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6 mars L’analogia donna-Madonna: una lettura tutta umana
In occasione della festa della donna, vorrei proporre una lettura tutta umana del rapporto coltivato, soprattutto in passato, tra donna e Madonna. Credo che proprio l’essere madre di quest'ultima abbia fatto breccia nella devozione popolare cagnanese e di tutto il mondo cattolico-cristiano. Maria, infatti, come tutte le madri, gode del privilegio di poter creare la vita, è, perciò, amorosa e sofferente. L’analogia donna-Madonna non mi pare una forzatura; trova conferma nei detti, passati di bocca in bocca tra le donne di Cagnano. Di fronte alla precarietà dell’esistenza e al condizionamento culturale, che le vuole obbedienti e rassegnante, le donne sussurrano: “C’àmma bbrazzà la croce!”; “àmma purtà la croce!”. Quando si chiede loro di sbrigare questa e quelle faccenda, proferiscono: “Se ccande ne mburte la croce!”. Espressioni tutte di genere femminile, che alimentano la convizione secondo la quale la donna sia venuta al mondo per soffrire. Se, con la diffusione del Cristianesimo, la donna cagnanese vede nella Madonna un’altra se stessa, prima ancora credo si sia identificata nella “Quarandanna”, una figura mitica riconducibile alla tradizione greca, che porta nell'espressione i segni della vita concepita come "valle di lacrime". La Quarandanna è vestita con gli abiti prevalentemente scuri: gonna lunga arricciata in vita (gunnedda), giacca corta (ggiacche), fazzoletto in testa (tuccate), la conocchia e il fuso in mano. Fila la lana tutto il giorno, per pagare i debiti del marito ubriacone. Muore, infine, impiccata e bruciata.
Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, le bambine del posto giocano ancora con la Quarandanna, una pupa di pezza costruita con le proprie mani, che viene impiccata ad una corda sospesa nel cielo, legata tra due pali fissati ai due lati della strada. La si lascia dondolare nei quaranta giorni che precedono la Pasqua, al sole, al vento e alla pioggia, finché non viene bruciata.
C'è chi vede nella Quarandanna, [conocchia e fuso in mano], la figura di Lachesi, una delle tre Parche, che presiede al corso della vita, prima che Atropo ne recida i fili. C'è chi vi ritrova la figura di Erigone, che muore suicida, impiccandosi ad un albero, dopo aver scoperto il cadavere di suo padre. Questa dea greca sale, poi, in cielo insieme al cane paterno, formando le costellazioni della Vergine e del Cane minore. In onore di erigone è istituita la festa delle "Aiorà", per frenare la tendenza suicida di molte adolescenti. Durante i festeggiamenti, che cadono tra febbraio e marzo, le fanciulle dondolano su altalene appese ai rami degli alberi, sottoponendosi al rito porpiziatorio della fertilità. Con il passare del tempo, proprio nel periodo in cui i greci festeggiano le "aiorà", i cristiani decidono di celebrare la morte e la resurrezione di Cristo. il rito della Quarandanna sembra confluire, quindi, in quello della Quaresima e diviene periodo di preparazione alla Pasqua. La tradizione cagnanese vuole anche che Quarandanna sia la moglie di Carvuale [Carnevale]. Le due figure sono, però, l'equivalente di due esatti contrari: magra, triste e instancabile la prima; grasso, spendaccione e perdigiorno il secondo. Sottomessa, paziente, dedita al lavoro e al marito, pronta a sacrificarsi, Quarantanna sembra il ritratto della donna cagnanese. Brava e instancabile donna, "messa in croce" dal marito sciupone, o come si dice da noi, "scialaccone". Se Carnevale personifica i divertimenti, Quarandanna diviene simbolo della penitenza. Ha l'aspetto bruttino, con il "muso storto" -secondo cagnanesi e sannicandresi-, o "di cane" che morde la lingua ai bambini- secondo gli abitanti di Monte Sant'Angelo. A San Giovanni Rotondo il fantoccio della Quarandène è ormai cristianizzato: porta, infatti, "na crona mmano" [una corona in mano], non più fuso e conocchia. La mattina di Pasqua, eliminata l'ultima penna infissa nella patata, posta ai piedi della Quarandanna fungendo da calendario, le donne dicono allegre: Jè ffenuta la mozza e la sana fore fore la Quarandana!
Quello della Quarandanna è solo uno dei molti riti pre-cristiani, mutuati dai cattolici per agevolare la conversione dei pagani che abitano nei villaggi [pagi]. Alla figura mitica della Quarandanna sarebbe subentrata, poi, quella affascinante della Madonna, una donna che dona la vita, consentendo alla specie di moltiplicarsi, non senza soffrire. L’analogia donna-Madonna si può cogliere, inoltre, nel concetto tutto umano di santità. Santo è colui che sta a fianco, che è compagno, che mostra disponibilità assoluta. Come la Madonna accoglie il sacrificio del Figlio, la donna accetta di soffrire per mettere alla luce i propri figli ed è disposta a sacrificare se stessa per salvare la famiglia. Accade, infatti, nella società contadina, che a fronte di rapporti difficili con il marito, la suocera, il fratello del marito, il figlio maggiore [alle aggressioni verbali e fisiche dei quali deve sottostare, spesso umiliandosi], la donna che più tace ed è in grado di sopportare meglio, sia chiamata “Santa” dalle vicine. Santa è, dunque, la donna che soffre nel tentativo di portare la “sua croce” lungo un "calvario" che dura tutta l'esistenza e si traduce in assenza di diritto di parola, di muoversi liberamente, di assumere decisioni, di scegliere con chi trascorrere la propria vita. Questa donna, lavora, inoltre, come una bestia da soma, in casa, in campagna e al lago. Si occupa dell’educazione dei figli, veicolando comunque l’idea che la maggiore autorità sia quella paterna.1
Mater Divinae Gratiae,La devozione mariana a Cagnano Varano
La devozione mariana a Cagnano affonda le radici nel medioevo e si propone di coltivare il rapporto con la Madonna, la Madre che porta la Grazia Divina, l’unica che può interfacciarsi con Dio e concedere grazie alla comunità.
