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21 octobre CONTRIBUTO PER SCHIAMAZZI 11/10/2009, Intervento di LEONARDA CRISETTI
Cenni storici del convento Nel 1724[1], quando si gettano le basi del convento dei padri Riformati francescani, l’abitato di Cagnano, è già fuori le mura da oltre un secolo e mezzo; si è sviluppato lungo Via Coppa e Via Mercato (oggi Corso Giannone), laddove a inizio Novecento si faceva la fiera del bestiame, lungo Via Media e Largo dei barbieri (oggi Corso Roma), e lungo il Casale (oggi corso Umberto). Vi sono, inoltre, le chiese di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio e di San Giovanni, entro le mura, e altre 10 chiese fuori le mura, tra cui San Cataldo e Santa Maria degli Angeli alias Santa Maria delle Grazie, con l’altare dello stesso titolo (Appendix Synodi sipontinae, 1678) . Ed è qui che secondo me vanno rinvenute le primitive tracce del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa al convento nel 1753, se non addirittura prima ancora, nel XIII secolo, dato che un documento del 1734 dice che fu voluta da Padre Santo Francesco e che poi andò in rovina. Nel Settecento, Cagnano si lascia alle spalle un periodo di catastrofi, segnate da una serie di terremoti (ben 4 nel Seicento), e di miseria, come attestano i censimenti, che tra 1669 e 1779 vedono finalmente triplicare la popolazione.Terra povera praticamente svenduta a GIulia d’Aiello che l’acquista nel 1628 al prezzo di 10.000 ducati, contro i 38.000 serviti circa cento anni prima ad Antonio Loffredo , per l’acquisto del feudo Cagnano-Carpino. Dunque, quando nel 1724 il convento nasce, ci sono già intorno già delle case e degli orti, ed è cinto da muro che racchiude due versure di superficie (25.000 mq circa). L’orto del convento dei Padri riformati francescani confina con via delle Grazie, Giro esterno e Palazzo Pepe. Ne l 1734 il convento non è ultimato, ma già vi dimorano 6-7 religiosi e promette di essere “uno dei più buoni e belli conventi della provincia. “È pur anco disegnato il giardino, assai comodo, e di buon sito, ma non è ancora ammurato, essendo il tutto imperfetto, ma vedrassi di perfettissima semetria” (padre F. Arcangelo di Montesarchio). Nel 1753 al convento è annessa l’attuale Chiesa di Santa Maria delle Grazie, innalzata su un rudere preesistente. Nel 1809, quando G. Murat, chiede ai rappresentanti delle comunità l’inventario dei beni degli ordini monastici e conventuali, in vista delle loro soppressione, il complesso risulta formato: da un orto ammurato e arborato con circa due versure, una mula d’imbasto che non si riesce a trovare, qualche arredo sacro in argento, le statue di San Pasquale e di Sant’Antonio (Inventario sindaco A. Sebastiani, luogotenente C. M. Giornetta, arciprete M. Troia e testimoni) In base all’inventario di Di Giuva del 1811, invece, i Beni mobili e immobili del convento risultano così costituiti: 35 volumi della biblioteca dei frati; 20 stanze di lamia finta; 4 corridoi (di cui tre corrispondenti) e un quarto che forma una loggia coperta; Piano terreno con cucina, locale del fuoco comune, refettorio, piccola chiesa con 2 altari, una chiesa più grande con 7 altari (di cui uno con statua in pietra di s. Giuseppe), un chiostro al centro con cisterna, un muro che include l’orto con 27 alberi di fichi e 7 alberi di “amendole”. Nello stesso anno l’intendente Charron ordina la soppressione del convento, nonostante gli amministratori si oppongano, sostenendo la tesi che fu finanziato dal signore del luogo e dal popolo, ritenendolo utile, perché istruisce, evangelizza, assiste i moribondi, potrebbe, inoltre, ospitare una scuola per fanciulli. Si ritiene di dover conservare la piccola chiesa annessa al convento e di praticare il culto, perché “a San Pasquale e a Sant’Antonio il popolo ha grandissima devozione”. Dopo la breve parentesi del 1815, allorché, a seguito della Restaurazione il convento fu riaperto, nel 1866 è chiuso definitivamente. Nel frattempo gli amministratori del paese continuano a perorare la causa dell’apertura. Il sindaco Gennaro De Monte, nel 1860, scrive che questa casa religiosa debba essere aperta, considerata la sua utilità per la comunità che avrebbe potuto incivilirsi e “mettersi a pari con altri comuni del regno”. Sostiene che il convento appartenga al municipio, non allo stato, perché si mantiene sui contributi della comunità, che spetta perciò all’ente locale assumere decisioni. Aggiunge che i frati non vanno scacciati perché così facendo si genererebbe un malcontento nella popolazione. Ritorna sull’argomento nel 1863, sempre dopo l’unità, adducendo la motivazione che i frati con la loro opera concorrono all’educazione morale, civile e religiosa della popolazione. “Con la predicazione possono più degli altri ammaestrare la classe ignorante piena di pregiudizi, istruirla ai principi della fede cristiana e incamminandola verso il progresso e la civiltà. Nel 1867, in ogni caso, è la soppressione. Il centro economico del paese è ormai fuori dalla Terra vecchia, nel Casale. Il consiglio Giornetti delibera di acquisire l’ex convento e utilizzarlo come sede della vita civile e amministrativa, di adibire i locali per gli uffici di guardia nazionale, prefettura mandamentale, carcere, scuola; di salvare la chiesa “attesa la ristrettezza dell’unica chiesa parrocchiale al numero della popolazione”. Nel fare richiesta al prefetto e la procuratore del re, fa presente che i R.D. del 1813 e del 1816 concedono il monastero agli usi pubblici del comune, che i cittadini fanno ritornare i monaci ma i diritti dominicali del comune con cessano, che l’ente non ha smesso di investire per il mantenimento dello stabile. In attesa della sovrana concessione, che si facciano, dunque, accomodare la parte dell’ex convento destinato a uffizio municipale e i bassi (posti ad oriente), occupati “per servizio di magazzino del grano e guardia nazionale”, di occupare temporaneamente i locali del piano superiore. Si spianano, quindi, via delle Grazie e il Limitone intorno la monastero. Si decide l’inizio dei lavori di sistemazione del tetto, locali, dei lapidari delle porte, dei mobili di segreteria. Delibera di affittare la cisterna e gli orti, di acquistare la libreria dei frati (200 lire), di costruire la “calcaia” per fare la provvista di calce, di ridurre i vani del convento a pretura per avvicinare questo ufficio alla segreteria, sin dal 1865 sita nel convento, di far riparare gradinata, corridoi, condotti d’acqua, tettoia, di fare riempire le sepolture dell’ex convento per motivi igienici, di far livellare la strada dal palazzo de Monte al convento dei Padri Riformati francescani, essendo piena di rocce e sassi sporgenti. E siccome qualcuno vuole appropriarsi dello spazio pubblico antistante il convento, lo stesso consiglio delibera di non far costruire fabbricati in largo Municipio: “non v’ha punto più bello del nostro paese di quello che noi chiamiamo con la nuova denominazione Largo Municipio, quel largo che, appunto, non so come e perché, si voglia riempire di fabbricati” A. Giornetti, 1873). Nel 1879, il consiglio Brancaccio pensa di far sistemare 4 stanze “per ospitare qualcuno ad interesse dell’amministrazione dato che il paese difetto di locanda. Nel 1876 un frate è ancora in convento, a insegnare a leggere e a scrivere ai fanciulli, insieme all’asistente. Nicola De Monte informa che nel convento hanno dimorato padri ragguardevoli per dottrina e virtù, tra cui i cagnanesi P. Vincenzo Maccherone, Giuseppe di Miscia, Federico Jacovelli, Padre Luigi (“il molto reverendo dott. in sacra teologia, morto compianto da