Profil de LeonardaDina CrisettiPhotosBlogListesPlus ![]() | Aide |
|
|
23 octobre “La luce dell’ombra”, Leonarda CrisettiSabato 10 Ottobre , a Foggia, presso il cinema Falso Movimento abbiamo assistito alla prima del film “La luce dell’ombra”, opera di Carlo Fenizi. In questo suo primo lungometraggio, il giovane regista foggiano regista narra le intricate e mai sviscerate vicende di una famiglia borghese, che vengono fuori finalmente alla morte dell’“Uomo” di casa, quando gli interessi particolari evidentemente di natura economica indeboliscono le difese e inducono gli umani a gettare via la maschera. La vicenda si snoda in un crescendo vorticoso, al ritmo della musica etnica del nostro Gargano e della taranta. Certo , come un po’ tutte le opere prime , il film mostra qualche ambizione di troppo e qualche incertezza stilistica, laddove è girato con un registro espressivo grottesco che non sempre riesce a coniugare senza stridori il farsesco e il drammatico del plot, o qualche forzatura contenutistica, che vuole ad esempio un lungo pranzo nella stanza accanto al defunto, costume a noi estraneo. In compenso il film è girato col cuore e i vari segni del cinema di Fellini e di Almodovar, che vi abbiamo scorto, non sembrano superficiali citazioni o vuote imitazioni, ma materiale vissuto, fatto proprio emotivamente e tecnicamente dal regista. La musica dei Terranima fa da colonna sonora e da sottofondo al clima torrido dei peccati e dei tradimenti della famiglia borghese in disfacimento consumati nella bella villa di un Gargano surreale. In realtà, la location del film per ragioni produttive è stata la Spagna , che rappresenta degnamente il nostro Gargano. Da apprezzare infine le performance degli attori, tra cui un posto di rilievo ha occupato la nostra concittadina Maria Rosaria Vera, presente sin dall’inizio con la scena fin troppo veristica del “pianto”, calcata dall’espressività della mimica e del corpo, dalla gestualità, oltre che del linguaggio verbale. L’attrice vichese, la cui bravura e versatilità nei vari generi teatrali, in vernacolo come in lingua, già da molto tempo è ben nota a tutti i nostri lettori, in questa sua terza esperienza cinematografica da’ vita ad un’interpretazione veramente memorabile, che impreziosisce tutto il film .
24 mars Cagnano Story di Antonio La Porta, nelle note di Leonarda Crisetti“Cara Dina, …, no, non sono un fantasma. … ti faccio consegnare una copia del mio libretto Cagnano Story, del quale ben conosci l’origine. Spero sia di tuo gradimento tutto, anche la dedica, con la quale (per fare l’originale) strambamente voglio esprimere la mia riconoscenza in te che mi hai creduto sin dal primo momento, senza conoscermiy,”. È Antonio La Porta – che scrive- un signore di altri tempi, l’autore di Cagnano Story, un saggio della storia di Cagnano Varano, edito nel mese di giugno 2008 in Roma, da DG.TAL. “Ho creato questo libretto con fatica ma anche con piacere, perché tutto ciò che riguarda Cagnano ancora mi emoziona”- mi confessa in una bozza datata 22 gennaio 2005. Il contenuto è una sintesi estrapolata da testi di autrici e autori cagnanesi, seguendo l’ordine di pubblicazione delle rispettive opere: Nicola De Monte (Una gemma del Gargano), Leonarda Crisetti (Cagnano Varano, Storia, Costumi, Salute, Società), Francesco Ferrante (Nicola d’Apolito), Leonarda Crisetti (La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare), Maria A. Ferrante (Memorie di guerra dall’idroscalo). “Con un lavoro certosino – dichiara l’autore- di cernita di dati storici e del fior fiore delle notizie riportate nei testi citati in questa pagina, ho ricavato una sintesi di agevole lettura, … . Considerata la destinazione originaria del testo, il lettore troverà molte traduzioni del dialetto cagnanese, ed anche riferimenti personali che non ho voluto eliminare”. Cagnano Story parla, dunque, delle origini del paese, del suo passato feudale, delle famiglie gentilizie, riportando la genealogia di alcune di esse (Sanzone, d’Apolito, Giornetti), di arcipreti e canonici, di chiese, scuola, pretura, carcere, ufficio del registro, poste, confraternite, … . Accenna ai fenomeni storico-sociali della Carboneria e dei Brigantaggio. Indugia su alcune curiosità, luoghi e personaggi. Particolarissimo è il caffè di Paolino, che si è meritato l’appellativo di “caffè delle scienze”. L’opera, motivata dal bisogno di attrarre alla lettura i più giovani, si propone scopi espressamente didascalici: “L’ho scritto - dichiara nelle Note introduttive - perché tutto ciò che riguarda Cagnano ancora mi emoziona, per i miei figli e i miei nipoti per invogliarli (loro che sono e si sentono romani) a conoscere almeno un poco il paese dove affondano le loro radici”. E l'ha fatto con tono deciso, ironico e con vero pathos. Molto interessanti i vissuti locali di personaggi che hanno avuto eco a livello nazionale e internazionale, brevi racconti intercalati tra i quadri sinottici. Storie che consentono al lettore di entrare nel contesto del fascismo e del primo decennio repubblicano, quando Cagnano Varano- paradossalmente- era più moderno di oggi. “Cagnano- scrive La Porta citando N. De Monte- in quest’anno 1950 conta circa ottomila abitanti [più di quanti se ne contano attualmente]. Conserva la stessa ubicazione edilizia, ma alquanto modificata e accresciuta … . Conserva una piazza … abbellita di fiori e di un fontanino costruito nel 1934. … E conserva la Caserma dei carabinieri … . E conserva ancora l’ufficio postale, il telefono, l’attività del passato commercio e le due Confraternite e le tre chiese …; e conserva anche oggi, se non m’inganno, l’antico primato intellettuale, contando fra i suoi figli ben sessantacinque professionisti laureati … .”
Matteo Maria de Monte, readattore capo de Il Messaggero Nel 1956 inviato speciale a Budapest. Tra i personaggi cagnanesi tratteggiati in Cagnano Story di Antonio La Porta, merita attenzione Matteo Maria de Monte, figlio di don Natalino e nipote di padre Nicola, l’autore della ben nota opera “Una gemma del Gargano”. Matteo Maria de Monte nacque a Cagnano Varano nel 1918, fece il giornalista [vedi foto allegata] e morì il 14 gennaio 1984. Leggiamo: “Di circa dieci anni più grande di me. Un ricordo mi circola nella mente con particolare simpatia. Si era alla fine degli anni Trenta; il fascismo voleva la gioventù balda e forte, con la pratica degli sport, e nelle vacanze estive Matteo, con il fratello minore Gaetanino, veniva a fare il lancio del giavellotto e del disco nel recinto nord dell’edificio scolastico, verso la Gabina. Io correvo con piacere a portargli l’attrezzo, una volta lanciato, come fanno i cagnolini … . Faceva fare prove di lancio anche a me, immaginate con quali risultati, con quell’attrezzo più grande di me; ma mi piaceva e lui, ridendo, mi stimolava:- Dai Tonì, forza Tonì … . È stato redattore, e poi caporedattore de ‘Il Messaggero’ di Roma. La sua notorietà è stata grande nell’ottobre 1956, quando fu l’inviato speciale del giornale a Budapest. Il mondo occidentale guardava con apprensione alla rivolta del popolo ungherese contro L’Urss, poi brutalmente repressa dai carri armati di Mosca. Io leggevo, avidamente, tutti i giorni, le sue corrispondenze da Budapest. Quando l’“ordine” fu riportato nel paese dalle truppe del Patti di Varsavia, anche Matteo, come molti giornalisti occidentali, restò bloccato a Budapest, e soltanto l’11 novembre riuscì a tornare in italia.” [cfr. Cagnano Story, p.74]. Cenni biografici Antonio La Porta Antonio La Porta è un signore tenace, molto appassionato alla sua terra, un “tarantolato”. Ha ottantuno anni, ma conserva la curiosità e l’entusiasmo di un bambino. Nasce a Cagnano Varano (Fg) il 28 gennaio 1928. Negli anni del secondo conflitto mondiale frequenta l’istituto tecnico di Foggia. “I bombardamenti, la caduta del fascismo del 1943, l’armistizio dell’8 settembre, lo sfacelo dell’esercito italiano e l’arrivo delle truppe di occupazione anglosassone” sono rimaste indelebili nella sua memoria. “Gli americani- ricorda La porta- trasformarono i dintorni di Foggia in un immenso aeroporto, dal quale, ogni mattina, partivano grandi squadriglie di “fortezze volanti” per andare a bombardare le città della Germania. Alcuni di questi quadrimotori, colpiti dalla contraerea tedesca, caddero sui monti vicini a Cagnano. Gli americani portarono anche grande abbondanza di corned beef (carne in scatola argentina) e sigarette. Gli studenti erano felici di poter acquistare a poco prezzo sulle bancarelle Pal Mal e Lucky Stryke, più micidiali delle droghe di questi tempi”. Il 14 luglio 1947, all’età di diciannove anni e mezzo, fugge di casa, ingannando i genitori, per una romantica ed effimera avventura artistica attraverso l’Italia. Lavora, infatti, per cinque anni con alcune compagnie teatrali, che è cosyretto ad abbandonare per motivi di salute. Dal 1955 risiede a Roma, dove fa il funzionario alla compagnia di Assicurazioni Tirrena e il pubblicista. Negli anni Ottanta e Novanta fa il redattore di cronaca, costumi e varietà del settimanale “Totocorriere”. Attualmente è in pensione. È coniugato con Emilia Grassi salernitana e prossimo alle nozze d’oro. Ha due figli e quattro nipotini per i quali va pazzo: Giacomo e Filippo del figlio Antonello e Linda e Matilde della figlia Mariangela. La lunga lontananza dal paese che lo vede nascere non è sufficiente a cancellare i ricordi legati all’“età più bella”. Anche se trascorre oltre mezzo secolo nella Capitale, Antonio La Porta non riesce, perciò, a recidere i legami con Cagnano e con il Gargano, di cui segue con interesse le vicissitudini anche tramite le pagine del mensile di cultura “Il Gargano nuovo”. 15 février "Ho camminato per sentieri infiniti", commento di Dina Crisetti alle ultime poesie di F. Bocale
“È il libro della maturità- scrive l’autore- di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”
“Ho camminato per sentieri infiniti”, di Francesco Bocale, pp. 110, Tip. Zaffaroni (Co), dic. 2008, una raccolta di poesie, che apre con “Attesa”, scritta nell’ospedale di Saronno, urologia, 7° piano, venerdì 17 novembre 2006, ore 5,35, dove dona amabili cure il dottor …, e chiude con “Alla luce della tua divinità”, ancora a Saronno, ma nel reparto di oncologia, giovedì 13 dicembre 2007, ore 11,20. Settantatrè poesie, scritte nell’arco temporale di un anno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia. “Ho dovuto scrivere queste poesie, devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono. Francesco mi chiede una recensione, invitandomi a “scavare in profondità, nelle sue pieghe più recondite per farne risaltare limpido, chiaro, il messaggio di attaccamento alla vita, di fede in Dio, negli uomini”. Proverò, caro Francesco, ad esaudire le tue richieste, ma non potrò offrirti che qualche riflessione scaturita dalla lettura delle tue poesie, ora cupe ora liete, proprio come il tuo stato d’animo. Comincerò da “Sogno” (pag 44 della raccolta), una poesia di 33 versi [scelta casuale?], a mio avviso significativa, in cui ciascuna persona, che abbia vissuto un rapporto difficile con il proprio corpo, a seguito di malattia devastante, potrà vedersi riflessa. L’autore parla di corpo precipitato in fiume, che “trasporta fetore umano”, di “corpo profanato”, segnato da “solchi che inquietano” l’anima. È stupito e imbarazzato per il nuovo corpo, “coperto di feci e di vergogna”, “diventato una larva”. Lotta, aggrappandosi alla “riva” [alla vita] “per non finire inghiottito”; urla per essere strappato “ai gorghi. Questo uomo, oltre che forte, è ambizioso, concede, perciò, solo “ bambini sarcastici” di schernirlo. È orgoglioso, non vuole che sia umiliato, implora quindi il Signore affinché si riprenda il suo corpo nella sua “interezza”. È anche uomo debole, che piange e rifiuta la condizione provocata dall’infermità. Ed ecco che “uomini pietosi”, i medici dell’ospedale- presumo-, lo strappano alla morte, che “lacrime” generose -amici e familiari- bagnano le sue membra “attingendo acqua con piccolo mestolo”, come fece Giovanni per Gesù nel Giordano, rigenerando il suo corpo. Di fronte al “ cavallo imbizzarrito”[1], la più potente e significativa àncora di salvezza, in ogni caso, rimane il Signore. Ed è a Dio che Francesco si rivolge perché lo sostenga e lo faccia rinascere, glorificandolo con “il sangue della sua passione”, dato che non sopporta la “fragile nullità” del suo essere. Versi dietro ai quali sembra celarsi il senso di inadeguatezza di chi non è più sano; che rinviano allo scenario della società consumistica e edonistica del nostro tempo, fatta di uomini belli e perfetti, dove, chi è malato, purtroppo, resta indietro, sentendosi emarginato, annullato, deprivato persino del corpo. “Io sono sereno, forte, - dice l’autore- non il fragile Francesco, sono una canna che si piega fino a terra a provare sensazioni e sofferenze straordinarie, forti, ma poi si rialza, narrante con un canto di ringraziamento e di stupore per essere rinato”.[2] Una canna che si prostra al volere del vento, dunque, che si rialza, infine, per narrare un canto di ringraziamento. Passaggio interessante, questo, che mi consente di andare alla ricerca di simboli e motivi ricorrenti nella raccolta: il vento, l’acqua, la luce. “Lanterne al vento”, “Britannia”, “Fuga” sono solo alcuni esempi dei testi poetici in cui è presente il tema del vento. Segno di inquietudine, simbolo della sorte, della forza irrazionale contrapposta alla fragilità umana, il vento porta l’uomo dove vuole, senza dargli modo di sapere cosa gli accadrà. “Chissà se verrai a farti luce/ per i miei occhi che non vogliono spegnersi/ come lanterne al vento che impazza”. “Il Tivano che impazza/ e sfilaccia i pensieri agli uomini”, “il vento che scende furioso… /e mi strappa dalle mani ogni cosa, /forse anche la mia fragilità”. “E continuo a fuggire come il vento/stanato dall’inquetudine che morde” (pag. 78). Nella tradizione cristiana, il vento simboleggia lo Spirito Santo, la forza che rigenera. Altro elemento ricorrente è la luce: In Un nuovo cammino (pag. 10) si legge: “Chissà se la notte è passata./ Forse ancora verrà/ col suo cantico di oscurità/ laddove credevo di vedere luce,/ a tendermi un’imboscata”. In Implorazione (pag. 11): “Maria è luminosa e solenne a tracciare la strada agli uomini”. In Risveglio ”… le luci si sono accese alle finestre … . Anche il dolore ritorna a urlare”. In A Giuseppe : “Voleranno gli angeli a portarti in cielo dove il dolore si muta in luce.” In Sia più lieve il mio tempo scrive: “La luna impallidisce/ … silenziosa si eleva la cielo/ a consumarsi in un abbraccio di luce”. “Illumina… / la mia anima con l’ultimo tuo sospiro,/ perchè sia più lieve il mio tempo /soffocato dal buio della croce”. Luce, che nella tradizione cristiana- sottesa in tutta l’opera-, è simbolo di Dio, della speranza che accompagna l’uomo. In Già vedo la luce leggiamo: “Com’è vile il cuore umano/ sempre pronto a stendere il pollice verso, quando non sa farsi artefice di un dono che tarda a venire! Già vedo la luce dell’alba [del nuovo anno] aprirsi sui miei occhi ormai senza olio. La mia casa è un deserto/come potrò darti accoglienza?