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28 septembre In Michael Osiride, Mithra, Asclepio
Il 29 settembre si celebra la festa di San Michele. L’altra giornata dedicata all’Arcangelo è l’8 maggio, come vuole la tradizione garganica. La ricorrenza mi offre lo spunto per riflettere con voi sulla figura di Michele, l’arcangelo venuto dall’Oriente per convertire al cristianesimo chi era ancora abbarbicato ai culti pagani, il santo che muove tutt’oggi milioni di fedeli all’anno verso i santuari a lui intestati, presenti nel Mezzogiorno d’Italia come nel Nord e nel Paesi d’Oltralpe. La finalità, che animava i pellegrini di ieri, spingendoli a lasciare la sicurezza della propria casa e ad affrontare le insidie del viaggio, è la stessa che muove i figli della civiltà tecnologica e conoscitiva: la ricerca del sacro. L’arcangelo, figura interessante e molto significativa per le genti di Capitanata e del Gargano, svolgeva molteplici funzioni, assicurando la salute psicofisica individuale e collettiva. Secondo l’opinione popolare, Egli aveva sotto controllo la luce, il sole, i terremoti, faceva profezie, allontanava dall’uomo e dal suo gregge ogni infermità, assicurava la fertilità, pesava e conduceva le anime nell’Aldilà. Michele era, perciò, venerato, invocato e bestemmiato: quando la terra tremava, quando si spegneva la luce, quando non pioveva, quando c’era la peste, quando si era ammalati, quando si era in punto di morte. Le funzioni dell’arcangelo erano le stesse prima svolte da altri esseri soprannaturali. Lo confermano i dati del convegno su “La Grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia” del 6-8 maggio corrente anno organizzato dalla Proloco, che ha alimentato dubbi e demolito qualche certezza. La grotta presenta tracce di culti giunti in gran parte dall’Oriente, quando al posto dell’attuale laguna di Varano era un seno di mare. La zona era, infatti, al centro di un continuo traffico culturale. Situata nel Gargano nord e protesa nell’Adriatico, a 30 km. dalle Isole diomedee, già prima dell’Impero romano, la grotta di San Michele di Cagnano Varano dovette essere facilmente raggiungibile approdando via mare. Il sito era inoltre accogliente per la presenza di sorgenti. L’ascesa alla grotta non dovette essere lunga, né faticosa, percorrendo la valle che in epoca medievale ha assunto il nome dell’angelo: Va Sand’Agna. La caverna è stata interessata dal fenomeno dei flussi migratori, di gente che giungeva sulle nostre coste per motivi commerciali, in tempo di pace, per trovare un rifugio, in tempo di guerra. I popoli che migravano, stanziandosi nei nostri agri, sin da allora dovettero fare i conti con le popolazioni del posto e queste ultime a contatto con i sopravvenienti hanno dovuto mettere alla prova le proprie tradizioni, in qualche modo innovandole. Che la zona sia stata interessata al traffico culturale, quindi, cultuale, lo dimostrano i reperti disseminati intorno al luogo sacro, nella distanza compresa tra alcune centinaia di metri e trenta chilometri. Reperti rinvenuti negli insediamenti di Coppa Castèdde - la Casteddara (Bronzo), Vadoiannina (Bronzo), Masseria Iacovelli (Bronzo), Bagni di Varano (con presenze del Ferro e Paleocristiane), Cava la rèna (Ferro), Pineto e Avicenna del piano Cagnano-Carpino (con elementi di cultura greca, romana, longobarda), Monte Civita e Niuzi di Ischitella (Ferro e Paleocristiana), Crocifisso di Varano (epoca romana e seguente); Jazzo Trombetta (Paleocristiana), San Nicola Imbuti (sicuramente medievale), Devia (romano e medievale), … . La grotta ai piedi del Varano avrebbe , perciò, dato stanza all’oplomanzia, al culto delle acque, alla divinazione. Il culto micaelico, di conseguenza, avrebbe assorbito quelli di Iside/Osiride, di Mithra, di Asclepio e di Calcante. In Michael sarebbe, dunque, la sincresi di culti precristiani. Nella nostra grotta, ex mitreo, echeggerebbe la dottrina di Zoroastro (Zarathustra) che assegna a Mithra il compito di uccidere il toro, figura leggendaria che attraversa i rituali e i miti di molti popoli, prestandosi all’opomanzia. Toro tuttora presente nella grotta di San Michele di Cagnano nella congregazione calcarea subito dopo la sacrestia. Toro protagonista della leggenda dell’ “Apparitio” di San Michele a Monte Sant’angelo e dell’ “Apparizione” registrata a Cagnano. Toro scolpito sull’arco di San Michele, una delle antiche porte del centro storico del paese. Che la grotta abbia dato stanza al culto di Mithra- ufficializzato nella Roma imperiale nel terzo secolo- troverebbe conferma nella pianta dell’altare maggiore oggi intestata a San Michele, nella pila con acqua, nella campanella posta sull’arco, il cui suono richiamava i fedeli a ricomporsi, prima di entrare nel luogo sacro. L’Arcangelo presenta, in ogni caso, molte affinità con le divinità con lo zoroastrismo. Egli, ad esempio, come Ormazd (il Signore Saggio dei persiani), giudica le anime dopo la morte e, come gli Ameshaspenta, esseri anch’essi spirituali, lotta contro il male. Male che assume le sembianze di Angramanius, l’arimanne che si oppone a Dio (Ahura Mazda), ricorrendo alla bugia per contrastare il bene. Non è dunque un caso che il nostro San Michele, dopo aver duellato con il “diavolo” lo abbia infine vinto, schiacciandolo sotto i piedi, come vuole l’iconografia ufficiale, che mostra l’arcangelo dal volto delicato imbracciare arma e scudo, con il piede destro sul ventre di Satana e il sinistro sul petto dell’angelo ribelle. Un satanasso dalle orecchie appuntite, la fronte corrugata e la testa taurina. A Mithra, noto anche “sol invictus”, come a Michael, è stata riconosciuta la funzione di psicopompo, giudicando le anime “a peso”. Compito attribuito dagli egiziani a Osiride, Anubis e Serapide, dai norvegesi a Odino. L’iconografia presenta perciò anche la versione dell’arcangelo con la bilancia. Ai sassanidi di Persia è riconducibile anche il culto dell“ala di San Michele” che i devoti vedono nella congregazione calcarea dietro l’altare dell’Annunciazione e che qualche altro studioso rinviene sulla “pozza” d’acqua dietro l’altare maggiore. In grotta si praticava il rito dell’“incubatio”, che voleva venissero rilasciati responsi ai pellegrini, dopo aver ucciso un ariete ed essersi ricoperti con il suo vello. Si esercitava il rituale della guarigione utilizzando l’acqua, interpellando Asclepio, dio della medicina. E se per alcuni Asclepio (Esculapio) aveva il suo primo centro a Epidauro (Grecia), per altri, era nativo di Tricca, cittadina garganica distrutta da Diomede e avrebbe operato nella grotta di San Michele di Cagnano prima che in Grecia. A sostegno di questa ipotesi sarebbero – tra l’altro- i due altari presenti nella grotta sul Varano: il primo a sinistra di chi entra, che riporta in facciata un volto posto sopra un tozzo serpente, animale sacro al dio della medicina, nel quale si riteneva egli s’incarnasse, e il primo a destra, poi riconvertito nell’altare di San Raffaele, anch’egli con verga come Esculapio. San Michele è, inoltre, bello e luminoso come Apollo, interpellato nell’oracolo di Delfi, il dio dei greci e dei romani, patrono della profezia, della divinazione e della medicina. L’affinità Michele-Apollo emerge nell’iconografia e nelle leggende che li riguardano, e, se Apollo avrebbe ucciso in grotta un grande pitone o un drago che proteggeva il precedente santuario della Dea Madre, Michele nella nostra grotta avrebbe trafitto il diavolo tentatore, il toro (simbolo del paganesimo). Michele ha gli attributi di Zeus tonante, del dio del cielo dei Lettoni, del dio Varuna dei Persiani, del dio della tempesta degli Ungari. Presenta analogie con Ermes (Mercurio), il dio messaggero protettore dei viaggiatori e dei mercanti. Questo essere solare, che gli uomini continuano a vedere soprattutto quando sono prossimi alla morte, alla stregua di Zeus /Giove e di Hadad, il dio assiro-babilonese della tempesta, controlla le acque, il fulmine, la pioggia; come Poseidone, è responsabile delle tempeste e dei terremoti. Ecco perché i nonni lo implorano quando la terra trema. Come Pan, protegge i pastori e la fertilità. L’acqua, il serpente, il toro, la roccia, elementi ricorrenti nei rituali e negli antichi culti confluiti in epoca cristiana in quello micaelico, sono tutti presenti nelle leggende dei cagnanesi e dei garganici e soprattutto nella grotta di San Michele di Cagnano. Nella nostra grotta è, dunque, un sincretismo religioso, risultanza di credenze e pratiche preesistenti al culto micaelico, con le quali il cristianesimo ha dovuto fare i conti, in parte inglobandole, in parte amalgamandosi ad esse, esaugurando, comunque, il luogo del culto. Perché se le divinità cambiano, il desiderio di sacro è eterno. Per questo motivo siamo propensi a credere che la grotta di Cagnano, sebbene non abbia alle spalle un’organizzazione, politici, papi, vescovi o agenzie turistiche, continuerà ad accogliere fedeli, a stupire e ad assicurare la salute psicofisica dei viaggiatori, che vi giungono perché spinti dalla fede, da motivi antropologici, storici o naturalistici, o più semplicemente dalla curiosità. Alcuni devoti sono davvero entusiasti:
“Bella, Bellissima! Però ci vogliono i segnali per poterci arrivare.” “Sono venuto alla grotta di Cagnano - non ricordo di preciso l’anno - colpito da quel respiro che Monte Sant’Angelo ha fatto perdere, il respiro di sana nudità. Bagnarmi in grotta alla presenza dell’Arcangelo, una sensazione stupenda che difficilmente si riesce a provare! Da allora ci ritorno, porto diverse persone a visitarla, nonostante i fari che disturbano la meditazione.”
Si ha, dunque, motivo di alimentare grandi aspettative sulla grotta di Cagnano, una realtà dall’alto valore culturale, sinora poco apprezzato e forse volutamente negato, su cui bisogna fare luce. Ci si augura , perciò, che gli enti invitati al convegno passino dalla parola ai fatti, impegnandosi a pubblicare gli Atti e a investire nella ricerca, affinché il passato della nostra grotta venga fuori.
LA TRADIZIONE ORALE L’ “Apparitio” di Monte Sant’Angelo narra: “Un ricco signore di Siponto faceva pascolare i suoi numerosi armenti sulla montagna del Gargano. Essendosi un giorno smarrito uno dei suoi tori e non essendo riusciti a trovarlo i suoi mandriani, si mosse personalmente il padrone per la faticosa ricerca. Alla fine gli riuscì di rintracciarlo sulla vetta della montagna, inginocchiato sull’apertura di una spelonca. Eccitato dallo sdegno, scoccò una freccia contro il toro; ma questa rigirata su se stessa, anziché colpire il toro, ferì ad un piede il signore medesimo. In conseguenza dello straordinario avvenimento, il vescovo con la sua cittadinanza indisse un digiuno di tre giorni di pubbliche preghiere per ricevere lumi soprannaturali sullo strano avvenimento. Allo scadere del terzo giorno l’Angelo apparve al vescovo. Annunziandogli che egli aveva scelto al grotta per il suo culto particolare”.
