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    September 28

    In Michael Osiride, Mithra, Asclepio

     

    Il 29 settembre si celebra la festa di San Michele. L’altra giornata dedicata all’Arcangelo è l’8 maggio, come vuole la tradizione garganica. La ricorrenza mi offre lo spunto per riflettere con voi sulla figura di Michele, l’arcangelo venuto dall’Oriente per convertire al cristianesimo chi era ancora abbarbicato ai culti pagani, il santo che muove tutt’oggi milioni di fedeli all’anno verso i santuari a lui intestati, presenti nel Mezzogiorno d’Italia come nel Nord e nel Paesi d’Oltralpe.

    La finalità, che animava i pellegrini di ieri, spingendoli a lasciare la sicurezza della propria casa e ad affrontare le insidie del viaggio, è la stessa che muove i figli della civiltà tecnologica e conoscitiva: la ricerca del sacro.

    L’arcangelo, figura interessante e molto significativa per le genti di Capitanata e del Gargano, svolgeva molteplici funzioni, assicurando la salute psicofisica individuale e collettiva. Secondo l’opinione popolare, Egli aveva sotto controllo la luce, il sole, i terremoti, faceva profezie, allontanava dall’uomo e dal suo gregge ogni infermità, assicurava la fertilità, pesava e conduceva le anime nell’Aldilà.

    Michele era, perciò, venerato, invocato e bestemmiato: quando la terra tremava, quando si spegneva la luce, quando non pioveva, quando c’era la peste, quando si era ammalati, quando si era in punto di morte.

    Le funzioni dell’arcangelo erano le stesse prima svolte da altri esseri soprannaturali. Lo confermano i dati del convegno su “La Grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia” del 6-8 maggio corrente anno organizzato dalla Proloco, che ha alimentato dubbi e demolito qualche certezza. 

    La grotta presenta tracce di culti giunti in gran parte dall’Oriente, quando al posto dell’attuale laguna di Varano era un seno di mare. La zona era, infatti, al centro di un continuo traffico culturale. Situata nel Gargano nord e protesa nell’Adriatico,  a 30 km. dalle Isole diomedee, già prima dell’Impero romano, la grotta di San Michele di Cagnano Varano dovette essere facilmente raggiungibile approdando  via mare.

     Il sito era inoltre accogliente per la presenza di sorgenti. L’ascesa alla grotta non dovette essere lunga, né faticosa, percorrendo la valle che in epoca medievale ha assunto il nome dell’angelo: Va Sand’Agna.

    La caverna  è stata interessata dal fenomeno dei flussi migratori, di gente che giungeva sulle nostre coste per motivi commerciali, in tempo di pace, per trovare un rifugio, in tempo di guerra.  I popoli che migravano, stanziandosi nei nostri agri, sin da allora dovettero fare i conti con le popolazioni del posto e queste ultime a contatto con i sopravvenienti hanno dovuto mettere alla prova le proprie tradizioni, in qualche modo innovandole.

     Che la zona sia stata interessata al traffico culturale, quindi, cultuale, lo dimostrano i reperti disseminati intorno al luogo sacro, nella distanza compresa tra alcune centinaia di metri e trenta chilometri. Reperti rinvenuti negli insediamenti di Coppa Castèdde - la Casteddara (Bronzo), Vadoiannina (Bronzo), Masseria Iacovelli (Bronzo), Bagni di Varano (con presenze del Ferro e Paleocristiane), Cava la rèna (Ferro), Pineto e Avicenna del piano Cagnano-Carpino (con elementi di cultura greca, romana, longobarda),  Monte Civita e Niuzi di Ischitella (Ferro e Paleocristiana), Crocifisso di Varano (epoca romana e seguente); Jazzo Trombetta (Paleocristiana), San Nicola Imbuti (sicuramente medievale),  Devia (romano e medievale), … .