- si legge in Alla luce della tua divinità- dove l'autore- pur bisognoso dei “vagiti di misericordia”, essendo la sua anima offuscata, teme che non potrà vedere la Luce di Cristo. Anche il tema dell’acqua è presente in molte poesie, richiamato attraverso le scene delle lacrime (“Mi sono spogliato, mostrando le mie ferite/ e piangevo su quei solchi/ che inquietano l’anima mia.// E tutti versavano lacrime/ e mi bagnavano le membra…/, “di padre … che piange”, “Domani lascerò questa Terra vinto dalla solitudine/ che si è mutata in malinconia e pianto”). Tema ripreso nell'immagine del fiume (l’immobilità del Lario), dei paesaggi (“le case affacciate all’acqua”, “l’acqua nella piscina è luccichio perpetuo”, “I gabbiani ghignano a filo d’acqua”). L’acqua ha un significato speciale per i cristiani: è simbolo del battesimo, del rinascere a nuova vita. Luce, olio, lanterna, croce, … immagini dell’angoscia, del precipitare, del bisogno di mani pietose, di idee speranzose: sembra qui la chiave di tutta la produzione di Francesco Bocale. Prima di chiudere queste note di commento vorrei sostare su “Sentieri infiniti”, la poesia che dà il titolo alla raccolta, conferendole finalmente un tono gioioso, alleviandola dalla cupezza che attraversa quasi tutti i brani. Un componimento di 17 versi, che ricorre a suoni e a immagini, per esprimere il motivo del canto. Canto che nel primo verso si fa “voce”, nel quinto “sgorga dalle labbra”, nel nono “gorgoglia dalla bocca”, nel dodicesimo si colora di “melodia” e si esprime nella “visione di donna” possente, dagli occhi smarriti, che fanno vibrare le sue stanche membra. Canto che, nell’ultimo verso, stupisce, per narrare le meraviglie dell’infinito. Pare di leggere la la storia della sua vita che si snoda principalmente tra la terra garganica e quella del comasco, passando attraverso l'esperienza del seminario. In altri lavori[3] ho già evidenziato l’amore profondo e nostalgico verso la sua terra garganica, a cui Francesco Bocale resta ancorato, quando è costretto a sradicarsi, senza tuttavia restare impedito, impegnato a tessere nuovi rapporti nella nuova città di residenza. Sono vivi, indelebili, comunque, i ricordi dell’infanzia, i taralli morbili, la “pizza negata”, il vino buono, la mamma lontana, il papà che non è più, gli ulivi, il Varano, i “pettegolezzi” dei cagnanesi, le passeggiate sulla “coppa”, … . “Ho camminato per sentieri infiniti”- dice l’autore … “per venire a incontrarti nella pianura/ dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia”, la piana della Lombardia, dove ha conosciuto sua moglie e ha continuato a condividere le sue esperienze di vita insieme ai figli. La “voce” che accompagna il peregrinare di Francesco, ad un certo punto assume sembianze“di donna”, regalo venuto dal cielo, presenza forte, capace di incuorargli fiducia, che merita, perciò, tutta la sua gratitudine. A primo acchitto sembrerebbe che questa donna sia sua moglie, Maria Grazia. Ad una lettura più profonda pare, invece, che questa visione non sia da configurare in una donna in carne ed ossa, ma in Madre Natura, che disvela il mistero del divino. Storia di uomo e di donna si fonderebbero, dunque, infine, in una sorta di sentimento panico, che esprime il contatto dell’autore con tutto l’universo. In “Rinsavimento”, Francesco Bocale si denuda: “Credevo di essere un gigante/ delirante di onnipotenza/ e mi sono scoperto fuscello/ spazzato dall tempesta.// Credevo di essere fiamma/ che rischiara l’oscurità della terra/ e mi sono trovato lanterna senz’olio.// Credevo di essere barca/ che non teme di solcare/ il mare aperto della vita/ e mi sono sentito tronco/ di legno alla deriva.// Credevo di essere vaso d’argento/ che non teme l’invidia del tempo/ ed ora sono frammento/ inutile d’argilla.// Quanti castelli avevo costruito,/ Signore delle cose e della vita./ Ora, sono ai tuoi piedi/ con la mia infinita nudità/ perché tu mi avvolga di misericordia/e mi tracci un sentiero di umiltà.// ( pag 26 della raccolta). Testo da cui emerge il peso e le difficoltà della vita di un uomo, angosciato dalla malattia che accelera il tempo già breve degli umani, l’uomo nudo che chiede di essere avvolto dal manto della misericordia divina. Un uomo che sente il bisogno di palesare la sua nudità, sviscerando agli altri il suo dolore, probabimente anche con l’intento di dimostrare di essere vicino ad altri sofferenti, e, forse, per invitare chi sta bene ad apprezzare la vita che è fragile e breve. Come non condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni? Chi non prova emozioni forti di fronte a questo io narrante esuberante? E siccome penso che ciascuno di noi abbia annuito dentro di sé, in modo affermativo, ritenendo che la poesia sia il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, essendo egli riuscito a trovare forme, simboli e segni linguistici adeguati, credo di poter dire che Francesco ancora una volta abbia dato prova di essere poeta.
Francesco ci ha lasciati il giorno 15 febbraio 2009 alle ore 7.00 in Saronno.
[1] È così che descrive il suo male (telefonata di lunedi 4 febbraio 2009). Come cavallo imbizzarrito pare si sia sparso dappertutto. Sono in attesa di un farmaco che purtroppo ancora non riesco ad avere. Si lamenta per i tempi lunghi della burocrazia ospedaliera:- Ma cosa aspettano che la gente muoia? [2] Saronno, 29 gennaio, 0.9, 1,42; Missiva di Francesco Bocale a Leonarda Crisetti [3] Presentazione di Misura dei miei passi, recensione, Quando la cipolla fece piangere il padrone e di Quando il silenzio si fa poesia. 21 juillet Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis
Grazia e Michele Galante Levante editori- Bari, 2006
Presentato il 12 maggio 2006 nella sontuosa sala Biblioteca comunale il Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, di Grazia e Michele Galante, Levante editori- Bari, con prefazione di Tullio De Mauro e postazione di Joseph Tusiani. Un dizionario molto atteso, con oltre 200 mila lemmi, disposti in ordine alfabetico, senza tuttavia ridursi ad un arido elenco- precisa il coordinatore, dirigente scolastico Michele Coco- dato che di ogni parola si danno esempi d’uso tratti da proverbi, canti popolari, narrazioni. Contiene etimi di vocaboli, riferimenti alle lingue classiche e moderne, sinonimi e contrari, aggettivi nei vari gradi, verbi nelle diverse forme … . Dizionario arricchito da tavole tematiche: dall’abbigliamento ad ogni altro aspetto della vita culturale. Testo voluminoso alleggerito dai disegni di Nardella, strumento di conoscenza delle proprie radici, della storia sammarchese e garganica”. Opera “ponderosa”, che Sergio Mazzia - commissario straordinario della città di san Marco in Lamis - si è onorato di presentare e che mostra l’interesse e l’amore dei fratelli Galante per la propria terra. Molto interessante il contributo di Emanuela Piemontese, ordinario di glottolinguistica, didattica della lingua e sociolinguistica de La Sapienza di Roma che incentra il suo intervento sulla “corposità”, sulla “mole”, sulla “ponderosità”, sulla fatica dell’opera e sulla conseguente complessità, soprattutto a livello tecnico, inerente la compilazione di un dizionario della lingua dialettale. Difficoltà riguardanti il criterio di scelta e di accesso alle fonti, che- nel caso del dialetto- sono, in genere, scarse e di tipo orale; difficoltà di classificare le parole che assumono sensi diversi, a seconda del contesto e della cultura; difficoltà di trascriverle; difficoltà di distinguere parole autoctone e prestiti; difficoltà connesse alla storica e complessa Questione della lingua, che ha visto contrapporsi due scuole di pensiero. Accenna quindi alla politica linguistica vincente nelle aule scolastiche e accademiche, alla teoria manzoniana che- tradendo le intenzioni dell’autore di Promessi Sposi- ha ritenuto i dialetti mala erba da estirpare. Recupera la teoria, meno nota al gran pubblico, di Isaia Ascoli, secondo la quale il successo dell’italiano non poteva ritenersi disgiunto dalla crescita del “commercio umano”. Se, dal punto di vista della politica scolastica, hanno vinto i manzoniani- continua la prof.ssa - dal punto di vista storico è risultata più corretta la posizione di Ascoli, per cui oggi, anche grazie ai mass media, la percentuale delle persone che parla l’‘italiano è salita dal 2% al 96 %, anche se un buon 40% ha molta familiarità con il dialetto. Un secolo dopo, seguendo la teoria dei manzoniani e penalizzando chiunque si esprimesse in dialetto, don Milani poté affermare che la scuola è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati, bocciando dalla scuola di tutti chi non conosceva l’italiano. Né si può cancellare dalla memoria l’esasperazione della stigmatizzazione del dialetto operata dalla storia linguistica, dimenticando che intere generazioni hanno dovuto lottare, sentirsi persino in colpa, nel parlare in dialetto. Negli anni Sessanta del secolo scorso si è assistito, infatti, al mimetismo linguistico dei nostri immigrati, i quali a Milano e a Torino sono stati costretti a dimenticare insieme al proprio dialetto, le proprie radici, vivendo da sradicati e provando vergogna verso la prima lingua madre. Oggi si assiste invece in tutta la Puglia al recupero del dialetto, dato che non contrassegna più lo status simbol del cafone, restituendogli quella dignità che si riconosce ad ogni lingua. Un apprezzamento che, però, non può venire senza la conoscenza dell’italiano. Già Gramsci esorta, perciò, la moglie ad insegnare ai propri figli – oltre al dialetto- l’italiano, in modo ciascun cittadino abbia la possibilità di sentirsi dentro la situazione, percependo la sensazione di trovarsi al posto giusto, attraverso la comunicazione. Il dizionario di Grazia e Michele Galante è quindi un buon punto di partenza, che ha dovuto affrontare tutte queste difficoltà, e che può essere migliorato. Alla corposità del dizionario presentato, si aggancia il grande Joseph Tusiani, che si è premurato di esportare il dialetto garganico anche oltre oceano- il quale, per contro, partecipa al folto pubblico che gremisce la sala- il suo dialetto “limitato” oltre che “americanizzato, insegnatogli da sua madre. Un dialetto che sa di “sarta”, dal momento che sua madre faceva la sartina, e che comprende, pertanto, termini come fròffecia, fruffecìccchia e pertose. La cune che colmerà con questo dizionario, “un libro – confessa l’autore- che spiega me a me stesso”. Commovente e rilevante sul piano pedagogico la chiusa di Tusiani, il quale si augura che il Dizionario di Grazia e Michele Galante possa dare origine in famiglia ad un gioco o passatempo linguistico: “Addevine che gghiène lu strengeture? Addevine che gghiène lu cannepeddare? Addevine che gghiène lu… , e così via, per una mezz’oretta o solo per cinque minuti al giorno. Anche l’occhio ha diritto ad un poco di riposo, dopo ore ed ore di Tv. …. E mo nun parle cchìù”. Quando il silenzio si fa poesiaRecensione Leonarda Crisetti (16.11.2005 ) Sul fenomeno religioso, su questo sentimento universale, per il fatto che tocca proprio tutti i cittadini del mondo, e particolare, per le differenti forme di culto e ritualità, sulla riscoperta sempre nuova di Dio creatore dell’Universo, s’incentra l’ultima pubblicazione di Francesco Bocale, dal titolo invitante e provocatorio Quando il silenzio si fa poesia, ed.GR, SRL- Besana in Brianza (MI). Poesie che tracciano il percorso degli ultimi quattro anni di vita dell’autore, che vedono Francesco impegnato nella riscoperta di significati, di un nuovo modo di esistere, nella ricerca di quel senso che può rinvenirsi solo in Dio. Ricerca agevolata dal dolce sostare nel silenzio della contemplazione dei monasteri benedettini della Brianza e, soprattutto, dalla capacità di porsi in ascolto, di veicolare il silenzio attraverso versi ben curati. La preghiera si scioglie nel canto, inno di gratitudine, grido d’aiuto, stupore di bambino- dichiara Francesco Bocale nelle poche note introduttive. Nella cornice dei monasteri benedettini, voluti in luoghi appartati e silenziosi, un tempo impervi e abbandonati, per insegnare l’amore per l’ulivo e per la vite, per pregare e contemplare la misericordia di Dio, Francesco Bocale sente alitare forte la presenza del Creatore e la restituisce con versi conditi di metafore, personificazioni, parole scelte con cura: lasciami piantare la mia tenda/ al riparo della Tua misericordia/ perché la mia anima è affamata di te. [Dolcezza di padre]; Fammi volare nel tuo cielo [Al Lui], Fammi ascoltare la Tua voce, Signore,/ parlami nel cuore del mio sonno/ [La Tua voce] … . Un silenzio interrotto dal concerto dei galli che gareggiano per svegliare l’alba e vestirla d’argento, dei passeri col vociare gioioso, delle cince mattiniere che danzano sui tetti, delle ghiandaie che starnazzano eccitate … . Contesto dove il buio e lungo silenzio della notte s’illumina col chiarore della luna e delle stelle, alternandosi ai colori mai accesi, dell’alba e del tramonto. Un ambiente di trame fatte di marcite, di papaveri e pioppi, ma soprattutto del dolore mai spento provocato dalla lontananza, che vuole il figlio separato dalla madre sola nel suo paese natio. Lo sfondo della solitudine, della sofferenza, della fragilità e della spiritualità e della gioia: i temi cari a Francesco Bocale, i temi dell’esistenza, che orientano l’uomo verso Dio. Dopo il processo di secolarizzazione, avviato con la modernizzazione, accade di assistere soprattutto nel mondo occidentale alla recente presenza di un nuovo fervore religioso, alla riappropriazione dei valori della tradizione cristiana, che rappresentano un sostegno soprattutto in periodi - come il nostro – in cui si accentua la fragilità umana, a causa della precarietà, dell’incertezza e dei rapidi mutamenti. Temi ben rappresentati nella produzione poetica di Francesco Bocale, che sa porsi nella non facile posizione di ascolto.
