oltre all’appendice che forma l’insediamento dell’idroscalo, comprende mille metri di sviluppo di costa,  diviene, perciò, possesso del demanio Marittimo e  della Difesa dello Stato.

     

    Agli anni 1918/1920 risale la ultimazione della base militare per gli idrovolanti, mentre i lavori secondo testiminianze orali iniziano nel 1913. L’idroscalo comprende una trentina di edifici in stile coloniale, che versano in uno stato di degrado, tranne una palazzina, restaurata cinque anni or sono e – purtroppo-  non resa funzionale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cattedrale nel deserto”.

     

    Edifici maestosi, ben allineati, a più piani, con porticati e ampie finestre, collocati in gran parte lungo Viale Irene, tra cui emergono quelli “del Comandante”, (855 mq di superficie di pianta e 22 vani), “del Principe”, sede degli uffici,  sormontato da un cupola con tricolore, (780 mq, 26 vani), quelli che inglobano l’ex monastero, l’ospedale, … , insieme ad altre costruzioni secondarie, adibite  a forni, a sala barba e docce, lavatoi, ricoveri, scuderia, produzione del ghiaccio, spazi che dimostrano la grandiosità del progetto.

     

    Il programma dei lavori eseguiti durante la guerra fa parte, infatti, di un progetto più grande, che comprende l’impianto di diverse batterie antiaeree e costiere lungo tutta la costa da torre Mileto a Manfredonia alle Isola Tremiti, la costruzione di un porto militare a Capojale, la bonifica del lago Varano, la costruzione di strade, di una linea telefonica  e di un tronco ferroviario,  lo studio per il rifornimento di acqua potebaile nel tratto Capojale-San Nicola Varano, l’acquisto di terreni intorno al lago per favorire la colonizzazione interna e migliorare l’industria della pesca.

     

    Nel 1917, allorché vi stazionano gli ufficiali, che compiono operazioni di volo con gli L3, l’idroscalo ha ospitato l’ammiraglio Thaon de Revel, come si evince dai documenti fotografici. C’è  chi sostiene che sia stato visitato anche dal re Vittorio Emanuele III.

     

    Ivo Monti, tenente macchinista aviatore della Regia marina decolla da San Nicola Varano con la sua squadriglia e compie diverse operazioni, ma il 2 giugno 1918 non fa più ritorno da Lagosta, isola slava sotto il controlo nemico. Il Foglio d’ordine del Ministero della Marina, in data 23 giugno 1921, stabilisce che la stazione idrovolanti di San Nicola Varano porti il nome di Ivo Monti, “che perde gloriosamente la vita in servizio aereo, per l’entusiasmo, la scienza e la conoscenza dell’organizzazione e valore del servizio aeronautico evidenziati durante la guerra navale”. Ordina, quindi, di apporre una targa, accompagnandola da una degna funzione. Epigrafe che ciascun visitatore può leggere, incisa sull’elica di marmo fissata sulla parete dell’edificio detto “del comandante”.

     

    Cessata la “grande guerra”, vanno in fumo anche gli altri progetti. Nel 1936 si effettuano alcuni lavori di sistemazione dell’idroscalo, si demoliscono gli hangar, si costruisce il banchinaggio. Negli anni del secondo conflitto mondiale a San Nicola opera una sezione d’idrosoccorso con due Cant 506 Airone. La cronaca parla si salvataggio di militari inglesi al largo dell’Adriatico, di recupero in mare di un pilota italiano e di altri naufraghi.

     

    Dell’ex idroscalo, che vanta di aver svolto importanti funzioni, oggi restano solo edifici fatiscenti, immersi in un silenzio preoccupante, interrotto solamente dai muggiti degli armenti che vi pascolano. I terreni dell’Imbuto, una volta cessato il conflitto, passano in mano a privati e/o usurpatori.  

     Imbuti, ex idroscalo, palazzo del comandanteAi primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

     

     

    Per " casinates cellas", Cella Santo Nicolay dello Inbuto

    Imbuti, ex cella , interno, particolare 7


                   Uno degli edifici dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti, situato vicino alla sorgente omonima, nasconde tracce di una esistenza più lontana: è la cella Santo Nicolay dello Inbuto [Imbuto], posseduta dai monaci cassinesi. Ne fa fede un documento del 1058 che cita tra le altre pertinenze di Kàlena “cellam sancti Nicolay cum vineis et terris suis”. Nell’Inbutus, ci sono, quindi, una cella, dei vigneti e terre di sua pertinenza.