tutti nel 1848”). Nei decenni successivi nel nostro municipio, ex convento dei Padri riformati francescani, vengono eseguiti altri interventi di mantenimento e adattamento. Si pensa di mettere a dimora due file di alberi tra Largo chiesa di San Cataldo e municipio, giacché in tale zona “sotto la canicola dei mesi di giugno, luglio e agosto, è un vero deserto d’Africa”(L. Pepe, 1902). Nei locali dell’ex convento, la funzione amministrativa è esercitata pressoché ininterrottamente fino al 1995, allorché è evacuato sia perché pericolante, sia perché è pronta la nuova sede del municipio. Dal 1995 è chiuso in attesa di restauro. “Ci si augura che venga riattivato presto - scrivevo nel 1999 - per poter mostrare a tutti la sua storia e la sua bellezza”. Tanti gli usi possibili: sala studio, sala conferenza, sala mostre, museo civico, biblioteca, luogo d’intrattenimento culturale dei giovani, … . I progetti abortiti Dagli anni ottanta del secolo scorso sono stati elaborati 2 progetti di restauro e recupero: il primo 1988 (arch. Muciaccia e Fatigato), della Regione Puglia, non ha avuto seguito forse perché agli amministratori non interessava più restare nei locali dell’ex convento, dato che era pronto il nuovo palazzo di città. In ogni caso i 200 milioni di lire (primo stralcio) sono andati persi. Il secondo progetto (n. 192) curato dalla Comunità Montana del Gargano, parla di “Lavori per il recupero funzionale dell'ex Convento di San Francesco nel Comune di Cagnano Varano: di riparazione danni e rifunzionalizzazione stativa, di miglioramento ed adeguamento sismico. Il progetto preliminare approvato e pubblicato il 23-07-2007, porta la firma dell’arch. S. Gatti, studio di Foligno (Pg). Richiama lo studio di fattibilità del 2004 con l’impegno di spesa di € 1.309.955.43 e l’approvazione del 2006, con un impegno di spesa di € 500.000.00 circa. In data 1 /10/2008, il comune di Cagnano concede il permesso di costruire nei locali dell’ex convento alla comunità montana del Gargano per il cosiddetto “reupero funzionale”. Intanto è passato un altro anno e tutto tace. Questo dice la storia, e noi siamo qui a perorare a causa del restauro e apertura dei locali dell’ex convento, ricordando, con G. De Monte, che la popolazione “non può guardare con occhio asciutto la dissoluzione delle opere di pietà dei loro antenati e che invece amano di vederle conservate.”
10 octobre L'ex convento dei Padri Riformati Francescani di Cagnano e i tesori dimenticatiSCHIAMAZZI
ASSOCIAZIONE CULTURALE
è LIETA DI INVITARVI ALL'INCONTRO-DIBATTITO
l'ex convento e i tesori garganici dimenticati
DOMENICA 11 OTTOBRE 2009 ORE 20.00
SAGRATO CHIESA SANTA MARIA DELLE GRAZIE (O AULA EX ANAGRAFE ADIACENTE)
interverranno
LEONARDA CRISETTI
insegnante e scrittrice
PIERO GIANNINI
presidente Associazione "PUNTO DI STELLE"
GIUSEPPE LAGANELLA
Legambiente Ischitella
A SEGUIRE DIBATTITO TRA I RAPPRESENTANTI DELLE FORZE POLITICHE E SINDACALI E DELLE ASSOCIAZIONI CAGNANESI
21 juillet Bbommine (Fiori d'asfodelo) di Francesco Granatiero
Edizioni Joker Graphicolor
Città di Castello (PG)
gennaio 2006
A i crestejéne, a u munne,/ sprúcete stràneje stràuse/ ca na parléte rume,/ ggiargianèise. Sderrupe// ngúerpe na furnesije/ de singhe e ssúene cupe./ Bbóne o mala fegghianne,/ angóre me chenzume// de paròule stramòrte./ Na vòuce annatavanne,/ affunne, me strapòrte,/ na vòuce o nu commanne.
(Agli uomini, al mondo,/ scontroso estraneo strano,/ ché una parlata rumino,/ incomprensibile. Dirupa// in corpo una frenesia/ di segni e suoni cupi./ Buono o cattivo parto,/ ancora mi consumo// di parole stramorte./ Una voce altrove,/ profonda, mi trasporta,/ una voce o un comando).
È con questa poesia (Furnesije “Frenesia”), tratta dal volumetto Scúerzele “Spoglia”, che Francesco Granatiero, medico, poeta e studioso di fama nazionale, originario di Mattinata, ma vivente a Rivoli, in provincia di Torino, ha esordito spiegando così il bisogno di scavare, di andare indietro nel tempo, rinnovando il senso di “parole stramorte”. È la “voce altrove” (na vòuce annatavanne), di un altro luogo, di un altro tempo, che spinge il poeta al ricupero memoriale e all’uso dello strumento vergine della lingua materna per dare un senso alla vita, conferendo nel contempo dignità di lingua al suo dialetto periferico.
Il poeta e critico Achille Serrao, nell’Aula Seminari della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Foggia, la sera del 23 maggio 2006, prima di presentare l’ultimo lavoro di Granatiero, Bbommine “Fiori d’asfodelo” (prefazione di Franco Pappalardo La Rosa, Edizioni Joker, Novi Ligure 2006, pp. 56, € 9), ha voluto soffermarsi sulle opere del poeta garganico, da U iréne (1883) a La préte de Bacucche (1886), da Énece (1994) a Scúerzele (2002), per ricostruirne l’intero percorso ideativo.
Senza perdere d’occhio i fondamentali studi critici di Giovanni Tesio, di Pietro Gibellini, di Franco Brevini e di Donato Valli, Serrao traccia la storia di una ricerca poetica necessaria, letteralmente scavata, attraverso un percorso trentennale, parlando di metapoesia, di fonosimbolismo, di apofonia, di archeologia della parola e della psiche. La preferenza accordata al dialetto, la predilezione per i termini arcaici, ritenuti da Granatiero più “pregnanti”, “discreti”, “necessari”, è riconducibile al côté del poeta: il “nido” rotto anzitempo, l’infanzia triste e lontana, il contesto garganico, che conserva il fascino del primitivo e del selvaggio, sono indelebili nella memoria del poeta. Il critico parla quindi, molto appropriatamente, di operazione di speleologia linguistica, ricondotta fenomenologicamente all’antropologia, di legittimazione culta, di deciso rifiuto della “parlata”, esposta alla corruzione e quindi all’impoverimento lessicale (alterazioni fonologiche, semplificazioni), proprio come accade per la lingua nazionale comune. L’analisi stilistica continua e si scandisce nell’individuazione delle parole-chiave della poetica di Granatiero, dove ritornano cafúerchie “tane”, irótte “grotte”, iréve “grave, voragini”, préte “pietre”, macíere “muri a secco”, óve “uova”, énece “nidiandolo”, parole presenti in tutte le raccolte.
Ritorna nel volumetto più recente, ossessivo, il tema della “memoria”, che Pietro Gibellini traduce in «durata del passato-presente», «cifra persistente» della poesia di Granatiero; «durata del passato-presente» che – aggiunge il relatore – verifica in Bbommine «un massimo di estensione applicativa», consolidandosi nella magia del mito, dove – come sostiene Franco Pappalardo La Rosa – il poeta proietta la storia propria e altrui e «i materiali della stilizzazione lirica in uno spazio-tempo aspaziale e atemporale, situabile nella dimensione magica del mito: gli aurorali spazio e tempo dell’infanzia, dove tutto rimane per sempre fissato sullo schermo di un’abbagliante-struggente eternità». Il critico continua parlando «di “vivezza” straziata, ma contenuta», di «carta della elegia e della algia, ma algia stemperata» dalla capacità del poeta di proiettare la materia nelle dimensioni del mito; e conclude con il rammarico di non poter esaurire «la intera gamma dei motivi di interesse e di studio dell’opera di Granatiero», perché «con Bommine, come in pochi altri lavori poetici in circolazione, si è ben dentro la magia del dire: accade qui che il verso canti le proprie ragioni ad esistere in uno straordinario, miracoloso equilibrio strutturale», con una «felicità di invenzione, una resa stilisticamente individuante dove nulla è lasciato al caso, alla pulsione elementare, e dove invece tutto è stato esperito ed attrezzato per conseguirla».