Di questa devozione, soprattutto al femminile, si ha testimonianza nella pittura rupestre della grotta di San Michele (Madonna delle Grazie con Bambino), nella tavola rinvenuta nel convento di San Francesco, oggi allocata nella chiesa madre, nella icona presente nella chiesa degli Angeli, poi convento Santa Maria delle Grazie, nelle varie immagini incorniciate dalle donne e affisse alle pareti della propria camera, nelle preghiere e invocazioni, in alcune forme di superstizione (l’abbetine).
Mentre in molti paesi e città del mondo la festa della Madonna delle Grazie si celebra in maggio, giugno o luglio, a Cagnano la ricorrenza cade l’8 settembre e vede protagonisti soprattutto le donne, nonché umili contadini. Ricorrenza dettata probabilmente anche dal calndario agro-pastorale, dato che, a settembre, portati a termine i lavori agricoli, si dava inizio alla transumanza.
Il luogo primigenio del culto di Santa Maria delle Grazie ci conduce agli insediamenti francescani del XIII secolo, edificati fuori le mura dei centri storici allora in espansione. Il convento di San Francesco, dove fu trovata il quadro della Madonna, nasceva, infatti, intorno al 1230, ai piedi del borgo fortificato di Cagnano. Come ogni altro voluto dal fraticello, esso nasceva fuori le mura per consentire ai frati minori di meditare in silenzio e al contempo di mantenere un rapporto costante con la popolazione. Una serie di tratturi collegava allora il convento di Cagnano con i piccoli e medi appezzamenti agricoli, da cui traevano sostentamento i cittadini, ma anche con Apricena e Civitate e con gli altri abitati del Gargano, soprattutto con Monte Sant’Angelo, dov’era il santuario più importante della Montagna del sole.
Abbiamo ragione di pensare che commercianti e pellegrini diretti verso il santuario più prestigioso del Gargano facessero una sosta, dunque, nel nostro convento. Così pure il frate d’Assisi che, quando era in viaggio per Monte volle posare la prima pietra del convento di Cagnano[1]. Si narra anche che, in quella circostanza, intorno al 1230, San Francesco fece una vista alla nostra grotta di San Michele, dove pure apparve l’Arcangelo.
C’erano, intorno al convento di San Francesco gli acquai pubblici: piscine e pozzi, dove le donne facevano la provvista di acqua, scendendo e salendo faticosamente le viuzze del centro storico.
Dal 1653, dopo che il convento fu soppresso, si è ridotto a rudere. In quel tempo ospitava la chiesa di San Francesco con l’unico altare di Sant’Antono da Padova. La chiesa, lunga 16 m. e larga 6, era ornata di pitture sacre, tra le quali spiccava la pregevole tavola della Madonna delle Grazie del quattordicesimo secolo -pare-, su cui si sta incentrando l’interesse degli studiosi.
Una tradizione orale narra che la Madonna sia andata in sogno ad un contadino dicendogli che non voleva più stare nel convento abbandonato e che dopo la traslazione del quadro una pioggia benefica e salutare sia scesa dal cielo.
Bisogna sapere che nei paesi garganici inondazioni, invasioni di locuste e siccità erano alla base di ricorrenti carestie che procuravano l’aumento dei prezzi, la miseria e la mortalità. Gli inverni erano molto freddi, incidendo negativamente sul raccolto. Neanche d’estate si stava bene, giacché con il caldo si diffondevano le malattie malariche. Si verificavano, inoltre, diverse ondate coleriche e altre malattie. Di fronte alle incertezze e alla precarietà dell’esistenza, la Madonna rappresentava l’àncora di salvezza. E il giorno del ritrovamento del quadro, quella pioggia fu provvidenziale, perché a Cagnano non pioveva da diversi mesi.
Da allora la devozione verso la Madonna divenne più forte. In ogni casa le mamme confezionavano l’abbetine, un sacchettino in cui era riposta l’immagine della Santa ripiegata più volte, dopo che era stata benedetta dal parroco. Ben chiuso, se lo appuntavano con una spilla sotto l’abito, portandolo sempre con sé, affinché la Madonna le preservasse dalle sciagure, in quel tempo all’ordine del giorno.
Chi era debitrice alla vergine di una grazia, vestiva la sua bambina, di rosso e azzurro, come la Madonna. Quando il figlio ritornava finalmente sano e salvo dalla guerra, se superava una crisi malarica, di spagnola o di polmonite, ecco, sempre la mamma farsi pellegrina, andare di porta in porta - lu vucale in mano - a chiedere l’elemosina di qualche decilitro di olio, un po’ di grano, qualche soldo per far celebrare la messa alla Madonna.
Nel 1724 i Padri riformati francescani vollero riedificare il convento andato distrutto, sempre fuori dall’abitato ma in altro posto. Il convento fu poi affiancato dalla chiesa che porta il nome di Santa Maria delle Grazie - probabilmente la stessa che prima era detta degli Angeli. La devozione crebbe, dunque, e la Madonna delle Grazie fu proclamata compatrona dei cagnanesi, insieme ai santi Cataldo e Michele. Dal 1877 ha cominciato a operare anche la Congregazione della Madonnna delle Grazie, istituita per promuovere la coesione tra i cittadini e divulgare il culto per la Madonna.
Sin dai primi giorni di agosto di ciascun anno, i preparativi fervevano, sia in paese, sia nelle campagne. Gli uomini della Congregazione bussavano qua e là per “la cerca”, chiedendo a ciascuno un’offerta in modo da poter fare una festa grande alla Madonna. Ogni famiglia metteva da parte un po’ di grano. I più facoltosi anche del denaro.
Va qui ricordato che nella prima metà dell’Ottocento solo l’11% del territorio di Cagnano era coltivabile e che questa piccola parte era divisa in 1300 piccole lingue di terra, che il piccolo colono, per integrare, prendeva in affitto la terra dei “galantuomini”, sottoponendosi al carico della terraggera, che, quando l’annata era magra, oltre a non restituire al colono il compenso per suo lavoro, lo faceva indebitare, aggravando la sua condizione.
Il raccolto della “cerca”, veniva ammassato nel Convento di Santa Maria delle Grazie o in Borgo San Cataldo, Palazzo Caizzi-Mendolicchio e poi Pelusi, pesato e venduto in genere agli stessi cittadini bisognosi di grano, legumi, olio. Per l’occasione si usavano le misure del tempo: lu quartucce, lu mezzette, lu tummele, lu stare, la pignata.