     

    E’ possibile, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che all’epoca di Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti è raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, strada che svolge importanti funzioni economiche e politiche, collegando antiche città e ville-fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord, destinate a diventare comuni.

     

    I monaci cassinesi colonizzano estese aree, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, per motivi anche di ordine economico, religioso e politico. Ambiscono esercitare il controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo potranno disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga) seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne, alimento che attiva un commercio invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce.. Nell’area di San Nicola di Varano sono diverse sorgenti, che danno modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando l’importante risorsa, costituita dall’acqua. Il tenimento costituisce una discreta risorsa economica del monastero madre di Santa Maria di Tremiti, anche perché vi si riscuotono le decime sull’intero lago.

     

    C’è poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In epoca medievale, la via veteres che passa per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituisce un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allaccia i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e che è molto vivo il culto per l’Arcangelo.


               C’è, infine, l’interesse politico, legato al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia è a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) è popolata da genti proveniente dai Balcani. 

     

    Il convento di San Nicola Imbuti è, dunque, una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, accrescono  il patrimonio e il prestigio della Casa di Santa Maria di Tremiti.

     

    Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, ma c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem fatta da suo padre, il quale non riserva per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come esplicita la fonte- iniziano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, gira  intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insiste  un pesclo e una centia, prosegue con Nido di Corvo, taglia  poi dritto per il lago e si ricongiunge  con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), prosegue per metà isola e si ricongiunge  al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni. Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dà torto al signore di Devia e lo condanna a pagare 200 once, mentre riconosce a Santa Maria di Kàlena (Peschici) il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto.  

     

    I privilegi di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituiscono beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

     

    Nel 1332 Imbuti è annoverato tra i casales, uno dei tanti insediamenti tardomedievali destinati a morire. A seguito della decadenza della comunità benedettina di Tremiti e degli attacchi di pirateria da parte dei turchi, papa Gregorio XII affida ai cistercensi il compito di promuovere la rinascita e di erigere fortificazioni.

     

    In epoca moderna, nel tenimento ci sono una chiesa, un castrum, folti boschi. Si pratica ancora la viticoltura, mentre sul lago si continuano ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare: pesci di ottima qualità (anguille e capitoni soprattutto), anche essiccati, di cui alla chiesa dell’Imbuti spetta la decima parte. Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati. Le acque dell’Imbuti sono appetibili anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli, che giungono in questi luoghi sostandovi d’inverno; i suoi pascoli, che si estendono fino all’isola Varano, sono utili per far svernare gli animali grossi del monastero di Tremiti.

     

    Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i pascoli dell’Imbuto cominciano, però, ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico, Peschici e Ischitella vogliono appropriarsene.  

     

    Nella prima metà del 1700, il grande feudo ecclesiastico di San nicola Imbuti, che si estende per Ha 5273 circa,  è posseduto dai Canonici Regolari Laterannensi di Santa Maria di Tremiti. Nell’Onciario si legge che tale feudo comprende il convento soppresso di San Nicola dell’Imbuto, beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria, una difesa boscosa di San Nicola dell’Imbuti affittata ad uso di manna e da far pece, di terre seminative e mezzane. Nel 1783, quando la badia di Tremiti cessa la sua agonia,  il tenimento dell’Imbuti passa nelle mani dello Stato, per essere poi comprato da Giacomo e Francesco Forquet, domiciliati in Napoli.

     

    La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’Imbuto fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente. Il monastero viene poi distrutto e abbandonato dai monaci.

     

    “I monaci recatisi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava ombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredarono, poi distrussero completamente la forma del monastero. I religiosi da allora non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare.” 


                In seguito, gli abitanti dell’Imbuti si sono trasferiti a San Nicandro Garganico e a Cagnano, le strutture rimaste in piedi si sono trasformate in masserie. Dell’antica cella restano alcuni segni inconfondibili presenti in uno degli edifici dell’idroscalo: la volta a botte di alcuni vani del piano terreno, i muri spessi, il materiale da costruzione, qualche finestra, il dislivello tra i vani, le difformità rispetto ai nuovi edifici.


     Imbuti, interno cella particolaremonastero 3

    September 01

    Sistema turistico del Gargano e prospettive di sviluppo – convegno Rodi Garganico, Leonarda Crisetti

     

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    Mercoledi 20 agosto, ore 19,30 auditorium F. Fiorentino, I.S.I.S.S. “M. Del Giudice”, Rodi Garganico, così come da programma, ha luogo la Tavola rotonda: Sistema turistico del Gargano e prospettive dui sviluppo.