Al critico si è alternato Granatiero, la cui lettura, intensa, calda e sensibile ai moti dell’anima, ha proposto vecchie e nuove poesie, come Cafúerchie irótte iréve “Tane grotte voragini” – ben nota perché inclusa in tutte le più importanti antologie di poesia dialettale, da Chiesa-Tesio (Mondadori) a Spagnoletti-Vivaldi (Garzanti) a Bonaffini e allo stesso Serrao (Brooklyn, Legas) – o M’allèrte ca m’appadde nzúenne “Mi allerto ché mi appallottolo in sogno”, dove il poeta si sprofonda in una «catabasi poetica» (Franco Brevini) o «dove l’incubo dell’éboulement in una serie di consecutivi baratri sempre più profondi e tetri sembra richiamare la paura e la sofferenza della nascita» (Franco Pappalardo La Rosa), quasi scongiurata dalla magia di una serie interminale di n, raggrumate in allitterazioni e paronomasie: nzúenne “in sogno”, sciulènne “scivolando”, uerevòune “dolina”, sprefunne “gorgo”, funne “fondo”, affónne “affonda”, sfunne “sprofondo”, affunne “profondo”, affóche “annego”, a sseffunne “senza fine”, e così via.
La magistrale relazione di Achille Serrao è stata introdotta dalla generosa presentazione del prof. Domenico Cofano, ordinario di Letteratura italiana dell’Università di Foggia, che ha inquadrato l’opera nell’ambito di un’attività culturale iniziata due anni fa con il convegno sulla “Poesia neodialettale in Capitanata”. Il professore ha quindi evidenziato che l’Ateneo dauno, oltre ai compiti istituzionali, annovera quello di incoraggiare e divulgare i discorsi culturali, tanto più se essi riguardano il territorio in cui si è chiamati ad operare, meglio ancora se a proporceli è Francesco Granatiero, autore di raccolte poetiche, in cui recupera in maniera colta e raffinata il dialetto garganico.
Nella discussione è intervenuto, tra gli altri, l’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Ischitella Pietro Comparelli, animatore del Premio “Ischitella-Pietro Giannone”, che ha ricordato come una poesia di Granatiero fu letta da Enrico Montesano in una trasmissione di Rai Uno del sabato sera. Leonarda Crisetti
IL TURISMO NEL Gargano
Con la tavola rotonda “Un turista è una risorsa” di giovedì 24 agosto 2006 si è chiuso il programma culturale Il Gargano tra natura e Cultura, organizzato dal Rosone e dall’ass. alla cultura di Rodi, patrocinato dalla Provincia di Foggia e dalla Comunità montana del Gargano. L’istituto di scuola superiore “M. Del Giudice”, ha ospitato i convenuti nella magnifica sala auditorium, dimostrando che la scuola è di tutti e collabora per la buona riuscita delle iniziative culturali. La prof.ssa Martino Marsca ha sintetizzato i programmi delle serate precedenti: la presentazione di A. De Grandis del volume Il Gargano, curato da F. Giuliani di giovedì 10 agosto; di T. M. Rauzino del volume L’anima e la spada di M. A. Ferrante dell’11; l’escursione visita alla grotta dell’Angelo e alla chiesa di Monte Devia di giovedì 17; la presentazione di P. Saggese di Bbèlla te vu mbarà a ffà l’amóre. Canti e storie di vita contadina di Leonarda Crisetti di venerdì 18; di Cartoline dal Gargano di D’amaro, Fraccacreta, Ritrovato, del 21; I suoni e simboli universali della poesia di F. Granatiero introdotti da P. Saggese del 22, il Concerto del Conservatorio U. Giordano di Rodi. G.co del 23. Il progetto “Il Gargano tra natura e cultura”, è riuscito a coniugare per la terza volta le valenze naturalistiche del Gargano con quelle prodotte dall’uomo nel corso dei millenni, due forti ingredienti per promuovere la crescita del territorio e dei suoi abitanti, invitando rappresentanti del mondo culturale (poeti, narratori, ricercatori, cantori e musicisti), nonché del politico ed economico: gli uni per partecipare le loro emozioni e conoscenze, gli altri per fare il punto sulla situazione e scoprire la maglia rotta della rete, affinché nel prossimo futuro si possa investire con maggiore efficacia. Il convegno-tavola rotonda, nonostante il pubblico ristretto, è stato utile, infatti, per indagare il fenomeno del turismo e trovare nuove strategie, perché c’è qualcosa che non va. Non si può più improvvisare, occorrono interventi scientifici, ben studiati e calibrati, volti a far innamorare e ritornare, affinché il turismo, punto di forza del Gargano decolli. La questione è complessa e la sua risoluzione richiede regia, sinergie e approccio sistemico. Ne sono convinti – almeno in teoria - tutti i convenuti: C. Stallone, pres. Della provincia di Fg, G. De Leonardis, ass. al turismo della provincia, N. Pinto e G. Maratea, rispettivamente pres. e ass. alla cultura alla Comunità montana del Gargano, C. D’Anelli e G. Di Lella, nell’ordine sindaco e Ass. alla cultura di Rodi, P. Schiavone rappresentante dell’ente Parco nazionale del Gargano, D. Cofano, docente dell’Ateneo foggiano, G. D’Avolio, dirigente scuola superiore “M. Del Giudice”, A. Gelormini, menager del turismo, M, Minchillo, direttore dell’azienda di formazione turistica provinciale, Falina Marasca de Il Rosone e D. Pajano, cordinatore. Il turista è una risorsa, … non farlo andare via ha costituito il tema della tavola rotonda su cui hanno fatto il punto tutti gli interventi. Slogan diretto ai politici, ai cittadino residenti, ma soprattutto albergatori e gestori di ristoranti e pizzerie, i quali dovrebbero non dovrebbero considerare il turista un pollo da spennare, facendo lievitare i costi dell’affitto, dei generi alimentari, dei servizi. Sole, mare e spiagge ancora sostanzialmente incontaminate, prodotti eno-gastronomici gustosi e artigianali non sembranopiù sufficienti ad allettare il turista. Lo dicono gli indici di presenza che da diversi anni sono in calo e la responsabilità non può essere imputata solo al famigerato euro. Al problema calo delle presenze, si aggiunge quello del calo delle permanenze: da un mese, si è passati a 15 giorni, poi ad 1 settimana- considera il pres. della provincia, puntando l’indice sui costi elevati. Ci sarebbe- tuttavia- quest’anno un cenno di ripresa, attestato dall’aumento dei rifiuti. Proprio così, perché i flussi turistici nella nostra provincia non si contano più in base all’affluenza e alle notti di permanenza dei turisti nelle strutture, ma sulla base dei rifiuti prodotti. Indici opinabili, soprattutto se assolutizzati. I relatori hanno scavato, quindi, evidenziando altri punti di debolezza del nostro turismo: la carenza dei mezzi di trasporto pubblici e dei collegamenti, l’isolamento del turista nei villaggi ospitanti, lo scarso raccordo tra località balneari ed entroterra, la contenuta capacità dei garganici nel praticare l’accoglienza, la tendenza da parte dei paesi a coltivare il proprio orticello, la scarsa efficienza della rete telematica. Occorre sollecitare la connessione ADSL, per stare a passo con i tempi, dato che molte scelte vengono effettuate all’ultimo minuto, consultando Internet, e la Puglia (Gargano e Subappennico in particolare) sotto questo profilo è carente. Bisogna potenziare i mezzi di trasporto, fornendo all’occorrenza anche servizi gratuiti, che portino i turisti a visitare i centri storici, i boschi, le valli, i musei, i manufatti, i prodotti culturali che parlano della nostra storia. È necessario insistere sui musei, sui siti archeologici, sui parchi letterari (un progetto è stato già avviato dalla Comunità montana del Gargano). Per rilanciare il turismo occorre l’intervento della scuola, alla quale APT e Provincia intendono affidare il compito di progettare lo slogan della campagna promozionale della provincia di foggia del prossimo anno. Uno slogan che richiami nel logo il Gargano, il Subappennino e il Tavoliere, giacché ciascuna di questa terra con le proprie peculiarità presenta aspetti culturali e