    La grotta ai piedi del Varano avrebbe , perciò, dato stanza all’oplomanzia, al culto delle acque, alla divinazione. Il culto micaelico, di conseguenza, avrebbe assorbito quelli di Iside/Osiride, di Mithra, di Asclepio e di Calcante. In Michael sarebbe, dunque, la sincresi di culti precristiani.

    Nella nostra grotta, ex mitreo, echeggerebbe la dottrina di Zoroastro (Zarathustra)  che assegna a Mithra il compito di uccidere il toro, figura leggendaria che attraversa i rituali e i miti di molti popoli, prestandosi all’opomanzia. Toro tuttora presente nella grotta di San Michele di Cagnano nella congregazione calcarea subito dopo la sacrestia.  Toro  protagonista della leggenda dell’ “Apparitio” di San Michele a  Monte Sant’angelo e dell’ “Apparizione” registrata a Cagnano. Toro scolpito sull’arco di San Michele, una delle antiche porte del centro storico del paese.

    Che la grotta abbia dato stanza al culto di Mithra- ufficializzato nella Roma imperiale nel terzo secolo-  troverebbe conferma nella pianta dell’altare maggiore oggi intestata a San Michele, nella pila con acqua, nella campanella posta sull’arco, il cui suono richiamava i fedeli a ricomporsi, prima di entrare nel luogo sacro.   

    L’Arcangelo presenta, in ogni caso,  molte affinità con le divinità con lo zoroastrismo. Egli, ad esempio, come Ormazd (il Signore Saggio dei persiani), giudica le anime dopo la morte e, come gli Ameshaspenta, esseri anch’essi spirituali, lotta contro il male. Male che assume le sembianze di Angramanius, l’arimanne che si oppone a Dio (Ahura Mazda), ricorrendo alla bugia per contrastare il bene.

    Non è dunque un caso che il nostro San Michele, dopo aver duellato con il “diavolo” lo abbia infine vinto, schiacciandolo sotto i piedi, come vuole l’iconografia ufficiale, che mostra l’arcangelo dal volto delicato imbracciare arma e scudo, con il piede destro sul ventre di Satana e il sinistro sul petto dell’angelo ribelle. Un satanasso dalle orecchie appuntite, la fronte corrugata e la testa taurina.

    A Mithra, noto anche “sol invictus”,  come a Michael, è stata riconosciuta la funzione di psicopompo, giudicando le anime “a peso”. Compito attribuito dagli egiziani a Osiride, Anubis e Serapide, dai norvegesi a Odino. L’iconografia presenta perciò anche la versione dell’arcangelo con la bilancia.  

    Ai sassanidi di Persia è riconducibile anche il culto dell“ala di San Michele” che i devoti vedono nella congregazione calcarea dietro l’altare dell’Annunciazione e che qualche altro studioso rinviene sulla “pozza” d’acqua dietro l’altare maggiore.  

    In grotta si praticava il rito dell’“incubatio”, che voleva venissero rilasciati responsi ai pellegrini, dopo aver ucciso un ariete ed essersi ricoperti con il suo vello. Si esercitava il rituale della guarigione utilizzando l’acqua, interpellando Asclepio, dio della medicina.  

    E se per alcuni Asclepio (Esculapio) aveva il suo primo centro a Epidauro (Grecia), per altri, era nativo di Tricca, cittadina garganica distrutta da Diomede e avrebbe operato nella grotta di San Michele di Cagnano prima che in Grecia.  A sostegno di questa ipotesi  sarebbero – tra l’altro- i due altari presenti nella grotta sul Varano: il primo a sinistra di chi entra, che riporta in facciata un volto posto sopra un tozzo serpente, animale sacro al dio della medicina, nel quale si riteneva egli s’incarnasse, e il primo a destra, poi riconvertito nell’altare di San Raffaele, anch’egli con verga come Esculapio. 

