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24 juin

Kàlena: un po' di storia

Kàlena è una località legata inizialmente ad una chiesa abbandonata. Ad un certo punto la storia di questa abbazia s’intreccia con quella dei monastero di Montecassino e di Tremiti. Accade, poi, che Tremiti la fagocita, assorbendola nel suo seno, insieme alle sue proprietà. A fine Settecento, in ogni caso, anche il ciclo dell’abazia tremitese si chiude, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine di storia.

Corre l’anno 1023 quando l’arcivescovo di Siponto, con il consenso del clero diocesano, dona al monastero [cenobio] di Santa Maria delle isole Tremiti, nella persona dell’abate Roccio, “la chiesa non più officiata [ecclesia deserta] di Santa Maria di Calena con le sue pertinenze, quattro appezzamenti di terreno appositamente acquistati e i boschi siti nella medesima zona”.[1]  Ecco la motivazione: "molte terre di proprietà della mensa vescovile restano incolte per la lontananza della sede”. Leggiamo testualmente:

En ego Leo divina concedente grazia sancte Sipontine sedis arcgiepiscopus, testamentum declarationis  facio qualiter plurimis terris abuntantibus de episcopio nostro pertinentibus, plurima inculta remanent propter sui diversitatem, in diversis enim locis consistunt, intre que plurima que laborare nequimus, est una ecclesia deserta in loco que vocatur calena, cuius vocabulum est Sancta Maria; anc ecclesiam cum ipsa terricella parva in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello, placuit mich[i] et omnibis sacerdotis et levitis, cunto clero nostre sedis, omnibus in unum pro hac causa ad consilium ollectis, offerre ij cenobio Beate Marie in insula que Tremiti dicitur, in qua preesse videtur domnus Roccius abbas; [ …].[2]

Sulla data non sembra esservi dubbio, poiché il documento dice espressamente che la donazione è rogata “sexagesino secundo anno imperii domini Basilii et domini Costantini sanctissimi imperatoribus nostris”.[3]

Pare che sia costume dei tremitesi acquistare appezzamenti di terreno coltivati a grano o a vigne, anche in piccole chiese rurali di origine privata, con l’impegno di fondarvi una cella benedettina.

Nel 1053, anno della battaglia di Civitate [giugno 1053], che segna la vittoria dei Normanni sui bizantini, Sancte Marie in loco Calena è tra i beni tremitesi. Lo conferma il Privilegium di Leone IX. È Guisenolfo, abate tremitese filobizantino, a chiedere tale conferma al papa, temendo i Normanni. Insieme ai possedimenti, la prima autorità della chiesa di Roma concede all’abate l’immunità dalla giurisdizione vescovile.[5]

Nel 1059 si assiste al tentativo di Desiderio, abate di Montecassino, di annettere a Cassino le isole di Tremiti e tutti i loro beni. Quando, nell’estate del 1059, papa Niccolò II scende a Melfi per il concilio, Desiderio si fa donare da Riccardo d’Aversa anche il monastero di Santa Maria di Calena. Il monaco tremitese Adam, però, interviene prontamente per dimostrare le ragioni di Tremiti e, due giorni dopo, esibendo gli antichi prvilegi, ottiene sentenza favorevole.  Il privilegium del 1061 riconferma, quindi, al monastero di Santa Maria di Tremiti, retto dal monaco Adam, tutti i possessi e i diritti che gli spettano. Ciò  soprattutto dopo le pretese dell’abate di Desiderio. Anche qui troviamo in elenco Santa Maria di Calena.[6]

L’ecclesia Sanctae Mariae de Calena è poi citata nel Privilegium del papa Alessandro III, datato 25 luglio 1172, ed è compresa nel territorio Montis Sancti Angeli de Gargano.[7]

Il privilegio più importante, che testimonia la grandezza dell’abbazia di Càlena, è del 7 maggio 1176. È emanato a Palermo da Guglielmo II. I suoi beni comprendono il luogo in cui insiste il monastero di Kàlena, i terreni, le chiese, le celle, le case, i castelli, gli orti, i vigneti, gli oliveti, i mulini, i casali, le saline, le pertinenze ubicate un po’ ovunque, soprattutto lungo la fascia che dal Gargano nord giunge fino a Campomarino. 

 

cellam beati Pauli, cum terris et aliis pertinentiis suis; cellam Sancte Trinitatis de Monte sacro com terris et pertinentiis suis; cellam Sancti Nicoli de Marino cum pertinentiis suis; cellam Ss. Cosmi et Damiani cum pertinentiis suis; cellam Sancti Nicolay de Montenigro cum ipso casali, molindinis et aliis pertinentiis suis; cellam San Petri de Schitela cum pertinentis suis; cellam S. Iohannis de fauce Sparviperga cum pertinentis suis; cellam  Nicolai de Imbuto cum pertinentis suis; et castrum ipsum imbutum cum silvis, terris et vineis suis; cellam S. Petri de Casa veteri cum pertinentis suis; cellam S. Salvatoris sita in territorio civitatis vestan (e) cum pertinentis suis; in loco  qui dicitur Pesclice cellam S. Andree, cellam S. Barbare, cum baptisterio et casali et cellam S. Petri cum earum pertinentiis; in civitate Siponto cellam S. Lucie et cellam S. Giorgii cum earum pertinentiis; cellam S. Stephani de Cannis cum salinis et terris suis, cellam S. Giorgii in territorio Rignani cum pertinentis suis ; et ibidem terras et olivas; in Casali novo ecclesiam S. Basilii cum domibus, vineis et olivis; iuxsta castrum Cagnariii ecclesiam S. Giorgii, ecclesiam S. Marci et ecclesiam S. Barbare cum earum pertinentis; in pertinentis Caprilis ecclesiam S. Marine, sancti Helie et S. Bartolomei cum pertinentiis earum, in territorio Rodi eccelsiam S. Agate, S. Teodori, S. Martini e S. Menne cum molendinis et earum pertinentiis; in Barano piscatores ad piscandum in Pantano et flumine; in territorio Vici ecclesiam S. Blasii, S. Nicolai Pancratii Sancli Angeli de gaio et S. Stephani cum molendinis et earum pertinentiis; item in castro Peschlice homines cum possesionibus, dominio districto et omni iure ipsorum et iuxsta ipsum castrum ecclesias S. Nicolai monachorum et S. Maria de Calenela  cum hominibus et pertinentiis earum; item in praedicta civitate vestane domos et extra civitate vineas et olivas et ecclesias S. Iohannis, S. Marci et S. Felicis cum pertinentiis earum; in Campomarino ecclesia S. Thome cum domibus, vineis, olivis et terris et aliis pertinentiis suis”.[8]

Alle dipendenze dell’abazia di Kàlena sono dunque ben 16 celle,  obbedienti alla regola di San Benedetto da Norcia, variamente distribuite in terra garganica, dove uno, dove due e dove tre: a Ischitella, a Carpino, a Cagnano, a Vico, a Vieste, a Rignano, a Peschici.[9]  

Nel tenimento di San Nicola Imbuti – territorio di Cagnano Varano - Kàlena possiede la cella omonima con le pertinenze, il castello dell’Imbuto, boschi, terre e vigneti. Esercita, inoltre, i diritti di pesca  sul lago di Varano e sul fiume.[10]

 

L'abazia Calena per un certo tempo conduce una vita indipendente e gode di buona salute sul piano economico. Lo conferma il succitato Privilegium e quello sottoscritto da Innocenzo III nel 1208.[11]

Per il monastero tremitese inizia intanto una fase di declino. Per uscirne fuori, nel XIII secolo il governo di Tremiti passa all’ordine dei Cistercensi e nel XV ai Canonici regolari di Sant’Agostino, che, pensano di recuperare il patrimonio, rivendicando  anche il possesso di Calena.[12]  In queste pretese i priori di Tremiti hanno l’appoggio di papa Eugenio IV e alla fine vi riescono, dato che il 7 marzo 1445 il papa ordina che Kàlena sia restituita ai Canonici. Il provvedimento consente, intanto, al monastero tremitese di rifiorire, ampliando  i territori anche con altre donazioni.