materiali interessanti da promuovere e valorizzare e perché il raccordo spiagge-entroterra può costituire il valore aggiunto della nostra offerta. La cultura del territorio non può, dunque, non passare attraverso la fucina della formazione che è la scuola. La valorizzazione scientifica del turismo acclamata comporta la presenza di operatori che vogliono e sappiano fare il mestiere, di politici che vadano oltre le anguste prospettive provinciali, il ricorso a strategie articolate d’intervento. Questo vuol dire, d’altro canto, contrastare il degrado delle strutture, accelerare l’approvazione di piani regolatori, rispettare del patrimonio tramandato,salvaguardare i luoghi, non alterare i centri storici, non sfruttare del turista, contrastare i fenomeni delinquenziali e l’affermarsi della prepotenza. Significa declinare turismo economico e turismo culturale, vuol dire elaborare progetti che, sposando la visione della destagionalizzazione, invitino il turista a visitare i nostri posti in ogni stagione dell’anno, consentendogli di potersi svegliare in collina e apprezzare i prodotti variegati della nostra cultura e della nostra natura. La valorizzazione scientifica del turismo richiede, dunque, regia, sinergia e formazione [di imprenditori e comunità]. La valorizzazione scientifica del turismo passa attraverso la new economy della conoscenza. Nel concetto di turismo scientifico rientra la logica dell’oculatezza e del risparmio, affinché l’attività non conduca, da un lato, al depauperamento delle risorse ambientali e culturali, dall’altro, allo sfruttamento di chi viene a trascorrere da noi le vacanze, perché il turista non è un pollo da spennare. Per migliorare l’offerta turistica, in ogni caso, occorre acquisire dati sui bisogni dei turisti, attraverso questionari, ma soprattutto occorre far nascere la cultura del turismo tra la gente del posto che, ad onor del vero qui manca. Diciamolo francamente – si conviene- il turista da noi è tollerato. Tante voci, quelle dei protagonisti della tavola rotonda, cui si sono aggiunte quelle di alcuni cittadini presenti in sala, che hanno sollevato i problemi della: incolumità del turista, scarsa partecipazione dei turisti e residenti ai programmi culturali, mancanza di acqua potabile e falde freatiche a rischio d’inquinamento, data la presenza in certe zone di pozzi neri non a norma, … . Problemi ricomposti, infine, dal prof. Stallone, il quale fuggendo l’atteggiamento dello struzzo, ritiene che i problemi segnalati siano giusti, che richiedano però tempo, programmazione e denaro. La sua squadra, in ogni caso, nonostante le ristrettezze dei fondi, che non permettono di dare risposte efficaci ai cittadini – così come afferma il pres. della provincia- si sta adoperando in diverse direzioni, sposando la causa dell’aeroporto, la necessità di pubblicizzare meglio il territorio inteso come contenitore di natura e cultura, di favorire la nascita di scuole e corsi di formazione per imprenditori, di potenziare la rete viaria e telematica. Intervento sostanzialmente condiviso da N. Pinto, presidente della Comunità montana del Gargano, alle prese con questo nuovo incarico. Non rimane che augurarsi che le disattenzioni e le lagnanze registrate nel convegno non si risolvano in mere parole, che qualcuno si faccia portavoce nelle sedi opportune, provando a dare le meritate soluzioni, dando voce anche alla Capitanata, perché la Puglia non può e non deve più fermarsi a Bari.
IL GARGANO DI FILIPPO FIORENTINO ...5 maggio 2007-05-06, Leonarda Crisetti
IL GARGANO DI FILIPPO FIORENTINO: UN SOGNO INTERROTTO? Atti A cura di Falina Marasca Ed. del Rosone 2007
Il 4 maggio, giorno della presentazione degli Atti del convegno, che ha avuto luogo nell’Auditorium dell’Istituto M. Del Giudice, il 19 agosto 2005, è stato a mio avviso significativo soprattutto perché la memoria di F. Fiorentino è stata consegnata alla nuova generazione. E già, perché il germe della conoscenza, della riflessione e della “ricerca di senso” è stato gettato nelle menti vergini e feconde di centinaia e centinaia degli studenti che, insieme ai dirigenti, ai docenti, ai rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali e ad appassionati cultori di ricerca, gremivano l’Auditorium I.S.I.S.S “M. Del Giudice”. Partecipando compostamente della memoria del tanto stimato Filippo Fiorentino, i giovani hanno, infatti, avuto l’opportunità di entrare nel vissuto antropologico-culturale della gente garganica e di ispessire la propria cultura, così realizzando uno dei più importanti obiettivi della “scuola dell’autonomia”, sempre più impegnata a declinare le esigenze del territorio con i bisogni di crescita degli alunni. Una giornata particolare per i ragazzi, dunque, come ha evidenziato anche il prof. G. D’Avolio, dirigente della scuola- “in cui si continua il lavoro di un preside che aveva qui la sua casa, un dirigente sempre impegnato nella conoscenza”, preoccupato di gettare un ponte per costruire un mondo di pace e di libertà. Il libro degli Atti, curato da Falina Marasca, Edito del Rosone, con il patrocinio della Comunità Montana del Gargano, potrà, perciò, far conoscere Filippo ai giovani del Gargano di oggi e a quelli di Napoli. “Il sogno interrotto di F. Fiorentino, che abbiamo sposato e tradotto in libro, non è stato solo un impegno istituzionale – ha puntualizzato il presidente della Comunità Montana N. Pinto- dato che mi sento a lui legato anche affettivamente; è il giusto riconoscimento tributato dalla Comunità ad un uomo che si è distinto per la sua umanità e cultura. Cultura utile a liberare l’uomo dalla condizione di ignoranza e a favorire sua umanizzazione. Bisogna andare oltre la morte, custodire quanto ci è stato lasciato, accogliere l’eredità e consegnarla ai giovani. Per questo si è pensato stamani anche ad un Premio “F. Fiorentino”, una promessa che m’impegno a tradurre in realtà.” I. Bronzino, dirigente dell’Istituto superiore “S. Nittis” di Napoli ha, poi, ricordato gli studi, l’amore per la conoscenza, per gli uomini e il territorio, l’universo culturale, l’impegno pedagogico del fabulatore, il dirigente tanto amato e stimato anche nella città partenopea. Il profilo di F. Fiorentino è stato, quindi, ispessito da B. Puoti, rappresentante dell’As. Naz. Dirigenti e Alte professionalità della scuola, contento di onorare il nostro personaggio, passando in rassegna “tranche de vie” utili a penetrare in qualche modo il suo carattere, gli atteggiamenti, lo stile. Si sono quindi avvicendate del immagini dello studente seriamente impegnato, al “Tondi” e alla facoltà di Lettere napoletana: le lezioni di Vico e di De Sanctis, gli interessi per la poesia, le lettere e l’archeologia, la voglia di attingere alle radici più profonde della cultura e degli uomini per parteciparne il valore agli altri. La mente “ben fatta” e non “piena” di nozioni ingombranti, che consolidò il modo di scrivere creativo, ricco e profondo, l’ombra di mestizia che induceva a vedere in lui una persona schiva e riservata. Ha comunicando, infine, gli ultimi suoi due grandi crucci: la gioia iniziale di diventare preside, dettata dalla convinzione che la funzione gli avrebbe permesso di incidere di più e meglio sulla formazione dei giovani, seguita dalla delusione provata quando si convinse di non poter essere loro di aiuto, dovendo assolvere compiti soprattutto di natura organizzativa; la nostalgia delle colline e monti del Gargano, nel suo ultimo soggiorno napoletano. Le attese alimentate sull’intervento del prof. A. Scalzi, dirigente del liceo “G, De Rogatis” San Nicandro.