    San Michele è, inoltre, bello e luminoso come Apollo, interpellato nell’oracolo di Delfi, il dio dei greci e dei romani, patrono della profezia, della divinazione e della medicina. L’affinità Michele-Apollo emerge nell’iconografia e nelle leggende che li riguardano, e, se Apollo avrebbe ucciso in grotta un grande pitone o un drago che proteggeva il precedente santuario della Dea Madre, Michele nella nostra grotta avrebbe trafitto il diavolo tentatore, il toro (simbolo del paganesimo).

    Michele ha gli attributi di Zeus tonante, del dio del cielo dei Lettoni, del dio Varuna dei Persiani, del dio della tempesta degli Ungari. Presenta analogie con Ermes (Mercurio), il dio messaggero protettore dei viaggiatori e dei mercanti.

    Questo essere solare, che gli uomini continuano a vedere soprattutto quando sono prossimi alla morte, alla stregua di Zeus /Giove e di Hadad, il dio assiro-babilonese della tempesta, controlla le acque, il fulmine, la pioggia; come Poseidone, è responsabile delle tempeste e dei terremoti. Ecco perché i nonni lo implorano quando la terra trema. Come Pan, protegge i  pastori e la fertilità.

    L’acqua, il serpente, il toro, la roccia, elementi ricorrenti nei rituali e negli antichi culti confluiti in epoca cristiana in quello micaelico, sono tutti presenti nelle leggende dei cagnanesi e dei garganici e soprattutto nella grotta di San Michele di Cagnano.

    Nella nostra grotta è, dunque, un sincretismo religioso, risultanza di credenze e pratiche preesistenti al culto micaelico, con le quali il cristianesimo ha dovuto fare i conti, in parte inglobandole, in parte amalgamandosi ad esse, esaugurando, comunque, il luogo del culto. Perché se le divinità cambiano, il desiderio di sacro è eterno.

    Per questo motivo siamo propensi a credere che la grotta di Cagnano, sebbene non abbia alle spalle un’organizzazione, politici, papi, vescovi o agenzie turistiche, continuerà ad accogliere fedeli, a stupire e ad assicurare la salute psicofisica dei viaggiatori, che vi giungono perché spinti dalla fede, da motivi antropologici, storici o naturalistici, o più semplicemente dalla curiosità. Alcuni devoti sono davvero entusiasti:

     

     “Bella, Bellissima! Però ci vogliono i segnali per poterci arrivare.”

    Sono venuto alla grotta di Cagnano - non ricordo di preciso l’anno - colpito da quel respiro che Monte Sant’Angelo ha fatto perdere, il respiro di sana nudità. Bagnarmi in grotta alla presenza dell’Arcangelo, una sensazione stupenda che difficilmente si riesce a provare! Da allora ci ritorno, porto diverse persone a visitarla, nonostante i fari che disturbano la meditazione.”

     

     Si ha, dunque, motivo di alimentare grandi aspettative sulla grotta di Cagnano, una realtà dall’alto valore culturale, sinora poco apprezzato e forse volutamente negato, su cui bisogna fare luce. Ci si augura , perciò, che gli enti invitati al convegno passino dalla parola ai fatti, impegnandosi a pubblicare gli Atti e a investire nella ricerca, affinché il passato della nostra grotta venga fuori.

     

     LA TRADIZIONE ORALE

      L’ “Apparitio” di Monte Sant’Angelo narra:

    “Un ricco signore di Siponto faceva pascolare i suoi numerosi armenti sulla montagna del Gargano. Essendosi un giorno smarrito uno dei suoi tori e non essendo riusciti a trovarlo i suoi mandriani, si mosse personalmente il padrone per la faticosa ricerca. Alla fine gli riuscì di rintracciarlo sulla vetta della montagna, inginocchiato sull’apertura di una spelonca. Eccitato dallo sdegno, scoccò una freccia contro il toro; ma questa rigirata su se stessa, anziché colpire il toro, ferì ad un piede il signore medesimo. In conseguenza dello straordinario avvenimento, il vescovo con la sua cittadinanza indisse un digiuno di tre giorni di pubbliche preghiere per ricevere lumi soprannaturali sullo strano avvenimento. Allo scadere del terzo giorno l’Angelo apparve al vescovo. Annunziandogli che egli aveva scelto al grotta per il suo culto particolare”.