    Presenti i relatori e le autorità previste dalla scaletta, tranne Antonio Pepe, presidente dell’amministratore provinciale, sostituito dalla vice presidente, assessore alle politiche scolastiche, dott.ssa Maria Elvira Consiglio.

    Apre i lavori la prof. ssa Falina Marasca, che accenna alla vocazione turistica del Gargano, all’imprenditorialità del promontorio, ancora poco espressa, da sviluppare declinando il binomio natura/cultura, valorizzando il territorio. Parole ridette, partecipate anche nel convegno di qualche anno fa, nello stesso luogo. Leit motiv: “Il turista non deve scappare”.

    Il prof. Antonio De Grandis, dirigente dell’istituto, partecipa che siamo nel posto giusto, che la scuola, accogliendo anche l’indirizzo turistico, intende rispondere alle vocazioni del territorio.

    Per sviluppare il turismo, bisogna migliorare l’offerta. In questa direzione si sta muovendo il Consorzio degli operatori turistici del Gargano – afferma il presidente Michele Saccia - il quale invita il popolo garganico a non guardare il bicchiere mezzo vuoto, facendo di un disguido un caso. “Ben vengano proposte concrete che provengono dal mondo della scuola”- aggiunge- e che questi incontri si tengano in periodi più tranquilli, in modo che possano partecipare anche gli imprenditori, addetti al turismo.

    La necessità di declinare cultura e turismo, il bisogno di destagionale l’offerta, non promettendo solo spiaggia e mare, invita a pensare a una cultura che non guardi al turista come categoria, ma come soggetto concreto con propri bisogni da soddisfare con un’offerta variegata, personalizzata.

    Personalizzare l’offerta turistica vuol dire diversificare, migliorare, tenere d’occhio la concorrenza – precisa Maria Elvira Consiglio – tenendo conto del punto di vista di chi viaggia, mettendosi nei suoi panni. Che cosa vuole il turista? Desidera ospitalità e costi bassi, infrastrutture e servizi.

    I convenuti fanno coro sulla necessità di potenziare le infrastrutture. Il coordinatore, prof. Pietro Saggese, e il sindaco di Rodi Garganico, Carmine D’Anelli- indugiano con soddisfazione sul porto di Rodi, punto di forza della comunità di pescatori-marinai, sulla necessità di un aeroporto – e perché non pensare a un servizio di elicotteri?– di strade comode e fruibili che colleghino la costa con l’entroterra, per poter destagionalizzare l’offerta.

    Oltre ai servizi di trasporto, bisogna consolidare e potenziare quello di raccolta differenziata dei rifiuti – giacchè la discarica di Vieste è pressoché satura, pensare all’acqua, a prevenire gli incendi, …  .

    I convenuti parlano di turismo di qualità, che non può essere che culturale, accogliendo il senso più nuovo e dinamico di cultura, che invece di fare riferimento a tradizioni cristallizzate e obsolete, parla di simboli e di significati, che si costruiscono nelle relazioni, esiti di negoziazioni e ridefinizioni.

    Se la cultura è caratterizzata dal mutamento, risultato della rivoluzione spazio-temporale e dei progressi della scienza e della tecnica, e le persone s’incontrano più frequentemente, per motivi più svariati, è necessario cambiare tutti e lavorare per il futuro.

    Il cambiamento da promuovere chiama in causa in primis la scuola, che ha facoltà di agire direttamente sulle menti dei bambini, delle bambine e degli adolescenti, e indirettamente sulle loro famiglie, promuovendo la nascita di buone pratiche, tra cui la conoscenza-rispetto-amore per la propria terra e l’accoglienza del turista- viaggiatore.

    Anche altre istituzioni (sociali, economiche e politiche soprattutto) devono dare il proprio contributo, interfacciandosi, non agendo in modo separato, “facendo sistema” – espressione ormai logora, ma attuale- potenziando - in molti casi facendo nascere e consolidando- infrastrutture e servizi.

    Bisogna fare sistema – interviene Antorio Gelormini, manager del turismo- collegando le località garganiche tra di loro, queste con la Daunia, le Murge e il Salento facendo in modo che il turista visiti tutta la Puglia e vi ritorni. Occorre ripensare i vecchi itinerari reigiosi continentali e persino intercontinentali (“via francigena”, “via sacra langobardorum”) coniugando cultura e natura.