Sarò pellegrino
Sarò pellegrino Perché, Signore, hai deciso di partire, di portarti lontano gli uomini di questa abbazia, come pastore che cerca pascoli per le sue pecore che bramano altura? Dove andrò a cercare riparo Quando questo luogo Sarà dimora Di chi non cammina con te? Chi potrà dare conforto All’urlo del mio silenzio? Non mi smarrirò nel buio della tristezza, indosserò una veste nuova, stringerò ai piedi robusti calzari e sarò pellegrino sull’irta strada che mi guiderà fino a Te. Francesco Bocale, Vertemate, domenica 19.06.05
Cenni biografici del poeta narratore: Francesco Bocale nasce a Cagnano Varano il 1954, oggi insegna a Turate, provincia di Como. Nel 1995 pubblica Infanzia, giorno beato, opera in prosa in cui canta con un certo pudore l’amore nostalgico per Cagnano Varano, luogo della memoria; il 2001 Misura dei miei passi,, raccolta di poesie autobiografiche, incentrate sul tema amoroso. L'anima e la spadaLeonarda Crisetti, Recensione del 26 gennaio 2006.
L’anima e la spadaMaria Antonia FerranteEdizioni del Rosone
Dopo San Michele tra luce e ombra (1991) e Memorie di Guerra dall’Idroscalo (2002), nonché molti articoli storico, psicologico- culturale, Maria Antonia Ferrante torna a tessere il dialogo con i lettori con questo nuovo libro intestato L’anima e la spada, edito in veste sobria ed elegante dal Rosone. Un lavoro di ricerca storica, corredato da fonti, utilmente interrogate, interrelate, sì da sviluppare quella narratio, che si sviluppa intorno ai due personaggi principali, evocate dalle metafore espresse dal titolo, attraverso le caratteristiche che maggiormente li rappresentano. L’intuizione, la conoscenza dell’animo umano, le capacità ideative, critiche e introspettive soccorrono, inoltre, l’autrice in questo lavoro di ricostruzione storica, costruendo intrecci e vicende, animandole, attraverso le azioni, le soste sui luoghi e sui paesaggi, indugiando sui pensieri dei protagonisti. Uno scenario intricato di eventi si dispiega davanti agli occhi del lettore, riconducendolo in un’epoca storica definita, a torto, oscurantista, tra prima e seconda metà dell’XI secolo, allorché la Chiesa è impegnata a ridefinire i suoi rapporti con il trono, avvalendosi dell’opera di vaste comunità monastiche, non senza avvertire i conflitti originati da un lato, dall’esigenza di riforma, che chiede agli uomini di Dio di ritornare alla povertà e semplicità evangelica, e, dall’altro, dalle pressioni di quel potere temporale, che li impegnava a lasciare traccia di sé attraverso la conquista di terre, castelli e cattedrali, adoperando gli strumenti delle indulgenze, del nepotismo e di ogni tipo di corruzione. Sentimenti contrastanti ed elementi di contesto, efficacemente rappresentati dalla narratrice nei protagonisti, Desiderio e Roberto il Guiscardo, contraddizioni compresenti in ciascuno di essi, come in ogni uomo, perennemente dibattuto tra essere e non essere. Il dissidio dell’anima è interpretato da Desiderio, sin dalle prime battute, allorché l’autrice, descrivendo l’aspetto fisico del futuro monaco destinato al soglio pontificio, lo definisce piacevole ed esile, gli conferisce quegli occhi malinconici e quei lineamenti delicati, tipici di coloro che già in giovane età si votano alla vita ascetica. Questo giovane longobardo, battezzato Dauferio, è inquieto e ribelle sin dall’adolescenza, dilaniato dai sensi di colpa che insorgono, ad esempio, allorché egli si sottrae alla presenza dei genitori e soprattutto ai loro disegni, che lo vogliono sposato, preferendo la compagnia di anacoreti. Parafrasando il linguaggio freudiano- non estraneo alla narratrice psicoterapeuta- potremmo sostenere che l’Anima di Desiderio soffre di quel conflitto che insorge tra le richieste sempre più forti di un Super ego, che lo vogliono rispettoso delle regole benedettine della preghiera e del lavoro, e le spinte dell’Es, che lo vedono attaccato alle cose mondane: la gloria e l’attrazione per il bello (arte bizantina in particolare). L’anima si dibatte, pertanto, tra umiltà e presunzione, vita attiva e contemplativa. Rivedendo la sua immagine affrescata sulle pareti di Sant’Angelo in Formis, desiderio pensa, perciò, con sgomento:- Troppo sontuoso è il mio abbigliamento.[ …] Troppo grande è l’immagine che mi rappresenta! Ho peccato ancora una volta, d’orgoglio e d’immodestia. Vicende e tematiche che portano alla luce i dilemmi di sempre: l’essere, l’apparire, la frenesia del tempo mondano, che ruba spazio all’anima – commenta l’autrice. Inquietudini, agitazioni e azioni del narrare calcate puntualmente dal vento, simbolo di ………... Se l’ anima del romanzo caratterizza principalmente il personaggio di Desidero, la spada ben si addice a Roberto, figlio di Tancredi d’Altavilla, che a causa della sua astuzia si è meritato l’appellativo di Guiscardo. Volitivo e tenace, crudele e spietato, pio e devoto, scomunicato e deferente verso la chiesa, devoto all’Arcangelo guerriero e dissacratore, il conte normanno rappresenta l’altra realtà della storia dell’XI secolo, che vede il Mezzogiorno terra contesa tra papato, longobardi, bizantini e normanni. Grazie a Roberto il Guiscardo, gli uomini del nord da mercenari diventano nuovi padroni del Sud. A quest’uomo, dai folti capelli, che si confondono con gli altrettanto lunghi baffi e con la barba, dipinto dalla narratrice come furia, vento che non s’arresta, acqua che travolge, fulmine che incenerisce, dato che non risparmia punizioni ai vinti, a questo condottiero al contempo generoso, magnanimo e sottomesso, afferisce, pertanto, la metafora della spada. E mentre il Guiscardo annette città alla sua corona, elargisce doni alla chiesa, per tranquillizzare la coscienza, pensando di redimere in questo modo le sue malefatte. Un personaggio dalle due anime, proprio come quelle di Desiderio, che è pertanto da lui affascinato, rappresentando il suo alter ego. Due vite parallele, segnate dalle azioni dei protagonisti: accade perciò che nello stesso tempo in cui Desiderio è impegnato a ricostruire chiese, basiliche e monasteri, Roberto s’impossessa dell’intera Puglia, ponte per Costantinopoli, nutrendo l’ambito progetto di impadronirsi di Bisanzio. Il primo impegnato ad edificare-commenta l’autrice- e l’altro a distruggere. Indugia la penna dell’autrice nel delineare i tratti dell’astuto dagli occhi azzurri che, oltre ad essere abile condottiero, si abbandona ai piaceri del cibo e del vino - specie a seguito di una difficile impresa. Vizi smodati, tollerati dalla consorte del normanno, la bella giovane Silchegaida, sua seconda moglie che darà alla luce una numerosa figliolanza. La forte personalità del conte che, tuttavia, non regge se messa a confronto con quella espressa dalla bella, devota, fiera e coraggiosa, colta, decisa, lungimirante Silchegaida, la quale entra in scena insieme al suo futuro sposo, ad un terzo della narrazione, restando in primo piano pressoché fino alla fine del racconto, insieme all’erede d’Altavilla e all’abate Desiderio. Questa donna, cui l’autrice dedica ampio spazio, contravvenendo alle costumanze del tempo- data la posizione decisamente subalterna della figura femminile anche nella cultura longobarda- viene annunciata attraverso le parole di Alfano, amico e confidente di Desiderio, il quale aggiunge che si è formata alla scuola salernitana di medicina ed è un’autentica longobarda. Singolare e anticonformista, questa donna è sempre a fianco al suo consorte, soprattutto dopo il concilio di Melfi, dove al conte normanno viene conferito il titolo di duca di Puglia, di Calabria e Sicilia. Moglie generosa e madre premurosa oltre che orgogliosa dei figli, che ama amorevolmente e che fa istruire, trasmettendo nelle donne la raffinatezza dei modi, l’amore per la musica e per le arti nobili, aiutata da dame di prestigio, salernitane, di ascendenza longobarda, nei maschi il culto delle armi. Donna che alla ragione unisce l’intuito e la sensibilità femminile, risultando vincente anche nel momento in cui svolge i ruoli di stratega e soldato, dovendo pianificare e sostenere gli attacchi. Donna colta che informa puntualmente i soldati e soprattutto il Guiscardo ad ogni attacco, mostrando carte e leggendo notizie storiche dalle pergamene di suo padre, il conte Gisulfo. Donna coraggiosa e razionale, prudente e saggia soprattutto nei momenti difficili, a fronte di un marito impulsivo e rude. Sulla via di Costantinopoli, quando tutto è pressoché perduto, Sichelgaita interviene dicendo: -E’ bene, mio consorte, conservare la calma e agire con prudenza…Dobbiamo… dobbiamo … . Donna che, come ogni essere umano, è assalita talvolta dal dubbio: al matrimonio delle figlie Sibilla e Matilde ha infatti un attimo di smarrimento, allorché affiorano, da dove li aveva ricacciati, i dolori provati per il padre e i fratelli uccisi per mano del marito, le atrocità commesse nelle guerre di conquista e il sangue versato dai salernitani, i sensi di colpa per le figlie andate a nozze per volontà paterna. Sentimenti che prontamente allontana da sé, perché sa che non è saggio rimuginare sul passato e che bisogna andare avanti, facendo riemergere la valchiria, la duchessa del più scaltro e spietato protagonista della seconda metà dell’XI secolo. Personaggio interessante, quello di Sichelgaita, proteso a cancellare gli stereotipi di genere, che attribuiscono tutt’oggi alla donna intuito, dolcezza, passività e seduzione, destinando all’uomo razionalità, forza, capacità decisionali e pianificatorie. Attorno ai protagonisti, si muovono altri personaggi: papi, duchi, monaci, tutti importanti e che hanno lasciato traccia di sé nella storia. Tra essi emergono Alfano, il monaco consigliere, amico di Desiderio rimasto fedele ai Longobardi, e Ildebrando da Soana, l’energico Gregorio VII, il papa accentratore, impegnato nella riforma della chiesa. I viaggi di Desiderio, mediatore e diplomatico che dirige le mosse della