     

    A Cagnano, invece, si tramanda che

    “Un giorno un pastore condusse le sue vacche a pascolare. Un bue scappò via veloce e s’infilò nella grotta attraverso un buco, senza potere più uscire. Il padrone fece molti sforzi per cercare di liberarlo, ma inutilmente. Improvvisamente vide prima una gran luce e poi apparire l’Arcangelo San Michele. Il pastore corse subito in paese per annunciare cosa era accaduto. Tutti i cagnanesi andarono in grotta per potere vedere l’Arcangelo. Allargarono il buco, cercarono di qua e di là: San Michele non c’era più. Trovarono, invece, le impronte del suo cavallo. Seguendo le orme del quadrupede fecero una sosta alla fontana di San Michele, dove l’Arcangelo si dissetò, quindi giunsero a do nLluise e infine – dirigendosi verso Monte Sant’Angelo – a la “puscina” di San Michele, dove l’Angelo trasformò una pozzanghera in uno specchio d’acqua. Arrivò infine a Monte Sant’Angelo, dove decise di rimanere.”

      

    A SAN MARCO E A CAGNANO …

    I pellegrini del Gargano – come scrive De Vita - nei loro racconti citano soprattutto tre grotte: quella di Montenero a nord di San Matteo (territorio di San Marco in Lamis), la grotta di San Michele di Cagnano Varano e quella di Monte Sant’Angelo.

    La leggenda vuole che San Michele abbia lottato con Satana. Il duello tra l’arcangelo e il diavolo - secondo alcuni - “è iniziato a Montenero, dove c’è una grotta che sfonda tutte le montagne ed esce a Montesant’Angelo”.

    Altri raccontano che  “San Michele la prima volta ha messo piede a San Marco e siccome ci stava già San Marco, ha deciso di andare via e si è trasferito a Montenero. Da qui è sceso dentro e si è trovato a Cagnano, dove è stato poco. Non gli è piaciuto il posto e se n’è andato, sotto per sotto,  a Monte”.

    Narrando la leggenda del toro, una signora ha tenuto a precisare che “San Michele non è mai stato a San Marco. Stava prima a Cagnano e poi sotto per sotto se n’è andato a Monte. Ma a Cagnano ha lasciato le ali”.

    Dalla tradizione orale, è possibile dunque inferire che la prima apparizione abbia avuto luogo nella nostra grotta e che probabilmente   le origini del culto micaelico andrebbero qui individuate.


     

     

    September 24

    La luce dell'ombra, film di Carlo Fenizi

      

    Il 9 ottobre è la data di uscita del film di Carlo Fenizi, La luce dell’ombra, in proiezione fino al 15 ottobre al cinema Falso movimento di Foggia che per l’occasione ha organizzato una ricca programmazione di eventi per il pubblico con il regista e gli attori del film. La trama del lungometraggio, scritto e diretto dal giovane regista di origini foggiane e girato in Spagna, a Valencia, è un surreale intrigo famigliare presentato in un’usuale tecnica teatrale che ripercorre,  attraverso la storia e la colonna sonora  realizzata dai Terranima ( gruppo di musica popolare garganica), la controversa essenza mediterranea del nostro sud. L’appuntamento è per i prossimi giorni in cui verranno rese pubbliche il calendario degli eventi per la presentazione del film e le notizie più dettagliate su regista, attori, trama e quanto altro circa La luce dell’ombra.

    September 16

    GARGANO LETTERATURA, intervento Leonarda Crisetti - continua

    Nel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.

     

    Versione cagnanese  

     

    Quarandasètte jurne sònghe state unèste

    E cce so state pe fféde e ppe propòsete

    E mmo che ssò menute li sande fèste

    raggine de cre ce ne jèsce tòste.