A Cagnano, invece, si tramanda che “Un giorno un pastore condusse le sue vacche a pascolare. Un bue scappò via veloce e s’infilò nella grotta attraverso un buco, senza potere più uscire. Il padrone fece molti sforzi per cercare di liberarlo, ma inutilmente. Improvvisamente vide prima una gran luce e poi apparire l’Arcangelo San Michele. Il pastore corse subito in paese per annunciare cosa era accaduto. Tutti i cagnanesi andarono in grotta per potere vedere l’Arcangelo. Allargarono il buco, cercarono di qua e di là: San Michele non c’era più. Trovarono, invece, le impronte del suo cavallo. Seguendo le orme del quadrupede fecero una sosta alla fontana di San Michele, dove l’Arcangelo si dissetò, quindi giunsero a do nLluise e infine – dirigendosi verso Monte Sant’Angelo – a la “puscina” di San Michele, dove l’Angelo trasformò una pozzanghera in uno specchio d’acqua. Arrivò infine a Monte Sant’Angelo, dove decise di rimanere.”
A SAN MARCO E A CAGNANO … I pellegrini del Gargano – come scrive De Vita - nei loro racconti citano soprattutto tre grotte: quella di Montenero a nord di San Matteo (territorio di San Marco in Lamis), la grotta di San Michele di Cagnano Varano e quella di Monte Sant’Angelo. La leggenda vuole che San Michele abbia lottato con Satana. Il duello tra l’arcangelo e il diavolo - secondo alcuni - “è iniziato a Montenero, dove c’è una grotta che sfonda tutte le montagne ed esce a Montesant’Angelo”. Altri raccontano che “San Michele la prima volta ha messo piede a San Marco e siccome ci stava già San Marco, ha deciso di andare via e si è trasferito a Montenero. Da qui è sceso dentro e si è trovato a Cagnano, dove è stato poco. Non gli è piaciuto il posto e se n’è andato, sotto per sotto, a Monte”. Narrando la leggenda del toro, una signora ha tenuto a precisare che “San Michele non è mai stato a San Marco. Stava prima a Cagnano e poi sotto per sotto se n’è andato a Monte. Ma a Cagnano ha lasciato le ali”. Dalla tradizione orale, è possibile dunque inferire che la prima apparizione abbia avuto luogo nella nostra grotta e che probabilmente le origini del culto micaelico andrebbero qui individuate.
16 septembre GARGANO LETTERATURA, intervento Leonarda Crisetti - continuaNel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.
Versione cagnanese
Quarandasètte jurne sònghe state unèste E cce so state pe fféde e ppe propòsete E mmo che ssò menute li sande fèste raggiόne de cόre ce ne jèsce tòste. Sàbbete sande sfèrrene li cambane Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.[1]
A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:
Bèlla mò ce ne vane la Quarandana Mo nge fa l’amòre com’e pprima. Mìttete ‘na crona longa mmane E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina. Sàbbete sfàrrene li cambane E allòra facime l’amòre com’e pprima.[2]
È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada,[3] oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.
A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:
Quarandasètte jurne jè la Quarèseme. Non è ttèmbe cchiù de fa l’amόre. Mìttete ‘na crona jinde li mane, decème uammarije e rrazione. La matina che te jàveze da lu lètte, vàttela sinde ‘na prèdeca devine. Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane Ce vedème arrète com’e pprime.[4]
Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane - una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale. In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione - oserei dire- religiosa.
àveza quidd’occhje, giuvinotte galande, Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu. Tu sumigghje a doi viole bianghe O puramende a lu fiore de lu paravisù. E guarda bellù, a chi ti rassumigghi? A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu. E guarda, bellu, a chi àssumigghiate? Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.[5]
Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.
Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari. […]
[1] Sono stato onesto per quarantasette giorni/ lo sono stato per fede e perché me lo sono imposto/ ed ora che sono giunte le sante feste/ le ragioni del cuore si fanno sentire/Sabato santo squillano le campane/ è il giorno di Pacqa/ ci vediamo in chiesa. CFR. Canti e storie cit. [2] Bella ora viene la Quarandana/ pora non si fa l’amore come prima/mettiti una lunga corona in mano7 e vai in chiesa ad ascotare la messa ogni mattina/Sabato suoneranno le campane/ e allora faremo l’amore come prima. [3] Belli i versi di una poesia popolare sangiovannese che recita: “la voria la fracca/, la nfonne tutta l’acqua/ e jèssa persuasa venduleja”, nel mio saggio La Quarandanna … (vedi bibliografia). [4] Quarantasette giorni è la Quaresima/non è più tempo di fare l’amore/mettiti una corona in mano/ recita l’avemaria e le orazioni/la mattina dopo che ti sei alzata dal letto/ vai ad ascoltare una predica divina/ Sabato santo sciolte le campane/ ci vedremo di nuovoi come prima. Cfr. Canti e storie cit. [5] Alza quegli occhi giovanotto galante, che devo ammirare le bellezze del tuo viso. Tu somigli a due viole bianche o semplicemente al fiore del paradiso. Ehi, guarda, bello, a chi somigli? Alla sfera del sole, al fresco giglio. Ehi, guarda, bello, a chi somigliate? Alla sfera del sole , quando s’è levato. In Canti e storie cit. GARGANO LETTERATURA, 9 SETTEMBRE, intervento Leonarda Crisetti (estratto)
Religiosità popolare a Cagnano Varano
“caratteri della religiosità … che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.”
È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”. Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale. Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera. Vi condurrò - spero piacevolmente - sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano. Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.
Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto) Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione: 1. fanno parte delle nostre radici; 2. costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare; 3. sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione; 4. offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato; 5. appartengono anche al nostro mondo. Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali. Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa - sono interrelate. […] La religione è quell’istituzione universale - per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici. Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. “Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale. Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione. […] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”. Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività. Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi. Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini. […] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi. Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche. A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio[1]. L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata”[2], c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno.[3] Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo.[4] L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne - le fattucchiere - il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro! Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie. Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!” Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa. Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”.[5] A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. - “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.[6] L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio. Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza. “Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano - protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje”[7] dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata - “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”. Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità. Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:
“San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne, dimme Mechèle me penza, si o no?
Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine”[8] l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena. Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio. A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze. Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta,[9] l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale. Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.
Sije bbèlla ca duman’è ffèsta L’Ascinzijόne e llu corpo de Criste. Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra, mèna li fiori quanni passa Criste. Tu li mini pi la mana dèstra E lui li raccogli pi la sinistra. Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste. Ca sinnò ce mèna e la funisce.
La funisce e la Nzia ma’ nzia ma’ Vola palomma E cu la pampena ti risponde.
E funisce e vvola Si la fiamma di lu core Quanne ce à ddà luuà Quanne lui pi ttè po’ stà.[10]
Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato. [continua pagina succ.] [1] Forma di superstizionre attribuita allo sguardo di certe persone iettatrici. [2] Termine che potremmo tradurre con “maleadocciata” dal iettatore. [3] Il rituale per scacciare il malocchio prevede – dunque- il segno di croce, che tale segno sia ripetuto nove volte, che si versi acqua e olio in un piatto, che si reciti: “ De tutte li jurne vè Natale/ de Dumèneca vè Pasqua/ de giuvedìa vè l’Ascènzione/ lu malocchje jèsce fore”; che si reciti, infine, il credo. Se le gocce si allargano la persona “è stata presa d’occhio”. [4] Per chi vuole conoscere la formula. Cfr. ibidem. [5] A dire il vero non sono mai riuscita a capire quale santo rpegasse. Ad ogni modo la traduzione è più o meno la seguente: “In nome di Santa Tecla(?), che in ogni maglia [di rete] ci sia un pesce”. [6] Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quando il lago di Varnano era ancora molto pescoso. [7] Della rete, nutrendo al convinzione che il malvivente prima di arrecare danno doveva scigliere ogni sua maglia. [8] All’aperto, in genere sulla finestra o sul balcone. [9] È probabilmente l’antico strambotto formato in genere da 8 versi, ai quali si è aggiunta la coda, dal contenuto piuttosto posticcio, di lunghezza variabile a piacere del cantore (Vedi Bbèlla te vu mbarà…). [10] Fatti bella perché domani è festa/ L’Ascensione o il Corpo di Cristo./Alzati e affacciati alla finestra,/lancia dei fiori quando passa Cristo in processione./Tu li getti con la mano destra/ egli li afferra con la sinistra./Quello che dovete fare, fatelo presto,/antrimenti entra in casa e finisce l’attesa./La finisce e l/ non sia mai, non sia mai/ Vola colomba/ e con il pampino ti risponde/ La finisce e vόla /e sei al fiamma del cuore./Quando si spegnerà/Quando lui con te può stare. Cfr. LEONARDA CRISETTI GRIUMALDI, Canti e storie di vita contadina e interbista al cantore Antonio Di Cataldo del 7.09.09. 16 mars Il fanciullo e il folklore 2009: Le gemme del Gargano junior
Devozione popolare, festa tradizionale S. Maria delle Grazie
Domenica 22 marzo nell’atrio del comune di Cagnano Varano alle ore 19.30
Sei invitato alla festa di Presentazione
IL GRUPPO FOLK “LE GEMME DEL GARGANO JUNIOR” annuncia la partecipazione alla XXVª EDIZIONE DE “IL FANCIULLO E IL FOLKLORE”, importante manifestazione folcloristica nazionale organizzata dalla FITP (Federazione italiana Tradizioni Popolari), riservata ai ragazzi dai 9 ai 14 anni, che avrà luogo a Clusone (Bergamo) dal 27 al 29 marzo 2009 e rappresenterà la Puglia.
Il gruppo – che da diversi anni ho il piacere di guidare insieme al presidente Gianni Cerrone, ha già vinto due competizioni, conseguendo nel 2007 ad Assisi il primo premio con il tema “Il presepe come immagine della tradizione locale” e l’anno successivo il secondo con “Usi, rituaili e cerimonialità legati alla Nascita”. E siccome non c'è due senza tre, non rimane che incrociare le dita.
Domenica 22 marzo nell’atrio del comune di Cagnano Varano alle ore 17.30, il gruppo sarà lieto di presentare al pubblico il nuovo DVD, con la ricostruzione della devozione cagnanese nei confronti della Madonna delle Grazie. Il tema di quest’anno è, infatti, Devozione popolare, la festa tradizionale.
Il gruppo porta in scena una narrazione ideata e prodotta da chi scrive e da Gianni Cerrone, attraverso il coinvolgimento di anziani e sacerdoti del luogo, incentrata sul culto dei cagnanesi verso la Madonna delle Grazie.
Nel ricostruire la “narrazione” a più voci della “Devozione popolare Festa tradizionale”, il gruppo Folk “Le Gemme del Gargano” è sceso sul campo, interrogando soprattutto donne e uomini anziani del luogo. Prima, però, guidato opportunamente da esperti e studiosi locali, ha prodotto l’idea progettuale, assumendo dati di conoscenza dalla letteratura e dalla storia locale. Dall’indagine preliminare è emerso che i cagnanesi erano fortementi devoti alla Madonna delle Grazie, oltre che ai santi Michele e Cataldo, tanto da eleggerla compatrona dei cagnanesi.
La devozione popolare ha, pertanto, condotto il gruppo di ricerca verso la tradizione mariana che affonda le radici nel medioevo e che attraversa tutto il popolo cristiano, flettendosi, tuttavia, alla cultura del posto, assumendo “colori” locali.