sua politica dalla sede di Montecassino, conducono il lettore anche in terra Garganica. La storia narrata, che si dipana per un cinquantennio a partire dal 1027, s’intreccia perciò con le vicende del monastero di Santa Maria di Tremiti, dipendenza cassinense, dove Desiderio effettua tre viaggi, occasioni colte dalla narratrice per fornire al lettore notizie storiche, ma soprattutto per invitarlo a guardarsi intorno, al fine di poter ascoltare voci e suoni, di ammirare i colori, di gustare i sapori. Quella cui M. A. Ferrante fa riferimento nell’opera è l’età aurea di Montecassino, che si arricchisce di opere d’arte, chiese e celle, che impingua il suo patrimonio tramite ogni genere di donazione. Tempo in cui prosperano sia le città costiere e sia quelle dell’entroterra, epoca in cui si attivano i commerci grazie al pescato dei laghi di Lesina e Varano, alle produzioni della vite, del grano e dell’ulivo sostenute dai monaci, agli scambi con l’Oriente, da cui giungono tappeti e stoffe. La cornice storica si snoda, quindi, tra le conquiste normanne, il concilio dei vescovi, il tentativo di conquistare Bisanzio, la politica temporale della chiesa e la riforma. L’ansia di ricostruire la basilica di San Benedetto, tra i tanti progetti di Desiderio, rappresenta, tuttavia, quello che non fa dormire l’abate, progetto che realizza infine con le elargizioni del Guiscardo. L’autrice, indugiando sui costumi, sui cerimoniali di corte e religiosi, sulle strutture difensive, sui templi religiosi e sui castelli, sull’educazione di figli, sugli eventi mondani e sul tempo libero [caccia, banchetti, danze, giochi a dado, a tric-trac… ] offre, infine, al lettore la possibilità di ricostruire un quadro composito delle vicende narrate. Uno spaccato della società del tempo attendibile storicamente per l’autorevolezza delle fonti impiegate, ma anche un piacevole racconto, reso agevole dalla capacità fabulatrice di Maria Antonia Ferrante, dalle introspezioni psicologiche, volte a scavare nelle pieghe più recondite dell’animo umano, ricostruzione di cui vale la pena di appropriarsi per condividere eventi ed emozioni. 15 juillet Traduzioni e sussurri dell’esserci, Leonarda Crisetti
Traduzioni e sussurri dell’esserci di Vincenzo Campobasso Blu di Prussia nel 2001
Alcuni anni or sono, mi è pervenuto un opuscolo dal titolo che evoca significati filosofici esistenziali, Traduzioni e sussurri dell’esserci, di impronta heideggeriana, accompagnato da un interessante saggio critico di Antonio Bonchino. Non è un trattato filosofico, ma un insieme di miniliriche edito dalla Blu di Prussia nel 2001. L’opera contiene infatti circa cento brevi poesie di Vincenzo Campobasso, nato a Cagnano Varano nel 1938 e residente a San Giovanni Rotondo. Si tratta di una poesia particolare, un sentiero poco esplorato dagli occidentali che, presi dalla macchina della produzione, non hanno più tempo e forse neanche la voglia di sostare e osservare la natura, cogliendo quelle corrispondences che rievocano i nomi di Baudelaire e di Mallarmé. Avviciniamoci a questi haiku e cerchiamo di conoscerli meglio. Le miniliriche, i “dettagli” di Campobasso sono evocatori di un tutto, un cosmo – per dirla con Bonchino – “che è un universo di strutture complesse ma belle e preziose”. Caratteristica degli haijin, i compositori di haiku, è “parlare per brevi sentenze bizzarre e un po’ sconnesse tra loro, scandite peraltro da un metro inusuale”. Così sono le miniliriche di Campobasso. In esse predomina l’esserci, l’essere dell’uomo nel mondo con gli altri esseri animati: vegetali, animali e umani, con tutta la fragilità e la precarietò di questo essere nel mondo. L’uomo nel mondo sembra avere smarritoi la propria identità: “Prima era il caso,/ poi venne l’universo./ Ma noi – chi siamo?”; pare abbia perso ogni certezza, tranne quella della morte: “Scotta l’asfalto,/ incauto serpe annaspa,/ verso la morte!” In un mondo sempre più governato dalle leggi economiche, dal profitto e dal successo, in un mondo dove non c’è posto per prendersi cura… per coltivare l’amicizia, l’amore autentico e la solidarietà disinteressata, in un mondo senza senso, gli haiku dei poeti, quelli di Campobasso, possono essere di aiuto nella ricerca del senso dell’essere, un senso riposto nelle piccole cose, che hanno bisogno della nostra attenzione per essere viste e ascoltate. Traduzioni e sussurri dell’esserci, tradotte ad esempio con questi versi: “Ancora un’alba:/ importa se poi piove/ o splende il sole?”, per sottolineare l’importanza di “esserci”, un essere con la natura e con gli umani percepito attraverso il frusciare delle foglie: “Frusciar di foglie/ nel bosco silenzioso:/ solo non sono”, un’esistenza minacciata dalla violenza e dalla guerra: “Fanciulli inermi/ falciati dalla guerra./ Perché son nati?, dove comunque non cessa la speranza di pace: “Tace per ora, la bocca del cannone:/ forse à la pace”: Un’esistenza breve, fugace: “L’estate vola…/ Anche l’inverno vola./ La vita è breve”: non senza qualche attimo di felicità intensa da gustare fino in fondo: “Pieno di vita/ mi sento e pien d’amore./ Sto traboccando”. Un’esistenza confortata nda momenti d’intimità: “E’ l’imbrunire./ Due passeri insistono/ a trastullarsi”. L’opera è pervasa dal tema della natura, una natura di cui il poeta coglie e traduce eventi, porgendoli al lettore che rivive le sensazioni provate dall’autore. Di effetto le figure retoriche e le tecniche inguistiche adottate: la scelta delle parole, gli accostamenti, le analogie, le personificazioni, le metafore, gli enjambments, i suoni e i colori che restituiscono immagini cariche di lirismo e di classicità. Senza parlare della pacata e mai espressamente manifestata filosofia della vita sottesa ai versi. Tutto ciò rende questi haiku preziosi, orientati ad additare un senso dell’essere nel mondo che, proprio perché contingente, precario e fugace, deve spingere l’uomo a non perdere fiducia nella giustizia che prima o poi si realizza. Infatti, “Talvolta all’alba/ più spesso verso sera/ il giusto vince” , anche se bisogna essere circospetti e mai completamente fiduciosi, perché “Spiegate l’ali/ immobile nell’aria/ il falco scruta”.Per rendere la vita vivibile occorre coltivare sentimenti di cordialità, di empatia nei riguardi di altre creature viventi e andare incontro all’altro, così come sembrano suggerire i versi “Il merlo fischia,/ la merla gli risponde/ il bosco – tace”. E’ necessarioimparare a “vivere con” la natura preservandola dall’inquinamento: “Boccheggia pesce/ sulla battigia. Muore./ Avvelenato!”; imparare a non strumentalizzare glianimali per il proprio divertimento: “Non amo il circo,/ il palio, la corrida./ Amo le bestie. Per questo profuso tema della natura, le miniliriche di Campobasso potrebbero a ragione entrare nel filone dell’ecologia profonda, dove la natura non è contemplata solamente, non è vista nel mero senso estetico come luogo di evasione, per fuggire il caos della civiltà urbana, ma in quanto degna di rispetto quanto l’uomo: dal suo modello, l’esserci, l’essere dell’uomo nel mondo e quindi l’uomo, che è intenzionalità e progetto, può ancora apprendere molto. Parafrasando Heidegger, diremo infine che nell’ascolto della voca dell’essere, che parla attraverso la poesia, è riposta l’essenza storica dell’uomo.
10 juillet Dall’aurora al tramonto, recensione di Leonarda Crisettiun romanzo di Domenico Di Miscia tip. Lauriola 2002 Da diversi anni è in edicola l’ultima produzione di Domenico Di Miscia, un autodidatta in possesso della sola quinta elementare, che continua a sorprendere. L’autore nasce a Cagnano Varano nel 1935, ove risiede tuttora. La sua versatilità e sensibilità lo stimolano continuamente, ed ecco che nel 1977 pubblica Briciole di verità, una raccolta di poesie, nel 1997 si ripropone con Sotto la maschera, racconti di vita vissuta, nel 2002 con Dall’aurora al tramonto, un romanzo in prosa, intercalato da versi. Scritto di getto, frutto d’improvvisa folgorazione: “in certi giorni mi prendeva una certa frenesia, non mi riusciva di staccarmi dalle pagine, finché non ero riuscito a liberarmi dei pensieri e delle sensazioni che agitavano la mia mente”. L’opera potrebbe essere suddivisa in due macrosequenze, che sviluppano principalmente i temi della guerra, del lavoro e dell’amore. Il romanzo si snoda, perciò, rievocando le vicende spesso drammatiche del secondo conflitto mondiale, stemperate dall’umorismo e dal fondamentale ottimismo del protagonista. Interessanti le considerazioni sulla relatività e sella caducità delle cose, sul tempo che fugge, evidenti anche quando l’autore si sofferma sulla naia: “l’adulto, se potesse, si aggrapperebbe al tempo inchiodandolo in modo da non lasciarsi sfuggire quel poco rimasto a disposizione, i soldati invece come carcerati vorrebbero che il tempo volasse più del vento, per tornare più presto alle loro case”. Col dispiegarsi delle vicende, si amplia lo spazio del protagonista, passando da Cagnano, alla Laguna di Varano, al distretto di Foggia, alla Libia, lungo la costa Adriatica …, inseguito dai pericoli e dalle tristi condizioni originate dalla guerra. L’opera chiude con note che ripropongono la metafora che dà il titolo al romanzo”Dall’aurora al tramonto”, appunto, in cui lo scrittore riflette sugli stadi della vita con riuscite analogie, interessanti similitudini e traslati. Eccola: Con l’aurora spunta al vita Come nei prati la margherita. La fanciullezza, una bella età, Come i puledri in libertà. La gioventù forte spensierata Supera ostacoli montagne vallate. Arrivano i problemi con l’età matura Come vuole madre natura. Con moglie e figli il cerchio si serraLa vita è più dura diventa una guerra. Ormai già nonno col nipotino Il piccolo al grande annuncia il declino. Perde l’udito, i capelli, un dente Segno che è giunto nell’età cadente. Dolente curvo quasi rotondo Malinconico silente aspetta il tramonto”.