La vita a Tremiti non è semplice perché bisogna contrastare il potere dei feudatari e dei vescovi locali. I tremitesi, però, hanno dalla loro sovrani e papi, per cui non affrontano da soli le difficoltà. Al tempo degli aragonesi  è soprattutto re Ferdinando a proteggerli. Nel Gargano, ad esempio, nel 1451 Giovanni Dentice, signore di Ischitella,  è condannato a restituire al monastero la barra dell’isola Varano; nel 1467, il priore di Tremiti riesce a spuntarla sul signore di Vico, Ettore Bulgarelli, che pretende i diritti di pesca sul lago. Dal 1464, inoltre, re Ferdinando obbliga detti signori garganici a far macinare il grano nei molini tremitensi di Calena e di Montenero (Vico).   

I priori di Tremiti ora sanno che non possono vivere isolati, che hanno bisogno dell’appoggio delle massime autorità. Si fanno sempre più furbi. Basti pensare che nel 1462 tentano di corrompere l’abate di Ripalta, al fine di barattare Kàlena, esentasse, con la chiesa di Ripalta - altro possedimento benedettino in terra garganica molto appetitoso. Il tentativo non si traduce in realtà, probabilmente perché i cistercensi sono messi a parte del piano.

I canonici di Tremiti, in ogni caso, ottengono diversi privilegi: dal re Ferdinando, che nel 1475 li esenta dalla gabelle su ogni prodotto importato dalla terraferma, dal papa Sisto V, che nel 1483 li esonera da ogni imposizione. Lo stesso fa papa Innocenzo VIII (1482).

Grazie a queste agevolazioni fiscali, l’economia del monastero di Tremiti si fa sempre più robusta, consentendo ai priori di investire in opere di pubbliche utilità, mettendo in primo piano la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, la fortificazione dell’isola di san Nicola, la sistemazione delle zone agricole possedute in terraferma. Il monastero di Tremiti riesce finalmente ad ottenere la chiesa di Santa Maria della Carità di Ripalta. Accade anche che da priorato diviene abazia: primo abate Savino da Mortara.

Sin dal XIII secolo il monastero di Tremiti attira lungo le sue coste un pubblico eterogeneo, spinto da motivi diversi: dai mercanti, contrabbandieri e pirati, ai pellegrini che giungono dal Molise e dai centri garganici perché denoti alla Vergine. Se quest’ultima ragione giustifica l’ampliamento della chiesa, la presenza e le incursioni turche lungo le coste legittima la costruzione delle mura di cinta e delle torri.

All’inizio del secolo decimo sesto, mentre Tremiti vive gli ultimi momenti di gloria, l’abazia di Kàlena è in declino ma nelle sue mani, ancora con un interessante patrimonio posseduto sulle coste garganiche: estesi uliveti intorno a Kàlena, frutteti e vigneti intorno alla chiesa di San Nicola di Montenero, la chiesa di San Nicola Imbuti sulle rive del Varano, con terreni e boschi per sette miglia, tutta l’isola Varano adibita a pascolo invernale degli animali grossi.

Molto più allettante è un’altra ex dipendenza di Kàlena: il grande complesso agricolo di Sant’Agata, che si estende per 27 miglia alla foce del Fortore, con colture cerealicole, viticole, boschi e pascoli dove si alimentano  ovini, bovini, suini e cavalli.

L’abazia tremitese  e quella di Kàlena svolgono, in definitiva,  ruoli diversi e importanti, sui piani economico, culturale e religioso. Gli abati insegnano a coltivare i campi, a praticare le colture specializzate della vite e dell’olivo, l’allevamento, a coltivare il rapporto con Dio e con i Santi, consentendo al Gargano di procedere in qualche modo verso il progresso.

Dopo l’attacco dei turchi (1567), nonostante si sia ben difesa, per l’abazia inizia l’agonia. Con il tempo, i suoi interessi cominciano a confliggere anche con quelli della chiesa e dei sovrani. Il colpo di grazia le viene inferto dalla politica anticlericale di Carlo III di Borbone, che nel 1737 dichiara le isole di “real dominio” e decide di presidiarle. Nel 1872 l’abazia è soppressa e i suoi beni vengono incamerati nel regio demanio, affidati ad un amministratore di nomina regia.

Dopo di che la storia continua, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine.



[1] Nel sessantaduesimo anno dal dominio di Basilio e di Costantino, cfr. ARMANDO PETRUCCI [a cura di], Codice diplomatico del monastero benedettino di Santa Maria di Tremiti (1005-1235), Roma 1940.

[2] Ibidem, Chartula offertionis, n. 8, pag. 25

[3] Ibidem, pag 25.

[4] Ibidem, Chartula offertionis, n. 18.

[5] Ibidem, Leonis papae IX Privilegium, n. 49

[6] Ibidem, Nicolai papae privilegium, pag. 214.

[7] Ibidem, , doc. n. 11, pp. 316-322.

[8] A. PETRUCCI, cit., Introduzione, pag. LXXXVI.

[9] Anni fa in un articolo su Il Gargano nuovo lanciai l’idea di ricostruire un percorso turistico culturale alternativo da intitolare “Per cellas casinates”. Rilancio l’idea, affermando che sarebbe interessante individuare e censire le cellas elencate in questo documento [o per lomeno quelle di cui è rimasto un brandello di muro], progettare la loro ristrutturazione, disegnare un percorso che conduca i visitatori dal monastero madre alle piccole celle. E per chiudere, una visita alla laguna.

[10] Ciascun lettore garganico (Vico, Ischitella, Peschci, Carpino, Rodi, Rignano, Siponto …) e molisano, leggendo il documento, troverà almeno un toponimo familiare.

[11] Ibidem, pp. LXXXV-VI.

[12] Ricordo che la prima contesa tra Montecassino e Tremiti per il possesso di Calena e suoi beni risale all’XI secolo.