Prendendo spunto da elementi affiorati durante la ricerca, è stata delineata la trama della sceneggiatura che si è poi dipanata nelle scene del “sogno”, del “ritrovamento del quadro della Madonna” nel convento abbandonato, dei rituali dell’“abb’tine”, della “vestizione”, “della cerca”, della “fiera”, della “cerimonia religiosa” dell’8 settembre, delle reiterate “processioni” per invocare la pioggia[foto].
Delineate le scene, descritte le parti, sono stati individuati i personaggi e assegnati i ruoli, tenendo conto delle caratteristiche individuali dei fanciulli. Per allestire la coreografia sono stati ricostruiti ambienti, ricercati costumi e materiali del luogo, meticolosamente raccolti con l’aiuto delle famiglie, dei parroci, di quei signori del posto che amano conservare le “fonti”.
I piccoli ricercatori sono scesi, dunque, “sul campo” per conoscere il rapporto tra i cagnanesi e la Madonna delle Grazie, per individuare i luoghi, reperire abiti e attrezzi, per trovare conferma di particolari narrativi utili per meglio entrare nel personaggio.
Durante le prove hanno vissuto momenti intensi dal punto di vista socio-emotivo, ad esempio nei passaggi della partecipazione del sogno,[1] della coralità e condivisione di eventi,[2] della processione.[3] Sequenze in cui erano evidenti la povertà materiale dell’esistenza e la sete di miracoli dei nostri nonni.[4]
Si sono, inoltre, divertiti nell’interpretare le sequenze della compravendita fruttata dalla “cerca”[5] e della “contrattazione” in fiera, dove i fanciulli si sono rivelati veri mercanti “in erba”, riscoprendo la figura del mediatore o, come si dice a Cagnano, “de lu nzanzane”.
Significativa la lettura della icona della Madonna col Bambino, tavola singolare del Quattrocento rivenuta nel convento di San Francesco.[6] I fanciulli si sono, infine, incuriositi nei momenti in cui hanno socializzato antiche espressioni e termini oggi in via di estinzione.[7]
Ancora una volta, perciò, la Federazione italiana Tradizioni Popolari ha colto nel segno, consentendo ai partecipanti di giocare “a fare la Madonna”, “il contadino”, “la moglie”, “la mamma”, “la figlia”, “il malato”. E mentre sono stati coivolti nel gioco drammatico, sono entrati nell’humus della propria terra e hanno annaffiato le proprie radici.
Nel riesumare la devozione verso Madonna, i ragazzi hanno avuto, in definitiva, l’opportunità di alimentare sia i propri processi cognitivi, sia quelli socio-affettivi e religiosi, di soddisfare il bisogno di sacro, avvalendosi del contributo della comunità.
[1] MATTEO- Quanda jeva bbella do Nnandò! Tneva nu ninn mbrazza, ch l’allattava. Steva vstuta tutta roscia e tneva nu mandell longh, largh, ‘zzurr e chjn d’ stell. Smbrava nu cel, do Nnandò! Matteo - m’à ditt:- N’avè paura! Vogghj sul ca lu popl sap ca da tropp temp stengh sola qua, mnitme a pigghià. [Quant’era bella, don Antò! Aveva il bimbo in braccio, lo allattava. Era vestita di rosso con il manto ampio, lungo, azzurro e pieno di stelle. Sembrava il cielo, don Antò! Matteo- mi ha detto- non avere paura! Voglio solo che il popolo sappia che da troppo tempo sono sola. Venite a prendermi]. [2] LIBERA (la mano alla bocca a mo’ di megafono)- Hai sentito? All’orto di San Francesco, hanno trovato il quadro della Madonna delle Grazie! [4] POPOLO- Mracul! Mracul! La Madonna à fatt lu mracul/ CONTADINO (in campagna )- Piove, piove finalmente!/
AMELIA- Che sia benedetta la Madonna!
[5] RAFFAELE- Coraggio, chi vuole il grano si faccia avanti, su!/ POPOLO – Io …. Io … . A me …., a me!/ BEATRICE- Io ne voglio “nu mzzett”./ NUNZIA- Io un “quartucc’”!/ RAFFAELE- Tu quanto ne vuoi, comare Ssundì?/ ASSUNTA- Due tomoli, mbà Raffaè, io ho la famiglia grande. Vedeteli [mostra i suoi figli], crescono a maccheroni e polenta. [6] L’indice della Madonna, rivolto verso il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande manto azzurro trapunto di stelle simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato significa che la Madonna è anche madre della Chiesa. Immagine che vuole insegnare al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli crescano tuttora alimentandosi della Parola di Gesù. [7] Sciarbcheja (balbetta), surchja (russa), strappuneja (passare la giornata alla meno peggio), ndròccl (mattarello scanalato), fazzatora (madia), cacciandr (dolce povero), quartucc, m’zzett, tumml, star… . [1] MATTEO- Quanda jeva bbella do Nnandò! Tneva nu ninn mbrazza, ch l’allattava. Steva vstuta tutta roscia e tneva nu mandell longh, largh, ‘zzurr e chjn d’ stell. Smbrava nu cel, do Nnandò! Matteo - m’à ditt:- N’avè paura! Vogghj sul ca lu popl sap ca da tropp temp stengh sola qua, mnitme a pigghià. [Quant’era bella, don Antò! Aveva il bimbo in braccio, lo allattava. Era vestita di rosso con il manto ampio, lungo, azzurro e pieno di stelle. Sembrava il cielo, don Antò! Matteo- mi ha detto- non avere paura! Voglio solo che il popolo sappia che da troppo tempo sono sola. Venite a prendermi]. [2] LIBERA (la mano alla bocca a mo’ di megafono)- Hai sentito? All’orto di San Francesco, hanno trovato il quadro della Madonna delle Grazie! [4] POPOLO- Mracul! Mracul! La Madonna à fatt lu mracul/ CONTADINO (in campagna )- Piove, piove finalmente!/ AMELIA- Che sia benedetta la Madonna!
[5] RAFFAELE- Coraggio, chi vuole il grano si faccia avanti, su!/ POPOLO – Io …. Io … . A me …., a me!/ BEATRICE- Io ne voglio “nu mzzett”./ NUNZIA- Io un “quartucc’”!/ RAFFAELE- Tu quanto ne vuoi, comare Ssundì?/ ASSUNTA- Due tomoli, mbà Raffaè, io ho la famiglia grande. Vedeteli [mostra i suoi figli], crescono a maccheroni e polenta. [6] L’indice della Madonna, rivolto verso il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande manto azzurro trapunto di stelle simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato significa che la Madonna è anche madre della Chiesa. Immagine che vuole insegnare al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli crescano tuttora alimentandosi della Parola di Gesù. [7] Sciarbcheja (balbetta), surchja (russa), strappuneja (passare la giornata alla meno peggio), ndròccl (mattarello scanalato), fazzatora (madia), cacciandr (dolce povero), quartucc, m’zzett, tumml, star… . 7 novembre Festeggia il Natale con i prodotti del VaranoArt. 4.12. 2006
Anguille “capetune” e “capemazze”, spigole, orate e cefali pescati nelle lagune di Lesina e di Varano, sono i piatti della tradizione del Gargano e di Capitanata. I cagnanesi, il giorno della vigilia, sogliono tuttora pranzare con li sìnepe pe l’agnidde, un piatto composto da una verdura dal sapore leggermente amarognolo e da un pesce gustoso, pescato nelle acque del Varano. In alternativa, preparano le anguille al forno, e, ancor più, alla brace, dopo averle incise dalla coda alla testa, o, come si dice sul posto, spaccate, sventrate, lavate e asciugate, salate e cosparse di scerefenocchje, (semi di finocchio selvatico). In questo caso, si scelgono le più grosse, ovvero, le anguille femmine, dette capetune. Per rendere omaggio alla tradizione e soddisfare il fabbisogno di ogni cagnanese, ma anche dei cittadini forestieri richiamati dai nostri gustosi pesci, i pescatori solevano riporre il pescato nelle marotte, casse costituite da listelli di legno, opportunamente connessi, collocate al di sotto del pelo dell’acqua, ben chiuse, sorvegliate per diversi mesi, fino al giorno antecedente la vigilia di Natale. Quando si aprivano le marotte era festa grande. Con un po’ di fortuna, i pescatori avrebbero potuto procacciarsi il reddito per tutto l’anno ed estinguere, così, i debiti contratti nell’attesa della grande pesca, preannunciata dalla scurda (novilunio) di novembre, accompagnata però da venti forti. Era festa anche per i rivenditori, presso i quali le famiglie andavano a fare i pochi acquisti, in genere pane, pasta e zucchero, la bottiglia del vino, la suolatura delle scarpe, la rete e il filo da pesca…, con la carta, opportunamente piegata, dove erano riportati data, prodotto comprato e relativo costo. Gran parte del pescato era venduto ai commercianti e una parte era riservata per sé. Ogni pescatore portava, perciò, a casa una porzione di anguille, per il consumo familiare, ma soprattutto per farne dono ad amici e conoscenti. Il “dono” assumeva allora un significato simbolico molto importante: consolidava ruoli e amicizie, rispetto e coesione sociale. Il pescatore regalava, dunque, anguille o cefali e spigole, il pastore carni e formaggi, i contadini scartellate e crùstele, che sono i dolci tradizionali. Per le strade era un via vai di ragazzini, le mani impegnate a sorreggere vassoi, panare o più semplicemente la chemmogghja, vale a dire il dono avvolto nel classico tovagliolo bianco, tessuto con telaio a mano, sfrangiato e ricamato a punto croce.
Le lagune, “ori” del Gargano molto poco valorizzati
Le lagune di Lesina e di Varano, questi biotipi interessanti e dall’indubitabile valore culturale ed economico che oggi versano in uno stato di abbandono, in passato costituivano un punto di forza dell’economia e non solo di quella locale. Le loro acque hanno infatti distribuito grandi quantità di pesci e uccelli acquatici, le folaghe in particolare. La Cronica casinensis testimonia le molteplici donazioni di duchi, principi, abati e privati cittadini, sin dal tempo dei longobardi, ai monasteri di Montecassino, S. Vincenzo al Volturno e S. Sofia di Benevento. Insieme a terre, vigne, chiese e conventi, si donavano allora anche pescherie e fiumi. Era, infatti, molto vantaggioso per i monasteri del Beneventano vantare possessi sulle lagune, sia per avere uno sbocco sul mare, sia per controllare i diritti di pesca, traendone così profitto, sia per disporre del pescato in un tempo in cui le loro mense erano carenti di carne. Grazie alle donazioni, legittimate dalla pietà, ma soprattutto dalla logica dell’investimento, i monasteri divennero, dunque, centri di potere. La Cronica riferisce, ad esempio, che il duca Grimoaldo III nel 788 concesse a Montecassino totam piscariam de civitate Lesina, una cum ipsa fauce sua. Dice, inoltre che al tempo dell’abate Bertario (856-883) un certo Leone e sua moglie offrirono a San Benedetto, tra gli altri beni, una corte de lacu Romani [lago Varano] cum piscatione sua e con ogni pertinenza. Le donazioni erano spesso condizionate. Tra il 914 e il 934 furono donate, infatti, al succitato monastero la piscaria di Lesina a patto che ad ogni calende di ottobre per 15 anni certi Gualarno e Gadelaito dessero pisci centum et ovia tareca copple quinquaginta. Le uova di cefalo in salamoia erano dunque già in commercio. In epoca moderna, quando i diritti di pesca dei cittadini vennero contestati, contesi da e tra abati e feudatari, si addivenne alla seguente capitulacjone: i signori di Vico e dj Schitella, dovevano versare la decima integrale del pescato, 50 capitoni freschi, bonj e grossi, 4 sacchette di anguille e uova di bottarga nel giorno della Natività. Alla metà del Settecento i capitoni nel Varano si erano moltiplicati, perciò furono anche tassati, come le anguille maretiche e le pantanine. Allora i pescatori di Cagnano costituivano il1 8% di capifuoco e producevano l’8% circa del reddito. Va considerato, però, che il signore feudale del posto, Luigi Paolo Brancaccio, da solo produceva oltre il 34% del reddito netto imponibile e la chiesa circa il 16%; che i pescatori in quel tempo furono ostacolati nell’esercizio del diritto di pesca da feudatari e abati, che vantavano possessi sul lago.