    Sàbbete sande sfèrrene li cambane

    Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.[1]

     

    A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:

     

    Bèlla mò ce ne vane la Quarandana

    Mo nge fa l’amòre com’e pprima.

    Mìttete ‘na crona longa mmane

    E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.

    Sàbbete sfàrrene li cambane

    E allòra facime l’amòre com’e pprima.[2]

     

     

    È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada,[3] oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.

     

    A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:

     

    Quarandasètte jurne jè la Quarèseme.

    Non è ttèmbe cchiù de fa l’amre.

    Mìttete ‘na crona jinde li mane,

    decème uammarije e rrazione.

    La matina che te jàveze da lu lètte,

    vàttela sinde ‘na prèdeca devine.

    Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane

    Ce vedème arrète com’e pprime.[4]

     

    Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane - una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale.

    In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione - oserei dire- religiosa.  

     

    àveza quidd’occhje, giuvinotte galande,

    Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu.

    Tu sumigghje a doi viole bianghe

    O puramende a lu fiore de lu paravisù.

    E guarda bellù, a chi ti rassumigghi?

    A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu.

    E guarda, bellu, a chi àssumigghiate?

    Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.[5]

     

    Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.    

     

    Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari.  […]

     

     

     



    [1] Sono stato onesto per quarantasette giorni/ lo sono stato per fede e perché me lo sono imposto/ ed ora che sono giunte le sante feste/ le ragioni del cuore si fanno sentire/Sabato santo squillano le campane/ è il giorno di Pacqa/ ci vediamo in chiesa. CFR. Canti e storie cit.

    [2] Bella ora viene la Quarandana/ pora non si fa l’amore come prima/mettiti una lunga corona in mano7 e vai in chiesa ad ascotare la messa ogni mattina/Sabato suoneranno le campane/ e allora faremo l’amore come prima.

    [3] Belli i versi di una poesia popolare sangiovannese che recita: “la voria la fracca/, la nfonne tutta l’acqua/ e jèssa persuasa venduleja”, nel mio saggio La Quarandanna … (vedi bibliografia).

    [4] Quarantasette giorni è la Quaresima/non è più tempo di fare l’amore/mettiti una corona in mano/ recita l’avemaria e le orazioni/la mattina dopo che ti sei alzata dal letto/ vai ad ascoltare una predica divina/ Sabato santo sciolte le campane/ ci vedremo di nuovoi come prima. Cfr. Canti e storie cit.

    [5] Alza quegli occhi giovanotto galante, che devo ammirare le bellezze del tuo viso. Tu somigli a due viole bianche o semplicemente al fiore del paradiso. Ehi, guarda, bello, a chi somigli? Alla sfera del sole, al fresco giglio. Ehi, guarda, bello, a chi somigliate? Alla sfera del sole , quando s’è levato. In Canti e storie cit.

    GARGANO LETTERATURA, 9 SETTEMBRE, intervento Leonarda Crisetti (estratto)

     

     

    Religiosità popolare a Cagnano Varano

     

    caratteri della religiosità …  che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.” 

     

    È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”.   Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale.  Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera. 

    Vi condurrò - spero piacevolmente - sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.  Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.

     

     

    Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto)

    Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione:

    1.      fanno parte delle nostre radici;

    2.      costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare;

    3.      sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione;

    4.      offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato;

    5.      appartengono anche al nostro mondo.

    Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali.

    Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa - sono interrelate. […]

    La religione è quell’istituzione universale - per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici.    

    Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale.  Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione.

    […] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”.

    Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività.

    Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi.

    Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini.

    […] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi.

    Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche.

    A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio[1]. L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata”[2], c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno.[3] Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo.[4]  L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne - le fattucchiere - il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro!

    Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie.  Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!”  Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa.

    Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”.[5] A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. - “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.[6]

    L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio.

    Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza. 