14 septembre

San Nicola Imbuti, sito

 

 

Il sito di San Nicola Imbuti, oggi  San Nicola Varano, dista da Cagnano Varano (FG) circa 10 km, costeggia la riva occidentale della laguna di Varano, precisamente nel punto in cui una lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola (versante orientale di Monte Devia) si getta nelle acque, delineando appunto la forma dell’ “imbuto”, da cui ha tratto la denominazione in epoca medievale. 

 (vedi foto). L’area, che comprende la graziosa penisoletta, offre ai visitatori uno spettacolo particolarmente interessante, ricco di storia, di fascino naturale e di tranquillità

La vicinanza dalle Isole Diomedee costituisce uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti diventa pertinenza di quel complesso monastico benedettino, che in passato svolge importanti funzioni politico-culturali e religiose. 

San Nicola è anche il nome della chiesa dell’Imbuti. Dal punto di vista morfologico, tutto il tenimento  si presenta come una collina molto dolce, digradante verso la laguna, popolata da piante e arbusti tipici della macchia mediterranea, piantagioni di fave e di ortaggi, tra cui emerge la coltura specializzata dell’olivo.

Nella zona manca un’idrografia superficiale, mentre all’interno della penisoletta, ai piedi del lago, si nota la presenza di due sorgenti, che sicuramente ha un peso nella scelta del sito da parte dei benedettini, che vi si insediano nell’XI secolo.

Dal punto di vista storico-antropico, lo scenario dell’Imbuti è caratterizzato dalla cella benedettina, dall’ex Idroscalo e dalla chiesa di Santa Barbara.

              La presenza di questo tenimento  è attestata da una chartula offertionis del 1053, secondo la quale Sariano, abitante di Devia [territorio di San Nicandro G.co, popolata da slavi provenienti dai Balcani ], dona al monastero di Santa Maria di Tremiti, metà casa, una vigna e un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra, uno dei quali confina con un’antica strada che conduce all’Imbuto (via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto). Nel sito sono, dunque, presenti evidenti tracce di frequentazione medievale, mentre andrebbero effettuate ricerche riguardo a insediamenti preesistenti.

Santa Barbara, chiesa dell'Imbuti

 

      Santa Barbara1Chiesa di Santa Barbara, interno (2)

     La chiesa di santa Barbara è costruita nel 1920, come attesta la scritta in facciata, per consentire ai militari e ai civili residenti nell’area dell’idroscalo di San Nicola Varano (o Imbuti) di partecipare al culto.

 

     È situata in posizone frontale rispetto a viale Irene, a sinistra della strada provinciale Bivio San Nicola Varano- Capojale, da cui si accede.  Per arrivarci, bisogna percorrere un sentiero, passando tra gli ulivi. Si presenta in condizioni statiche compromesse, soprattutto nel solaio, pressochè inesistente.

 

     È lunga 30 mt, larga 17 mt, alta mt 10. Occupa una superficie di 510 mq. La struttura portante è in mattoni pieni, il pavimento e l’intonaco sono cancellati. Esternamente domina il giallo dei mattoni di argilla gialla, che rivestono la chiesa, interrotto dal bianco delle colonne e dal rosso-marrone del tetto.

 

     Per entrarvi si fatica un po’, per via di alcuni scalini rotti e altri mancanti. Sull’ultimo gradino, a destra e a sinistra del portale, poggiano due colonne a base circolare con capitello corinzio. A destra e a sinistra delle due colonne, dal centro verso l’alto, sono due nicchie rettangolari con sommità ad arco semicircolare.

 

     Alla sommità del portale è ancora visibile la scritta “S. Barbarae, aer. Aec. Classium patronae”, dedica a Santa Barbara, protettrice delle forze militari aeree e navali. Sopra l’arcata d’ingresso della chiesa è una finestra tonda e forata, con sei luci a forma di settore circolare, posizionata tra due esili colonnine, anch’esse cilindriche.

 

     La facciata termina con un timpano arricchito da quattordici colonne sormontate da capitelli corinzi, su cui poggiano undici archi. All’apice del timpano una croce in ferro che le intemperie hanno piegato in avanti.

 

     Entrando si notano tre navate divise da sei colonne a base quadrangolare, tre per ciascuna navata. Quattro di esse sono ornate con capitello. Sei finestre circolari, situate sulle due pareti laterali, illuminavano un tempo la chiesa [ora scoperchiata].

 

   In fondo alla navata centrale, su di un piano leggermente rialzato, è l’abside semicircolae in cui doveva essere situato l’altare. Al suo posto è un fico. A destra dell’abside è un piccolo vano-sacrestia, a sinistra una scalinata di 55 scalini, che conduce al campanile, ancora in buone condizioni. Sotto la scalinata è un altro piccolo vano. Le quattro facciate del campanile preseentano due bifore per ciascuna. La copertura del tetto realizzata in legno manca quasi del tutto.

 penisoletta dell'ImbutiChiesa di Santa barbara, interno

 

Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

San Nicola Varano, idroscalo della Regia Marina

 

ivo monti

 

L’idroscalo di San Nicola Imbuti nasce per motivi di difesa e precisamente per consentire alle squadriglie aeree impiegate nella guerra del basso e medio Adriatico di effettuare soste e riparazioni, e  per l’insegnamento del pilotaggio degli idrovolanti e per contrastare gli attacchi nemici. Gli austriaci avevano, infatti, basi aeree e navali a Cattaro, in Iugoslavia, a un centinaio di km dalla Puglia. Tra Marisabella (Bari) e Ancona, San Nicola Imbuti sembra occupare una posizione strategica. Il sito, che, oltre all’appendice che forma l’insediamento dell’idroscalo, comprende mille metri di sviluppo di costa,  diviene, perciò, possesso del demanio Marittimo e  della Difesa dello Stato.

 

Agli anni 1918/1920 risale la ultimazione della base militare per gli idrovolanti, mentre i lavori secondo testiminianze orali iniziano nel 1913. L’idroscalo comprende una trentina di edifici in stile coloniale, che versano in uno stato di degrado, tranne una palazzina, restaurata cinque anni or sono e – purtroppo-  non resa funzionale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cattedrale nel deserto”.

 

Edifici maestosi, ben allineati, a più piani, con porticati e ampie finestre, collocati in gran parte lungo Viale Irene, tra cui emergono quelli “del Comandante”, (855 mq di superficie di pianta e 22 vani), “del Principe”, sede degli uffici,  sormontato da un cupola con tricolore, (780 mq, 26 vani), quelli che inglobano l’ex monastero, l’ospedale, … , insieme ad altre costruzioni secondarie, adibite  a forni, a sala barba e docce, lavatoi, ricoveri, scuderia, produzione del ghiaccio, spazi che dimostrano la grandiosità del progetto.

 

Il programma dei lavori eseguiti durante la guerra fa parte, infatti, di un progetto più grande, che comprende l’impianto di diverse batterie antiaeree e costiere lungo tutta la costa da torre Mileto a Manfredonia alle Isola Tremiti, la costruzione di un porto militare a Capojale, la bonifica del lago Varano, la costruzione di strade, di una linea telefonica  e di un tronco ferroviario,  lo studio per il rifornimento di acqua potebaile nel tratto Capojale-San Nicola Varano, l’acquisto di terreni intorno al lago per favorire la colonizzazione interna e migliorare l’industria della pesca.