La festa della pesca nel Varano
Nel plenilunio di dicembre cadeva la festa della pesca. Brancaccio, principe di carpino e duca di Cagnano, seguito dalla corte e dai pescatori più esperti, a bordo di sànere o chiattune (imbarcazione tipica del luogo), buttava per primo le reti nelle acque più pescose del Varano, catturando molti capitoni, anguille e cefali, abbagliati dal lume della lampara. Sempre secondo la tradizione, l’ultima festa della pesca risale al 1926, protagonista Giovanni Sanzone Brancaccio.
18 octobre Strambotti (sunètte e manuuètte)Le tipologie di componimenti popolari più diffuse a Cagnano sono giunte a noi con i termini di sunètte e manuuètte, che afferiscono al componimento noto in letteratura come strambotto. Questo strambotto, che nel contenuto riflette temi amorosi, vizi e virtù, espressi talvolta anche in modo satirico, si presenta strutturalmente in genere come ottava, un’unica strofa di otto versi endecasillabi ipermetri o ipometri, in rima baciata o alternata, oppure in assonanza. La Sorsa, definisce gli strambotti del Gargano
antichi strambotti indigeni, belli nella loro semplicità, nobili sinfonie che si sviluppano su una nota centrale, accompagnati da lunghe cadenze di cori. Essi sono le genuine melopee lente e polimetriche, con cui la vetusta razza anche oggi esprime i suoi affetti gentili, i suoi sentimenti. 5
Afferma inoltre che
L’ottava è la strofa più diffusa nei canti popolari e quasi sempre ognuna costituisce un canto a sé, racchiude un pensiero, un’immagine completa. E’ generalmente costituita da due rime, quattro volte alternate, e se queste mancano, c’è in sostituzione l’assonanza. Manca la chiusa di rime baciate, che è propria dell’ottava letteraria.6
Questo componimento popolare, chiamato anche “rispetto”, secondo alcuni studiosi avrebbe avuto origine pressoché contemporaneamente a Napoli e a Firenze, alla fine del 1400; secondo altri sia la struttura, sia i suoi contenuti rinvierebbero, alla tradizione della scuola siciliana e giullaresca e sarebbe nato prima nell’area meridionale e poi in Toscana. C’è convergenza degli studiosi sul suo contenuto popolare. La Sorsa afferma infatti: nato probabilmente “nei pagliai di solitari campi o sul lastrico di piazze cittadine, [lo strambotto] fugge le piazze dei ricchi”.7 L’ampia diffusione dello strambotto sembra dimostrare l’esigenza, della componente meno dotta della popolazione, di seguire un modello letterario per esprimere dei sentimenti. Diffondendosi nelle diverse aree geografiche e col trascorrere del tempo, si sono verificate delle contaminazioni, perciò lo strambotto, sia a livello formale, sia a livello interpretativo, ha subito delle trasformazioni, adattandosi all’idioma e alla cultura locale, oltre che alla comunità dei parlanti, nei quali la lingua continua ad evolversi, rinsanguando lo stesso italiano. L’esecuzione-interpretazione, che in genere si discosta dal testo verbale scritto o recitato, a livello di ciascun paese, assume inoltre connotati particolari.
Anche lo strambotto [manuuètta e sunètte] di Cagnano è strutturato in genere in ottava e riflette le trasformazioni evidenziate. Ma cos’è lu sunètte? Cos’è la manuuètta? Quale differenza passa tra le due composizioni? Qual è la loro etimologia? Con l’intento di dare una risposta a questi interrogativi, ho raccolto testimonianze orali e ho attinto dalla letteratura. Prendendo atto degli studi di ricercatori affermati nel settore della etnomusicologia, si ha modo di constatare che lu sunètte attraversa pressoché tutti i paesi garganici. Questa realtà porta ad accogliere l’ipotesi di F. Nasuti secondo la quale prima era lu sunètte, che faceva riferimento a tutto il corpus di strambotti che, sin dal medioevo, ha costituito l’intelaiatura del canto popolare-lirico italiano.8
Poi, col trascorrere del tempo, i cantori-esecutori hanno aggiunto versi e filastrocche nel corso e a fine componimento, conferendogli caratteristiche tipiche del luogo. Queste composizioni: strusce e sunètte di Monte Sant’Angelo e Mattinata, sunètte e strufètte di Carpino, strapulètte e sunètte di San Giovanni Rotondo, strapulètte e sunètte d’Ischitella,9 ai quali possiamo aggiungere manuuètte e strufelètte di Cagnano, contengono quasi sempre accenni a richiami amorosi espressi con traslati, elementi erotici assenti negli strambotti originari. Va detto inoltre che la struttura musicale delle forme- sia pure modificate e adattate ai diversi dialetti- riflettono il linguaggio musicale della tarantella.10 S. Villani ricorda che le due forme canoro-musicali più diffuse a Carpino sono lu sunètte e la canzone, che si differenziano non nel testo verbale, ma nell’articolazione melodica, nell’esecuzione:
li sunètte sono ad andamento sillabico, mentre la canzóne (canto a distesa) presenta una diffusa vocalizzazione del testo verbale, con lunghe note tenute.11
C’e dunque analogia nella struttura ovvero nella formalizzazione letteraria del testo verbale di sunètte e canzone (costituito in genere da otto versi endecasillabi articolati in quattro distici), mentre c’è differenza nell’interpretazione. Vediamo ora cosa accade nelle forme più rappresentative dei canti popolari cagnanesi, costituite - come si è detto - da sunètte e da manuuètte. Manuuètta e sunètte, a detta degli intervistati,- pochi per la verità, perché gran parte di essi ha risposto con un “non so” o con un “non ricordo”- avrebbero una identica struttura e medesimo contenuto, mentre la differenza sarebbe riposta nell’esecuzione, prevedendo nel primo caso apertura col secondo emistichio, ripetizioni ed esecuzione in certi punti sillabata, nel secondo caso suoni prolungati, soprattutto ad inizio del verso (o del distico) e alla fine. Il sonetto procede in genere per distici, esordisce con Ahhhh o con Uhé, pronunciati con voce alta e gutturale. Dopo il distico c’è l’intermezzo musicale. Lo schema melodico, può variare, inoltre, assumendo connotazioni particolari, in base alla bravura e alla sensibilità del cantore. Il sonetto-strambotto di Cagnano, dunque, (che, sebbene abbia una lontana parentela, non va confuso con il componimento letterario classico, costituito da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine e due terzine), inizia con un’esclamazione pronunciata con tonalità molto alta e con un suono prolungato, per snodarsi poi in tono melodico e chiudere in modo originale e personale, più o meno come segue: Ahhhh… scapellata, uaglióna scapellataaa. Il rituale del sonetto vuole, inoltre, che il cantore porti la mano all’orecchio mentre segnala la sua presenza, con quell’ ahhhh prolungato, acuto e forte, come di chi soffre di un dolore indicibile, che ha la durata di circa dieci secondi. La donna, insomma, non poteva non udire o restare indifferente a quel richiamo. I particolari del rituale non sono sfuggiti a nessun intervistato e hanno sorpreso anche me soprattutto nell’udire una registrazione, risalente alla fine degli anni Cinquanta, eseguita dall’agricoltore Michele Frattarolo che, durante la sua passionale, originale ed efficace interpretazione, si è lasciato sfuggire il seguente commento accorato e nostalgico:
Ah canzune de tand’anne addréte!... Mamma … !
La manuuètta presenta invece un ritmo spezzato, ripetizioni, esecuzione piuttosto sillabata, interpretazione anch’essa singolare, la cui efficacia è legata, anche in questo caso, al cantore-esecutore. La manuuètta è decisamente più allegra, si associa all’armonia del ballo, alla tarantella, e termina con una o più strofette, vvola e llà… È accompagnata con le castagnole e con il tamburello. Entrambe le composizioni sono eseguite a voce alta, emessa di gola, tanto da rendere talvolta difficoltosa la decodificazione, come ciascuno può verificare dalle pagine musicali allegate. Avendo ancora qualche perplessità e per affettuare qualche raffronto, ho consultato alcuni signori dei paesi limitrofi: San Nicandro, San Marco, Ischitella, Carpino, San Giovanni, ed ho avuto la conferma che il termine manuuètta è pressoché sconosciuto- d’altro canto anche a Cagnano solo pochi signori anziani ne conservano il ricordo. Anche se le testimonianze orali mi hanno lasciata nel dubbio, alla luce di alcuni testi raccolti e a seguito di qualche inferenza, ho ipotizzato che il sonetto di Cagnano escludesse la strofetta finale. Tale congettura ha poi trovato conferma anche nell’affermazione di Villani:
Canzune o manuuètte erano ad andamento sillabico con stereotipi conclusivi, mentre lu sunètte era un canto vocalizzato senza stereotipo.
Il sunètte di Cagnano presenta in definitiva analogie con la canzone di Carpino, mentre la manuuètta di Cagnano pare essere nota a Carpino, a San Giovanni Rotondo e a Monte Sant’Angelo come sunètte. Una stessa forma espressiva, si prestava, inoltre, a differenti modalità esecutive. Il sonetto di Carpino, ad esempio – così come informa il signore Piccininno- era cantato perciò: alla mundanare (conservando un andamento melodico, lento), alla rurejana (con ritmo allegro, ballabile) e alla vestesana (con esecuzione lenta, che si avvicina a quella detta alla montanara). C’era anche la modalità alla cagnanese- bella anch’essa- afferma il cantore- e che risulta ancora più lenta e lamentevole. Di tutte queste modalità mi ha offerto un saggio.12 Altri interlocutori cagnanesi affermano, infine, che lo stesso testo poteva essere eseguito sia a manuuètta, sia a sunètte. Quanto all’etimologia di manuuètta e di sunètte pare si possa uscire dall’incertezza. La manuuètta secondo alcuni interlocutori è il temine dialettale di “manovella”, un dispositivo utile per mettere in rotazione qualcosa tramite la forza della mano, ma è anche un canto popolare, che invita al ballo della tarantella. C’è dunque analogia tra l’attrezzo e il canto: entrambi fanno “ruotare”. E se la manuuètta ha acquisito contenuti più volgari- sempre secondo gli intervistati- lu sunètte, essendo privo di strufulètta, conserva un’accezione più nobile. Sotto questo profilo il sunètte-strambotto di Cagnano potrebbe essere l’antenato del sonetto letterario, cui sarebbe pervenuto con l’aggiunta di altri sei versi.
Sunètte: Ahhhhh… scapellata, uaglióna scapellata! 13
Ahhhhh… scapellata, uaglióna scapellata Uéhi piccerèlla a llu zite è scapellata!
Ah… sèrpa néra, che tu scèndi tra le mura!
Ah… capa calata e disturbata céra (bis)!
Ah… t’hé’ ditte bbonaséra e nne mm’ha’ respòste!
Ah… ma qualche mmala lingua t’ha pparlate (bis)!