- Cagnano, la cui relazione in scaletta rappresentava il momento clou della presentazione degli Atti, non sono state tradite. Ha iniziato, riandando con la mente agli anni del liceo, quando, compagno di scuola, Filippo metteva a freno la sua vivacità. Mal celando la propria emozione, il tono prima commosso e, poi, via via più deciso, con il proposito forte di volere omaggiare l’amico, offrendo il meglio di sé, non tanto per ”sbandierare” la memoria di chi non è più, quanto soprattutto per incitare a proseguire “il sogno interrotto”, perché diventi linfa e testimonianza di vita, il dirigente ha interessato il variegato pubblico, attraversando tutto il testo degli Atti, selezionando i tratti più significativi dei vari interventi, come fa chi è interessato a costruire una nuova antologia. Supportato dagli strumenti mass mediali, ha parafrasato e ricomposto in un nuovo discorso i passaggi importanti delle relazioni e degli interventi registrati oltre il convegno, tutti contenuti nel libro presentato, firmati da Pinto, De Grandis, Rauzino, Marasca, Maratea, Palomba, Fontana, Piemontese, Crisetti, Cioce, S. Del Carretto, Resta, Mastropaolo, Del Vecchio, Saggese, Mundi, […]. Il dirigente, prof. Scalzi ha fatto, così, emergere le sfaccettature della formazione di Fiorentino, un uomo poliedrico dalle mille risorse, pioniere della scuola del curricolo e dell’autonomia, impegnata ad uscire dall’autoreferenzialità e ad incontrarsi con il territorio, per promuoverlo attraverso la cultura, affinché le conoscenze le competenze acquisite non diventino sterili e producano quella “ricerca di significati” tanto auspicata anche dall’attuale ministro Fioroni nella cornice delle nuove Indicazioni nazionali. È, dunque, emerso l’infaticabile organizzatore in grado di attivare le sinergie, il pioniere della scuola laboratorio di democrazia e nuova didattica, l’uomo dall’impegno culturale di alto profilo, il cittadino garganico che ha tanto amato la sua terra ed ha sognato un suo futuro sviluppo incentrato sulla cultura, maturando il progetto del parco letterario “Gargano segreto”. “Una chimera che è divenuta una realtà-ha aggiunto il dr B. Mundi- grazi all’impegno del prof. Maratea e del dr Pinto, grazie a Fiorentino e a Soccio che da lassù hanno dato una mano”. Interessante anche il breve contributo della prof.ssa L. De Maio, che ha partecipato la condizione di precarietà dei docenti di vent’anni fa, i sacrifici e i disagi del viaggio, il regime quasi militare del “M. Del Giudice”, i controlli di chi si faceva temere e amare, donare un fiore per il suo onomastico, la capacità di sintesi del preside Fiorentino, testimoniata sino alla fine, impressa eternamente sul suo epitaffio: “OVUQUE UNO SGUARDO DI FEDE”. 10 juillet PRIMO MAGGIO: ISTITUZIONE, SIGNIFICATO, MICROSTORIE
RELAZIONE di Leonarda Crisetti per conto della CGIL, Vico del Gargano, 2001 Costanzucci, Giovanna, NatinaVorrei dividere il mio intervento in due tempi:1. Spazio da dedicare all’istituzione del primo maggio, chiedendomi e chiedendoci altresì se ha ancora senso celebrare il primo maggio e, se c’è, quale senso conferirgli oggi. 2. Spazio da destinare alla memoria, recuperando il ruolo di protagonisti presenti in terra garganica, delle masse popolari e di singolarità, su cui la storia ufficiale ha finora taciuto, il ruolo di chi, emigrando, ha dovuto sacrificare affetti e radici, spendendo così le sue energie, per contrastare miseria, deprivazione ed emarginazione, affrontando i difficili problemi d’integrazione.
Il primo maggio, dunque. Il perché e il quando della istituzione di questa ricorrenza rinvia agli scontri tra operai in sciopero e polizia. Il contesto spaziale è Chicago (U.S.A.), la connotazione temporale è il 1 maggio 1886. I Nei primi giorni di maggio 1886 si verificarono drammatici incidenti nella cittadina americana tra operai manifestanti e governo repressivo, provocando diversi morti. Per ricordare tali incidenti, a partire dal 1890 il primo maggio divenne una giornata di lotta per i lavoratori. Nel 1892 Milano aderisce alla giornata di lotta del 1° maggio, che il movimento operaio e socialista decide di adottare per ricordare i morti di Chicago e per le otto ore di lavoro. In questa organizzazione la Camera del lavoro è in prima fila. Gli obiettivi degli operai e dei sindacati, nati in difesa dei lavoratori, erano inizialmente economici, poi, col tempo riguardarono anche la politica, volendo gestire la cosa pubblica per salvaguardare i propri interessi e soprattutto per non far abbassare il costo del lavoro: obiettivi contrastati naturalmente dagli imprenditori. Il primo maggio: quale senso possiamo attribuire oggi alla ricorrenza del primo maggio festa del lavoro. Mi viene in mente anzitutto che, nonostante la proclamazione del diritto al lavoro, sostenuto e riaffermato da diverse normative, nonostante esso sia stato posto a fondamento della repubblica italiana (vedi art. 1 della Costituzione), tale diritto è stato in pratica eluso in molti casi e soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia, dove più del 20% della popolazione è disoccupata e una grossa percentuale dei disoccupati è costituita da giovani donne. Nel Gargano va detto inoltre che si assiste allo sfruttamento di giovani che nel tentativo di avere una certa autonomia economica, accettano di lavorare in nero e di essere retribuiti con salari bassissimi, 12 ore di lavoro estivo effettuato nei mesi dell’affluenza turistica, ragazzi non dichiarati e malpagati. La disoccupazione, dunque, piaga che continua ad alimentare la forbice nord-sud. Mi viene in mente un’altra considerazione. Nell’Italia dello sciopero generale penso che il primo maggio possa riscoprire il suo significato originario, il motivo ispiratore, consistente nella difesa dei diritti, sia di quelli teorici solamente enunciati esigendone la concretizzarione, sia di quelli acquisiti da parte di chi ha già un lavoro, nei confronti delle nuove forme di lavoro, quello flessibile, atipico, a tempo determinato …, che, alimentando la precarietà, distrugge i sogni. Nel discorso augurale di fine anno, il presidente Ciampi, rivolgendosi ai giovani, lanciò un appello, esortandoli ad alimentare i sogni, a volare alto, ad osare …, ma è possibile questo, mi chiedo, quando non si ha un posto di lavoro o quando da un momento all’altro chi ce l’ha può essere licenziato, anche “senza giusta causa”? Nell’attuale sistema economico liberista in cui sembra non si possa fare a meno della flessibilità, come conciliare l’assunzione-conservazione-tutela dei diritti con queste nuove forme che consolidano instabilità, precarietà e, di conseguenza, disuguaglianza ed emarginazione? Inoltre, se la flessibilità entro certi limiti non rappresenterebbe il “male”, ma un mezzo per creare occupazione, come sostengono anche alcuni gruppi della Sinistra, come gestirla in modo che non si ritorca negativamente contro gli operai? Forse la ricetta del liberismo mentre funziona bene negli Usa e in altri stati europei mal si adatta al contesto socioeconomicoculturale italiano, data la scarsa presenza di ammortizzatori sociali? Molto si è detto sull’art. 18. Forse è un falso problema, come sostengono i critici più obiettivi, ma, al di là della complessità dell’interpretazione dell’art. 18 e in considerazione del fatto che in Italia, specie nell’area del meridione con elevato tasso di disoccupazione non si corre nemmeno il rischio di essere licenziati, al di là di ogni strumentalizzazione, una cosa è chiara: occorre che ciascuno abbia un lavoro; bisogna difendere i lavoratori dai soprusi del datore di lavoro, dai manager di aziende pubbliche e private, che continuano ad affilare i coltelli, praticando il mobbing sugli impiegati, a quelli che tengono basso il costo del lavoro. Il lavoro – si sa- rende la vita