 

Nel 1917, allorché vi stazionano gli ufficiali, che compiono operazioni di volo con gli L3, l’idroscalo ha ospitato l’ammiraglio Thaon de Revel, come si evince dai documenti fotografici. C’è  chi sostiene che sia stato visitato anche dal re Vittorio Emanuele III.

 

Ivo Monti, tenente macchinista aviatore della Regia marina decolla da San Nicola Varano con la sua squadriglia e compie diverse operazioni, ma il 2 giugno 1918 non fa più ritorno da Lagosta, isola slava sotto il controlo nemico. Il Foglio d’ordine del Ministero della Marina, in data 23 giugno 1921, stabilisce che la stazione idrovolanti di San Nicola Varano porti il nome di Ivo Monti, “che perde gloriosamente la vita in servizio aereo, per l’entusiasmo, la scienza e la conoscenza dell’organizzazione e valore del servizio aeronautico evidenziati durante la guerra navale”. Ordina, quindi, di apporre una targa, accompagnandola da una degna funzione. Epigrafe che ciascun visitatore può leggere, incisa sull’elica di marmo fissata sulla parete dell’edificio detto “del comandante”.

 

Cessata la “grande guerra”, vanno in fumo anche gli altri progetti. Nel 1936 si effettuano alcuni lavori di sistemazione dell’idroscalo, si demoliscono gli hangar, si costruisce il banchinaggio. Negli anni del secondo conflitto mondiale a San Nicola opera una sezione d’idrosoccorso con due Cant 506 Airone. La cronaca parla si salvataggio di militari inglesi al largo dell’Adriatico, di recupero in mare di un pilota italiano e di altri naufraghi.

 

Dell’ex idroscalo, che vanta di aver svolto importanti funzioni, oggi restano solo edifici fatiscenti, immersi in un silenzio preoccupante, interrotto solamente dai muggiti degli armenti che vi pascolano. I terreni dell’Imbuto, una volta cessato il conflitto, passano in mano a privati e/o usurpatori.  

 Imbuti, ex idroscalo, palazzo del comandanteAi primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU [Società di Trasformazione Urbana], intenzionata a realizzare nella penisoletta dell’Imbuto un villaggio turistico, progetto che vive probabilmente una fase di ripensamento, mentre l’antica cella benedettina, gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti e  la chiesa di Santa Barbara chiedono di non essere cancellati dalla memoria. 

 

 

Per " casinates cellas", Cella Santo Nicolay dello Inbuto

Imbuti, ex cella , interno, particolare 7


               Uno degli edifici dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti, situato vicino alla sorgente omonima, nasconde tracce di una esistenza più lontana: è la cella Santo Nicolay dello Inbuto [Imbuto], posseduta dai monaci cassinesi. Ne fa fede un documento del 1058 che cita tra le altre pertinenze di Kàlena “cellam sancti Nicolay cum vineis et terris suis”. Nell’Inbutus, ci sono, quindi, una cella, dei vigneti e terre di sua pertinenza.

 

E’ possibile, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che all’epoca di Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti è raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, strada che svolge importanti funzioni economiche e politiche, collegando antiche città e ville-fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord, destinate a diventare comuni.

 

I monaci cassinesi colonizzano estese aree, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, per motivi anche di ordine economico, religioso e politico. Ambiscono esercitare il controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo potranno disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga) seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne, alimento che attiva un commercio invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce.. Nell’area di San Nicola di Varano sono diverse sorgenti, che danno modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando l’importante risorsa, costituita dall’acqua. Il tenimento costituisce una discreta risorsa economica del monastero madre di Santa Maria di Tremiti, anche perché vi si riscuotono le decime sull’intero lago.

 

C’è poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In epoca medievale, la via veteres che passa per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituisce un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allaccia i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e che è molto vivo il culto per l’Arcangelo.


           C’è, infine, l’interesse politico, legato al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia è a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) è popolata da genti proveniente dai Balcani. 

 

Il convento di San Nicola Imbuti è, dunque, una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, accrescono  il patrimonio e il prestigio della Casa di Santa Maria di Tremiti.

 

Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, ma c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem fatta da suo padre, il quale non riserva per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come esplicita la fonte- iniziano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, gira  intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insiste  un pesclo e una centia, prosegue con Nido di Corvo, taglia  poi dritto per il lago e si ricongiunge  con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), prosegue per metà isola e si ricongiunge  al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni. Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dà torto al signore di Devia e lo condanna a pagare 200 once, mentre riconosce a Santa Maria di Kàlena (Peschici) il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto.  

 

I privilegi di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituiscono beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

 

Nel 1332 Imbuti è annoverato tra i casales, uno dei tanti insediamenti tardomedievali destinati a morire. A seguito della decadenza della comunità benedettina di Tremiti e degli attacchi di pirateria da parte dei turchi, papa Gregorio XII affida ai cistercensi il compito di promuovere la rinascita e di erigere fortificazioni.

 

In epoca moderna, nel tenimento ci sono una chiesa, un castrum, folti boschi. Si pratica ancora la viticoltura, mentre sul lago si continuano ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare: pesci di ottima qualità (anguille e capitoni soprattutto), anche essiccati, di cui alla chiesa dell’Imbuti spetta la decima parte. Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati. Le acque dell’Imbuti sono appetibili anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli, che giungono in questi luoghi sostandovi d’inverno; i suoi pascoli, che si estendono fino all’isola Varano, sono utili per far svernare gli animali grossi del monastero di Tremiti.

 

Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i pascoli dell’Imbuto cominciano, però, ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico, Peschici e Ischitella vogliono appropriarsene.  

 

Nella prima metà del 1700, il grande feudo ecclesiastico di San nicola Imbuti, che si estende per Ha 5273 circa,  è posseduto dai Canonici Regolari Laterannensi di Santa Maria di Tremiti. Nell’Onciario si legge che tale feudo comprende il convento soppresso di San Nicola dell’Imbuto, beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria, una difesa boscosa di San Nicola dell’Imbuti affittata ad uso di manna e da far pece, di terre seminative e mezzane. Nel 1783, quando la badia di Tremiti cessa la sua agonia,  il tenimento dell’Imbuti passa nelle mani dello Stato, per essere poi comprato da Giacomo e Francesco Forquet, domiciliati in Napoli.

 

La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’Imbuto fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente. Il monastero viene poi distrutto e abbandonato dai monaci.

 

“I monaci recatisi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava ombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredarono, poi distrussero completamente la forma del monastero. I religiosi da allora non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare.” 


            In seguito, gli abitanti dell’Imbuti si sono trasferiti a San Nicandro Garganico e a Cagnano, le strutture rimaste in piedi si sono trasformate in masserie. Dell’antica cella restano alcuni segni inconfondibili presenti in uno degli edifici dell’idroscalo: la volta a botte di alcuni vani del piano terreno, i muri spessi, il materiale da costruzione, qualche finestra, il dislivello tra i vani, le difformità rispetto ai nuovi edifici.