Ah… male de mè t’ha dditte e ttu l’aje credute!
Ah… t’avéva avvesate da prima e nno mm’aje scoltate (bis)!
Ah… facìmece lu cunde, spezzame li taglie! 14
Ah… quille ch’avanze ji te l’abbandóne!
Ah… quille ca lasse tu, la casse è pprònde!
Ah… li vascë che tu m’ha’ date io non te li néghe!
Ah…. Famme la recevute chè mò te paghe. Ehi, piccerèlla sinde, famme la recevute chè mò te paghe.
Tra una frase e l’altra c’è un intermezzo musicale, accompagnato con chitarra battente.15
Manuuètta: Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla pòrta
Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla pòrta E qquanda vóte passe ji te véde A lli capille chi ce avite ndèsta Ce chiàmene chinzóla-cristiiane Te prèghe bbèlla nò ndi li ndriccià Fattìli a ddói nnòcche, làscele appise Scjata lu vènde e lli vò sbalijà Jèsce lu sóle e li fa sderlucì.
Sderlucì palòmme E ccóm’e ttè ni ngi ni sònne
Vóla éhi vóla e ddimme tu li tua paróle à llu pìiacére vènghe qqua n’avìta séra Pìiacére ngi ni sta Jì mi vài pure a quà.16
L’esecuzione della manuuètta prevede l’inizio con il secondo emistichio del primo verso (in questo caso con mètte cchiù a lla pòrta), quindi il ritorno al primo emistichio (Nennèlla ne nde mètte), ripetuto due volte. Nei versi 3-5-7 si assiste al ritorno al primo emistichio, ripetuto due volte. In coda alla mauuètta è la strufelètta, in questo caso costituita da sei versi. cfr. bbèlla te vu mbarà ..., Canti e storie di vita contadina, L. Crisetti Grimaldi. 13 Ah scarmigliata, ragazza scarmigliata! Ehi, piccolina per il giovanotto è scarmigliata! Ahi serpe nera, che scendi tra le mura! Ah testa bassa e sguardo imbronciato! Ah, ti ho detto buonasera e non mi hai risposto! Ah, ma qualche cattiva lingua ti ha parlato, ti ha detto male di me e tu le hai creduto! Ah, ti avevo avvisato e non mi hai dato ascolto. Ah facciamo i conti e rompiamo i tagli. Ah, quello che tu avanzi, te lo cedo! Ah, quello che tu lasci è pronto nella cassa. Ah, i baci baci che mi hai dato, io non ti nego. Ah, fammi la ricevuta, ora ti pago. Ehi, piccola, ascolta: - Fammi la ricevuta, che ora ti pago. 14 Facciamo i conti e rompiamo i tagli. In passato si effettuavano gli acquisti, segnalandoli sulle due parti di una bacchetta di legno che combaciavano: una restava nelle mani dell’acquirente-debitore e l’altra nelle mani del venditore-creditore. Cfr Conti tagli, Rére ascennènne, Granatiero cit. pag 111. Metaforicamente spezzame lu taglie del testo significherebbe cancelliamo ogni traccia del nostro rapporto, quindi ogni dare e avere. 15 Il lettore potrà comprendere meglio i motivi di questa e di altre tipologie qui presentate, consultando le relative pagine musicali che troverà in seguito. 16 Bambina non ti mettere più alla porta e quante volte passo io ti riconosco dai capelli che avete in testa, si chiamano consola-persone. Ti prego, bella, non li intrecciare, raggruppali con due fiocchi, lasciali sciolti. Soffia il vento e li vuole scompigliare, esce il sole e li fa splendere. Li fa splendere, colomba, e come te non ce ne stanno. Vola, ehi vola, e dimmi tu le tue parole. Se hai piacere, vengo pure un’altra sera, se piacere non ce ne sta, io vado via di qua.
5 La Sorsa, op. cit, pag 43. 6 La Sorsa, op. cit. pag 48. 7 La Sorsa, o. cit. pag 48 e 49. 8 Cfr. Nasuti, Canti della memoria cit. pag. 40. 9 Cfr. Nasuti op. cit. pp 40-42. 10Cfr. Nasuti, op. cit. Presentazione pp 7-43. 11 Cfr. S. Villani, Canti e strumenti musicali tradizionali di Carpino, Centro studi tradizionali popolari del Gargano, Rignano Garanico 1997, pag 15. 12 Intervista al signor Antonio Piccininno, febbraio 2004. cagnano, la raccolta delle olive, ... da un manoscritto del 1954A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano. La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggior fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano. L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento. La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro. Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione, che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni. Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni. Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno. La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta. Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro."
Le donne cantavano in genere "li sturnèlle", cfr. Canti e storie di vita contadina, di Leonarda Crisetti Grimaldi, 2004
3.4.1 Fior di vijóle,
li mamme ce hann’a fà li fatte lóre,
li figghie ce hann’a pegghià a cchia vònne lóre,
fior di vijóle.
3.4.2 Fiore di lino,
voi non mi garbate, voi non mi piacéte,
se io mi piglio a ttè sarà il destino,
Fiore di lino.
3.4.3 Fiorin Fiorello,
tutti i fiorellin che fioriranno,
il fiore dell’amore sarà il più bello,
fiorin fiorello.
3.4.4 Fiore d’arancio,
quanne la mamma sposa la mamma chiagne,
quanne la mamma sposa la mamma chiagne,
Fiore d’arancio.
3.4.5 Fior di trafòglio 124
ne fate un mazzoline e ppoi lo vènde,
di vècchie attòrno a mmè io non ne vòglio,
Fior di trafòglio.
3.4.6 Fior di lombazza,125
cchiuttòste nda lu puzze me menasse
che nnò ccummatte cu sta brutta razza,
fior di lombazza.
3.4.7 Llarìllarilla,
m’héje mbarate l’arte lu craparille,126
e lli cuscine mija sò li cangille,
llarì llarilla.
3.4.8 Fiore di ngigghia,120
quanda ne fa na mamma pe nna figghia,
‘rrivà nu uappetille e cce la pigghia,
fiore di ngigghia.
3.4.9 Fior d’inzalata,
a mmè mi piace l’addóre de la cita,
a mmè mi piace lu nóme lu fidanzate,
Fior d’inzalata.
3.4.10 Fior di papagna,127
e ll’òmmene sònne tutte magnamagne,
la fèmmena tira sèmbe a llu sparagne,
fior di papagna.
3.4.11 Fior di patata,
mangiate e nno mme dite favorite,
questa crejanza chi te l’ha mbarata,
fior di patata.
3.4.12 Fiore di pépe,
tutte le fondanèlle sono asseccate,
il povero amande mio muore di séte
fiore di pépe.
3.4.13 Fiore di lino,
voi guardate e a mmè mi fate péna,
se io mi piglio a ttè sarà il destino,
fiore di lino.
3.4.14 Fior di finocchio,
ci avete il pannolino nell’orecchio,
io non ti prendo se non ti prezzo agli occhi,
fior di finocchio.
3.4.15 Fior di menduccia,
beato chi ti stringe e cchi t’abbraccia,
beato chi ti bacia la tua boccuccia,
fior di menduccia.
3.4.16 Fiore di canna,
se vuoi la canna vaje nel cannito,
se vuoi la sposa vallo a ddire a mmamma,
Fiore di canna.
3.4.17 Fiore di canna,
tutte le notti coi piedi alla culla,
senza marito e sson chiamata mamma,
fiore di canna.
3.4.18 Fior di ginestra,
la mamma mia non mi marita apposta,
pe ni perdè quel fiore dalla finestra,
Fior di ginestra.
3.4.19 Fiore di menda,
menta si chiama perché non fa pianda,
la nostra londananza ci tormenda,
fiore di menda.
3.4.20 Fior di fagiolo,
gli uomini son findi e mmenzogneri,
hanno la bocca a rriso e ccendo cuori,
Fior di fagiolo.
3.4.21 Tu macchia d’accio,
son belli i tuoi capelli, gli occhi e lla faccia,
màmmeta t’ha ccresciute e ji t’abbrazze,
tu macchia d’accio.
3.4.22 Oh quande rose,
oh quande rose!
3.4.23 Oh quande lune,
io l’amore lo farò di sera
oh quande lune!
3.4.24 Oh luna, sole,
stelle lucendi non mi abbandonate,
vorrei fare la pace col mio amore,
o luna, sole.
3.4.25 Oh quande stelle,
vieni Pierino, vienile a contare,
le pene che io soffro son più di quelle,
oh quande stelle!