Con la vecchiaia si chiude, dunque, il cerchio e insieme il lungo viaggio del nostro Michele, il protagonista del romanzo, un uomo nel complesso razionale e in grado di self controll, ma che messo alle strette tira fuori “quel guerriero che è in lui”. Certo con gli occhi di oggi non concederemmo a Michele di gestire-dominare il rapporto amoroso, forse non condivideremmo la sua visione romantica e medievistica della donna, una donna madre, moglie, amante dolce e paziente, regina della casa, intenta a recitare il suo ruolo, una donna, per dirla con l’autore “che non tenti di superarmi o di alzare la voce”. Leggendo il romanzo il lettore troverà pagine che invitano alla rettitudine, all’onestà, alla solidarietà, al rispetto per l’anziano e per le “culture altre”. Potrà riflettere sulla realtà della vita, sul destino, sulla religiosità e soddisfare altre curiosità, partecipando della memoria storica della civiltà contadina soppiantata dalla modernità. Chi legge potrà rinvenire, inoltre, pagine soffuse d’ironia e d’umorismo negli aneddoti recuperati; pagine intrise di crudo realismo, ad esempio nella descrizione delle automutilazioni dei militi per evitare il fronte, o in quella delle maglie dei soldati infestate da pidocchi “indispettiti”; nella descrizione dell’operazione in Montenegro, ove si legge: “le gazze davano un aiuto al ritrovamento del cadavere, perciò infliggevano l’ultimo sfregio, cavando per primi gli occhi e dopo beccando la parte del corpo scoperta dai vestiti”… Il libro è interessante anche per le analogie, le similitudini, le onomatopee e le personificazioni cui lo scrittore fa ricorso: per tutte la sequenza della mamma che va incontro al figlio che torna dalla guerra: “incredula e piangendo di gioia, si strinse al petto il suo Michele, se fosse stato un canguro, in quel momento lo avrebbe rimesso nella sua sacca” e quella delle donne del rione Palladino, le quali erano attente al fischio del treno, per vedere giungere i soldati e, “appena ne scorgevano uno, volavano come colombe per portare la buona nuova ai familiari”. 10 avril Atti del Convegno nazionale sulla “Formazione umana e culturale di Pietro Giannone”
a cura di Giuseppe De Matteis, Edizioni “Centro Grafico Francescano” Foggia 2007
Recensione di LEONARDA CRISETTI
In un articolo pubblicato sul “Gargano Nuovo” nel mese di luglio 2002, mi complimentavo sulla lodevole l’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Ischitella, sindaco dott. Vincenzo Basile, volta a celebrare Pietro Giannone, giurista e storico, uno dei personaggi di spicco della cultura italiana del ‘700. Era la serata d’apertura, addì 19 maggio 2002 ore 20, quando nella sala consiliare del comune che insieme allo stemma della cittadina garganica ostentava due ritratti del giurista, il primo cittadino precisava con orgoglio l’obiettivo dei diversi incontri in cui sarebbero stati dibattuti temi specifici afferenti all’illuminista garganico: far conoscere lo storico e il giurista Pietro Giannone, poco noto ai suoi concittadini, sconosciuto alle nuove generazioni, nonostante le diverse strade, piazze, edifici a lui intestati in molti luoghi. Gli “Atti” del convegno giannoniano sono stati poi curati del prof. De Matteis; essi non fanno riferimento a questo primo incontro, ma a quelli del 7 nov. 2003, che ha avuto luogo a Palazzo dogana (Foggia), e dell’8 nov. 2003, svolto nella Palestra annessa alla scuola primaria “P. Giannone” (Ischitella). Raccolgono i saggi di: Giuseppe De Matteis, ord. dell’Università di Pescara (Introduzione, Attualità di Pietro Giannone, In margine ad un saggio del Spegno e nuove istanze critiche nel convegno nazionale su P- Giannone (22, 23 e 24 ottobre 1976-Foggia-Ischitella); Giuseppe Ricuperati, doc. all’Università di Torino (Il caso Giannone e la memoria: un’autobiografia come rifiuto della costrizione); Michele Dell’Aquila, dell’Università di Bari (La grigia scrittura di P. Giannone), Stefano Capone, dell’Università di Siena (Biografia ed autobiografia nel primo Settecento); Michele Rak, dell’Università di Siena (La poesia del “popolo civile”: Documenti per lo studio delle rime recitate nell’Accademia di palazzo del duca di Medinaceli, Napoli, 1698-1701); Anna Eleanor Signorini, Università di Siena (A proposito di un genere letterario del “popolo civile”: letteratura nella Vita scritta da lui medesimo, 1736, di P. Giannone; Carmela Lombardi, Università di Siena (Il ballo di Medinaceli); Rino Caputo, Università di Tor Vergata-Roma, Alcune osservazioni sulla lingua di Giannone: dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, Gennaro Tallini, Università di Cassino, “Filosofia laica”, cultura della crisi e crisi della cultura ne Il Triregno di P. Giannone; Filippo Fiorentino, ex preside e scrittore garganico, Dai luoghi natali a Napoli: le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di P. Giannone; Teresa Maria Rauzino, Centro Studi “Giuseppe Martella” (Ischitella, “patria” di Giannone, nel contesto socio-culturale garganico del Sei – Settecento). Chiavi di lettura diverse, convergenti sull’obiettivo di estrapolare dai testi dell’autore dati utili a ricomporre il profilo “del più grande dauno di tutti i tempi”; saggi che, oltre ad onorare la memoria di Giannone, intendono recuperare il senso della memoria, l’attualità del giurista e dello storico ischitellano, i suoi punti di forza e di debolezza. “Atti” che consentono, “di ripercorrere il cammino di quell’avventura intellettuale e religiosa europea, partita da Ischitella, articolatasi tra Napoli, Vienna e le culture radicali ivi presenti”, per offrire al lettore la possibilità di entrare nei contesti garganico, italiano ed europeo, quelli in cui si collocano gli eventi vissuti e sofferti dal pensatore della Montagna del Sole. E già, perché, quando il mondo non era ancora un “villaggio globale”, Giannone ha dovuto peregrinare di luogo in luogo per avere avuto l’ardire di sostenere tesi contrarie all’agire e al sentire comune. Dalle vicissitudini descritte nell’Autobiografia è possibile inferire, perciò, che, in tempi non attraversati dalla globalizzazione, le notizie circolavano alquanto rapidamente: basti pensare ai timori non infondati dell’ischitellano di essere scoperto, quando era incalzato dalle persecuzioni. Saggi che permettono di annaffiare “una delle sofferte e tenaci radici della nostra stessa libertà di coscienza, che oggi dovrebbe diventare condivisa religione civile e transnazionale - per dirla con il prof. G. Ricuperati.
Dagli “Atti” emerge il profilo dell’intellettuale europeo illuminista, di un umanista (dotto filosofo e giurista, nuovo storico, sensibile letterato), di un anticlericale convinto, e – fino ad un certo punto della vita- di un sostenitore forte dell’istituto monarchico. L’autore dell’Istoria civile e de Il Triregno, aveva nostalgia della Chiesa primitiva, quella fondata sul Vangelo, e sosteneva il primato della monarchia su quello ecclesiastico. Pur avendo notato il legame tra vita economica e politica, come risulta dagli spunti e aspetti non marginali sulla vita economica e sociale del tempo narrati nell’autobiografia, troppo intento a sottrarre i diritti politici al clero, però – considera De Matteis – egli non si rese conto di trascurare il peso dell’economia, motore della storia. Ciò nonostante, all’ischitellano, ghibellino, giurisdizionalista, regalista, riformatore politico e religioso, vanno riconosciuti i meriti di aver parlato di “libertà” e di rappresentare “un indispensabile oggetto d’indagine per capire la vasta e complessa realtà storica, politica e culturale del Settecento”, di essere stato il primo a richiamare l’attenzione dell’Europa sui problemi del Mezzogiorno. Nell’analizzare il contributo di N. Sapegno sulla riforma religiosa e sul Triregno, De Matteis trova che il critico non dà conto delle qualità della scrittura giannoniana, e sul fronte della chiarezza espositiva e su quello delle scelte sintattiche e lessicali, e neanche dell’aspetto didascalico di cui Giannone era consapevole. Contesta, dunque, a Sapegno il fatto di non aver dato peso adeguato alla Vita, che costituirebbe la premessa utile per comprendere la sua vicenda umana e intellettuale. Il saggio di Giuseppe Ricuperati ricostruisce – declinandolo autobiograficamente e dal punto di vista della memoria collettiva - il rapporto tra il caso Giannone e la memoria. Scavando questo tema affascinante, trova che l’intellettuale ha dovuto affrontare in condizioni drammatiche un bilancio esistenziale che lo ha costretto ad una ricostruzione analitica del tempo vissuto. Parte da un programma lontano, “a più voci”, per mettere a punto un’immagine nuova, presente sì nell’Istoria, ma soprattutto ne Il Triregno, così restituendo quei tratti della personalità giannoniana che “una parte feroce del suo tempo volle cancellare […], attraverso le opere che non circolano, per ricomporre il quadro di un uomo eccezionale, … . ” Memoria di sé che si fa letteratura nella Vita scritta da lui medesimo, la quale porta alla coscienza i diversi lutti che l’intellettuale ha dovuto elaborare nella travagliata esistenza: e quando nel viaggio Ischitella-Napoli dovette recidere i legami con gli affetti familiari, e in quello che da Napoli lo condusse a Venezia, allorché dovette separarsi dagli amici, dalla professione, dai luoghi di lavoro. Il primo tratto memoriale recuperato da Ricuperati, affonda le radici nella prima formazione, negli affetti domestici (il legame con Ischitella, con il fratello Carlo, il padre, la madre, la compagna da cui avrebbe avuto due figli naturali, gli insegnanti). Il secondo tratto memoriale, che va dal 1723 al 1734, è segnato dalla “distanza” e dall’esperienza in un mondo diverso, “lontano dalla solarità meridionale”, dalle difficoltà (la difesa delle sue opere e della sua fede, il bisogno di affermare le proprie ragioni a dispetto di chi lo voleva morto, la consapevolezza di essere diventato intellettuale europeo (le opere sue tradotte in diverse lingue). Il terzo tratto memoriale è costituito dal viaggio di ritorno senza ritorno con le pause a Venezia e a Ginevra. L’ultimo tratto di memoria è segnato dal momento della scrittura tra una prigione all’altra. Al tempo di Giannone l’autobiografia era divenuto un costume. Nella Vita di i Giannone Ricuperati rinviene, però, una variante: “egli non sta cercando di affermare serenamente un’identità, cetuale o professionale - come hanno fatto altri -, ma reagisce ad una costrizione, che intacca profondamente i meccanismi della propria percezione”. Giannone, insomma, non è l’intellettuale che cerca riconoscimenti, ma un uomo che reagisce alla persecuzione. Nell’opera scritta da lui medesimo si difende, perché sa di essere costretto ad un’abiura e che ha di fronte a sé la prospettiva del carcere sicuro; egli è anche l’autore costretto a rinnegare la propria religiosità e le opere in cui è stata espressa. La ricostruzione della memoria autobiografica è dunque per lo studioso un’affermazione esistenziale, il mezzo che gli consentirà di continuare a vivere, che gli permetterà in futuro di riprendere a scrivere l’atto liberatorio. L’autore della Vita conquista finalmente con la scrittura quegli spazi negati dalla captività: i ricordi garganici (al minimo), il soggiorno napoletano (più definito e compiuto), il passaggio dal declino della potenza spagnola, ai Borbone di Spagna, agli Asburgo. Un pensiero in evoluzione, quello di Giannone, che si fa sempre più radicale soprattutto quando perde l’interlocutore significativo (i principi). Annodando le sue riflessioni intorno alle categorie spazio-temporali, Ricuperati considera, ad esempio, che gli spazi angusti del carcere ebbero effetto domino sulla memoria, intensificandola, ponendola a riferimento costante (Ape ingegnosa). Riguardo alla memoria collettiva, considera che se la lezione dell’Istoria, nel 1748, con il governo dei principi illuminati cominciava già a produrre esiti, quella di altre opere era occultata, dato che si cercò di nasconderla nel segreto degli archivi di stato, mentre, solo dopo la crisi dello stato liberale, finalmente, fu messa in luce la figura di Giannone. La lettura del prof. Michele dell’Aquila è incentrata sulla lingua, sul registro e sullo stile di Giannone, un tema trascurato dai critici del passato, impegnati a riflettere sulla sostanza delle tesi storico-giuridiche, religiose e filosofiche del grande intellettuale. Volge l’attenzione alle accuse mosse sotto questo profilo: “poco affidabile, capzioso, contraddittorio, prevenuto nel suo radicalismo”. Quella di essere stato “sfacciatamente plagiario” è la più forte. Accuse in parte giustificate – commenta Dell’Aquila- dato che la Storia civile si presenta come “un’opera a più mani”. La Vita, al contrario, poco apprezzata dai romantici “che non vi trovano: i colori e le varietà descrittiva di tante autobiografie settecentesche”, offre spunti interessanti per connotare lo stile di scrittura giannoniana. La critica recente è propensa “a riconoscere un certo vigore espressivo nella compattezza della grigia scrittura”. In quel grigiore, però, sottolinea il critico, quando si fa lenta la pressione intellettuale e si fa spazio al sentimento, ad ogni passaggio drammatico dell’autobiografia, la pagina si anima registrando “increspature e sommovimenti che la commozione produce”. Dell’Aquila riferisce, quindi, le tracce non rare dei “sommovimenti” dell’animo e della scrittura in quel carcere di Miolans, le premure di far conoscere il senso più vero e profondo della propria “avventura”, demistificandola, in qualche modo giustificando le poche battute con le quali liquida gli episodi legati all’infanzia e all’adolescenza garganica, con il bisogno di indagare sui “segni premonitori del futuro destino”. Giannone usa le metafore del mare “crudele e tempestoso, pieno di sirti e di perigliosi scogli, dove facilmente potrebbe urtare e sommergere” per esprimere la propria condizione, così piegando il genere autobiografico. Passaggi di scrittura meno fredda, più commossa ed espressiva, sono presenti quando l’autore esprime il piacere e la gioia di avere tra le mani “l’immensa mole di documenti da vagliare per la stesura delle sue opere [mi vidi atterrito dall’ardua impresa], nell’illusione alimentata dalla fuga da Napoli per recarsi a Vienna, nella denuncia dei loschi intrighi con cui si cercò di mettergli contro la plebe inferocita [per aver impedito lo scioglimento del sangue di San Gennaro], nella descrizione della necessità di cambiare nome, quando descrive la corte imperiale di Carlo VI, allora nel fasto della mollezza e corruzione. I toni sono tutt’altro che grigi nella cacciata da Venezia, dove aveva