 Imbuti, interno cella particolaremonastero 3

20 avril

La grotta di San Michele in Cagnano Varano

La grotta di San Michele in Cagnano Varano

 

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Ubicazione

La grotta di San Michele in Cagnano Varano è situata nel Gargano nord (Puglia), a meno di 1 Km dalla riva meridionale della laguna di Varano e a 28 km circa da San Giovanni Rotondo. Essa è molto interessante dal punto di vista naturalistico, storico e religioso. Dalla tradizione risulta che sia stata visitata anche da San Franceso e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi religiosi e naturalistici..

Cenni storici

Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, la grotta fu frequentata anche in età neolitica e classica. Essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele in epoca medievale, ma prima ancora fu sede di altri culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. Il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesta infatti un preesistente culto longobardo; la pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinviano a culti precristiani: mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani.

Descrizione

La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo.

Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua è andata a sostituire un a più antica e di originale fattura, che è stata trafugata, datata 1631 di Petranzeri.

Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco, rifatta recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano. Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e alla porta in legno datata 1898.

Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti simili ad affreschi naturali, dalle forme spettacolari e cangianti. In prossimità dell’ingresso spiccano le varie sfumature di verde, mentre le pareti meno esposte alla luce del sole, decorate anch’esse da nicchie, sono contraddistinte dal grigio e dal bianco della roccia calcarea. Dalla volta pendono  bianche stalattiti.

La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

A sinistra della porta d’ingresso si trovano una piccola sacrestia e un’acquasantiera a pila su base ottagonale. All’interno della sacrestia, sulla facciata di un vecchio altare intonacato di bianco è effigiato un tozzo rettile. Tale presenza lascia supporre la frequentazione della grotta da popolazioni che praticavano il culto longobardo, che non mancavano nella zona. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

In fondo, al centro è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’arcangelo, copia fedele di quella che si venera a Monte Sant’Angelo. Tale scultura mostra un santo adolescente, alato, che indossa una tunica corta di stile longobardo, i calzari e la sopraveste o manto che discende dalle spalle. Il braccio destro che sostiene la spada è ripiegato dietro il capo e l’arma sembra intimorire il demonio, drago, serpente, legato con una catena al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il simbolo del male. L’espressione del santo è serena, la testa porta una corona con sopra una croce, il volto è incorniciato da riccioli che scendono sul collo. Su braccio sinistro è un piccolo scudo con la scritta:- Qui ut deus? Il demonio assume l’aspetto di un animale dalle orecchie appuntite, dalla bocca aperta che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da rughe profonde.

Davanti l’altare insiste una balaustra. Ai due lati di essa, paralleli e frontali erano, fino all’anno 2000, due lunghi sedili in pietra, oggi ve n’è uno solo, quello situato a destra dell’altare maggiore: l’altro è stato rimosso, pare, per fare un po’ di spazio.

Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia calcarea consentono al visitatore di accedere nella parte più profonda e più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da miriadi di stalattiti. In questo luogo si rinvengono la pozza e la pila di Santa Lucia, un’interessante conca piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli infatti vi intingono le dita e si bagnano gli occhi.

A destra dell’entrata, a qualche metro dall’ingresso, è l’altare di san Raffaele, con una nicchia che custodisce il complesso statuario, costituita dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male e da un cane, segno di fedeltà.

Sulla parete sinistra, in prossimità  dell’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, che presenta la statua della Madonna, di circa 70 cm di altezza, e un piccolo angiolo sulla spalla sinistra.

Sulla parete destra e frontale della spelonca si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata: A destra sono presenti gli affreschi dei Quattro evangelisti, (pressoché indecifrabile), dei Tre personaggi aureolati (il Cristo, al centro dalla interessante tunica rossa virgolettata da squame di pesce, affiancato forse dal protomartire di Cagnano, Santo Stefano, e da un altro monaco che regge un libro,  forse Pacomio  monaco basiliano di cui si legge la scritta) e  della Madonna col bambino, di probabile epoca paleocristiana, come attestano il manto rosso, un omega e altri criptogrammi. Pressoché frontale è raffigurato un Crocifisso.

Dal mese di maggio 2002   in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di Santo Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta era stata già scelta dal padre.

Leggende cagnanesi

Secondo la tradizione cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato bene accolto, e prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora.

Le tre località menzionate dalla tradizione orale cagnanese, hanno un fondo di verità storica, sottendendo le relazioni esistenti tra le tre località menzionate. Ricordiamo che nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; che nell’XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo in territorio di San Marco in Lamis), e che nel XII secolo il Monastero di San Matteo, Cagnano e altri casali e/o feudi, erano compresi nell’Honor di Monte Sant’Angelo. Si pensa pertanto che dovette essere naturale diffondere anche a Cagnano, come del resto anche in altri centri garganici, il culto dell’Arcangelo San Michele, ormai ben radicato e produttivo nella cittadina di Monte.

Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano era stata già adibita al culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel 1054. Si sa per certo che nel 1678 la chiesa di San Michele viene ricordata durante la visita dell’arcivescovo V.M. Orsini.

La leggenda vuole che vicino alla parete destra della grotta di Cagnano l’arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e sulla parete sinistra  sia rimasta impressa la traccia delle sue ali. Si tramanda inoltre che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato nel luogo oggi conosciuto sotto il nome Fontana di San Michele, dove è una sorgente, nelle adiacenze del centro storico di Cagnano. La tradizione vuole che il santo, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona:

S’inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca come per cercare l’acqua, quando all’improvviso sgorgò per davvero dalla roccia acqua fresca e pura.

E’ nata così la sorgente detta appunto di San Michele, una fonte che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano. 

Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, l’Arcangelo giunse in un bosco, dove fece un altro miracolo, trasformando una pozzanghera in una piscina, denominata appunto: Piscina di San Michele.

Qua e là per il paese, ma anche nelle contrade di campagna i pastori collocavano la statua di San Michele affinché egli proteggesse le loro greggi, preservandole soprattutto dalla temuta peste.

L’8 maggio e il 29 settembre di ogni anno cade ancora oggi la ricorrenza di San Michele. Le due date sono significative sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista economico e culturale. Esse erano legate alla transumanza che sin dai tempi antichi fu praticata nel Gargano e che dall’epoca degli Aragonesi divenne obbligatoria. Il 29 settembre le greggi scendevano dalla montagna e guadagnavano la pianura per poter trascorrere le fredde giornate autunnali e invernali, l’8 maggio, risalivano verso la montagna, assicurandosi in questo modo il pascolo per tutto l’anno. In queste date diversi paesi legati all’economia agricolo-pastorale decisero di istituire la fiera del bestiame, tra essi Cagnano Varano che nei giorni 8, 9 e 10 maggio deliberò di celebrare anche la festa dei santi patroni. San Michele, per volontà del decurionato e della confraternita di San Cataldo, nella prima metà del XIX secolo divenne, dunque,  conprotettore dei cagnanesi insieme a San Cataldo.