    Perché il sistema turistico garganico si sviluppi, sono richieste inoltre la sinergia degli operatori, che non devono chiudersi e vedere nell’altro imprenditore il concorrente, l’assunzione di rischio da parte degli imprenditori, la cura della formazione.

    Se l’economia del territorio valorizza le proprie positività, se i punti di forza del Gargano sono rappresentati dalle bellezze paesaggistiche, dalle spiagge e dalle acque pulite, dai miti, riti e storie, dai canti di serenata e tarantelle, dalle case rurali e dai centri storici, dai prodotti ittici e miticoli, caseari e artigianali, olivicoli, agrumari, dai cibi genuini, …, è su questo tessuto culturale che deve muoversi l’imprenditoria del Mezzogiorno. Un tessuto, che si rinnova, perché la cultura non può risolversi nell’evocazione di fantasmi, tanto meno ridursi a merce.

    Ritengo che i giovani siano le risorse imprenditoriali del futuro; penso, però, che essi abbiano bisogno di “sostegni” e di “spazi”, che – ahimé- le istituzioni non sembrano, di fatto, volere concedere (vedi le lungagini burocratiche, gli ostacoli economici che paralizzano le idee, i progetti scolastici non finanziati). I giovani insomma non hanno voce e dimenticano persino la protesta. Gli effetti sono l’emarginazione, il ripiegamento e la fuga, la potenziale desertificazione di molti centri del Gargano. Comportamenti d prevenire e curare finché si è in tempo facendo “rete”.

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    “PO E TAN” 21 AGOSTO, Vico del Gargano, Largo del Conte, note di Leonarda Crisetti

    PO E TAN, VICO DEL GARGANO 2008

    La prima di tre serate della rassegna “Po e Tan” organizzate da Vincenzo Luciani per conto dell’amministrazione comunale di Vico del Gargano nell’ambito dell’estate vichese 2008, ha visto entrare in scena cinque poeti dialettali pugliesi: Mimmo La Viola, Franco Pinto, Damiano d’Errico, Vincenzo Mastropirro e Maria Rosaria Vera.  Partecipazione straordinaria: Francesco Mastromatteo, brillante violoncellista, che ha accompagnato le poesie di Maria Rosaria Vera, sua madre.

    Soddisfacente il livello di performance esibito dagli artisti, partecipato a un pubblico molto attento, interessato ed emozionato, centrando l’obiettivo, validando l’ipotesi che “del poeta è alfin la meraviglia”.

    Il pubblico abbia apprezzato tutti e in particolare: Mimmo La Viola per la sua eleganza, Franco Pinto per la liricità, Damiano d’Errico per l’ironia, Vincenzo Mastropirro per la poliedricità, Maria Rosaria Vera per il “forte sentire” la tradizione e la capacità di andare incontro al pubblico.

    Puntiamo ora i riflettori su questi poeti dialettali, per qualche cenno biografico.

    Mimmo la Viola è nativo e residente a Foggia. Nel 1974 partecipa a un lavoro teatrale di R. Lepore, poeta dialettale foggiano. Dal 2001 fa parte del gruppo teatrale “Puzze retunne” e dal 2006 dell’Associazione Nazionale Poeti e Scrittori dialettali. Nel 2005 pubblica un libro di poesie e racconti rimati in dialetto Si ogne ndante t’aggire a’rrète, Edizioni del Rosone.  Nel gennaio 2008 completa la stesura di Stasère se magne, una commedia in vernacolo foggiano in due atti.

    Franco Pinto nasce il 21 aprile 1943 a Manfredonia da un pescatore. La morte del padre lo costringe a interrompere gli studi e a imparare il mestiere del falegname. È autore di poesia e opere teatrali scritte in dialetto manfredoniano. Abbondante anche il materiale inedito. Pubblica: U chiamatôre [Il chiamatore], Liriche scelte, Foggia, Bastogi, 1985; Vernucchje [Bernoccolo], Manfredonia, Ed. il Sipontiere, 1990; A pûpe [La bambola], Manfredonia, Ed. del Golfo, 1991; Nu corje dôje memorje [Una pelle due memorie], Manfredonia, Il Sipontiere, 2002; Mèje cume e mo’ [Mai come ora], Ed. Cofine, Roma, 2004.

    Damiano D’Errico nasce nel 1945 a Ischitella, dove vive della professione d'ingegnere. Ama definirsi “poeta amatoriale”, sebbene da diversi anni scriva poesie, inedite probabilmente per l’eccessivo scrupolo e dell’autore.  È, tra l’altro, fine dicitore di poesie in lingua italiana e in dialetto ischitellano; coltiva l’interesse per la musica e il canto popolare.