    “Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano - protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje[7] dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata - “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”.

    Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità.

    Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:

     

    “San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne,

    dimme Mechèle me penza, si o no?

     

    Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine”[8] l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena.

    Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio.

    A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze.   Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta,[9] l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale.  Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.

     

     

    Sije bbèlla ca duman’è ffèsta

    L’Ascinzijne e llu corpo de Criste.

    Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra,

    mèna li fiori quanni passa Criste.

    Tu li mini pi la mana dèstra

    E lui li raccogli pi la sinistra.

    Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste.

    Ca sinnò ce mèna e la funisce.

     

    La funisce e la

    Nzia ma’ nzia ma’

    Vola palomma

    E cu la pampena ti risponde.

     

    E funisce e vvola

    Si la fiamma di lu core

    Quanne ce à ddà luuà

    Quanne lui pi ttè po’ stà.[10]

     

    Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato.  [continua pagina succ.]



    [1] Forma di superstizionre attribuita allo sguardo di certe persone iettatrici.

    [2] Termine che potremmo tradurre con “maleadocciata” dal iettatore.

    [3] Il rituale per scacciare il malocchio prevede – dunque- il segno di croce,  che tale segno sia ripetuto nove volte, che si versi acqua e olio in un piatto, che si reciti: “ De tutte li jurne vè Natale/ de Dumèneca vè Pasqua/ de giuvedìa vè l’Ascènzione/ lu malocchje jèsce fore”; che si reciti, infine, il credo. Se le gocce si allargano la persona “è stata presa d’occhio”. 

    [4] Per chi vuole conoscere la formula. Cfr. ibidem.

    [5] A dire il vero non sono mai riuscita a capire quale santo rpegasse. Ad ogni modo la traduzione è più o meno la seguente: “In nome di Santa Tecla(?), che in ogni maglia [di rete] ci sia un pesce”.

    [6] Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quando il lago di Varnano era ancora molto pescoso.

    [7] Della rete, nutrendo al convinzione che il malvivente prima di arrecare danno doveva scigliere ogni sua maglia.

    [8] All’aperto, in genere sulla finestra o sul balcone.

    [9] È probabilmente l’antico strambotto formato in genere da 8 versi, ai quali si è aggiunta la coda, dal contenuto piuttosto posticcio, di lunghezza variabile a piacere del cantore (Vedi Bbèlla te vu mbarà…). 

    [10] Fatti bella perché domani è festa/ L’Ascensione o il Corpo di Cristo./Alzati e affacciati alla finestra,/lancia dei fiori quando passa Cristo in processione./Tu li getti con la mano destra/ egli li afferra con la sinistra./Quello che dovete fare, fatelo presto,/antrimenti entra in casa e finisce l’attesa./La finisce e l/ non sia mai, non sia mai/ Vola colomba/ e con il pampino  ti risponde/ La finisce e vla /e sei al fiamma del cuore./Quando si spegnerà/Quando lui con te può stare. Cfr. LEONARDA CRISETTI GRIUMALDI, Canti e storie di vita contadina e interbista al cantore Antonio Di Cataldo del 7.09.09.

    September 07

    Gargano letteratura: Cagnano, Religiosità popolare

     
     
    con
    Leonarda Crisetti (relatrice)
    le Gemme del Gargano (canto, danza, filmato)
    Antonio di Cataldo (cantore di Cagnano)
    Emanuele, Tommaso, Costanza (i giovani di Cagnano che declameranno alcuni versi)
    ...
     
    Vorrei ricordare a chi è interessato al tema della Religiosità popolare cagnanese e garganica di presentarsi al Vico del Gargano mercoledì 9 settembre alle ore 21.00, dove sarò con Le Gemme del Gargano, che in chiusura presenteranno il DVD "Me s...o sunnata la Madonna", una narrazione a più voci che ho avuto il piacere di ideare insieme al direttore artistico del gruppo, Gianni Cerrone. Vi aspetto.