 

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Saint Michael’s cave in Cagnano Varano

Saint Michael’s cave in Cagnano Varano

 

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Site

Saint Michael’s cave in Cagnano Varano is situated in the north of Gargano (Apulia), at least 1 km from the southern seashore of the Varano’s lake and approximately 28 km from San Giovanni Rotondo. From the point of view there is the very interesting part on naturalistic, historical and religious. From the tradition it might have been visited even by Saint Francis of Assisi and Saint Pius from Pietralcina. Today it is a destination of tourism and religious pilgrimage: in fact, many visitors come everywhere from naturalistic and religious interests.

History aspects

Inhabitant since the Palaeolithic, as vouched for the report and other rests was recovered; the cave was haunted even in the age of the Neolithic and Classic. The cave used to the Archangel Saint Michael’s cult in the medieval era, but before was abode of other Pagan cult, it presumed, they left to trace even right now. The low relieve of a snake squat on an ancient Monolithic other reports in fact, a pre-existent Longobardo cult, the plant, the site the altars and the frescos rupestrian send to cults Pre-Christians: Mazdaic and Mitriac, Romans and Paleo-Christians.

Description

The cavern is a hollow of nature karsts 52 metres long, from 6 to 15.60 metres wide and from 3 to 7.2 metres height. The entrance is exposed to the south and prospect on the Saint Michael’s channel and on the Angel’s hill.

You can reach to the cave crossing the sill of a gate, at the peak of the cave is positioned a niche who guesses Saint Michael’s statue. This statue has been substituted one of the most ancient and the original making; it has been stolen, in dated 1631 by Petranzeri.

After you pass through a brief avenue followed from the flower bed and from a smelly oleanders, it reaches to the square opposite the cave, it adorns from a green and stitch hedge, nearby to whom you can see a well-reservoir and a bell tower called hermits of the prayer.

In front of the church-cave is founded in a major part of the block of rocks from the grey colour, on whom to pick green branch of prickly pear, and from the smooth wall plastered of white, remade recently. The entrance is protected from a wrought-iron gate, new manufactured, interested by the Comunità Montana del Gargano. This gate was gone to substitute the 1932 and the wooden door dated in 1898.

Inside the cave reigns a deepest silence and a low dim light product from the lights and some candle lighted by the devotes. To come out clearly to the visitor’s eyes the beauties of the cavern, constitute from the phenomenon of Karstism, from the similar wall to the natural frescos, from the spectacular shapes and changing. In the nearest of the entrance it plucked the varies shading off green, while the walls less exposed to the light of the sun, decorate it from niches, they are marked from grey and from the white calcareous rock. From the vault it hangs down the white stalactites.

The flooring is constituted by the different stone rectangular shapes. On them it comes out here and there stalagmites and engraving by hand and feet, left from the believers before they go to the war or to return in a difficult mission.

On your left of the entrance door you can find a small vestry and a holy water basin on octagonal shape. Inside of the vestry, on the front of the old altar plastered of white is effigied a reptile squat. His presence left to suppose the frequent time made by the Longobardi cult populations practising in the cave and they didn’t miss it in that zone. There is a conformation karsts behind the basin mentioned to the motivo del toro (the reason bull) present in the legend of the Archangel’s Saint Michael. Always in front on the left wall there is another interesting congregation calcareous represents Saint Michael’s wing.

At the end, at the centre is situated the major altar, over hanged by a marble urn with 4 columns even in marbles, by the capital decorates who stores the Archangel’s statue, a faithful copy who venerates in Monte Sant’Angelo. The sculpture shows a teenager saint, with wing, who wears a short tunic of Longobardo’s style, the boots and the overall or mantle descent from the back. The right arm that holds the sword is bended behind of his head and the weapon seems to intimidate the demon, dragon, snake, tied with a chain to the left foot of the Archangel who tramples down the evil symbol. The expression of the Saint was very calm; on his head holds a crown with a cross on the top, a long curly hair has he got from the head to the shoulder. On his left arm there is a little shield with a script: Qui ut dues? The aspect of the demon looks like the animal from the pointed ears, the open mouth with the long teeth, while his forehead has deepest of wrinkles.

In front of the altar there is a baluster. At the two sides of its was parallel and frontal until the year 2000 with two long seats in stones, today it is only one, this is situated at the right of the major altar: the other one was taken away, maybe for more space in it.

Behind the altar, some stairs were excavated in the calcareous rock to access the visitor in a deepest part and in the most darkness of the hole; the vault is marked from the myriad of stalactite. In this location it came again the puddle and the basin of Saint Lucy, an interesting basin full of water, originated from the continuous stillicide, it kept for the eye miraculous. The believers in fact, they touch the water with the fingers and they wet it on their eyes.

On your right of the entrance, some meters of a hall, there is a Saint Rafael’s altar, with a niche who store the statuary complex, constitute from the statue of the Saint, 80 centimetres height, with a bar on his hand, in the act to beat the symbol of the evil and a dog, a sign of the fidelity.

On your left wall near the altar’s major, is the altar of the Annunciation, more modest, that represent the statue of Our Lady almost 70 centimetres height, and a small corner on your left back.

On the right wall and the frontal of the cavern you can see painting on the rock in unknown epical: To the right it exists the frescos of Four Evangelists, (almost illegible), from three halo personating (the Christ, at the centre from the interesting red tunic to put in commas from the fish scale, next to maybe from the proto martyr of Cagnano, Saint Stephen, and another monk who hold the book, maybe Pacomio a Brazilian monk to whom you can read the script) and the frescos of Our Lady with a child, probably the epical Paleo-Christian, as it vouched the red mantle, an omega and other Christ grams. Almost the frontal is represented the Crucifix.

From the month of May 2002 nearby the higher altar the believers’ red very impressed in the rock of the calcareous cave the effigy of Saint Pius of Pietralcina. In fact, it looks not very new when the Second World War conflict this cave was chosen already by the Father Pius.

Cagnanese legend

According to the Cagnanese tradition, the Archangel is passed to the cave of Cagnano after being escaped from Saint Mark, because the Saint hasn’t been well received, and before to go to Monte Sant’ Angelo he definitely fixed his abode.

The three locations mentioned from the Cagnanese oral tradition, they have a thorough historical truth, subtending the existence relations between the three locations. We remember in 969 the feud of Cagnano was conceded in benefit to Saint Michael Sanctuary in Monte Sant’Angelo; in the XI centaury, when the Normans replaced the Longobardi and the Byzantiums, Cagnano was up feuded by the monastery of San Giovanni de Lama (nowadays Saint Matthew in San Marco in Lamis territory), and in XII century Saint Matthew’s monastery Cagnano and other hamlets or feuds was included in honour of Monte Sant’Angelo. It thinks therefore, the news could be in a natural spreading even in Cagnano and the rest of the other Garganici towns, the cult of Archangel Saint Michael is well rooted and productized in a small town of Monte Sant’Angelo.

Probably in XI century the Saint Michael’s cave in Cagnano Varano has been already set to the micaelico cult, as it left to suppose the subpoena in a Chartula offertionis, signed in Devia in 1054. It knows for sure in 1678 the church of Saint Michael comes to remember the visited of the archbishop V.M. Orsini.