La Madonna era sacra ai cagnaesi, maschi e femmine, amata soprattutto dalle persone umili legate alla terra. Sacro è tutto ciò che è inspiegabile e incute timore reverenziale. Con la Madonna si entrava in relazione attraverso il rituale della “cerca”. Il dono era simbolo del modo di rapportarsi delle persone, in questo caso, dei cagnanesi con la Santa. Insomma si ragionava più o meno così:- Se io sono generosa con la Madonna, la Madonna lo sarà con me e mi dispenserà grazie.
Approssimandosi il giorno della festa, ogni famiglia preparava pane casereccio fresco e “lu cacciandr”, un dolce povero, ricavato dai pezzetti di massa che restavano attaccati qua e là nella madia (fazzatora), con l’aggiunta di un filo di olio, semi di finocchio, un po’ di zucchero e un po’ di latte. C’era anche chi faceva la pizza, chi i taralli e persino “li mènele atterrate”, unendo mandorle tostate e zucchero.
Nove giorni prima della festa per il paese “ce menava lu bbanne”, affindando al bandaiolo il compito di annunciare che l’indomani in processione sarebbe stata traslata la tavola della Madonna dal suo altare (il secondo a sx della Chiesa Madre) a quello maggiore. Si richiamava, in questo modo, l’attenzione della popolazione, che si affacciava al balcone, alla finestra, ad ogni angolo di strada, per ascoltare.
Siccome la devozione verso la Vergine cresceva sempre più, dal 1881, il sindaco Antonio Fini e gli amministratori del paese decisero di istituire una fiera del bestiame, da farsi il 7 e l’8 settembre. C’era già la fiera di San Michele che cadeva ni giorni 7 e 8 maggio di ciascun anno. La fiera di settembre, però, si teneva già da diversi decenni e qualche anno fu differita per calamità, come ad esempio nel 1866, a causa del cholera morbus.
In occasione della fiera, che aveva luogo fuori paese, s'incontravano contadini, agricoltori e allevatori del posto e dei paesi limitrofi, e persino abruzzesi, giacché era già iniziata la transumanza. Si vendevano capre da latte, animali da soma e da lavoro, pecore da lana e maiali, di cui non si buttava nulla. I poveri, però, mangiavano poca carne, basti pensare che solo a fine Ottocento fu prodotta istanza di aprire una macelleria a Cagnano.
La fiera, in ogni caso, metteva in campo un nuovo attore sociale: “lu nzanzane”, un uomo particolarmente tagliato, che mediava tra il venditore e l’acquirente, rimediando qualcosa per sé.
L’8 settembre, dopo la celebrazione eucaristica, le campane della Chiesa Madre squillavano a festa, richiamando il popolo al corteo processionale. Avanti a tutti il bandaiolo, quindi lo stendardo con l’immagine della Madonna in campo azzurro, i giovani e le giovani dell’azione cattolica, San Michele, San Cataldo e la Confraternita, la croce della chiesa Madre, i chierichetti e i sacerdoti, il quadro della Madonna delle Grazie, la banda, il popolo.
Al quadro della Vergine erano due lunghi nastri, dove i devoti attaccavano in genere cartamoneta. Una persona portava un cuscino celeste dove erano appuntate collanine e orecchini, per grazia ricevuta. I risparmi che erano costati molte rinunce. Donne e bambini scalzi si buttavano ai piedi della Madonna, per ringraziarla o per chiedere una grazia.
Il corteo processionale faceva il giro del paese, passando per via Cannesi, via Ospedale, via San Giovanni, Corso Umberto, Corso Giannone. In piazza Giannone la banda cessava di suonare e le oranti di pregare, mentre tutta l’attenzione era rivolta ai fuochi d’artificio: rotelle e botti tanto amati.
Poi tutti a casa a gustare il piatto buono della festa: ndroccl[2] e brasciol[3] e turcnedd[4]. Sulla mensa non mancava il vino, che rendeva più loquaci gli animi.
La festa religiosa rappresentava una delle poche occasioni in cui anche ai miseri era concesso di cessare l’attività lavorativa e staccare dalla routine alienante della vita. La banda, i fuochi d’artificio, l’abito della festa, la condivisione, la credenza nei medesimi valori, rendevano più coesa la comunità, caricandola di energie nuove, utili per meglio sopportare il peso dell’esistenza.
Gli anni della siccità e della carestia, purtroppo, ritornavano costantemente, mettendo a dura prova i piccoli coloni, soprattuto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando, in seguito alle leggi eversive della feudalità e alle piccole occupazioni, ognuno di essi si era recintato un piccolo appezzamento di terra e i professionisti erano diventati “galantuomini”, impossessandosi delle terre migliori, nonché di “parchi” e “mezzane”. L’acqua era utile sia per l’agricoltura, sia per l’allevamento, per far crescere l’erba e per riempire gli acquai. Gli animali dovevano alimentarsi e dissetarsi affinché gli uomini potessero sopravvivere.
Quando le campagne erano particolarmente assetate, il popolo implorava la Vergine affinché facesse piovere. Per tre giorni consecutivi pregava con fervore in chiesa, quindi in processione dietro la Madonna, portandola fino alle Tre croci, fuori il paese, oltre la Madonna de lu Rite. L’ultimo corteo processionale finalizzato a implorare la pioggia risale agli anni Sessanta del secolo scorso. Al rientro della processione o il giorno dopo, la pioggia arrivava, quasi sempre. Era il segnale della Madonna che, in questo modo, dispensando grazie ai cagnanesi, teneva accesa la devozione.
Col tempo, anche i pescatori di Cagnano hanno avvertito il bisogno di stare sotto l’ala protettrice della Madonna delle Grazie. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso l’icona della Madonna fu quindi portata nei sandali, imbarcazioni tipiche del luogo, dentro di arancio e fuori di nero pece, da Bagno al Crocifisso di Varano, dove, oltre ad una statua lignea posta sulle acque della laguna, c’è la chiesetta, un tempo dedicata all’Annunziata. Di recente, il corteo si dirige verso la foce di Capojale, per benedire anche i mitilicoltori.