riparato, dopo aver lasciato Vienna, quando partecipa le speranze riposte nella libera città di Ginevra e nella ricostruzione dell’inganno che lo portò a sconfinare in territorio sabaudo – complice la Chiesa- che ostacolò sempre la divulgazione dei suoi pensieri e delle sue opere, e, infine, nell’arresto. “Vidi entrar con una lanterna più uomini armati, che parean tanti orsi; così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi urli dissoni e confusi, si avvicinarono al letto, e postaci la punta delle lame alla gola, mostrarono volerci scannare.” (Vita, pag. 332). Il tema della lingua viene ripreso dal prof. Rino Caputo che, con il saggio Dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, vuole offrire testimonianza della formazione di Giannone, partecipare che il racconto delle vicende storico-intellettuali dell’ischitellano, sono da lui stese con una scrittura letterariamente controllata, “coerente con i principi teorici e con le modellizzazioni pratiche della lingua e dello stile coevi.” Stefano Capone parte dall’analisi etimologica e storiografica dell’autobiografia nel primo Settecento per puntare i riflettori sulla Vita di Giannone, scritta nel carcere di Miolans (1736-1737). Trova in essa un documento di notevole interesse storico (nelle vicende personali, l’ambiente di vita), umano (nel racconto di questo naufragio), letterario (un romanzo che si snoda in prima persona, dove l’Io narrante è al contempo personaggio principale). Trova eccezionale lo stile narrativo della Vita, il capolavoro letterario, un racconto che assume i toni della tragedia evitando, in ogni caso, la spettacolarità. La strutturazione dei tempi, dell’alternarsi degli indugi e della rapidità, danno prova di come la Vita sia stata concepita come romanzo, mentre lo sfondo è costituito dai poteri che oppongono illegalità e violenza al pensiero innovatore dell’intellettuale impegnato a comporre la società. Un romanzo con fiction, invenzione, mistificazione, che definisce un ritratto tutt’altro che neutrale dell’autore. Questa “mostra di sé – commenta Capone - è diversa da quella di altri scrittori del Settecento, perché mentre Vico, Casanova, Goldoni e Alfieri si predispongono a delineare un ritratto ideale, le fatiche di un successo conquistato, Giannone assume la prospettiva del perdente, di un uomo decontestualizzato dal suo tempo e dalle gioie della vita. Con lo stile dal tono, mai eroico, che oscilla tra “il sommesso e l’incalzante, tipico del prigioniero costretto in qualche modo all’abiura, Giannone racconta l’unica storia possibile: la difesa di sé e del suo onore vilipeso”. Anna Eleanor Signorini è attenta alle citazioni letterarie presenti nella Vita, motivate dal bisogno dell’autore di rafforzare e collegare i suoi discorsi, a suffragare teorie, accuse, superstizioni, a consolidare l’autorevolezza di tesi controverse o contestatrici, a modificare un’immagine della tradizione da lui ritenuta debole. Citazioni che spaziano nei contenuti (dalla scienza alle altre professioni e arti liberali, in forma indiretta ed esplicita) e nei tempi (dai testi biblici, a quelli greci, latini, medievali e moderni). La citazione – concorda R. Caputo – è utile a valicare l’evento descritto, è il tributo ai classici e agli scrittori della letteratura italiana (Dante, Petrarca e Boccacio in particolare). Signorini, analizzando l’incipit della Vita, nel topos: “Io nacqui da onesti parenti”, individua la voglia dell’autore di far conoscere il suo rango, l’appartenenza alla piccola borghesia garganica del Regno, la “classe dei galantuomini” che cominciava ad emergere al tempo del Giannone, identificandosi soprattutto con il ceto degli avvocati, nello stesso tempo in cui quella dei nobili era in fase di declino e ridefinizione.1 Rango che si distingueva rispetto al popolo (la vile e succida plebe). Gennaro Tallini introduce il lettore nel contesto napoletano, presentando il comportamento degli intellettuali meridionali del tempo di Giannone “che facevano cultura nei salotti, nelle librerie, nei caffè, oltre che nelle Accademie, trasformando la stessa cultura del tempo in una forma di svago che era anche sinonimo di status sociale”, per legittimare in qualche modo le scelte giannoniane. Dell’ambiente che aleggiava in Napoli, infatti, si alimentò il giovane garganico, lo stesso espresso nell’Istoria e nel Triregno , “la più radicale negazione del papato”. Il critico considera che Giannone visse la crisi del Barocco, “la cultura della crisi che si fonda sulla perdita delle aprioristiche certezze assicurate ed anche materialmente esposte dal sistema scolastico/aristotelico della Chiesa di Roma”. E fu proprio la cultura della crisi - spiega Tallini - a spingerlo verso nuove vie. Nel Triregno, perciò, metodi e analisi moderne (Bacone e Galilei) si sovrappongono all’impostazione retorica/trattatistica dei contenuti, in un connubio fatto di trattatistica e di scientificità. Filippo Fiorentino, nel ricostruire le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di Giannone, si chiede perché mai il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza sia stato ridestato dalla memoria solo “per qualche distillato episodio di spessore formativo”. Forse “perché era rimasto sepolto e stravolto dalla complessità emozionale, che l’urbs sanguinum aveva esercitato su di lui”? Pensa che dal borgo garganico, contrassegnato dalla povertà, dal dolore e dalla minaccia di morte, dalla formazione ricevuta nel circuito ecclesiastico non può aver ereditato “l’interpellanza civile e religiosa della propria coscienza”. Ma, probabilmente, come scrive Tommaso Nardella – proprio l’esperienza contratta e rassegnata nei luoghi natali e l’essersi sentito orfano di relazioni e di comunicazioni, tra abusi e illegalità di potere” devono aver costituito “l’anima culturale giusta per incontrare una nuova realtà umana”, e per di più, “mettersi in gioco con altre persone” e affrontare i problemi posti all’attenzione dell’uomo moderno. Ritiene che Giannone fosse animato da una paideia cristiana: denunciare la classe baronale, rinnovare la Chiesa, educare la classe dirigente in trasformazione, “incominciando a mettere ordine nell’educazione dei giovani” per riformare il tessuto politico e sociale; che le basi della sua anima antropologica e cristiana fossero state gettate nei luoghi della sua origine e che nella pratica a Napoli, non ancora trentenne, fossero state consolidate, con le sue frequentazioni e i suoi studi. L’animo profondamente cristiano di Giannone è stato alimentato nell’infanzia, dagli insegnamenti di don Gaetano Serra, maestro buono, probo e sano, nei due anni di accolito nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Ischitella, negli studi di filosofia sotto la guida di un frate francescano, nel sostegno affettuoso dello zio materno, don Carlo Sabatello. Teresa Maria Rauzino s’interroga sul perché del “poco attaccamento” di Giannone alla sua terra d’origine - come risulta dal giudizio espresso da un altro grande garganico vissuto tra Sette e Ottocento, Michelangelo Manicone - dato l’esiguo spazio dedicato ad essa nelle sua autobiografia. Dopo aver riportato i cenni sulla “pia” e “savia” madre, Lucrezia Micaglia, sugli insegnamenti di grammatica dell’arciprete di Santa Maria Maggiore, la febbre altissima e la gracilità infantile, il padre Scipione che all’età di 15 anni lo indirizzò alla filosofia da un frate francescano, la decisione dei genitori di mandarlo a Napoli per frequentare la facoltà di giurisprudenza, spazia, pertanto, sulla realtà socio-politica di Ischitella patria di Giannone, allora feudo dei Turbolo e dei Principi Pinto, descrivendo le due visite pastorali effettuate nel 1675 e del 1678 dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII che metterà all’Indice l’Istoria civile del regno di Napoli scritta dal giureconsulto ischitellano. La Rauzino amplia il suo saggio zummando sulle comunità garganiche e puntando i riflettori sulle condizioni della vita quotidiana delle popolazioni tra Sei e Settecento. Lo stato sanitario deplorevole, le calamità naturali (sismi, siccità, alluvioni, gelate), la miseria causata da un’agricoltura di sussistenza e da scelte politiche poco rispettose dei diritti umani confermano l’ipotesi del sottosviluppo dei paesi garganici soprattutto nel secolo decimo sesto. La situazione migliora nella seconda metà del Settecento, sia sul piano sociale, sia economico, prova ne sono la crescita demografica, la mobilità sociale (la scalata dei “galantuomini”) e la presenza di un certo fermento culturale (l’Accademia degli eccitati viciensi”). Giannone fu coraggioso, consequenziale, pertinace, “roccioso come il suo Gargano” - come già vide Pasquale Soccio; la sua linea di condotta fu una sola: contrastare le forze prevaricatrici e abusive del dispotismo, del baronaggio, della teocrazia. Se l’attualità del suo messaggio sta nella convinzione “che il potere deve scaturire dalla partecipazione delle varie componenti sociali” e che quando non c’è partecipazione, c’è la “tirannia”, la “decadenza dei valori culturali e morali” – come risulta dalla lettura degli “Atti” - la lezione del più grande intellettuale garganico non può che essere di monito ai giovani di oggi.
1 Per approfondire i mutamenti sociali tra Sette e Ottocento, L.CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, … , Ed. Il Rosone 2007.
3 février "Quando la cipolla fece piangere il padrone"
recensione all’opera di Francesco Bocale
Quando la cipolla fece piangere il padrone
“Carissima Dina,
dopo due anni di attesa, finalmente è uscita la mia raccolta di racconti cagnanesi, che presenta una minima parte di ‘paràule’, fatti, personaggi e luoghi della nostra tradizione”.
Con le parole dell’autore mi piace aprire questo spazio e offrire al lettore alcuni elementi di conoscenza e qualche spunto di riflessione sulla persona e sull’opera di Francesco Bocale, nonché sul/i contesto/i di vita, senza i quali non sarebbe possibile spiegare/comprendere/intendere/ conferire senso alla sua ricerca.
Francesco Bocale, che si è dato anche il nome di Apulo (perché pugliese) Cannesi (perché nasce in una delle più antiche e significative vie di Cagnano Varano (FG), nell’anno 1953, oggi vive a Turate, provincia di Como, dove problemi di salute hanno rinforzato la sua voglia di vivere.
Negli anni Novanta, dopo aver offerto un interessante contributo alla raccolta di poesie dell’associazione culturale “L’Alternativa”, dà alla stampa “Infanzia, giorno beato”, un’opera in prosa in cui canta nostalgico l’amore per il suo tetto natio. Nel 2001 pubblica “Misura dei miei passi”, poesie, incentrate sulla donna e sul desiderio di dar pace, nel 2005 “Quando il silenzio si fa poesia”, rime che vedono l’autore impegnato nella ricerca di quel senso che è possibile rinvenire solo in Dio, una raccolta agevolata dal ‘dolce sostare’ nel silenzio della contemplazione dei monasteri benedettini del com’asco e della pianura padana, soprattutto, dalla capacità di porsi nella posizione di ascolto, di veicolare il silenzio attraverso versi ben curati.
L’ultima pubblicazione di Francesco Bocale, quella su cui incentrerò la mia analisi e riflessione, datata 2007, porta il titolo “Quando la cipolla fece piangere il padrone”, ed è edita dalla Tip. Zaffaroni Mozzate (Co).
L’incipit della raccolta è costituito da “una paràula corta corta”, tratta dalla memoria cagnanese. Paràula, una parola che l’autore traduce con fiaba, ma che – a ben guardare - di questa tipologia testuale non contiene diversi elementi. La fiaba – come ciascuno sa - è un racconto destinato soprattutto ai fanciulli, costituito di narrazioni meravigliose e fantastiche, in cui intervengono personaggi con poteri fuori dal comune. Paraula e fiaba condividono, però, la caratteristica di entrare immediatamente in-situazione, accendendo l’interesse di chi ascolta.
“Stocca maccarune e ména mmocca”
costituisce, infatti, il seguito e, al contempo, il finale del nostro brevissimo racconto, che produce come effetto immediato la risata.
Il succitato, come gli altri testi presenti nella raccolta di Francesco Bocale, mi offrono ulteriori spunti di riflessione, inducendomi a pensare che probabilmente meglio sarebbe parlare di aneddoti, fatti particolari, curiosi, poco noti della storia/cultura cagnanese, che – a ben guardare travalicano i confini del paese-, di motti, detti brevi, arguti a volte anche pungenti riconducibili a persone o esperienze umane, che intendono trasmettere qualche insegnamento (morale che se da un lato accomuna la paràula alla favola, dall’altro si distingue avendo come protagonisti gli animali), di racconti, vale a dire della narrazione di qualcosa realmente accaduta o immaginaria.
Sicuramente la raccolta contiene tutte queste tipologie narrative o, come dice l’autore, ‘paràule’, fatti, personaggi e luoghi della nostra tradizione”.
E veniamo al secondo spunto di riflessione, quello che mi conduce al contesto, alla tradizione, ai valori, a quella cornice in grado di dare senso e di orientare in qualche modo i bambini e le bambine, i giovani e le giovani, le mamme e i papà, i nonni e le nonne, facendo loro acquisire una precisa identità.
Un’identità personale che è esito di molteplici interazioni, spesso il riflesso di quella sociale o come afferma Calvino: “una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni”.
Identità personale frutto di una produzione culturale, dunque, esito di una rete di relazioni, di un continuo fluire. Identità che si costruisce nella partecipazione alle attività di una comunità, alle sue conoscenze, attraverso i discorsi e le storie veicolate dalla tradizione.
I racconti raccolti da Bocale sono, sotto questo profilo, il racconto della realizzazione del Sé dei nostri nonni, un Sé costruito nel contesto, attraverso le relazioni sociali, a partire dalla “cerchia delle persone che ognuno di noi ama o su cui può contare”.
Quando il bambino chiedeva al nonno, alla nonna, alla zia o alla mamma: -M’à dice ‘na paràula?, lo invitava, dunque, a favoleggiare e, al contempo, cominciava ad entrare nella pelle della sua comunità, rivestendosi degli abiti della propria cultura.
I testi raccolti da Bocale, da lui abilmente ricostruiti, sotto qualche aspetto re-inventati, per incuriosire i fanciulli, sono, tuttavia, diretti anche agli adulti, che, scherzando sui motti e sui modi di dire rimasti proverbiali, hanno modo di riflettere tuttora sui costumi consegnati dalla tradizione, per valutare e assumere decisioni future.
Il popolo cagnanese, e in genere della civiltà contadina, non può non essere riconoscente all’Autore per aver consegnato alla memoria scritta tutto quanto era destinato ad essere perduto.