The legend wants that near the right wall of the Cagnano’s cave the Archangel has left trace of his horse and on the left wall may leave to recall the trace of his wings. It hands down moreover while he continued his voyage to Monte Sant’Angelo, he has stopped in a location well known the name of Fontana di San Michele (Saint Michael’s fountain), in where there is a water rising at the surroundings of the historical centre of Cagnano. The tradition wants the Saint tired and thirsty has searched the relief in the zone:

 

            He kneed, he posed his hands on the floor to get close with the mouth as for searching the             water, when suddenly the waters really gushed out from the rock fresh water and pure.

 

So it was born the spring water exactly “La Fontana di San Michele”, a fountain for centuries quenched the Cagnanese populations.

More ahead, pursuing his way to Monte Sant’Angelo, the Archangel went in a bush, where he succeeded another miracle; he transformed a puddle into a pond, denominated exactly: Piscina di San Michele (Saint Michael’s pond).

Here and there at the town, but even in the farm’s districts the shepherds placed the Saint Michael’s statue in order that he protected their flocks, persistently from the fears of the plague.

Every year the 8th of May and the 29th of September falls even today the anniversary of Saint Michael. The two dates are significant for the religious reason and for the economical and cultural reason. They were merged to the transhumance since from the ancient time was practised in the Gargano and from the epical of the Aragonese becoming compulsory. The 29th September the flocks came down from the mountain and earned the plain land for spending the chilled days in autumn and winter time, the 8th of May, the flocks climbed up through the mountain, to make sure to graze for a whole year. In these dates different towns merged for the economy of the agriculture-pastoral decided to initiate the cattle-fair including Cagnano Varano in the 8th until 10th of May to celebrate even the events of festivity of its patron Saints. Saint Michael for the will of the decurionate and the Saint Cataldo’s fraternity in the half of XIX century and become a co protector the Cagnano population together with Saint Cataldo.

 

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Ringrazio i colleghi del liceo linguistico di Cagnano Varano per la traduzione.

 

17 avril

La grotte de Saint Michel à CAGNANO VARANO

  • La grotte de Saint Michel  à CAGNANO VARANO

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EMPLACEMENT

La grotte de Saint Michel à Cagnano Varano, est située au nord du Gargano (Puglia) à moins de 1 Km. du bord méridional de la lagune de Varano et à 28 Kms. environ de Saint Giovanni Rotondo. Elle est très intéressante du point de vue naturaliste, historique et religieux. Selon la tradition, il résulte, aussi, qu’elle a été visitée par Saint François et par Saint Pie de Pietrelcina. Aujourd’hui elle est destination du pèlerinage touristique et religieux : des visiteurs provenant de toute part y convergent poussés par des intérêts religieux et naturalistes.

 

Signes historiques

La grotte, habitée depuis le Paléolithique, comme l’attestent les pièces lythiques et d’autres restes retrouvés, fut fréquentée en âge Néolithique et Classique aussi. Elle fut destinée au culte de l’Archange Saint Michel déjà au Moyen Age, mais auparavant elle fut le siège d’autres cultes païens, comme le laisse supposer des traces toujours présents. Le bas-relief d’un serpent trapu sur un ancien autel monolithique atteste en effet un préexistant culte lombard;  le plan, le site, les autels et les fresques rupestres renvoient aux cultes pré chrétiens  relatifs aux cultes du mazdéisme et mithriaque, romains et paléochrétiens.

 

Description

La caverne est une cavité de nature karstique longue 52 m., large des 6 aux 15,60 m. et haute de 3 à 7,20 m. Son entrée est exposée  au sud et donne sur le canal de Saint Michel et sur la Vallée  de l’Ange. On accède à la grotte en franchissant le seuil d’une grille, à sa sommité, une niche est positionnée où il y a la statue de Saint Michel. Cette statue est allée remplacer une autre plus ancienne et de facture originale, qui a été volée (datée 1631 de Petranzeri).

Après avoir parcouru une brève avenue, côtoyée de parterres et de lauriers odorants, on arrive au parvis de la grotte, orné par une verte haie à côté de laquelle on remarque un puit-citerne et un clocher qui appelait les solitaires à la prière.

La façade de l’église- grotte est constituée en grande partie de grosses pierres rocheuses de couleur grisâtre sur laquelle se détachent des branches vertes de figuier de Barbarie, et par un mur lisse, crépi de blanc, refait récemment. L’entrée est protégée par une grille de fer battu de nouvelle facture, intérêt de la Communauté Montana du Gargano. Cette grille est allée remplacer celle du 1932 et la porte en bois datée 1898. Dans la grotte règnent silence profond et clarté légère donnée par des lumières et allumée par quelque cierge des fidèles. Aux yeux du visiteur émergent clairement les beautés de l’antre, constituée par le phénomène du karstique, des murs semblables aux fresques naturelles, des formes spectaculaires et changeantes.

En proximité de l’entrée se détachent les différentes nuances de vert; pendant que les murs moins exposés à la lumière du soleil décorés par de niches sont marqués par le gris et le blanc de la roche calcaire. De la voûte pendent des stalactites blanches. Le pavage est constitué par des dalles de  pierre rectangulaire. Sur la dallage des stalagmites et des gravures de mains et de pieds émergent ça et là laissées par les fidèles avant de partir pour la guerre ou au retour d’une entreprise difficile. À gauche de la porte d’entrée on trouve une petite sacristie et un bénitier en pierre sur base octogonale.