Mentre questo saggio volge al termine, vorrei accennare all’effigie della Madonna delle Grazie di Cagnano Varano restaurata verso al fine degli anni Novanta. L’icona parla chiaro: l’indice della Madonna, rivolto verso il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande mantello azzurro trapunto di stelle, che avvolge la Madonna, simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il colore rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato sta a significare che Maria è Madre di Cristo, ma anche della Chiesa. L’icona, in definitiva, vuole trasmettere al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli possano crescere alimentandosi del Verbo di Dio.[5]
La devozione verso la Madonna delle Grazie si coltiva ancora a Cagnano Varano, sebbene in modo più flebile. La richiesta di sacro, però, non cessa, anche nella società tecnonolgica e conoscitiva, perché in periodi caratterizzati da incertezza e mutamento sociale, come quello attuale, i valori religiosi possono fornire un’àncora di salvezza.
[1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo. [2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”. [3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti. [4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate. [5] SAVERIO PAPICCHIO [a cura di], Santa Maria delle Grazie, l’Icona di Cagnano Varano, lettura spirituale e pastorale, Falcone grafiche- Manfredonia, settembre 2007.
[1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo. [2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”. [3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti. [4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate. 15 septembre Quando la "diversità" arricchisce: tranche de vie per l'ed. interculturale
Ho conosciuto una giovane rumena di cui mi piacerebbe parteciparvi un pezzo di vita, a mio avviso molto significativo, utile a contrastare e, soprattutto, a prevenire la formazione di stereotipi e pregiudizi sugli stranieri. Conosceremo questa donna attraverso le sue risposte alle mie domande aperte, volte a scoprire tramite la sua testimonianza, il valore di una “cultura altra”, per il fatto che é diversa dalla nostra, ma non meno importante, ricca anch’essa di valori, riti, miti, storia, tradizioni. "Tranche de vie" utile per comprendere l’importanza dell’educazione interculturale, che viene a porsi al centro di quel processo di comprensione e dialogo tra i popoli, sempre “in fieri” e attualmente minacciato. Storia da cui emerge la condizione dell’immigrato, un soggetto che vive in bilico tra due culture: quella d’origine, alla quale rimane legato, simbolicamente e affettivamente (soprattutto alla rete familiare e parentale,) e quella del paese ospitante, di cui subisce il fascino. Una persona in difficoltà, alla continua ricerca di se stesso o, comunque, di un nuovo sé. Per agevolare la vita di questi stranieri, è opportuno che le istituzioni sociali, politiche e culturali si muovano sinergicamente, articolando gli interventi, incentrandoli sull’accoglienza, comunicazione, organizzazione e progettazione, come in diversi casi si è cominciato a fare. Passo perciò la parola a Bianca Laura Strîlcîuc, una giovane piena di vita, sensibile, istruita, fortemente intuitiva, che vive in Italia da circa due anni e che ho avuto il piacere d’incontrare a Casa Sollievo della Sofferenza, Nefrologia, di San Giovanni Rotondo nel mese di marzo. Ha 31 anni, una laurea in giurisprudenza e non disdegna alcun mestiere: assiste, infatti, gli anziani e fa la baby sitter, impartisce lezioni d’inglese a italiani e stranieri, fa la cameriera nei ristoranti e le pulizie di casa. Nel frattempo consolida l’italiano, di cui - come avrete modo di constatare - ha buona conoscenza, frequentando la “De Bonis” del paese ospitante. È in Italia per dovere di figlia, dato che ha il papà in pensione per invalidità e con poco meno di 100 € mensili non riesce a soddisfare le esigenze di una famiglia di sei persone, e perché vorrebbe realizzare un sogno: una casa di 100 mq, sul suolo che il sindaco della sua città ha deciso di donare ai giovani.
- Appena giunta in Italia, cosa ti ha colpita? - Mi facevano domande stupide, alle quali a volte rispondevo. Mi chiedevano, ad esempio: - Che cos’è una TV? Hai mai visto una televisione? Gli italiani pensano: - Sei straniero e, perciò, sei anche stupito. Se poi si accorgono che sei un po’ intelligente, che capisci le cose, che puoi insegnarle anche a loro, aiutandoli a fare meglio, non accettano il tuo suggerimento. Solo dopo tanto tempo, si ricredono. Gli italiani pensano che noi rumeni siamo indietro. Romania non è proprio misera: c’è gente che sta male, è vero, ma non siamo neanche poveri poveri. Ci sono quelli ricchissimi e quelli poverissimi, che non riescono ad arrivare neanche alla fine del mese. - Quali differenze più evidenti trovi tra gli italiani e i rumeni? - La gente è uguale dappertutto, solo che noi rumeni siamo più solari, più ospitali nei confronti degli stranieri. Se vai in Romania e la macchina si blocca per strada, la gente si ferma, ti aiuta, ti ripara anche l’automobile. I rumeni farebbero qualsiasi cosa per farti stare bene. - Parli bene l’italiano. Quando? dove l’hai imparato? - Qui in Italia. Se conosci diverse lingue è più facile. Io conosco il rumeno, l’inglese, un po’ di tedesco e di spagnolo e ora anche l’italiano. L’ho imparato qui, a San Giovanni Rotondo, dove sto da due anni, vado anche a scuola per conoscere meglio la lingua. - Dove vivi attualmente? Con cosa ti mantieni? - Vivo presso una famiglia molto brava. Margherita è la mia mami due. Con me c’è anche la mia sorella gemella, che fa assistenza alla mamma di Margherita. Faccio un po’ di tutto: le pulizie, stiro, do lezioni d’inglese, faccio sei ore a settimana di italiano. Prima ancora ho lavorato ai ristoranti. - Perché sei venuta in Italia? - Sono venuta in Italia perché ho avuto delle disgrazie in famiglia: l’incidente stradale di mia madre, prima, la malattia di cuore di mio padre, dopo. Prima stavamo bene. Papà faceva il rettificator di automobili. Era ricercato per il suo lavoro e guadagnava abbastanza. Ci ha fatto studiare tutte le figlie. Abbiamo anche una casa in montagna. Poi, con meno di 100 € al mese