124 Trifoglio. 125 Lapazio. 126 Capraio. 120 Fiore di giglio. 127 Fior di papavero. 128 Fiore di menta. Ricordiamo che il suono “d” è spesso usato in luogo di “t” in diversi stornelli qui riposrtati( fontanelle per fontanelle, quande per quante, findi per finti…), lo stesso accade per i suoni b/p, c/g). 1 septembre "Bbèlla, te vu mbarà a ffa l'amòre", commenti, A. BasileFinalmente ho trovato un suo recapito per raccontarle della mia felicità nell'aver letto il suo testo che gentilmente mi ha fatto dono "Bbèlla, te vu mbarà a ffa l'amòre". Sono certo che da ora in avanti chiunque vogliare fare una ricerca seria sui canti del Gargano non possa e non deve prescindere dal suo racconto. Ricco di spunti oltre che di testimonianze mi piace molto il suo decisionismo e il coraggio che ha avuto nel prendere posizione quando bisognava e nel dare un'interpretazione ai canti raccolti. Vede in questi anni ho letto molti libri in proposito e gli illustrissimi studiosi, che tanto si dimenano e ziamai non citarli, in realtà mai hanno apportato valore aggiunto a quanto ascoltato dagli anziani cantori. Si sono limitati a trascrivere il canto e a dargli una mera traduzione italiana, qualcuno ci ha messo anche qualche spartito, altri hanno riportato le allusioni erotiche come esposte dal cantore. Nessuno ha provato a interpretare quei canti, a contestualizzarli, ma soprattutto a nessuno è venuto in mente di leggere il simbolismo palese di questi lamenti di gioia. Daventi a un componimento poetico del 300 non ci si limita a comprendere ciò che si legge ma si va oltre si interpreta, si legge il sacro, il simbolismo, la tecnica poetica ecc.ecc., perchè mai non dovrebbe essere cosi per uno dei canti tramandati oralmente? Io ad esempio sono molto affascinato da quei versi che, modificati dal tempo e nello spazio, cercano di dirci qualcosa attraverso la descrizione astrale. Si' nnate la matina de li Sande. Lu sòle cu lla luna sò pparente, li stelle de lu cèle tutte quande. Secondo me qui potrebbe esserci un mito ossia qualcuno ci vuole indicare una data precisa, un mattina presto del giorno di tutti i santi in cui il sole, la luna e tutte le stelle erano contemporaneamente in cielo. Va be ai posteri la risposta. Professoressa in questo periodo mi sto dedicando in modo particolare allo strambotto ossia al canto alla distesa che costituiva la parte più poetica della serenata, la Canzone a Carpino e il Sonetto a Cagnano. Ormai stanno per scomparire a causa della difficolta tecnica per gli anziani di riproporla, quindi bisogna fare presto a recuperare il recuperabile. Sono molto curioso di ascoltare "scapellata, uagliona scapellata" in suo possesso, cosi come sono interessato ai nastri di Frattarolo Michele, Gennaro Liguori e Piero Esposito. Potrebbe farmeli avere? Magari un suo allievo potrebbe digitalizzarli su un cd cosi sarebbe più sicuro e più semplice farmelo avere. Resto in sua attesa. Infine se mi fa avere per email il testo della prefazione di pietro saggese (sono molto pigro), vorrei utilizzarlo per promuovere il suo lavoro. Quindi se mi dice anche come e dove chi interessato può acquistarlo. Cordialissimi Antonio Basile 17 juin Il gioco, chiave di lettura del contesto culturale garganico
Progetto presentato nell’aula magna del Liceo di Cagnano Varano, il 6 giugno 2008, ore 20,30 Dai testi consultati, dalle interviste ai testimoni privilegiati e dai questionari somministrati a nonni e genitori, un campione di 204 persone, abbiamo capito che anziani e adulti quando erano bambini facevano molti giochi, con e senza regole, agonistici, di finzione, d’esercizio, di vertigine, d’azzardo, con i quali socializzavano strumenti, mestieri, norme e valori della cultura di contesto. I giochi dei cagnanesi erano gli stessi svolti in altri paesi garganici, con la differenza che si chiamavano in altro modo: il nostro “curle”, ad es. si chiamava “strummele” a Carpino, a Vico, a Ischitella, a San Marco, a Sannicandro, passapìnde o forgianone (Vieste). Il gioco della campana, che appartiene a tutti i garganici e può essere definito a ragione il re dei giochi delle ragazzine, a Cagnano, Carpino e a San Nicandro è noto come cambana, a Rodi Garganico è chiamato ppédecocchia, a Ischitella zinghe, a Peschici sénghe (Peschici). Questo gioco si faceva all’aperto, anche sulla strada sterrata, nelle giornate non piovose. Occorreva un sasso farinoso o un pezzettino di gesso, preso a scuola, per disegnare a terra un rettangolo con dei quadratini (o altri rettangoli) numerati da uno a dieci: le caselle. Le bambine, a turno, saltando su di un piede dovevano spingere ‘a zanchett, (lu pinghe a Cagnano), un sasso levigato o un pezzetto di mattone forato o di tegola, da una casella all’altra senza far toccare i bordi. Vinceva, chi riusciva in questo intento, acquisendo il diritto a proseguirlo. La serie dei giochi maschili garganici era lunga: une- è na lire, a fila longs, u passitte ovvero lu cape, ngappa nappa, cane - a - corre, l’orologio, sarde - a puìne, cavece ncùle, kopple ntèrra, u sckàffe, mane rósce, palle-è-trucculitte, briànde-è-carbunìre, a cavalè… mûsce (cavalieri… attenti), lu diavele datlu-dà, tènghe n’albere a la vigna mij, al pescatore, coi soldatini, al pastore, a sparà (alla guerra), a ngappà músckere, a briganti e carabinieri, alla cuccagna, a lu carrugge, a guardia e ladri, a cane a corre, a mazze e ccippe, alla corsa nei sacchi, a curle, a bocce, della secchia; a prète, alla ràreca, a scàreca la bbotta, a nuce, … . I nonni e i genitori giocavano anche a zzoca, a péde pedugne, alla piedina, a llu mute, a vola lu ciucce, a vettune, a lambe e llambe, a lu pinghe, a sόlete, a mmucciabbone, a tutte-ngule-lu-cuccucciare, a cavadducce, con la bici, a carte, a pallone, con la creta, all’orologio, a basket, a pallavolo, a palline, a ciocche-li-jatte, a correre, allo scivolo. Il secondo gruppo di giochi era condiviso dalle donne, anche se queste ultime preferivano giocare: alla pupa, alla sarta, alla mamma, con la carrozzella, a regina reginella, a girotondo, alla Quarandanna, al negoziante, a cummà te la vu pigghjà, a nave navédde, al cerchio, a gatta mbalata, all’altalena, con le costruzioni, alla campana, con la palla di pezza, con das, plastilina o creta, a rosa rosella, a fare castelli di sabbia, con l’acqua. Notiamo che da una generazione all’altra cambia il tempo dedicato all’attività ludica; si scopre che gli adulti hanno giocato più degli anziani e a più giochi. Dalla ricerca abbiamo capito, inoltre, che i giochi tradizionali erano strumenti di crescita utili a far imparare alle nuove generazioni a difendersi, la compostezza e l’eleganza, le abilità necessarie nei mestieri, a stare in società, a comunicare. I giochi maschili erano in genere di competizione, di guerra, piuttosto aggressivi, probabilmente perché nel gruppo onon tutti potevano fare i capi, ecco allora la giustificazione di giochi come sarde - a puìne (Vico del Gargano), càvece ngùle (Carpino), kopple ntèrra (Vico, ischitella, San Nicandro), lu sckàffe (Cagnano), mana róscia (Cagnano, Carpino, Sannicandro), che insegnavano a subire, senza tuttavia esagerare. Evidentemente ciascun elemento doveva scoprire il suo posto e il ruolo nella società di cui era parte, ed esercitarlo, senza dover rimettere ogni volta tutto in discussione. Regina Reginella, per contro, insegnava alle bambine la compostezza e l’eleganza dei movimenti, mentre i giochi con la pupa de pèzza (la bambola spesso di stoffa), le ninne nanne, i trastulli, le conte e filastrocche (vola- vola- lu- ciucce (vola-vola-l’asino), pède- pede- pedugne (piede, piede, pieduncolo), lambe-è-lambe, erano utili per soddisfare il bisogno di attenzioni, cure e affetto del bambino e della bambina, per tenere desta l’attenzione, per esercitare i riflessi e allenare la memoria. Tra i giochi di società troviamo: lu kucucciare (lo zuccaio), che vede finalmente insieme maschi e femmine di ogni età, che davano prova di sé, della proprie capacità attentive e linguistiche, nonché dei riflessi. Si potrebbe, pertanto, effettuare una classificazione dei giochi per genere, avendo riscontrato che nei vari paesi garganici una serie di giochi è riconducibile all’universo maschile e un’altra serie riguarda il mondo delle donne. Se questa è la regola, però, va considerato che esistono anche le eccezioni. A Peschici, a Cagnano a san Giovanni Rotondo, infatti, u zipp, gioco ritenuto per lo più adatto ai maschi, è fatto anche dalle ragazze. C’erano , perciò, anche giochi condivisi. Ecco la testimonianza di un nonno di Peschici: “Durante la bella stagione le femminucce giocavano in strada a Mazz e zipp, un gioco che si faceva in gruppo: una bambina doveva tirare il più lontano possibile ‘u zipp, un pezzetto di legno appuntito alle estremità, con una mazza lunga due palmi. La seconda bambina doveva indovinare quante mazze di distanza dal punto di partenza. Le altre bambine presenti controllavano il conteggio e se era vero il gioco passava ad un’altra bambina.” I nonni fanno sapere, inoltre, che il tempo dei giochi non durava molto specie per i maschietti, che sotto i 10 anni andavano a lavorare. I maschi, però, nel gioco avevano maggiore libertà di movimento, mentre le donne erano limitate negli spazi e nelle esperienze socializzanti, impegnate in giochi femminili e soprattutto ad imparare a fare la mamma ordinata, pulita e rispettosa dei doveri di moglie. Sin da piccola, la donna riceveva perciò in dono una bambolina, prima artigianale, fatta di “pezza”, poi di plastica, o porcellana, a seconda della sua estrazione sociale. I giocattoli, che i nonni facevano in genere da sé utilizzando materiali autoctoni e che solo i più ricchi acquistavano di tanto in tanto, erano rivelatori anche dello status simbol, come risulta dal documento: “ … le bambine giocavano con le bambole di pezza: mia sorella ne aveva una lunga, secca e di vari colori ossia era fatta con tanti pezzi di stoffa, e aveva, la bambola, come capelli dei fili di lana variopinti, glieli aveva attaccati la zia dopo averli recuperati da una vecchia maglia sfilata per rifare un paio di calze. Le bambole delle figlie dei ricchi di Peschici avevano bei vestiti, capelli come veri, il viso bello lucido e gli occhi grandi neri, non come quelli della bambola di mia sorella due macchie fatte con l’inchiostro.” Dalle testimonianze dei cagnanesi apprendiamo, inoltre, che le bambine restavano con la mamma, quando queste non erano costrette a seguire i mariti in campagna per mietere, spigolare o dedicarsi alla raccolta, oppure erano affidate alle cure della vicina. I maschietti sin dalla fanciullezza seguivano il papà o il nonno in campagna, a pascolare i maiali, le pecore o le mucche, o al lago, a “tirare lu sciabbecone”. Tanti ragazzi, dunque, all’età della pubertà si guadagnavano “la parte” pescando nelle acque della laguna di Varano, svolgendo lo stesso lavoro di un adulto, oppure andando alla Vadoiannina, a Rumungère o a Pagghizze, a guardare i porci, le pecore o le mucche del padrone. Negli anni dell’infanzia e della fanciullezza, questi ragazzi facevano giochi di imitazione e di finzione: i maschietti figli di pescatori, “facevano finta di”… acchiappare i pesci, i figli di bracciali e pastori, giocavano alla caccia o a pascolare le pecorelle, le bambine giocavano a “sciuppà fave” o a “speculà”, raggruppando le spighe in “manocchje”. Nel primo caso erano sufficienti un cartone, una tavola o una cassa del pesce, perché diventasse lu sànere [la barca tipica del luogo], e un bastone, perché si trasformasse in remo; nel secondo bastava nu strappone, ricavato