dignitosa, per contro chi è senza lavoro non si sente realizzato e non riesce a guadagnarsi un posto né in famiglia né nella restante società. Forse con la strumentalizzazione dell’art. 18, si è voluto fare politica. Ammettiamo che sia vero, com’è vero anche che grandi riforme sono nate da piccoli provvedimenti, fatti anche in sordina. Allora la recente dimostrazione di piazza potrebbe essere rivisitata in questi termini: vigilare per scongiurare pericoli più grossi, far capire che i lavoratori ci sono e sono attenti a quanto accade intorno a loro, che le riforme richiedono il loro coinvolgimento e il loro consenso, in altri termini dare dimostrazione della cittadinanza attiva; vigilare affinché il sindacato non sia esautorato, svuotato delle sue funzioni, affinché lo svolga con maggiore giustizia. Dal canto suo, anche il sindacato deve interrogarsi e riconquistarsi la fiducia degli operai, degli impiegati, e soprattutto dei disoccupati, prestando ascolto alle richieste d’aiuto, cercando di non allinearsi con chi continua a fare la parte del leone, guadagnando il suo obiettivo che è quello di dialogare e dare voce ai dipendenti, di difendere i lavoratori e chi è alla ricerca della prima occupazione, che, soprattutto nel mondo globalizzato e della robotizzazione, hanno diritto ad una vita dignitosa. Se le tecnologie elevano la qualità della vita, da tale benessere non deve essere escluso l’operaio. Il primo maggio è, pertanto, al contempo una giornata di gioia, per i progressi realizzati dalla classe operaia, e di tristezza, per i sacrifici che sono costati e continuano a verificarsi, dato che molti cittadini ne sono ancora esclusi, una giornata di memoria e di riflessione, affinché quanto è stato conquistato non vada perduto.
Eccomi ora alla seconda parte di questo mio intervento, che come accennavo, è rivolta al recupero della memoria. Presenterò qui alcuni casi a mio avviso significativi, testimonianze inedite di gente garganica, da restituire alla storia, microstorie che hanno inciso sugli eventi determinando i grandi avvenimenti, quella storia generale che si apprende sui manuali scolastici spesso contrassegnata dall’anonimato o dai protagonisti delle grandi imprese. Voglio qui ricordare anzitutto il ruolo delle popolazioni garganiche, di Cagnano, Carpino, Vico, Sannicandro, S. Marco e San Giovanni, Rodi, Vico, Ischitella, Peschici, Vieste …, popolazioni che hanno dovuto affrontare gli stessi problemi, dovendosi difendere dalla miseria e dalla precarietà dell’esistenza causata dai padroni feudatari, baroni, podestà, che si sono succeduti nel tempo, gente che ha dovuto contrastare anche le difficoltà date dall’asprezza del territorio garganico. Pensate alla pazienza dei contadini che hanno raccolto migliaia e migliaia di pietre per erigere muri a secco, macere e tratturi, le "vie erbose" della transumanza, i pagliai e le abitazioni dei centri storici che continuano a caratterizzare il nostro territorio. Pensate alla condizione dei pescatori della laguna di Varano ostacolati dalla malaria e dai signori feudatari che fino al secolo scorso hanno contrastato la pesca, tentando di usurpare un diritto millenario (tra i signori c’erano anche i Caracciolo di Vico e i Turboli d’Ischitella). Pensate al contadino di Vico che, come semplicemente ed efficacemente descrive Matassa nei suoi Ricordi, ogni mattina tirava fuori dalla stalla l’asino e la capra, per raggiungere la campagna e far ritorno a sera con il somaro carico, alla cui coda spesso si aggrappava, e con la capra con le grosse mammelle piene di latte, che in assenza dei bambini, veniva coagulato per fare la provvista del cacioricotta. Pensate ai mietitori a alle spigolatrici, agli uomini e alle donne che in autunno affollavano i tratturi per recarsi nelle campagne e assolvere il rituale della raccolta delle olive. A Cagnano, ad esempio, ogni anno oltre mille donne si recavano nel demanio comunale Puzzone e nella contrada Barosella, organizzate anche in cooperative (tra cui ricordiamo La Proletaria 1945) prestando il lavoro “alla parte” , ciascuna con la propria scala, mille scale messe a disposizione dal Comune. Per farsi la provvista di olio, in quel tempo in cui tra la popolazione non circolava denaro, ma si ricorreva ancora spesso al baratto. Pensate alle preoccupazioni e alle cure richieste dalla raccolta delle arance, alle ansie condivise da Ischitellani, Vichesi e Rodiani, legate ai timori della siccità e del gelo. D’inverno, perciò si portava San Valentino in processione per benedire le campagne. Quest’attività, che vedeva impegnati uomini, donne e adolescenti, offre inoltre, un esempio della catena di montaggio applicata all’industria delle arance: “gli uomini dalle piante staccavano i frutti e riempivano le ceste, i ragazzi le trasportavano poi a spalla al “montone” dove c’era chi le contava una ad una. A fianco al montone erano le donne impegnate ad incartare nella velina i frutti più belli, selezionandoli e sistemandoli in apposite casse. Quindi intervenivano i trasportatori che, caricate le casse a dorso di animali, le scaricavano nei magazzini di Rodi, da dove venivano condotti sui mercati.
Uno spazio particolare vorrei destinarlo alle donne lavoratrici, donne che fino agli anni 60, in assenza dei servizi igienici e dei comfort attuali, dovettero far fronte a mille incombenze, sottoponendosi alla fatica del bucato e del pane, alla provvista di legna ed acqua. Donne impiegate a “spigolare” grano nei campi già mietuti anche negli ultimi mesi della gravidanza (testimonianze orali affermano infatti che alcune di esse partorirono mentre spigolavano ed altre, con i neonati avvolti “nda li pannucc” erano già all’opera). Donne vichesi e rodiane, impegnate a seccare cortecce d ‘arance e a commerciarle, donne cagnanesi intente a salare lavorare curpecedde, femmenedde e panne de nanze, obvvero reti per intrappolare i pesci. Donne garganiche che quotidianamente, al suono della trombetta, dovevano vuotare i canteri pieni nel carrobotte; donne lavandaie che lavavano i panni sporchi della propria famiglia e di quelle dei ricchi; donne che attingevano acqua alle cisterne, ai pozzi situati lontani dal paese, alle sorgenti; donne impegnate nel ricamo, nel cucito, nella filatura e nella tessitura di tessuti e di reti per costruire attrezzi da pesca. Donne che a fine 700 erano abbruttite dalla sporcizia e dalla miseria, come attesta Manicone in La fisica Appula “Le case erano nere e lorde… tutto vi puzza di affumicato, di foliche salate e di carne corrotta. Ogni cagnanese passa dinanzi a sé gli effluvi di questi suoi alimenti e s’annuncia di lontano alle narici non avvezze. Le donne poi s’abbandonano totalmente al sudiciume. Quindi esse mandano un disaggradevole puzzo”.. e non solo quelle di Cagnano. Parlando delle donne di Capitanata il Manicone afferma che le donne giovanissime erano lebbrose, con la faccia stravolta da cicatrici purulente, sdentate, afflitte da piorrea, da carie e da tisi, non si salvavano nemmeno le nobildonne che temevano di lavarsi dal momento che l’acqua era infetta. Donne che, oltre a tutte le succitate faccende, erano intente a svolgere il ruolo di figlia, di moglie e di madre, senza dover contravvenire alle censure , alle regole imposte da una cultura maschilista, che le voleva relegate in casa. Donne impegnate in attività sommerse, in lavori faticosi ma non retribuiti e pertanto non riconosciuti, destinandole perciò al posto di subordinate, soggiogate all’uomo, l’unico che all’inizio del novecento vide riconosciuti alcuni diritti, forse perché portava a casa il soldo. Grazie a questa risorsa femminile, tuttavia, molti progressi furono conseguiti da tutta la società garganica.