di pensione d’invalidità si faticava ad arrivare alla fine del mese: papà, mamma e quattro figlie femmine. Io e mia sorella abbiamo perciò pensato di venire in Italia. Riesco anche a fare dei risparmi e a mandarli a casa. Voglio costruire una casa per me sul suolo che il sindaco del paese mi ha dato. Tanti giovani rumeni vanno via da Romania perché la paga è umile. Due anni fa era l’equivalente di circa 100 € mensili. Le medicine, l’abbigliamento, il cibo, i servizi (luce, telefono, riscaldamento) costano. Il giorno prima ti chiedi che devi mangiare domani: si lotta per la fame. Anche se la mia famiglia non era tanto povera, ho visto gente povera povera, che non aveva niente da mangiare. In ogni famiglia rumena c’è almeno un figlio che sta fuori, per aiutare la famiglia, se no non ce la fa. Quando c’era Ceauşescu c’erano i soldi, ma non potevi comprare, perché non c’era niente nei negozi. Ora c’è tutto, ma non ci sono i soldi. Me lo dice spesso mio padre. Al tempo di Ceausescu dovevi lavorare per forza. La polizia ti controllava. Se tu non lavoravi, iniziavi a pensare, a parlare con gli amici e questo non stava bene. Dal 1989, con la fucilazione del dittatore, è iniziato un periodo di caos. Fino al 1994, con tutto quel disordine, si stava, tutto sommato, bene. Poi, con la Repubblica democratica e la Comunità europea, le cose sono cambiate. La democrazia è stata capita male, ognuno faceva quello che voleva. Anche i ragazzini per strada dicevano ad alta voce le parolacce e se qualcuno li sgridava, dicevano: - Lsciami stare, posso fare quello che voglio! Nel frattempo cosa è cambiato? Alcune fabbriche e miniere sono state chiuse e poi sono state comprate con pochi soldi, o sono state vendute agli stranieri. In una città di minatori, tutti gli abitanti sono rimasti disoccupati dopo la chiusura delle miniere. Alla fine, chi stava prima al potere, i compagni si sono arricchiti, per gli altri la miseria. Poi, non so cos’è successo. - Come ti senti trattata nel lavoro? - Dicono: sei straniera e perciò anche se posso insegnare inglese non mi chiamano o, se mi chiamano, mi pagano di meno, perché sono straniera. Tutti cercano stranieri perché pagano meno. - Hai nostalgia del tuo paese? Il primo anno è stato più difficile, perché non avevo amici. Ora ho alcuni amici, ma mi manca mio paese. Mi manca mio padre, una persona intelligente, che sa tutto di tutto, come un dottore, come un professore. Ha in casa le mappe di tutti i continenti. Quando stava bene ci faceva viaggiare. Ci ha mandate tutte a scuola. Io ho frequentato 8 anni di scuola generale [ l’equivalente della primaria e media inferiore nostre], 5 anni di liceo e 4 di giurisprudenza. Papà ci ha insegnato ad essere autonome. A 12-13 anni ha mandato me e le mie sorelle dai nonni paterni, che abitavano in Bucovina, a nord-est della Romania, 1 giorno di viaggio da Sibiu, il mio paese, per vedere come ci gestivamo da sole. Ho nostalgia della mamma,che tiene sempre unita la famiglia. Senza di lei siamo tutti persi, a cominciare da mio padre. Me la ricordo sempre in cucina Rimpiango la Seva, l’odore di terre e foglie che emana la mia terra d’estate, quando la neve si scioglie. Rimpiango la mia casa e le passeggiate in montagna, che facevamo insieme agli anziani. Ho nostalgia degli amici, compagni di scuola che ho lasciato. Rimpiango le tradizioni che non posso coltivare.
- Ad esempio? - Ad esempio da noi in questo periodo si sente che è Pasqua, qui no. Si sente che arriva Pasqua attraverso le pulizie, che fanno le donne in casa. Vai a confessarti. Dalla mezzanotte di venerdì santo mangi poco e qualcuno non mangia per niente, fino alla comunione pasquale, quando mangi il paşti, il pane e il vino preparato con la farina, l’olio e il sale della comunità. Nel periodo pasquale si decorano le uova sode e si vendono abbastanza bene ai turisti. Noi le mangiamo in domenica di Pasqua, dopo la messa di Resurrezione. Il giorno dopo Pasqua i giovani spruzzano con profumi le ragazze e queste donano dolci o un bicchiere di vino. In Romania seguiamo le tradizioni. Da noi la domenica non si lavora per niente: non si lavano neanche i panni, il pranzo si prepara il giorno prima. Mi mancano tutte questi riti. Questo, però, non in tutta Romania, ma in mia provincia che è di religione ortodossa. Ci sono anche cattolici e altre religioni in Romania.
- Cosa pensi degli italiani? - La prima cosa che mi viene in mente è che gli italiani pensano sempre a mangiare. Il primo pensiero è: - Cosa mangiamo oggi? Quando mangiano a casa risparmiano: non si deve buttare nulla! Quando vanno al ristorante fanno tanto spreco. L’ho visto, quando ho lavorato al ristorante, dove si buttano piatti che non sono stati toccati per niente. Penso che gli italiani sono anche un po’ tirchi, non nel senso cattivo del termine. Non tutti, però, anche se ho incontrato persone tirchie tirchie, che facevano storie per un centesimo. Penso che i giovani di qui rispettano poco gli insegnanti, vanno a scuola con i pantaloni a vita bassa. In Romania i professori non ti ricevono se sei vestita in un certo modo. Anche il modo di parlare con i professori è da noi più rispettoso. Penso che gli italiani sono rumorosi: quando sono arrivata a San Giovanni Rotondo, alle sei di mattina ho sentito tanto chiasso in strada. Mi sono affacciata alla finestra e mi sono accorta che era solo giorno di mercato. Ho notato che i vicini di casa sono molto curiosi. Penso che gli italiani mangiano molta pasta, come noi mangiamo molta verdura.
- Un giudizio sui rumeni? - Quando ero bambina per le strade del villaggio di mia nonna passava un banditore, che, battendo il tamburo, richiamava l’attenzione delle persone e diceva: - Lume, lume [gente, gente] domani mattina si fa riunione per rumeni alle 7,30 per ungheresi alle 7,45 per tedeschi alle 8,00.
Tre orari diversi per comunità, che convivono a Sibiu e che hanno diverso senso della puntualità. I più precisi- si sa - sono i tedeschi. Penso che della Romania in genere si parla male e questo a me non piace. Non si dice, però, che Sibiu [Hermanstadd] è stata eletta capitale della cultura europea 2007, non si parla dei suoi bei monumenti medievali, delle sue bellezze paesaggistiche, della bontà e semplicità della gente.