Francesco consegna alla memoria dei giovani lo scenario di un mondo che quasi non è più, costituito da diversi punti di debolezza: lo sfruttamento connesso alla stratificazione e alle disuguaglianze, come si evince dalla lettura de “La cipolla del padrone”, i rapporti conflittuali bracciali-padrone che sembrano regalare a questi ultimi il sogno di un futuro migliore (Lu Tapparone), la soggezione degli umili, “ … i mietitori mangiavano a testa bassa”, anche quando, a fine lavoro, erano invitati a condividere la mensa del padrone (Le uova di donna Antonietta).
Rapporti asimmetrici presenti anche all’interno della famiglia, tra marito e moglie, fratelli e sorelle, assegnando ai maschi il ruolo del comando e alle femmine quello di eseguire, senza replicare.
Asimmetria prodotta da un’educazione di genere volta a mettere in luce l’uomo e ad oscurare la donna, facendola apparire poco intelligente (Lu guadagne di Maria Frignitte), ignorante, come si può inferire dai testi “Lu principe cancellére” e “Vardenucce”, una donna costretta a vivere reclusa nel suo “regno” costituito sovente dal monolocale della sua abitazione, come risulta dalla lettura de Lu zurre, a prendere marito per necessità.
La memoria ci consegna una società che conferisce poco spazio anche ai minori. Un’infanzia senza diritti: bambini costretti a subire la violenza dei padri, gettati precocemente nel mondo del lavoro, a farsi la guerra perché spinti dai morsi della fame (Mio padre è morto in fretta).
La raccolta di Francesco consegna ai giovani un mondo contrassegnato dall’analfabetismo e dall’ignoranza (Cara mamma, ji sténghe a pPise), nonché dalla corruzione: “la sarda” di Donna Filomena.
In quel mondo fatto di precarietà, i poveri dovevano pur sopravvivere, ed eccoli, furtivi, a fare incetta dei fichi di Mastro Diego, un calzolaio buono, che quando giungeva al suo frutteto non riusciva a riempire nu panare di fichi, dal momento che se li erano già colti (Lu ciucce de Mast’Addéca).
Racconti che aprono a volte con una connotazione spaziale, altre temporale, altre ancora con l’aggiunta di una caratteristica valoriale, volta a sottolineare la voglia di miracolo della povera gente, come accade in “L’asino che ride”: “Quando c’era più religione e gli uomini vivevano nel santo timore di Dio, in cima al campanile della Chiesa madre … .”
Aneddoti che stigmatizzano alcuni comportamenti, ad esempio la consuetudine preminentemente maschile di affogare nel vino le amarezze dello sfruttamento nel lavoro e magari della scarsa integrazione sociale, dato che la cultura, la politica e l’economia erano una questione da “galantuomini”, (Ce lu frèchene lu vine a Ccagnane! )
Anche la Chiesa faceva la sua parte, continuando a chiedere antichi privilegi (Ma quiddu jè grane de chiane!), pretendendo il dono dei poveri, così sottolineando la subordinazione di questi ai preti, ostentando una comunicazione incoerente, giacché bisogna fare come il prete dice e non vedere quello che fa, come risulta da “Li palummicchje de lu prèvete”, quando in tempo di Quaresima invitando il popolo al digiuno: “Con il volto acceso dall’ira, il sacerdote gridò:- Quello che ho detto vale per il popolo non per me! E ora preparami i colombi!”.
In una società in cui non era contemplato il diritto di parola, pena la perdita del posto di lavoro, il compito della protesta era assegnato agli animali. È, dunque, “Lu ciucce de Martine”, che, “rivestito ancora di sella, prese a correre verso l’uscita del podere, diretto al paese”, inveì contro il suo padrone che “si accingeva a fissargli l’aratro”. È evidente, nel testo, l’analogia somaro-bracciale, soprattutto nel momento della negoziazione. Michele, il padrone, fece, infatti, finalmente un patto con l’asino: ogni mattina, prima di legarlo all’aratro, “gli avrebbe dato una sacchetta di paglia e orzo”.
Non mancano le imprecazioni contro la politica fiscale dello Stato (Eh, governo ladro!), i rapporti a volte litigiosi tra i vicini (Gli occhiali di Peppina), il tentativo di esorcizzare la paura della morte, sdrammatizzando (Chi mangerà il maiale?).
Raccolta che, in definitiva, traccia la storia della vita materiale e culturale del Mezzogiorno, dei mestieri, dei cibi, dell’abbigliamento, dei modi e luoghi dell’abitare. Racconti coloriti con le espressioni tipiche del luogo, analogie e personificazioni (“… il tascapane emanava un forte odore di pane e cipolla”, “la fame correva sui denti e per la gola come una morsa e sapeva piegare ogni tentennamento del naso e del palato.”
Raccolta, a mio avviso, interessante anche perché si presta ad una lettura dei cambiamenti, passando da costumi legati più tipicamente alla civiltà contadina a comportamenti nuovi, segnati dall’ingresso nell’industrializzazione. Si pensi a “Gli americani e i fichidindia”, dove i cittadini d’oltreoceano sono dipinti con una coloritura etnocentrica, dato che ogni cultura vissuta è un po’ narcisistica, oppure a “Lu guadagne de Maria Fregnitte”, che indugia in una donna che non ha saputo cogliere un’occasione per arricchirsi; vicende legate al secondo conflitto mondiale, sino a giungere agli anni del boom economico, annunciati a Cagnano dall’arrivo del circo ( Lu ciucce de Pagnotta).
Francesco consegna alla memoria dei giovani lo scenario di un mondo contrassegnato da diverse ombre, come ho accennato, un quadro che dovrebbe far riflettere e spingere le nuove generazioni ad apprezzare i segni del progresso e a difendere i diritti conquistati dai padri, pena l’involuzione.
18 janvier Il dirigismo del Liceo Lanza voluto dal regime
IL DIRIGISMO DEL LICEO LANZA
VOLUTO DAL REGIME
di
Leonarda Crisetti Dopo una serie di interessanti collaborazioni, contributi a nome del Centro Studi Martella (Peschici), Maria Teresa Rauzino dà alla stampa un’opera tutta sua, Il Regio Liceo Lanza, Dalle scuole Pie agli anni del Regime, Ed. Parnaso 2004, pp.400, compendio di circa 80 di storia di questa istituzione scolastica. Il Lanza- come ribadisce l’autrice- nasce per rispondere all’esigenza di formare la classe dirigente dello Stato italiano, che conta pochi anni di vita. La storia di questa istituzione, che accoglie inizialmente gruppi elitari, risente pertanto degli scossoni provocati dall’avvicendarsi dei governi e delle gestioni: dall’esperienza confessionale degli Scolopi, a quella anticlericlale postunitaria a quella fascista. Nel ventennio di Mussolini, l’istituzione divienve sempre più instrumentum regni e fabbrica del consenso, come si evince chiaramente, leggendo l’opera. E la Rauzino si compiace di registrare distorsini e incrinature del regime rappresentati in presidi zelanti e docenti ossequiosi, alunni irregimentati. Sembra così entusiasta di notare contraddizioni, sì da insinuare nel lettore il sospetto che abbia preso a pretesto il Lanza per argomentare sulla politica scolastica del Regime. Su questa politica si concentrano perciò le energie dell’autrice e, mentre espone la tesi dominate espressa dalla puntuale lettura del documento, in cui sono presenti le lamentele dei presidi circa l’insufficienza e inagibilità dei locali, gli alunni inadempienti e gli esami truccati, i docenti impreparati, i rapporti con l’Onbm, che intende prevaricare l’istituzione, …, costruisce la sua antitesi, che si rende palesa nelle note di commento e in alcuni spazi ritagfliati per da voce a figure controverse, i dissidenti. Lo spazio maggiore è comunque rappresentato dai rapporti dei presidi, i giudizi dei quali sui docenti sembrano essere troppo soggettivi, dato che non trovano riscontro ad es. negli allievi e nelle famiglie. Gli studenti non rispondono agli standard: “i rusultati sonos empre inferiori alle aspettative”. Il successo dell’apprendimento sembra essere riposto in gran parte nell’insegnamento, rispecchiandosi in esso, quindi “ se la classe fosse stata più idonea e preparata… la valentia del professore sarebbe parsa appiena”. Gli allievi fanno registrare troppe assenze ingiustificate e con la complicità dei genitori. Anche alla famiglia è riconosciuto dunque un peso nel successo scolastico, si afferma perciò che con una maggiore collaborazione “il risultamento” sarebbe stato migliore. Lagnanze di un tempo che trovano riscontro nel presente: problemi di sempre. Nell’onorificare la memoria del regio LiceoLanza, la Rauzino scava, dunque, nelle storie di vita dei presidi dirigenti al fine di riportare allo scoperto le defaillances del Regime. Su quesi personaggi a tratti affonda il taglio, tanto che l’opera avrebbe potuto intitolarsi Il ruolo dei presidi nella fabbrica del consenso rappresentato dal Lanza. Vengono quindi ripescati i casi degli emarginati come Severgnini e Marangelli, docenti preparati, sensibili, dotati di capacità relazionali- qualità oggi apprezzate in teoria- stigmatizzati dai dirigenti della scuola del tempo, tirannelli anch’esi irregimentati, che purtroppo si contano anche oggi. Il libro della Rauzino smbra perciò un pretesto per mettere a nudo l’assurdo comportamento dittatoriale di manager scolastici sedicenti di destra e di sinistra che premiano soprattutto docenti devoti, meccanici esecutori di formule, gratificandoli anche economicamente, mentre bocciano, emarginandoli, quei professori creativi, vocati, preparati. Dirigenti probabilmente frustrati e avidi di potere, desiderosi di mostrare attraverso al carica la loro visibilità, dimentichi di essere stati doicenti, ma soprattutto del loro ruolo significativo volto a coordinare al meglio anche didatticamente le risorse umane e paterialid ella scuola che rappresentano, per promuovere la formazione di un uomo integrato e completo. Tracce di uno strapotere che trovano conferma nell’opera della Rauzino anche allorché interroga i documenti sulla donna-insegnante, il cui insegnamento è ritenuto dai presidi “un inconneniente che sarà difficilmente eliminato, dato che la donna è nata per essere educatrice della famiglia e non della scuola”. E’ ammessa tuttavia qualche eccezione, ma a condizione che rinunci “al sacrosanto diritto di farsi una famiglia, perché la donna maritata non può dare tutta la sua attenzione e la passione richiesta alla scuola”. Pensieri assurdi, anacronistici, che trovano comunque anche oggi sostenitori in quegli elementi maschilisti che desiderano trovare la moglie in casa e a scuola continuano ad affidare incarichi ai maschi, sui quali si può fare maggiore affidamento. Teresa Rauzino, non si accontenta di riportare ild ato, affonda gli artigli e trova che “la debolezza argomentativa del preside […] svela l’arcano della sua misoginia. E’ l’intelligenza delle donen a fargli paura”. Il focolare, e la cura della prole sana e robusta sono le funzioni più importanti concesse alal donna del regime, mentre se è troppo intellettuale, secondo la visione del tempo, non riesce a svolgere neanche quei ruoli consegnati dalla tradizioni. Trattando dei rapporti con le attività parascolastiche e dei rapporti con l’extrascuola, si ha modo di prendere atto del peso della scuola parallela svolta allora dalle organizzazioni fasciste come L’Onb e la G.l, incaricati della formazione culturale e fisica dei giovani. A ben guardare la loro funzione è paragonabile a quella svolata dai emzzi mass e multimetiali attuali che, insieme alle opportunità dic reascita cognitiva e sociale, presentano i rischi dell’indottrinamento, dell’omologazione, dell’anullamento delle coscienze. Problemi dis empre presenti nelle istituzionis colastiche, copn la differenza che tra il Liceo Lanza del regime e i licei di oggi c’è di mezzo oltre mezzo secolo e che l’utenza non è più quella ristrezza della borghesia agraria, ma sempre più variegata. Mi piace pensare che l’opera, la quale si avvale di un ricco corredo di fonti scritte, visive e orali pazientemente recuperatid all’autrice, non costituisca solo un’occasione per indugiare sulla grandezzo del Lanza, dando modo agli studenti che l’hanno frequentata di ristrovarsi, ma sottenda finalità di politica educativa, additando ai dirigenti del futuro che la scuola è soprattutto un mezzo di promozione umana e sociale, uno strumento di valorizzazione delle intelligenze, e agli studenti che la scuola è ambiente di apprendimento, “vivaio di relazioni umane” e di dialogo, vita, al fine di prevenire abbandono e assenteismo. La storia del Lanza, e quindi della popolazione della Capitanata, nella ricostruzione-interpretazione di Maria Teresa Rauzino vuole far riflettere in definitiva sugli errori del passato, per orientare il comportamento del presente, in modo che sia vitae magistra.
Canti e storie di vita contadina, Teresa Maria Rauzino
Canti e storie di vita contadina
di TERESA MARIA RAUZINO
E’ il primo verso di un “sonetto” con istruzioni per imparare a fare l’amore a dare il titolo all’originale volume di Leonarda Crisetti Grimaldi: Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina. Il testo malizioso e ironico, reso noto dai Cantori di Carpino, è uno dei tanti raccolti dall’autrice di Cagnano Varano.