    Vincenzo Mastropirro nasce nel 1960 a Ruvo di Puglia e vive a Bitonto (Ba). Ha una formazione variegata: flautista, compositore, poeta. Dal 1987 suona con il trio “Mauro Giuliani” per sale concertistiche in Italia e all’estero. Musica i testi di Alda Merini; su poesie di Vittorio Curci compone Songs e poi Mater Dolorosa, Stabat in nove quadri su laudi dialettali; produce brani per il jazzista Paolo Fresu & Alborata String Quartet; scrive poesie, alcune delle quali pubblicate su riviste e antologie nazionali. Vince il 1° premio Poesia Mezzago Arte 2007 sez. dialettale ed è finalista al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2008.

    Maria Rosaria Vera nasce il 21 agosto 1940 a vico del Gargano, fino al pensienamento è insegnante elementare a Vico, Peschici, Foggia. Ama la poesia e l’arte. Insieme al prof. Michle Afferrante fa parte del gruppo teatrale “Rinascita vichese”, rappresentando testici classici in lingua e testi in dialetto napoletano. Partecipa a un film di Luciani Emmer. Profonda consocitrice delle tradizioni e del dialetto vichese, Rosaria Vera è autrice di numerosi testi in lingua e dialetto di Vico del Gargano.

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    "Bbèlla, te vu mbarà a ffa l'amòre", commenti, A. Basile

    Finalmente ho trovato un suo recapito per raccontarle della mia felicità nell'aver letto il suo testo che gentilmente mi ha fatto dono "Bbèlla, te vu mbarà a ffa l'amòre". Sono certo che da ora in avanti chiunque vogliare fare una ricerca seria sui canti del Gargano non possa e non deve prescindere dal suo racconto.
    Ricco di spunti oltre che di testimonianze mi piace molto il suo decisionismo e il coraggio che ha avuto nel prendere posizione quando bisognava e nel dare un'interpretazione ai canti raccolti. Vede in questi anni ho letto molti libri in proposito e gli illustrissimi studiosi, che tanto si dimenano e ziamai non citarli, in realtà mai hanno apportato valore aggiunto a quanto ascoltato dagli anziani cantori. Si sono limitati a trascrivere il canto e a dargli una mera traduzione italiana, qualcuno ci ha messo anche qualche spartito, altri hanno riportato le allusioni erotiche come esposte dal cantore. Nessuno ha provato a interpretare quei canti, a contestualizzarli, ma soprattutto a nessuno è venuto in mente di leggere il simbolismo palese di questi lamenti di gioia.
    Daventi a un componimento poetico del 300 non ci si limita a comprendere ciò che si legge ma si va oltre si interpreta, si legge il sacro, il simbolismo, la tecnica poetica ecc.ecc., perchè mai non dovrebbe essere cosi per uno dei canti tramandati oralmente?

    Io ad esempio sono molto affascinato da quei versi che, modificati dal tempo e nello spazio, cercano di dirci qualcosa attraverso la descrizione astrale.
    Si' nnate la matina de li Sande. Lu sòle cu lla luna sò pparente, li stelle de lu cèle tutte quande.
    Secondo me qui potrebbe esserci un mito ossia qualcuno ci vuole indicare una data precisa, un mattina presto del giorno di tutti i santi in cui il sole, la luna e tutte le stelle erano contemporaneamente in cielo.
    Va be ai posteri la risposta.

    Professoressa in questo periodo mi sto dedicando in modo particolare allo strambotto ossia al canto alla distesa che costituiva la parte più poetica della serenata, la Canzone a Carpino e il Sonetto a Cagnano.
    Ormai stanno per scomparire a causa della difficolta tecnica per gli anziani di riproporla, quindi bisogna fare presto a recuperare il recuperabile.
    Sono molto curioso di ascoltare "scapellata, uagliona scapellata" in suo possesso, cosi come sono interessato ai nastri di Frattarolo Michele, Gennaro Liguori e Piero Esposito.
    Potrebbe farmeli avere? Magari un suo allievo potrebbe digitalizzarli su un cd cosi sarebbe più sicuro e più semplice farmelo avere.

    Resto in sua attesa.

    Infine se mi fa avere per email il testo della prefazione di pietro saggese (sono molto pigro), vorrei utilizzarlo per promuovere il suo lavoro.
    Quindi se mi dice anche come e dove chi interessato può acquistarlo.

    Cordialissimi
    Antonio Basile