- Che cosa pensi della relazione stranieri/ prostituzione spaccio/? - Penso che in Romania ci sono ragazze che vogliono andare fuori e c’è gente che le sfrutta promettendo un posto di lavoro, però non è così, perché le mette sulla strada. Da Romania le ragazze non sanno a cosa vanno incontro. Vengono con câini cu colaci în coada, vale a dire con l’idea che possono trovare in Italia anche “i cani con le ciambelle nella coda”. Quelli che si chiamano tra amici, invece, sono puliti. Certo c’è anche gente che viene proprio per questo [prostituirsi] e gente che viene e, non trovando, lavoro fa questo. Se lo fa per sopravvivere, non può essere condannata. Metti che ha i bambini, che a casa ha una situazione insostenibile, … . Riguardo alla relazione stranieri- spaccio, devo dire che tra rumeni non si sente parlare tanto di spaccio di droga.
- Progetti per il futuro? - Da noi nessuno ti dà la possibilità di fare, di mettere in pratica quello che sai: i miei ex compagni di università avevano idee, ma quando d’estate torno a casa per pochi giorni sono io che regalo qualcosa. Loro non hanno i soldi per offrirti neanche una tazza di caffé. In Romania, se non hai soldi, nessuno ti aiuta. Per fare pratica (due anni) bisogna pagare 20000 € a studio per praticandato. Io non li avevo questi soldi e sono andata via. I miei sogni? Primo: vorrei che mi riconoscessero la laurea qui in Italia, poi voglio fare un master in diritto internazionale, perché vorrei fare qualcosa per gli stranieri. Vorrei aprire un ufficio per le immigrazioni, perché in genere gli stranieri non sanno niente di niente. Vanno dai commercialisti per una pratica, per documenti o per cercare lavoro, e pagano 1000 €. C’è gente che dice: - Io ti trovo lavoro, però il primo stipendio è mio. È troppo uno stipendio! Queste cose le fanno però rumeni assieme a italiani. Sogno ancora di avere una vita normale e una famiglia.
- Il più grande insegnamento?
- L’ho avuto quando ero al mio paese. Ho lavorato in ospedale, perché all’inizio volevo fare il
medico. Là ho incontrato un anziano dottore, una fonte inesauribile di conoscenza, dal quale ho imparato tante cose di fisioterapista, ma soprattutto questo insegnamento:- Non ti accontentare mai di quello che sai, impara sempre di più e vai sempre avanti. E io non dimentico mai.
6 mars Un caso singolareUn caso singolare: Totonne la fèmmenaSaggio introduttivo tratto da “Essere donna tra Otto e Novecento”, Progetto del liceo sociopsicopedagogico Cagnano Varano S.S. “G. DE ROGATIS”, realizzato con gli alunni delle Classi IV A, IV B, V B, referente prof.ssa Leonarda Crisetti, Dirigente Prof. A. Scalzi, con adattamenti.
Nel corso della ricerca abbiamo avuto modo di conoscere la storia di Màste Totònne, la fèmmena, una donna che si spoglia degli status e ruoli tradizionali. Dagli Atti di nascita del comune di Cagnano Varano si apprende che questo personaggio è di sesso femminile, nasce “l’anno 1880, addì 15 dicembre a ore antimeridiane dieci e cinquantatré”, si chiama Mariantonia, suo padre fa il pescatore e sua madre è contadina. Dall’ufficio anagrafe apprendiamo, inoltre, che Mariantonia muore il 2 aprile 1967 dopo aver abitato nell’antica via Cannesi, 12. Mariantonia decide di vivere da uomo, quindi di non conformarsi ai compiti ascritti dal tessuto sociale del suo contesto ad una donna. Ci siamo interrogati sulla reazione dei cagnanesi di fronte alla “transizione” evidenziata da Totònne, che decidendo di assumere identità maschili, intese passare di fatto da uno status all’altro. Ci siamo chiesti, se la scelta le abbia reso la vita difficile. Insomma, un contesto in cui la popolazione era divisa dicotomicamente in maschi e femmine, in che misura ha consentito a chi era nata donna di assumere comportamenti maschili, quando la differenza voluta dalla natura e resa manifesta dal sesso biologico era rigida e per tutta la vita bisognava essere o uomini o donne? I cenni biografici dicono, inoltre, che Màste Totònne aveva una sorella, che, rimasta orfana fu adottata da una famiglia di possidenti (i Palladino, persone gentili e generose- secondo gli intervistati), che fino agli anni della pubertà ha condotto un’esistenza pressoché simile a tutte le ragazze di Cagnano, che negli anni dell’adolescenza avvertì l’esigenza di rendersi indipendente e di cambiare identità. Ci siamo chiesti anche se siano state esigenze di natura economica a spingerla in tale direzione e, sebbene questa variabile abbia avuto un certo peso, dato che in un contesto storico caratterizzato dalla miseria ci si adattava a tutto pur di sopravvivere, esso non ci è sembrato determinante. Questa ipotesi, non soddisfa del tutto, soprattutto se si considera che anche altre donne condividevano la precarietà dell’esistenza. Le testimonianze raccolte sono pervase dalla fame e dalla fatica a cui erano sottoposte molte donne del luogo. Mentre le altre si sono arrangiate in mille modi, svolgendo lavori nei campi, anche pesanti (seminare, sarchiare, mietere, spannocchiare, effettuare la raccolta), in laguna (adoperandosi nella realizzazione di trappole da pesca e persino remando e pescando), in casa (sottoponendosi alle pesanti fatiche del bucato, della conserva, della provvista d’acqua, del pane), accudendo ai figli ( bisognosi delle cure e dell’educazione materna) e al marito (che esigeva di essere sempre servito e coccolato), Mariantonia per sostenersi volle fare il muratore. Decise perciò di vestire da uomo e di esercitare mestieri prevalentemente maschili. Il suo aspetto era invece decisamente femminile: statura bassa, viso tondo, espressione gioviale e sorridente, voce sottile. Anche la sua capacità relazionale e la sua amorevolezza sembrano richiamare caratteristiche attribuite tradizionalmente alle donne. Eppure, Mariantonia nella fase più fragile della vita scelse di assumere comportamenti da maschio e da allora per tutti fu màstre Totonne, la fèmmena. Questa donna, “la fèmmena”, decidendo di fare il muratore e vestendo da maschio non meritava più di essere chiamata col nome di battesimo, bensì màstre [maestro] Totònne (diminutivo di Antonio). Il tribunale del popolo aveva ormai deciso. Viene da chiedersi quale sia stata la sua vita da bambina, quali eventi possono avere concorso alla determinazione della sua scelta. Se è andata a scuola, se aveva amici d’infanzia. Le notizie in nostro possesso non sembrano essere sufficienti a giustificare qualche inferenza. Si è messa i pantaloni, perché li gunnèdde la ngiappàvene quànne ièva vutànne càse [ ha indossato i pantaloni perché le lunghe gonne l’avrebbero ostacolata nel riparare i tetti delle case, sostituendo tegole]. Nemmeno questa giustificazione, addotta dalle signore e dai signori intervistati per legittimare il fatto che Mariantonia indossasse abiti maschili, sembra essere soddisfacente, perché non dà conto di come mai, una volta tornata a casa, nel tempo libero, o