Presenterò in chiusura alcuni casi, microstorie cagnanesi. Un riguardo particolare credo vada attribuito al personaggio socialista anarchico Carmelo Palladino. E’ nato a Cagnano Varano il 23.10.1842 in corso Umbero 15. A Napoli, dove compì i suoi studi di giurisprudenza, s’incontrò con il capo degli anarchici, M. Bakunin. Dopo alcuni mesi, costituì la sezione napoletana dell’associazione internazionale dei lavoratori, di cui fu per un certo tempo segretario e corrispondente, risultando uno dei più attivi socialisti. Ebbe rapporti d’amicizia e di collaborazione con Malatesta, Zerardini ed altri esponenti del movimento internazionalista italiano. Fu in corrispondenza con Marx ed Engels. A Cagnano, sposo della contadina Antonia Caccavelli e padre di due figlie, continuò la sua attività sovversiva e mantenne i legami con i massimi esponenti del movimento che guidava l’emancipazione della classe operaia, anche se sottoposto a continua vigilanza, esercitando la professione di avvocato. Ricevette qui la visita di Malatesta, Merlini e Zerardini nel 1876. Nel 1879 fu arrestato per “cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello stato”. Fu poi prosciolto. “Strenuo difensore delle posizioni libertarie, oppositore di ogni tendenza autoritaria e riformista all’interno della Prima internazionale, il suo pensiero sociale s’ispira, secondo Magno (cfr. La Capitanata) ad un certo utopismo egalitario. Discendente di una famiglia agiata e nobile, sentì dunque il bisogno di andare verso il popolo. A Cagnano c’era in quegli anni una sezione di anarchici. Con Palladino collaboravano i concittadini Antonio Fini e Alessandro Bosna, Luigi della Monica da Sannicandro e G. Bramante da Carpino. Sezioni anarchiche erano presenti anche a Carpino, a San Marco in Lamis, a San Nicandro e a San Giovanni Rotondo. Questa specie di società segrete di mutuo soccorso con tendenza internazionalista spinsero più volte i contadini alla rivolta e ad occupare numerosi fondi. A questi socialisti-anarchici si rivolsero i cittadini per proteggersi dagli abusi di signorotti che gestivano le amministrazioni comunali, tentavano di conservare privilegi feudali ormai aboliti. I sogni degli anarchici, però, non modificarono le condizioni della classe povera dei contadini, che presero coscienza della loro realtà quando vennero a maturare nuovi rapporti di produzione tra imprenditori agrari e proletari agricoli, il che accadde via via che si consolidò il partito socialista. Carmine morì assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle nel 1896. (cfr. Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costume, società, di L. Crisetti Grimaldi, Acropolis 1999).
Le donne cagnanesi furono in alcuni casi protagoniste di sommosse popolari, come accadde negli anni del fascismo, quando furono spinte dalla miseria a ribellarsi contro lo strapotere del podestà e per questo si meritarono l’arresto, seguito da condanne detentive. Era il 1941 quando le donne di Cagnano, in assenza dei mariti impegnati nel secondo conflitto mondiale e dilaniate dalla povertà, scioperarono per la fame: si recarono in massa all’ex municipio e tentarono di scacciare il podestà, fecero poi un lungo corteo e sfilarono lungo le vie del paese. Molte di esse furono arrestate e condotte al carcere di Lucera. C’erano tra quelle, la signora Nannina, che portò con sé in prigione anche la sua bambina, Lucia, Carolina, Graziella… Giangualano Maria. Quest’ultima era un’attivista che prima di partecipare allo sciopero aveva scritto una lettera molto interessante ed accorata al Duce, chiedendogli aiuto per sé e per la sua bambina. Ve la propongo: “Sono povera, assai povera, la mia casa è tanto oscura perché vi regna la miseria e insieme la tristezza. Sono infinitamente impressionata nel sentire la morte di vostro figlio Bruno e con angoscia pensavo al dolore vostro e della famiglia tutta. Fra questi pensieri misi alla luce una bambina che diedi il nome di Bruna: la mia povera Bruna già sente freddo; guardandola pensavo fra me: E’ bella, è vispa, ma non posso ben fasciarla e coprirla, solo col mio affetto e col mio latte ho da farla vivere! Con grande meraviglia questa notte ho sognato un giovane forte e ardito; io avevo fra le mie braccia la mia cara Bruna e questo mi disse: Addio! E poi sparì. Duce, nostro buon Duce, abbiate un pensiero per me e per la mia bambina. Con grande venerazione vi saluto”. Avete potuto notare il tono supplichevole, l’atteggiamento speranzoso, il tentativo di blandire il Duce, pur di non sopperire alla fame, bisogno bene esplicitato in apertura, quando afferma senza tanti mezzi termini: “sono povera, assai povera, la mia casa è tanto scura … ”. Evidentemente questo suo appello non sortì l’effetto sperato, dal momento che la signora Maria partecipò allo sciopero contro la mancanza di viveri.
Significativa anche quest’altra lettera al duce, reperita nell’archivio comunale di Cagnano Varano, scritta 25 aprile 1941 da Natale, professione fabbro, il quale aspetta invano di partire per i campi di lavoro tedeschi. Egli denuncia il problema della disoccupazione nel paese e il modo in cui gli operai vengono sfruttati dai “comandanti” di Cagnano.
“Non ci fa paura che stiamo disoccupati, perché materiale bellico serve al governo. Ma però ci sono i nostri Massoni di questo paese di Cagnano varano che ci vogliono schiacciare sotto i piedi, perché sono venute parecchie circolari per andare a lavorare in Germania. I nostri signori ci hanno fatto fare domanda che a un povero operaio per andare a passare una visita medica e fare domande se ne sono andate più di 50 lire che noi potevamo far mangiare una settimana i nostri figli perché i figli degli operai sono proprio figli della Patria che ci tengono per la Patria e anche se necessario di stare qualche giorno digiuno. Sua Eccellenza, siamo andato dal federale di Foggia e ci a promesso di partire perla Germania o pure per l’Albania alla prossima partenza, però ne sono passate quattro partenze ma noi non ci fanno partire. Tutti i paese sono partiti e questo no. Come va? Perché i nostri comandanti che ci abbiamo in questo paese ci vogliono tenere sotto i pedi che devono chiamare un operaio e lo devono far lavorare a giornata con dieci lire al giorno che non li bastano di mangiare ai propri figli: che si fanno pure le risate dicono vi potete mangiare anche l’erba. Siamo tutti figli d’Italia. S. Eccellenza vi prego di prendere provvedimento di questo che vi ho scritto. Vincere. La lettera venne rispedita dalla segreteria particolare del Duce in prefettura e dalla prefettura tornò al Comune. E’ evidenziato l’ultimo periodo e sono sottolineate le parole “risata dicono vi potete mangiare anche l’erba”.