dal ramo di un albero, perché diventasse un fucile o andare dietro ai papà, nel terzo era sufficiente seguire le nonne e le mamme nei campi appena mietuti. L’ipotesi dell’esistenza di due culture nella comunità di Cagnano trova conferma, dunque, anche nei giochi, cosicché mentre alle figlie dei campagnoli giocavano a spigolare o a estirpare fave , quelle dei pastori, giocavano a prendersi cura degli animali e i figli dei pescatori a pescare pesci. Il fatto che molti maschietti amassero e amino ancora i giochi di guerra, ricorrendo inizialmente a materiali naturali, reperibili in casa o in campagna, fino a giungere ai fucili e alle armi sempre più sofisticate prodotte dalla odierna tecnologia, sembra validare la teoria residuale del gioco, secondo la quale l’ontogenesi ripete la filogenesi, rivivendo, ciascun essere umano, i passaggi e i progressi realizzati dall’umanità. Altro gioco che intratteneva i fanciulli e le fanciulle lungo i vicoli soprattutto nelle calde serate primaverili ed estive era a-mmucciabbone (Jatt’ a mucc a Sannicandro), il ben noto nascondino. I maschietti giocavano, inoltre, cu strummele, un cono di legno appuntito e avvolto da cordicella: il più bravo era colui che riusciva a farlo ruotare più a lungo possibile o chi colpiva un curle con un altro curle mentre roteava (giocando a spaccàcurle); altro gioco era ‘u cavallucce, una mazza di scopa che fungeva da cavallo, altro ancora busc-karell, (a Cagnano noto come jucà a prète), sassolini che i gocatori dovevano raccogliere da terra e lanciare in alto per poi acchiapparli, avendo contemporaneamente altri sassolini sul dorso della mano. Quando si andava in campagna, era premura del nonno predisporre l’altalena li ndràndele [a ndrau-lat ] per i nipotini, legando una corda ad una fascia di legno piatta, dopo averla fatta passare intorno al ramo ben scelto di un robusto albero. Nel frattempo i più grandicelli si avventuravano alla ricerca di lucertole, giocando a ngappàmùsckere. 5 avril Il fanciullo e il folklore, concorso di etno-demo-antropologiaIl fanciullo e il folklore, 24ª edizione, premia il gruppo Le gemme del Gargano junior Il concorso, organizzato dalla FITP, che ha visto la partecipazione di gruppi 26, provenienti da diverse regioni italiane (Puglia, Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Basilicata, Lazio, Marche, Toscana) e da Paesi europei (Polonia, Romania, Lettonia, Russia, Georgia, Croazia), è stato espletato a Paola, provincia di Cosenza (Calabria), nei giorni 29 e 30 marzo. La giuria era costituita da una decina di componenti della Consulta scientifica. Presidente la prof.ssa Ametrano Bavarese dell’università di Roma che, nell’assegnare il secondo premio, si è complimentata con il presidente de Le gemme del Gargano junior, Gianni Cerrone, per aver centrato il tema e “aver fatto rivivere la notte di Natale in tutta la sua umana rappresentatività”. Al gruppo “Ortensia” di Ortezzano (Ascoli Pieno), è stato conferito il primo premio e a “La Provenzana” di San Bartolomeo in Galdo (Benevento) il terzo. Vale la pena ricordare che il gruppo di Cagnano lo scorso anno, alla 23ª edizione del concorso espletato ad Assisi, ha vinto il primo premio. La proiezione dei DVD prodotti dai gruppi partecipanti ha avuto luogo al Teatro Tenda di Paola ed è stata accompagnata da danze popolari tipiche delle rispettive zone di provenienza. Le gemme del Gargano junior hanno offerto performance in Tarantella Bella, Quadriglia di Famiglia, ‘A Farfalla. Nel ricostruire la “narrazione” della tradizione del Presepe, il gruppo Folk de “Le Gemme del Gargano” di Cagnano Varano (FG), che ha tre anni di vita, ha attinto direttamente dalla memoria dei nonni. Il gruppo di lavoro, opportunamente guidato da studiosi e appassionati di ricerca etno-demo-antropologica del luogo, dopo aver precisato “il che cosa”, effettuata l’indagine preliminare, assunti altri elementi utili della ricerca, ha prodotto la trama del racconto e l’ha suddivisa in scene, utilizzando in modo creativo, ma coerente con la tradizione, i dati raccolti. Ha quindi assegnato i ruoli, coinvolgendo un maggior numero possibile di ragazzi, consentendo a ciascuno di entrare nel contesto della tradizione, di indossare “la pelle” della propria cultura (linguaggi, valori, comportamenti), impegnandoli a fare finta di … essere la Madonna, San Giuseppe, la nonna, la mamma, il figlio, il pescatore, il calzolaio, il pastore, la donna senza mani … Ha utilizzato la cornice del centro storico, come teatro in cui rappresentare le rispettive scene, allestendo i locali, arredandoli degli attrezzi di un tempo, con un lavoro certosino che ha richiesto forza di volontà, costanza, ma soprattutto creatività. Si è confrontato con la comunità per ricercare particolari significativi che solo la memoria collettiva è in grado di ricordare. Il risultato è il prodotto qui presentato che, se da un lato inorgoglisce chi lo ha realizzato, dall’altro, lo spinge a ringraziare la Giunta federale della FITP per aver mirato nel segno e avergli offerto questa opportunità. Il tema proposto da “Il fanciullo e il folklore” è, infatti, sembrato particolarmente attuale, utile a contrastare l’omologazione e la spersonalizzazione in atto operata dalla società globalizzata, complici i linguaggi mass e multimediali, i quali non agevolano la costruzione del progetto di vita delle nuove generazioni. Ecco, allora, l’importanza della ricostruzione di questa pagina etnodemoantropologica, che ha permesso ai fanciulli di Cagnano di riandare alla ricerca delle proprie radici, di ricostruire - con l’aiuto della comunità -, la propria identità culturale, che è esito di una rete di relazioni, di un perenne fluire, di una continua negoziazione. Costruzione che richiede impegno (individuale e collettivo), coerenza, capacità di coniugare passato – presente - futuro. La “narrazione” del Natale attraverso il Presepe, metafora della sacralità della famiglia, ha rappresentato, dunque, la strategia utile alle fanciulle e ai fanciulli di appropriarsi del vissuto antropologico della propria comunità, ovvero del Sé collettivo. I ragazzi hanno riscoperto che il Sé della comunità di Cagnano è un racconto a più voci, narrato in particolare da “quella cerchia di persone che ognuno di noi ama o su cui può contare”. Hanno vissuto un’esperienza che li ha coinvolti sul piano emotivo, nella drammatizzazione e nel recupero di espressioni e proverbi dialettali, e sul piano cognitivo, assumendo elementi di conoscenza che sicuramente si tradurranno in pratica e orienteranno il futuro della loro esistenza.
Complimenti ragazzi! Vi auguro che possiate continuare ad innaffiare le nostre radici, a coltivare i valori della solidarietà, della famiglia e dell’amicizia con i linguaggi della danza, del canto e della drammatizzazione, divertendovi, come per gioco. 29 décembre Questionario sul gioco- vuoi partecipare?
QUESTIONARIO SU GIOCHI E GIOCATTOLI “Il gioco uno strumento per crescere”Progetto delle classi 1A, 2A, 3A, 5A del Liceo Socio-psico-pedagogico di Cagnano Varano Dirigente A. Scalzi, referente Prof.ssa Leonarda Crisetti, a. s. 2007/8 DESTINATARI: nonni e genitori garganici.
FINALITÀ DEL QUESTIONARIO: consolidare la memoria ludica e consegnarla ai giovani.
Residenza…………………….. Data di nascita ……………….… Professione……………………… Titolo di studio……………………..
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i. NO li facevi da te SI ii. NO ti aiutavano loro a costruirli? SI iii. con quali materiali?…………………………………………………………………
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Quaresima e Quarandanna, la pupa impiccatatratto da Bbèlla, te vu mbarà a ffà l’amóre, Canti e storie di vita contadina, con adattamenti.
LA QUARESIMA E LA QUARANDANNA
La Quarandanna impiccata, esperienza realizzata dalla prof. Leonarda Crisetti con la classe 2B, Scuola media “N. D’Apolito”, Cagnano Varano, a.s. 1993/94.
Anni fa ho intervistato gli anziani del paese sulla Quaresima e sulle usanze del luogo e ho scoperto la Quarandanna, la “pupa impiccata”, su cui ho scritto un saggio. Quarandanna è una bambola di pezza, che quand’ero bambina si soleva ancora confezionare ed impiccare nell’ultimo giorno del Carnevale, dopo aver bruciato il fantoccio di suo marito (Carnevale appunto). Questa pupa, vestita con i costumi del luogo (lu tuccate, la gunnèdda, lu zenale, lu giacche, chianèdde, fuse mmane e chenòcchia nda la cendura), rappresenta status e ruoli della donna contadina, una donna molto laboriosa, tutta la vita impegnata a filare per estinguere i debiti contratti da quell’ubriacone di Carnevale. La filastrocca cagnanese, però, accenna solo alla bruttezza e al digiuno, quando recita:
Il rito della Quarandanna attraversa il Gargano. Ecco la filastrocca di Sannicandro:
Quarandana vòcchetòrta, Ne nde magnanne cchiù rrecòtta. Quanne arrive Pasquarèlla te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla. 2
In entrambi i casi l’alimento prescritto in questo periodo di digiuno era la ricotta. La pupa restava sospesa nel cielo per i quaranta giorni della Quaresima e la settimana santa. A Pasqua, estratte tutte le penne dalla patata - che la Quarandana aveva ai suoi piedi, le quali fungevano da calendario pasquale - si buttava via la pupa di pezza dicendo:
Jè ffenuta la mózza e la sana, fóre fóre la Quarandana! 3
Da San Giovanni Rotondo ci è pervenuta questa interessante poesia:
Sòpe na funestràdda ce sta nu pupazzàdda cu ssètte pènne e nna patana sàutta e ccu nna cròna mmane. La vòria la fracca, la nfàunna tutta l’acqua e jjèssa persuuasa vendulàja pe ssètte settemane, la Quarandana. P’àugnè ssettemana la lèvene na pènna. Suspìrene li ggiùvene e li uagliune cu ppazijènza, chiane chiane, la Quarandana. E ll’òmme che la vède ce lèva lu cappèdde e ddice nu zinne a llu vecine e ccu nna faccia strana la Quarandana. E ppe ttutte li nutte e lli jurnate sane prèga la ggènde e ppenetènza faje, pe ssètte settemane, la Quarandana.4
Se a Cagnano e a Sannicandro la Quarandanna si presenta con la bocca storta, a Monte Sant’Angelo è raffigurata con il muso di cane nell’atto di mordere i bambini. Il testo, che sottende anche il motivo del digiuno, recita perciò:
Quarandéne muse de chéne, e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére. Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije.
Quarandéne muse de chéne, e tt’ha’ mangéte la carne lu quéne. Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije.5
Il rito della Quarandanna, condiviso da altri paesi garganici e in continuità con la tradizione precristiana, rinvia a rituali presenti nell’antica Grecia. Ripensando alla filastrocca di Monte, che presenta la Quarantana sotto l’aspetto di un cane che morde i bambini, ed effettuando una lettura in chiave astronomica, è stato osservato che nel cielo tra febbraio e marzo (periodo del rito) si vede la costellazione del Cane Minore vicina a quella dei Gemelli, che nella raffigurazione zodiacale è descritta come due bambini. La scena del cane Minore che agguanta i Gemelli significherebbe la condizione di Erigone, e in genere dell’adolescente, impegnato a ricostruire la propria identità e in preda a tanti timori. Il rito è simbolo, dunque, delle paure ancestrali della donna – soprattutto quella di non poter procreare- e del desiderio di esorcizzare ogni male. La tradizione cristiana ha poi mutuato il rito della Quarantana da rituali preesistenti, volti ad evocare la precarietà della condizione femminile, adattandolo alle nuove esigenze culturali, facendolo divenire sinonimo della penitenza e del digiuno, che precedevano la Pasqua di Resurrezione.