nei giorni di festa abbia continuato a vestire da uomo. L’ipotesi non giustifica la decisione di castigare “il suo bel seno”, fino a farlo scomparire, imprigionandolo di continuo in strette fasce. Mariantonia teneva, infatti, a nascondere i segni che manifestavano la sua femminilità, ma l’impresa non fu sempre agevole. Un signore (affascinato da questo personaggio), ricorda che da bambino, negli anni Cinquanta del secolo scorso, mentre lo aiutava a trasportare la càvecia a pprète nel calcinaio - che Totònne gestiva in un vano del Palazzo Petruzzelli -, ha visto “le sue cose” e che fu “corrotto” da Mariantonia con un dono di cinque lire, per comprare il suo silenzio. Per tutta la vita, dunque, il nostro Totònne cercò di custodire gelosamente il segreto di essere donna e il dubbio sulla sua identità non è stato del tutto svelato, tanto che alcuni signori anziani ancora oggi continuano a discutere e a scommettere su di essa: - Io ti dico che era un maschio! - dice una signora. - E io so che era una donna! - ribatte il marito. Probabilmente Màste Totònne la fèmmena era semplicemente un diverso e se questa congettura è esatta, bisogna convenire che Mariantonia fu molto coraggiosa nell’assumere la sua decisione e nell’interpretare ruoli decisamente decontestualizzati. La persona ogni giorno obbedisce sia pure inconsapevolmente a mille regole imposte dai costumi (mores) e usanze (folkwais), imperativi impliciti che permettono l’agire razionale, consentendole di vivere con una certa tranquillità, sapendo dunque cosa ci si aspetta da lei o a che cosa va incontro. Per Mariantonia sarebbe stato molto più semplice e facile adeguarsi al proprio ruolo, le (gli) avrebbe consentito di condurre una vita più agevole, al riparo di rischi eccessivi, interferenze, problemi inconsueti, ma ella (lui) volle andare controcorrente, tollerando sia il disprezzo di sua sorella - che ad un certo punto non volle più avere rapporti con lei - sia della gente [il sorriso ironico e divertito dei passanti, le dichiarazioni ad alta voce dei bambini che urlavano:- Totònne la fèmemn! Totònne la fèmmena!]. Sicuramente e soprattutto all’inizio tutti dovettero osservarla, proprio come si fa con un animale allo zoo. Chi ha la vagina e non il pene deve comportarsi da donna. La differenza era segnata dal sesso biologico, dunque, ma anche dai giochi e dal carattere. C’erano alcune attività ludiche più adatte alla donna, (ad esempio giocare con la pùpa de pèzza, o a lli cummàre) ed altre più consone ai maschi (ad es. giocare con il cavalluccio, a fare il cacciatore o il pescatore). Quanto al carattere, la donna doveva essere timida, sessualmente innocente, passiva, accomodante, allegra. I costumi morigerati dell’epoca richiedevano anzitutto che la donna indossasse la gunnèdda, per cui il primo grande ostacolo, che il nostro personaggio dovette affrontare, si presentò allorché decise di indossare i pantaloni. Il fatto che sia andata da una delle autorità più rappresentative della provincia, il prefetto - secondo alcuni testimoni- i carabinieri e o il podestà - secondo altri - per chiedere il permesso, è significativo; sicuramente la dice lunga sulla rigidità della morale che vigeva allora a Cagnano. Era infatti severamente proibito alle donne vestire come i maschi. Chissà come erano pressate le ragazze dalle mille regole, tabù, divieti, abitudini consolidate, imperativi categorici di mamme, nonne, zie, vicine, prediche del parroco, schiaffoni del papà e dei fratelli … ! Si, per gli uomini poteva essere un po’ meglio, ma non tanto. Non conformandosi alla consuetudine, Mariantonia non poté essere definita una donna “normale”. Evidentemente il sesso non ha avuto un peso determinante, dato che le interazioni con la cultura hanno preso il sopravvento nella nostra Mariantonia e, sebbene la società proibisse gli spostamenti volontari e permanenti da uno status sessuale comportamentale all’altro, ella accettò la sfida. La letteratura insegna che il controllo sociale concede una certa tollerabilità nell’esercizio del ruolo, ma si tratta di una specie di gioco temporaneo. A Carnevale, ad esempio, la società contadina consentiva al maschio di indossare abiti da donna e a quest’ultima di mascherarsi da uomo. Finita la festa, però, ognuno doveva rientrare nel suo ruolo, tornare ad assumere i comportamenti tradizionali, pertanto l’òmmene avèva fa l’òmmene e la fèmmena avèva fa la fèmmena. In caso contrario scattava la sanzione inflitta dal controllo sociale. Ogni persona, perciò, piacente o nolente, doveva agire in base alle prescrizioni sociali. Ci siamo chiesti anche se màste Totònne la fèmmena fosse consapevole della sua diversità, se fosse conscia del percorso alternativo prescelto e delle sanzioni prescritte, ma a giudicare dalla giovialità e serenità delle relazioni avute, sia con altre donne del quartiere, sia coi bambini, sembrerebbe che abbia vissuto una vita piuttosto tranquilla sotto questo profilo. Diversi signore e signori intervistati, soprattutto vicini di casa, nel quartiere de Lu Caùte in cui trascorse la sua esistenza, sdrammatizzano affermando che le (gli) volevano bene grandi e piccoli. I bambini in particolare perché Màste Totònne regalava loro miele e biscottini. Probabilmente la sua affabilità ha avito il sopravvento sulla “diversità”, allora connotata negativamente, facendosi così accettare. “Se la faceva con tutti, con i ricchi e con i poveri - conferma il signor Facenna, che si è preso cura di lei nell’ultimo decennio della sua vita”. Ma se mastroTotònne riuscì a svolgere ruoli prevalentemente maschili, facendo il muratore, l’imbianchino, l’apicultore, senza suscitare eccessive critiche da parte della gente, allo stesso non fu dato modo di cambiare status: il suo posto nella società rimase pertanto quello ereditato alla nascita. Quando morì, infatti, la famiglia che si era presa cura di lei, la vestì da donna, “perché doveva tornare a Dio così come Dio l’aveva fatta”. Come percepisse la sua identità non ci è dato modo di sapere, né possiamo affermare con certezza se è stata la necessità economica o quella biologica a prendere il sopravvento. Noi possiamo solo esprimere qualche opinione e se ragioniamo con la mente di allora - che sotto questo profilo è simile a quella di oggi -, ci viene da supporre che probabilmente questo personaggio non potendo essere né uomo né donna fino in fondo, abbia condotto l’esistenza da sradicato. In altri termini egli non fu né Mariantonia, in quanto si privò delle gioie di essere corteggiata e di mettere al mondo i figli, né Totònne, non potendo fare “il cacciatore” ed integrarsi completamente nel mondo maschile, e chissà se fu felice per davvero. La sua femminilità si accompagnò ai comportamenti maschili da lei voluti e assunti, senza essere stata messa a tacere definitivamente, neanche dopo la sua morte, tanto che per tutti è ancora Màste Totònne, la fèmmena.