Una raccolta a tratti sorprendente che rende giustizia al preconcetto della donna del Sud succube delle convenzioni sociali: «Bella, se vuoi imparare a fare l’amore, prendi la paletta e vai in cerca del fuoco. Va’ a casa dell’innamorato, prenditi due ore di spasso e giochi d’amore. Se (poi) tua madre s’accorgerà dei baci , (tu le dirai) che sono state le faville del fuoco…» (Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre,/pìgghiete la palètta e vva’ pe ffòche./Vaje a lla casa de lu nnammurate/Pigghiete dóje ore de spasse e jóche./Se mammeta ce n’addóna de li vascë,/sò state li frajèdde de lu foche.)
Una donna ben conscia dei problemi della vita, che tuttavia non rinuncia all’amore: «Sono andata in giro piccolina per imparare le cose del mondo». (So gghiuta cammenanne piccolina/ Pe mbararme li cose de lu munne./
Una donna che ha appreso consapevolmente, fra le arti della vita quotidiana anche la difficile “arte” della seduzione. «Le cose del mondo le ho imparate: come si comincia a fare l’amore».(Li cóse de lu munne l’aje mbarate: /Accòme ce ccumènza a ffà l’amore). Ha trovato un disponibile “maestro” d’amore nel suo compagno, anche se è conscia che questo dolce sentimento verrà ben presto “sepolto” dai problemi di tutti i giorni, specie quelli economici, che si presentano subito, già al momento dell’ambasciata. Le due famiglie dei promessi sposi definivano minuziosamente il contratto dotale, che trovava una sistemazione giuridica nei capitoli matrimoniali: «L’amore comincia con suoni e canti e finisce con l’ambasciatore». (L’amore ccumènza cu ssóne e ccande / e cce ffuniusce cu ll’ambasciatóre).
Le inevitabili discussioni “economiche” poco hanno a che fare con le dolci promesse d’amore che l’amante prospetta alla sua amata. La donna associa l’amore al matrimonio. L’uomo sembra invece correlare l’amore al piacere, e al sesso: se lei troverà il modo di lasciargli la porta aperta, egli potrà consolarsi fra le sue bianche lenzuola: «Che bell’ambasciatore sarei io! Quando tua madre ti manderà a chiudere la porta, fingi di chiuderla e lasciala aperta. Verso la mezzanotte, senza preoccuparmi se piove o nevica, verrò a coricarmi nel tuo bianco letto, mi stringerò al tuo seno e mi consolerò». (Chè bbèll’ambasciatóre che ffurrija/ Quante màmmeta t’ammija a sserrà la pòrta,/ fa mbègna ca la sirre e lla lasse apèrta./ Quante jè llu tire de la medzanòtte/ Ne mme cure ca chióve e mmènsa fiòcche,/ me vènghe a ccrucà nd’a ssu gghianghe lètte/ m’abbrazze a llu tuo pètte e mme chenzóle).
Molto accorato è un canto, soffuso di tristezza, che nasce da un amore gentile, appassionato, rafforzato dalla lontananza. Il cantatore invoca una rondinella e le chiede un favore: desidera una delle sue eleganti piume, per poter scrivere una missiva d’amore. Vuole intingere la penna nel proprio sangue e sigillare la lettera con il suo cuore. Invoca la rondinella affinchè porti velocemente il messaggio d’amore alla sua donna: «Rondinella che vai per il mare. Voltati indietro e fammi un favore: vorrei strapparti una penna elegante per scrivere una lettera al mio amore. Tutta di sangue la voglio scrivere . E per sigillo voglio metterci il cuore. Parti rondinella, va dal mio amore E va’ a dirle quattro parole… » (Rondinella che vvaje pe lu mare,/ vòltete ndiètro e famme nu faòre,/ quanda te sciòppe na pènna lejande,/ quanda scrive na lèttra a llu mi’ amóre./ Tutta de sanghe la vòglie stambare./E ppe sseggille ce vò mètte lu core./ Pàrtete, rondinèlla, va’ dal mi’ amóre/ E valle a ddicere quattre paróle.)
I cantatori e le cantatrici di Cagnano Varano appartenevano ai ceti popolari. Erano generalmente i pastori che intonavano sonetti e mannuètte; erano le raccoglitrici di olive e le braccianti che cantavano a distesa gli stornelli durante le varie fasi del lavoro. Nondimeno nei loro canti riecheggiano motivi “cortesi” tipici della scuola poetica siciliana o del dolce stil novo.
Questi canti popolari oggi sono divenuti gli archivi del popolo, l’espressione del suo cuore (Herder). Con il venir meno di chi li ha prodotti e tramandati nel tempo rischiano di essere cancellati, sono a rischio di estinzione. Leonarda Crisetti Grimaldi, consapevole del rischio, li ha raccolti e trascritti, talvolta corredandoli dei relativi spartiti musicali. Ha restituito piena dignità letteraria a centinaia di canti anonimi. La sua ricerca inquadra questi canti in un preciso contesto, quello di Cagnano Varano, paese tra terra, mare e lago, già indagato nel secolo scorso da ricercatori di tradizioni popolari come Saverio La Sorsa ed Ernesto de Martino e da etnomusicologi come Alan Lomax e Diego Carpitella, che depositarono i nastri registrati durante le “campagne” di ricerca della musica popolare del Gargano presso gli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, a Roma.
Cosa resta oggi di quei canti e di quelle melodie? Il repertorio è ancora ricchissimo, gli “informatori” attuali, che registrano un’età dai 60 ai 90 anni, hanno dato segno della vitalità di questi canti che permane intatta nella loro memoria. I versi, tramandati di generazione in generazione, trasmettono, oltre a motivi tematici decisamente originali, un repertorio linguistico talvolta scomparso nella comunità dei parlanti garganici, come sottolinea nella prefazione Francesco Granatiero, esperto di dialettologia, che ha aiutato la Crisetti Grimaldi anche nella trascrizione dei testi. A Cagnano Varano, come nel resto della Puglia, persistono repertori linguistici prelatini, termini di origine longobarda, francese, spagnola, voci slave. Il dialetto del Gargano si conferma capace di arte raffinata, di una lettura stravolta, quasi in falsetto, del classico strambotto: è poesia tout court.
BOX 1
Un canto di emigrazione: MARITMA STA A LLA MÈRECA (Mio marito sta in America)
Il canto tratta il tema dell’emigrazione, l’affievolimento dei legami familiari dovuti alla forzata lontananza. La donna lamenta che il marito, emigrato in America, non le scrive più. Lei sembra non sapere il perché: in fondo l’unica sua “mancanza” è stata quella di avergli fatto trovare, al suo ritorno in paese, quattro figli al posto dei tre che aveva lasciato. La donna tranquillizza il marito: il ragazzo andrà a studiare a Napoli (è figlio illegittimo di una persona importante del paese, che gli darà una possibilità di una scalata sociale preclusa agli altri fratelli). Il marito, offeso nell’onore, la minaccia che gliela farà pagare, la farà piangere amaramente, facendosi vedere con un’amante americana e stabilendosi con lei per sempre a New York. La donna è pragmatica: antepone il soddisfacimento dei bisogni materiali ai valori morali: quel che conta è che, dopo aver sofferto, il suo uomo stia meglio economicamente (Basta che mangi e beva e vada vestito!).
Questo canto di emigrazione, già registrato da Alan Lomax e Diego Carpitella nel 1954 a Cagnano Varano, è presente nella raccolta della Crisetti Grimaldi.
Marìtma sta alla Mèreca e nne mme scrive (bis)
Ne nzacce la mangà
Nun sacce la mangànza che l'aje fatte
E na mangànza mija è stata quèsta (bis)
da tre ffangiulle n’ha
da tre fanciull n’ha ttruvate quatte.
citt marite mija, ca ne gnè nnente (bis)
e llu mmejame a nNà
e llu mmejame a nNàpele a ffà studènte
E nn’ha dda jèsse mo lu chiande amare (bis)
ha dda jèsse quanne me vide
ha dda jèsse quanne me vide pe ll’merecana
E nn’ha dda jèsse mo lu chiande all’òcchie (bis)
ha dda jèsse quanne me vide
ha dda jèsse quanne me vide a nNava Jòrche.
Ne nfa nnènde, marite mija, ca hà patute (bis)
Bbasta che magne e vvive
Bbasta che magne e vvive e vva’ vestute.
Leonarda Crisetti Grimaldi: Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina, Centrografico Francescano, Foggia, 2004, pp. 360, ill. € 18,00.
29 décembre Memorie di Guerra dall’idroscalo - 2006Memorie di Guerra dall’idroscalo (lago di Varano 1915-18) - M. A. Ferrante - I Quaderni del Rosone.Avevo sette o otto anni quando, recandomi con la mia famiglia in gita al lago di Varano (…) mi accorsi per la prima volta della presenza di due idroplani abbandonati sull’acqua. Ricordo distintamente quel giorno. Credo fosse maggio quando sbarcammo proprio in vicinanza dello scivolo di cemento lungo il quale si muovevano gli idrovolanti prima di immettersi nell’acqua e prendere il volo. La giornata era splendida: il lago pacato e azzurro come spesso non si vede. I due aerei sulla sponda, in parte addossati ai canneti, mi parvero come due poveri uccelli feriti in attesa della morte (…). E’ così che Maria Antonia Ferrante intraprende il suo viaggio nei ricordi, recuperando e restituendo alla memoria eventi della prima guerra mondiale, dipinti liricamente e sapientemente nella sua opera edita a cura de Il Rosone. Sin dall’inizio sono presenti tutti gli ingredienti, in primo luogo la vera protagonista: la laguna di Varano coi suoi ritmi cadenzati dal vento- così come dichiara l’autrice. In particolare l’area di San Nicola Varano con le sue palazzine oggi invase dalle erbacce incolte, gli spaziosi saloni in cui da bambina saltellava e dai quali ascoltava distrattamente i commenti materni riguardo al suo papà, il dott. Donataci, medico sanitario dell’idroscalo. La passione e l’interesse verso i luoghi della sua infanzia, l’ansia della ricerca, la spinta a documentarsi, la voglia di dare senso a quegli edifici senza vita hanno costituito il movente, ed ecco che con Memorie dall’Idroscalo… la vita riprende nel complesso di San Nicola Varano, per lungo tempo dimenticato. Un testo dalla sintassi lineare, dalla lettura piana, scorrevole, invitante, arricchita da metafore e analogie volte a dare un certo cromatismo e liricità agli eventi, un testo intercalato da diversi feed back, un andare indietro dell’autrice, con digressioni e riflessioni volte a recuperare storie, tradizioni, curiosità locali, impreziosendolo. La trama, incentrata sulla vita e sugli eventi del contingente di militari stanziati su S. Nicola, oscilla pertanto tra i dati recuperati in archivio e altre pubblicazioni e l’immaginazione fervida e creativa della narratrice. Gli edifici si animano ed entrano in azione il conte Ghe, il tenente di vascello Ivo Monti, il duca T. de Revel… con la loro quotidianità. Un insieme di militari che fa gruppo intenzionalmente orientato verso finalità convergenti, unendo le forze individuali per realizzare lo stesso scopo. Un insieme di uomini che porta ordine in San Nicola Imbuti. Tre anni e più, dalla seconda metà del 1914 al 1918 della permanenza di un notevole numero di persone militari e civili, impegnati a rendere vivibile lo spazio circostante. Tre anni per bonificare le paludi, per combattere la ferale malaria, per approvvigionarsi d’acqua, per attendere all’ultimazione degli alloggi, per perlustrare la zona nemica. Tre anni e più per vedere infine il villaggio completo, suddiviso in spazi razionali e autosufficienti: dai dormitori alle sale d’intrattenimento, dai refettori alle cucine, dall’infermeria agli hangar, alla palestra. Tre anni brillantemente recuperati dalla Ferrante, restituendo alla memoria ciò che rimane di questo complesso, ciò che non aveva alcun segno di vita. L’autrice, da narratrice, psicologa e psicoterapeuta qual è, ha saputo bene coniugare il linguaggio della storia con quello dell’immaginazione, un’immaginazione che le ha consentito di allontanarsi dalla realtà, non per fuggire da essa, ma per meglio interpretarla alla luce dei sentimenti più reconditi dell’animo umano, consegnandola in pagine intense e dense, che appassionano chi ama riandare nei ricordi e nelle fonti d’archivio, alla ricerca del proprio passato. L’immaginazione della Ferrante le ha consentito, inoltre, di declinare la storia nazionale con quella locale, di ricostruire le paure, le passioni, i sentimenti degli ufficiali, che hanno sofferto non poco in un luogo al tempo non molto ospitale per via della malaria, ma anche per le scarse relazioni umane. Sottolinea pure l’autrice i rapporti intrecciati con le comunità locali, le loro passeggiate a Rodi, Carpino, a Vieste… la storia di Giovannina… dati affiorati dai documenti, stemperati dall’immaginazione e dalla capacità narrativa dell’autrice. Maria Antonia Ferrante è entrata nei cuori dei marinai, leggendone la dedizione alla patria, le sofferenze, le incertezze, la morte in agguato, tipica di ogni periodo bellico, allorché – come ben dice Ungaretti- si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Opera interessante anche per le digressioni sulla storia locale del tempo: il dibattito sulle ferrovie elettriche, le prime ansie del Gargano legate agli uomini politici dell’epoca che cercavano una dignitosa collocazione nella storia del Mezzogiorno (i Fioritto, i Zaccagnino…), opera importante, utile ai giovani lettori, bisognosi di riandare al passato, per meglio comprendere il presente e progettare il futuro con maggiore consapevolezza, per ancorarsi al contesto. |
|
|