La Quaresima prevedeva diversi divieti: era vietato celebrare il battesimo, il matrimonio, il fidanzamento in casa e persino di dare parola di matrimonio, era vietato incontrarsi. A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere nel periodo della Quaresima, si tramandavano con queste parole:
Bèlla mò ce ne vane la Quarandana. Mò ne nge fa l’amòre com’e pprima. Mìttete na cròna lònga mmane e vvatte sinde la mèssa ògne mmatina. Sàbbete sfàrrene li cambane e allòra facime l’amòre com’e pprima.6
A San Marco in Lamis si cantavano così:
Quarantasètte jurne jè la Quarèseme. Non è ttèmpe cchiù de fà l’amóre. Mìttete na crona jinte le mane, decème uammarije e rrazione. La matine che te jàveze da lu lètte, vàttela sinde na prèdica devine. Sàbbete Sande a sciolta d’e cambane Ce vedème arrète com’e pprime. 7
Terminata la Quaresima, però, le ragioni del cuore si facevano sentire, come si legge nel testo di Cagnano Varano:
Quarandasètte jurne sònghe state unèste e cce sò state pe fféde e ppe prepòsete e mmò che ssò mmenute li sande fèste raggióne de córe ce ne jèsce tòste. Sàbbete Sande sfèrrene li campane e llu jurne de Pasqua nghiésa ce vedime.8
LA SETTIMANA SANTA La domenica delle Palme, grandi e piccini si recavano in chiesa con il fascio delle palme da benedire. I ragazzini gareggiavano a tenere più alti i loro rametti, probabilmente con la convinzione di ricevere una benedizione più copiosa. A messa terminata, fuori dalla chiesa si dava inizio al rito dello scambio del ramoscello di olivo benedetto, accompagnato dalla seguente filastrocca:
Tècchete la palma e ffacime pace, ne gnè ttèmbe de stare in guèrra. Pure li turche fanne la pace. Tècchete la palma e damme nu vascë.9
Quindi si andava a fare visita ai parenti e gli amici, regalando un ramoscello benedetto, che le signore custodivano insieme ad altri cimeli (acqua benedetta, ferro di cavallo, rete…), ritenendo che fossero utili a proteggere la casa e la famiglia da lla mmalaggènde, che faceva fatture e ffascenava. I contadini portavano i rami benedetti anche nelle loro case di campagna, collocandoli dietro la porta, perché fossero di buon auspicio. Iniziava il rito della settimana santa, rievocando con laudi drammatiche gli ultimi giorni della vita di Gesù. Molto accorata la processione del venerdì santo, allorché i devoti cantavano così:
Venerdija Ssande e lla Madònna ce ha mmisse lu mande. Ce ha mmisse lu mande e cce partì Sóla sóla ce ne jì. Jè gghiuta ngasa de Pelate, là tróva lu figglie ngatenate. - Vuja ferrare che facite li chióve, facìtele lònghe e bbèn nzuttile, chà hann’a passà li carne al mio figlióle devine. - L’amm’a fà lònghe e bbèn nfurmate, chè hann’a passà li carne e lli custate.10
In processione sfilavano le belle statue di Gesù morto, col costato sanguinante, e di Maria Addolorata che piangeva il figlio morto, mentre tutto il popolo implorava:- “Gesù mio, perdono, pietà”, e i bambini appostati sulle zone più elevate di Palladino, inizio del corso Giannone e all’Arco di San Giovanni, facevano un gran fracasso con le loro rangasce (grancasse) e li raganèdde. Là si posizionavano anche i giovanotti speranzosi di vedere passare la loro ragazza e di poter dare uno sguardo furtivo.
LA PASQUA La drammaticità del venerdì santo si stemperava nella gioia del Sabato santo, allorché le campane risuonavano a festa, facendo cessare il lungo periodo di digiuno e di penitenza. Dalle strade la Quarandanna magra e nera veniva rimossa, nelle case ripulite dentro e fuori riprendevano i preparativi del fidanzamento e del matrimonio, mentre le mamme, riciclando il proprio abito da sposa o altri tessuti, avevano approntato un camicione per i bambini, che finalmente potevano essere battezzati. Nella giornata di Sabato di Resurrezione, infatti - come ricordano gli anziani - ce rumbéva lu lucìleje (si apriva il battistero) e, risorto Gesù, si poteva somministrare il sacramento del Battesimo con acqua nuova benedetta. A Pasqua, appena si slegavano le campane, le donne in casa facevano un gran rumore, battendo le travi del letto sui trespoli, scacciando via insieme alle pulci ogni malefizio, e dicevano:
Fòra fòra la cemeciara Ca ce sònene li cambane!
Il lunedì dopo Pasqua tutti andavano fuori paese a festeggiare la Pasquarèlla, con frittata di uova, mozzarella e asparagi, agnello a llu róte e taralline.
1 Quarandanna muso storto, si è mangiata la ricotta. La ricotta non è cotta, Quarandanna muso storto. 2 Quarandana, bocca storta, non mangiare più ricotta. Quando arriva la Pasquetta, mangi ricotta, trecce e mozzarella. 3 E’ finita la mozza e la sana, fuori, fuori, la Quarandana! 4 Sopra una piccola finestra, c’è un pupazzetto con sette penne, una patata sotto e una corona in mano. La bora la colpisce, l’acqua la bagna tutta. Lei, decisa, oscilla di qua e di là, per sette settimane, la Quarandana. Ogni settimana le tolgono una penna. Sospirano i giovani e i bambini, con pazienza, piano, piano, la Quarandana. E l’uomo che la vede si leva il cappello e fa un cenno al vicino, con una faccia strana, la Quarandana. Ogni giorno e ogni notte la gente prega e fa penitenza, per sette settimane, la Quarandana. 5 Quarandène, muso di cane, mordi la lingua ai bambini. Sono chiuse le macellerie per quarantasette giorni. Quarandène, muso di cane, hai mangiato carne di cane, sono chiuse le macellerie per quarantasette giorni. 6 Da Rinaldi, con adattamenti, op. cit. T18 pag 64. 7 Allo sciogliersi delle funi delle campane. Vedi Appendice, La Sorsa, con adattamenti. 8 Sono stato fedele per quatantasette giorni, lo sono stato per fede e perché me lo ero ripromesso e ora che sono giunte le sante feste, le ragioni di cuore si fanno sentire. Sabato santo suonano le campane e il giorno Pasqua ci vediamo in chiesa. 9 Eccoti la palma e facciamo la pace, non è tempo di stare in guerra. Anche i turchi [musulmani] fanno la pace, eccoti la palma e dammi un bacio. 10 Venerdì santo, la Madonna si è vestita col manto, si è coperta col mantello e partì, andò via da sola. Andò in casa di Pilato, dove trovò suo figlio incatenato. Disse ai fabbri:- Voi fabbri che fate i chiodi, fateli lunghi e ben sottili, che trapasseranno le carni al mio figliolo divino. - Li faremo lunghi e ben formati, perché trapasseranno le carni e il costato. Le anguille del VaranoLeonarda Crisetti, art. 16 dicembre 2008 - Gargano Press
“Oggi il lago è un deserto – considera un pescatore in un’intervista del 1999[1]- eppure, basta guardarlo, per immaginare la grandezza perduta. […]. Mi piace ricordare la pesca delle anguille “maretiche” effettuata con il gruppo della Collettiva verso la Foce di Capojale, dove si costruivano decine e decine di paranze per catturare le anguille impegnate a migrare verso il mare. […]. In autunno trecento pescatori associati nel Collettivo iniziavano la pesca delle anguille che si chiudeva nel periodo natalizio. L’acqua era sorteggiata dalla Commissione formata dagli stessi pescatori. Si andava d’accordo allora: si rispettavano le regole e i capigruppo. Si eleggevano anche il corpo di guardia e il corpo di servizio, che ritirava il prodotto pescato e lo portava a Bagno, dove c’erano i commercianti che, rilasciavano la bolletta. A “Crona”, da “Tranese”, a “Zappitello” c’erano i corpi di guardia con i pagliai costruiti dai collettivisti. Il personale di guardia, trascorreva la notte accanto al fuoco per fare la guardia alle “marotte” piene di anguille. Ogni “marotta” ne conteneva oltre 4 quintali. Queste casse bucherellate e ben sigillate erano sistemate le une accanto all’altra, in fila per 10. Galleggiavano a pelo d’acqua, dopo essere state fissate ad un palo. Le “marotte” venivano controllate sistematicamente fino al giorno dell’Immacolata, quando gran parte delle anguille veniva pesata e venduta ai commercianti che le portavano sui mercati. Un’altra parte di anguille continuava a stare nelle “marotte”, per essere venduta il giorno della vigilia di Natale: circa 40 quintali erano, infatti, destinati al popolo di Cagnano, che a Natale doveva mangiare anguille e capitoni. Anche nella nostra cooperativa le giornate sotto Natale erano movimentate: un quintale di anguille veniva regalato, distribuito tra gli amici di Cagnano, di Manfredonia e di Foggia. L’ultima pesa delle anguille cadeva alla terza “scurda” (novilunio), il giorno di Capodanno. Di tutto questo ora è rimasto solo il ricordo”. Il piatto della tradizione natalizia: “li gnidde arrestute” e “li sìnepe pe l’agnidde”,
Un antico adagio cagnanese recita:
Natale jè arruate La marotta amma grapi’ Li gnidde ànna scì.
(È arrivato Natale, bisogna aprire le “marotte” e far uscire le anguille).
La giornata che precede la Natività in contrada “Pannune”, riva sud del lago, era un via vai di gente, persone che raggiungevano la sorgente di “Caperale”, per fare incetta di anguille, che costituiscono tuttora il piatto della tradizione. “Capetune” e “capemazze”, anguille maretiche e pantanine sono, infatti, anche oggi, preparate arrosto o con la verdura: nel primo caso si scelgono le più grosse, s’incidono lungo il dorso, si sventrano, si lavano accuratamente, si asciugano, si salano e si aromatizzano con semi di finocchio selvatico, quindi si passano sui carboni ardenti [una vera leccornia!]; nel secondo caso si utilizzano anguille di media e piccola taglia, accompagnandole con “li sìnepe”, una verdura dal sapore leggermente amarognolo che ben si sposa con il grasso dell’anguilla. “Li gnidde arrestute” e “li sìnepe pe l’agnidde” costituiscono, dunque, il piatto della tradizione.
Il mercato delle anguille del Varano nel secolo XX. Il pescato delle anguille ha costituito una voce molto importante della pesca in laguna, seguendo un andamento irregolare. Il mercato delle anguille è passato, infatti, dal 46% del pescato negli anni 1926-1935 al 32% nel decennio 1951/60, ascendendo al 43% nel decennio 1961/70, attestando il 28% negli anni 1971/1985. Dopodichè non si è riuscito a sapere più nulla, a causa dell’allentarsi delle regole e della rinuncia del Comune, sia ad esigere le gabelle, sia ad investire sulla laguna.[2]
Laguna di Varano: il pescato e l’economia Il lago di Varano, prima, la Laguna di Varano, poi, ha costituito una risorsa non trascurabile dell’economia di Cagnano, come degli altri paesi rivieraschi, Carpino e Ischitella. Le casse del comune di Cagnano Varano si sono impinguate dai profitti afferenti ai diritti di pesca e alla gabella sul pescato, sia da quelli provenienti da canne, paglie, giunchi e sorgenti. Abbondante anche la pesca di uccelli acquatici (folaghe soprattutto) e di sanguisughe. Il lago ha rappresentato una risorsa pure per i cittadini, che hanno tratto discreti profitti dalla pesca autunnale, dato che dopo Natale giungevano, puntuali, “il freddo e la fame”. Il ventennio 60-80 del secolo scorso è stato particolarmente generoso, facendo registrare il maggiore prodotto pescato, che vedeva ai primi posti anguille, pesce azzurro e pesce bianco. Gli introiti, d’altro canto, spingevano gli amministratori ad investire, col proposito di migliorare, insieme alle condizioni della pesca, quelle dei pescatori. I primi cittadini del paese dovettero, pertanto, prodigarsi periodicamente a realizzare e tenere pulite le foci, a costruire e ammodernare le griglie, a ideare e a realizzare progetti di bonifica, utilizzando anche contributi di altri enti. Fu così che la laguna fino agli anni Ottanta è riuscita a dare lavoro a diverse centinaia di pescatori e a soddisfare i bisogni materiali di migliaia di cittadini. Gli anni d’oro poi cessarono, assistendo, insieme al calo del pescato, il decremento del numero degli addetti alla pesca. Dal 1993 i pescatori si riconvertirono in mitilicoltori, spostando gli impianti in mare, senza tuttavia abbandonare la pesca in laguna.[3]
L’autunno 2007 prospetta un bilancio negativo, dato che la laguna sembra essere stata particolarmente avara, … e non solo di anguille, tradendo le attese di numerosi pescatori e cittadini che attivano la pesca. Ogni volta che si recano alle loro “paranze” e visitano i “lupi” (trappole per la pesca delle anguille), la stessa domanda:- Dove sono andate a finire le anguille?
[1] LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, pp. 146-151,, Grenzi editore 2000. [2] Ivi, pag. 156. [3] Ivi, pag. 154-156 |
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