Un contributo alla donnaLa condizione della donna è decisamente mutata nel tempo, passando dal modello dell’esclusione/separazione a quello all’inclusione/integrazione nella vita sociale, seguendo un processo ancora aperto. La memoria ci consegna storie di donne violentate, sfruttate, sottomesse all’autorità del padre-marito-padrone, donne impegnate nei lavori domestici e in attività non retribuite realizzate all’ombra della figura maschile. Donne contadine mietitrici, raccoglitrici, guardiane, pescatrici di lago e di mare, trasportatrici, sarte, magliaie, panificatrici, lavandaie, … . Donne figlie, mamme, nonne che hanno declinato la vita come un “insieme di sofferenze”. Donne ignoranti che non meritavano di andare a scuola, sia perché non erano ritenute intelligenti, sia perché si pensava non avesse senso investire sulla loro cultura, dal momento che non erano destinate a ruoli sociali, da spendere al di fuori delle pareti domestiche. Per “fare la mamma e la moglie”, insomma, non era necessario il possesso degli “alfabeti”. Memoria che affonda le radici nelle pagine della Bibbia, che assegnano ad Eva il ruolo della “tentatrice”, consolidata in epoca medievale, legittimata dalla normativa, assunta dai contesti sociali e familiari tramite la socializzazione, rafforzata dall’universo maschile, quasi sicuramente per non spartire con le donne lo spazio riservato a sé nei posti di comando. Memoria alimentata quotidianamente dalle stesse donne attraverso l’“educazione di genere” a partire dal costume di regalare la bambola alle bambine e il fucile al maschietto, così addestrando le une “a fare la mamma” e gli altri” a fare il cacciatore”. L’immagine della donna-angelo intrisa di romanticismo è un eufemismo che non dà certamente conto della reale condizione della donna contadina. Per rendersene conto e per darne conto alle nuove generazioni ignare della condizione del passato, ho pensato di far parlare le dirette protagoniste, a cui ho dato voce qualche anno fa con i miei alunni liceali attraverso lo strumento delle “storie di vita”. A seguito dell’industrializzazione e del boom economico la donna comincia ad uscire dal “regno” del focolare domestico e a guadagnare diritti civili, sociali e politici, a partire da quello di voto. La donna può entrare nelle scuole, lavorare in fabbrica, accedere all’università, entrare in politica, dirigere le aziende, … . Il cammino però non è agevole e a tutt’oggi il processo d’integrazione della donna è incompiuto. La normativa consente l’inserimento ma non tutela l’integrazione, accade, perciò, che i maschi sono privilegiati nei posti di lavoro, di comando, di potere. Il modello dell’integrazione [che rievoca l’idea della completezza] vuole che la donna viva le situazioni in prima persona, assuma decisioni liberamente, realizzi le sue aspirazioni di donna che lavora, di moglie e mamma, oltre che cittadina, fruendo dei servizi necessari. La donna integrata è quella che non rinuncia alla sua “diversità” in nome dell’assurda uguaglianza che pretende che il maschio debba comportarsi da femmina e la donna da maschio. L’integrazione autentica è quella che coltiva l’uguaglianza nella diversità. Il processo d’integrazione di questa fascia – purtroppo- ancora debole della popolazione è condizionato dal riconoscimento dalla parte dell’universo femminile e maschile della differenza di genere, contrastando ogni tentativo di omologazione; è condizionato dagli educatori e dalle istituzioni che devono dichiararsi disponibili a co-evolvere, vale a dire a cambiare insieme, a riconoscere che in famiglia, in società, nelle istituzioni di potere ciascun essere umano – sia di sesso maschile, sia di sesso femminile- può apportare il proprio contributo sulla base della proprie competenze, intelligenze e disponibilità. Co-evolvere vuol dire abbandonare antichi stereotipi che vogliono il maschio intelligente, adatto al comando e al ragionamento, e la donna intuitiva, materna, capace di eseguire. Co-evolvere in famiglia vuol dire che mariti e mogli dovranno dichiararsi disponibili a darsi una mano, a mettere insieme il meglio di sé di ciascuno per offrire ai propri figli un ambiente caldo e ricco di interazioni utili alla crescita. Co-evolvere nelle istituzioni significa essere disposti a riconoscere e a valorizzare anche i punti di forza delle donne, consentendo loro di fare carriera, di risolvere - grazie al loro contributo - i conflitti economici, sociali e culturali delle nostra società, ricorrendo alla logica che include. Bisogna perciò allearsi per sostenere, consolidare e c0mpiere altri passi, perché il processo d’integrazione richiede ancora molto impegno.
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