Diverse altre lettere indirizzate al Duce, al prefetto e al podestà lamentano insieme alla disoccupazione, il problema delle ingiustizie, della miseria e dell’emigrazione mancata, tanto invocata per fuggire la miseria. Questi documenti risultano interessanti anche perché contrastano il parere di alcune testimonianze orali di anziani che hanno nostalgie del regime, a loro parere perfetto.
Nonostante le leggi severe, anche negli anni del fascismo alcuni cagnanesi s’incontravano segretamente nelle grotte per festeggiare il primo maggio e per affrontare i problemi del lavoro. Per contrastarli, le forze di polizia cominciarono ad arrestarli qualche giorno prima di tale ricorrenza e per rimetterli in libertà alcuni giorni dopo, assicurandosi, in questo modo, che tutto filasse liscio e non ci fossero manifestazioni di piazza, perché il regime non tollerava il dissenso.
Nella storia cagnanese va ricordato anche il caso singolare della zia Giovannina, figlia del calzolaio Teopista, che nel 1946 con la prima amministrazione postfascista ricoprì la carica di assessore alla pubblica istruzione. Per le votazioni del 31 marzo 1946 elaborò un testo che personalmente presentò in un comizio elettorale e che attesta la sua fede convinta nel partito comunista. Di questo comizio vi presento qualche passaggio, che ci permette si conoscere meglio il personaggio:
“- Proletari, …non fatevi ingannare dalla borghesia… che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Pensate ai tempi del loro comando a quante volte vi trattarono come cani rognosi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di vota civile Vi fecero incarcerare perché reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioé che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … Ora i gaudenti vi promettono il paradiso e quel che è peggio chiamano i comunisti senza cristo. Io rispondo che i senza Cristo sono proprio loro perché infamano chi non predica altro che la dottrina di cristo, che predicava : - Distaccatevi dai beni e allora potrà venire l’uguaglianza e la pace tra gli uomini. I comunisti vogliono la Russia. I comunisti vogliono il divorzio. I comunisti vogliono la disgregazione della famiglia! Già perché secondo loro i comunisti non amano le loro creature. I comunisti vogliono la distruzione dei beni. Invece i comunisti vogliono che tutti gli uomini abbiano un tetto, un letto, un pezzetto di terreno e quanto Iddio ha messo sulla terra per goderla ugualmente perché siamo tutti figli dello stesso creatore. … Proletari unitevi, siate fratelli della vostra stessa classe dei diseredati e se anche fra voi vi siano dei dissensi questo è il momento di dimenticarli”. La zia Giovannina conseguì il diploma magistrale, ma non l’abilitazione perché, rispoettosa della sua ideologia, non si è voluta sottomettere alle regole del regime, che prevedevano il tirocinio a scuola, tirocinio che senza la tessera fascista non si poteva effettuare. Così la zia Giovannina continuò ad esercitare privatamente, a fare l’infermiera, la fotografa e a militare in politica, organizzando incontri sindacali nei quali poter affrontare i problemi dei lavoratori e militando nel P.CI., partecipando insieme al padre pressoché analfabeta, il quale se la portava dietro “perché sapeva parlare bene”. Si riunivano allora nelle grotte, che non mancavano in paese, data la natura carsica del territorio, per non farsi scoprire. La zia Giovannina aveva idee larghe per quei tempi, non si sposò, ma adotto due bambini: Mario Paolino (che seguendo le orme della madre adottiva fu militante attivo del P.C.I. per circa mezzo secolo a Cagnano varano) e Rita. Indubbiamente un caso eccezionale, un esempio di emancipazione, soprattutto se pensiamo che gli eventi si riferiscono agli anni trenta/ quaranta e che operava in un contesto storico in cui le donne si tenevano a debita distanza dalla politica. Ad esse, infatti era stato negato il diritto di voto fino agli anni della seconda guerra mondiale, diritto esercitato per la prima volta nel ’46, forse perché le donne se l’erano conquistato per il contributo da esse offerto durante la Resistenza. Comunista convinta e dichiarata, dunque, alla sua morte avvenuta nel 1952, non è riuscita a ricevere il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza essere potuta entrare nella casa di Dio.
La storia garganica è segnata anche dalla tragedia e insieme dalla rinascita economica causata dal fenomeno dell’emigrazione, come attesta il caso di Natina, una storia simile a molte altre in cui molte donne avranno modo di potersi rispecchiare. Il contesto storico ci porta questa volta agli anni sessanta/settanta.
Natina nasce a Cagnano Varano da una famiglia modesta e numerosa (sette figli) nel 1949, un anno di crisi, come ricordano quelli del posto, perciò stenta a soddisfare il bisogno della fame. La mamma per poterla nutrire deve ricorrere ad allungarle il latte con l’acqua. A 11 anni Natina è già sotto gli alberi a raccogliere le olive, con ritmo veloce, allungando entrambe le mani e ritirandole con ritmo frenetico, proprio come fanno le galline sotto la spinta della fame. Nonostante la sua debolezza e gracilità, deve riempire alla svelta il cesto, altrimenti il proprietario non la fa lavorare il giorno successivo. A 14 anni è alla Saleria, un’industria di conservazione del pesce, dove lavora, 10- 12 ore al giorno, anche se non in maniera continuata. A 17 anni emigra in Svizzera, insieme ai suoi fratelli maggiori. Finalmente recupera alcuni chili, potendo mangiare banane, cioccolata e latte. Anche qui lavora a cottimo, soddisfacendo contemporaneamente la domanda di tre ditte. Confeziona merletti da mane a sera e per diverso tempo svolge l’attività a domicilio perché deve accudire a che a due bambini: il suo e quello della sorella. S’impegna con tutta l’anima per farsi apprezzare e soprattutto per non farsi dare dello “zingaro”, appellativo che gli svizzeri in quegli anni riservavano a molti italiani. Ricorda che si angustiava molto quando leggeva sulle vetrine dei ristoranti e su qualche parete la scritta: - Via i cani dalla Svizzera, pensando che “cani” erano gli italiani. Alla nascita del secondo bambino, Natina è costretta a lasciare il più grande presso la famiglia materna. Da quel momento, soprattutto al sabato, allorché cessa il ritmo frenetico del lavoro e può concedersi di pensare interamente ai figli, Natina si ritrova a versare fiumi di lacrime , accusa forti dolori alla testa, è triste e si sente in colpa per questa forzata separazione. Finalmente, dopo aver messo da parte quel tanto che basta per costruirsi un nido e avviare un’attività lavorativa, Natina e il marito fanno ritorno a Cagnano. Natina però soffre ancora una volta. Dopo 10 anni d’emigrazione fatica ad adattarsi: Cagnano non è più come l’aveva lasciato, sono cambiati i rapporti tra le persone, il modo di trascorrere il tempo libero, non c’è più quella coralità di un tempo. Via via si adatta anche a questa nuova realtà, ma soprattutto non accusa più il mal di testa dal momento che la famiglia è riunita. Ora Natina ha 54 anni e continua a lavorare insieme al marito nella sua piccola azienda, per mettere da parte qualcosa per i figli, per sentirsi utile e, forse, inconsciamente, per farsi perdonare il fatto di essere stata lontana dai suoi bambini negli anni più importanti, i primi anni di vita, quelli che sembrano condizionare il resto dell’esistenza.
Col tempo, dunque, molte cose sono cambiate, ma tanti problemi nel Meridione sono rimasti irrisolti, originando ulteriori disagi sociali, psicologici ed economici. Per realizzare l’uguaglianza di fatto e il rispetto dei principi dichiarati ex lege, occorrono un posto di lavoro, istruzione e rispetto delle "culture altre" |
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