À l’intérieur de la sacristie,  sur la façade d’un vieil autel crépi de blanc, un reptile trapu est représenté. Cette présence laisse supposer la fréquentation de la  grotte par des populations qui pratiquaient le culte Lombard. Des conformations karstiques présentes derrière le bénitier mentionnent le motif du taureau présent dans la légende de l’Archange Saint Michel. Toujours plus avant, sur le mur gauche, il y a une autre congrégation calcaire intéressante représentant l’aile de Saint Michel. Au bout, au centre, est situé le maître-autel, dominé par une urne de marbre avec quatre colonnes de marbres elles aussi avec des  chapiteaux décorés qui ‘  garde’   la statue de l’Archange, copie fidèle de celle qui est vénérée à Monte Saint Angelo. Cette sculpture montre un adolescent saint, ailé; il a une tunique courte de style lombard, des chaussures et un manteau qui descend des épaules. Le bras droit qui soutient l’épée est replié derrière la tête et l’arme semble effrayer le démon, dragon, serpent lié avec une chaîne au pied gauche de l’Archange qui piétine le symbole du mal. L’expression du Saint est sereine, la tête porte une couronne sur laquelle il y a une petite croix .Le visage est encadré par des boucles qui descendent sur le cou. Sur le bras gauche il y a un petit bouclier avec l’inscription : « QUI UT DEUS ? ». Le démon assume l’aspect d’un animal avec des oreilles pointues, la bouche ouverte qui laisse apercevoir les dents, tandis que le front est sillonné par des rides profondes. Devant l’autel il y a une balustrade. Des deux côtés en face d’elle, il y avait à la fin du 2000 deux longs sièges parallèles en pierre, aujourd’hui il y en a un seul, situé à la droite du maître –autel; l’autre a été enlevé, il semble, pour faire de la place. Derrière l’autel, quelques marches creusées dans la roche calcaire consentent au visiteur d’accéder à la partie la plus profonde et la plus sombre de la grotte dont la voûte est marquée par des myriades de stalactites. Dans cet endroit on retrouve la flaque d’eau de Sainte Lucie, une cuvette d’érosion pleine d’eau très intéressante, causée par la stillation continue, crue miraculeuse pour la vue. Les fidèles en effet trempent les doigts et ils se baignent les yeux. À droite à quelques mètres de l’entrée, il y a l’autel de Saint Raphaël, avec une niche qui garde le complexe statuaire. On trouve la statue du Saint, haute environ 80 cm. avec une verge en main, dans l’acte de piétiner  le symbole du mal et d’un chien, signe de fidélité . Sur le mur gauche, en proximité du maître-autel il y a l’autel de l’Annonciation, plus modeste. Il y a la statue de la Sainte Vierge, d’environ 70 cm. de hauteur et un petit ange sur l’épaule gauche. Sur le mur droit et face à la caverne on remarque des traces de peinture sur roche d’époque non précisée. À droite sont présentes les  fresques des Quatre évangélistes, (presque indéchiffrables) des trois personnages auréolés, ( le Christ, au centre, habillé avec une tunique rouge finement décorée à écailles de poisson, peut- être accompagné par le protomartyr  de Cagnano, Saint Etienne, et d’un autre moine qui soutient un livre, peut-être Pacomio, moine brésilien dont on lit l’inscription ), et la fresque de la Sainte Vierge avec l’Enfant, d’époque paléochrétienne  comme l’atteste le manteau rouge, un oméga et d’autres  Chrismes. Presque frontalement il est représenté un Crucifix. Depuis le mois de Mai  2002 en proximité du maître-autel les fidèles lisent gravée dans la roche de la grotte calcaire ,l’effigie de Saint Pie de Pietrelcina. Il semble que le fait ne soit pas nouveau car dans les années du second conflit mondial cette grotte avait déjà été choisie par le moine.

 

 

Selon la tradition, l’Archange est passé pour la grotte de Cagnano après s’être enfui de Saint Marco en Lamis, parce qu’il n’avait pas bien été accueilli, et avant de se rendre à Monte Saint Angelo où il aurait définitivement fixé son domicile. Les trois localités mentionnées par la tradition orale de Cagnano ont un fond de vérité historique en sous entendant les relations existantes entre les trois localités mentionnées. Nous rappelons qu’en 969 le fief de Cagnano fut accordé en bénéfice au Sanctuaire  de Saint Michel à Monte Saint Angelo; qu’au XI siècle quand les Normands succédèrent aux Lombards et aux Byzantins, Cagnano fut sous- fief du Monastère de Saint Giovanni de Lama (aujourd’hui Saint Matteo en territoire de Saint Marco in Lamis) et qu’au XII siècle le Monastère de Saint Matteo, Cagnano et d’autres fermes ou fiefs étaient compris dans l’Honor de Monte Saint Angelo. On pense donc que ce fut naturel de répandre à Cagnano aussi comme dans d’autres centres du Gargano, le culte de l’Archange Saint Michel, maintenant bien enraciné et productif dans la petite ville de Monte. Probablement au XI siècle, la grotte de Saint Michel à Cagnano Varano avait déjà été destinée au culte du Saint comme le laisse supposer la citation dans une « Chartula  offertionis » griffée en Devia en 1054.

On sait avec certitude qu’en 1678 l’église de Saint Michel est mentionnée pendant la visite de l’Archevêque V.M. Orsini. La légende veut que près du mur droit de la grotte de Cagnano l’Archange ait laissé les empreintes de son cheval et sur le mur gauche soit restée gravée la trace de ses ailes. On raconte, en outre, que pendant qu’il continuait son voyage pour Monte Saint Angelo il s’est arrêté dans l’endroit connu, aujourd’hui, sous le nom de « Fontaine de Saint Michel », où il y a une source dans les proximités du centre historique de Cagnano. La tradition veut que le Saint, fatigué et assoiffé, ait cherché du réconfort dans la zone :

·        Il s’agenouilla, posa ses mains à la terre pour se rapprocher avec la bouche comme pour chercher de l’eau, quand subitement jaillit vraiment de la roche de l’eau fraîche et pure.

La source appelée de Saint Michel, désaltéra pour plusieurs siècles la population de Cagnano. Plus en avant, en continuant son chemin pour Monte Saint Angelo, l ‘Archange arriva dans un bois, où il fit un autre miracle, en transformant  une flaque d’eau en une piscine, dénommée « Piscine de Saint Michel » Ça et là par la ville, mais aussi dans les quartiers de campagne les bergers plaçaient la statue de Saint Michel pour qu’il protégeât leurs troupeaux en les préservant surtout de la peste. Les dates du 8 Mai et du 29 Septembre de tous les ans tombe, encore aujourd’hui , la récurrence de Saint Michel. Les deux dates sont significatives soit du point de vue religieux, soit du point de vue économique et culturel.

Elles étaient liées à la transhumance qui fut pratiquée dans le Gargano depuis les temps anciens et que dès l’époque des Aragonais devint obligatoire. Le 29 Septembre les troupeaux descendaient de la montagne et ils gagnaient la plaine pour pouvoir passer les journées automnales et froides d’hiver; le 8 Mai, ils remontaient vers la montagne en assurant de cette manière le pâturage pour toute l’année. À ces dates, plusieurs petites villes liées à l’économie agricole-pastorale décidèrent de fonder la foire aux bestiaux, parmi eux aussi Cagnano Varano qui les 8, 9 et 10 Mai décida de célébrer la fête des Saints Patrons. Saint Michel par volonté de la Décurie et de la Confrérie de Saint Cataldo au cours de la première moitié du XIX siècle devint co-patron des habitants de Cagnano avec Saint Cataldo.  

                     

18 janvier

Gargano: Necropoli tra Pineto e Avicenna (Cagnano-Carpino)

 

6.               NECROPOLI TRA PINETO E AVICENNA a sud del Varano.

L’area insistente sulla costa meridionale della laguna è molto ricca di informazioni racchiuse nella roccia e sepolte dai terreni alluvionali trasportati dalle piogge. Nei pressi delle Chianche di bagno sono venute alla luce schegge di selce, resti di vasellame, monete e piccole borchie d’oro, chiodi in rame e diversi pesi a forma di tronco di piramide, attestanti una lunga frequentazione  della zona.

Poco distante, dopo aver percorso qualche km in direzione ovest, tra il   Piano di Cagnano e quello di Carpino e precisamente tra Bagno, Piano, Pineto  e Avicenna (Guado San Pietro e Montaltino) sono state rinvenuti in diverse occasioni altri manufatti di epoca preromana, romana e altonedievale: tombe, monete (con l’effigie di imperatori romani, bizantini e della moglie di Diomede figlia del re di Siponto), iscrizioni, lucerne, spille, bracciali, collane, punteruoli, aghi, testa di medusa e greche, orci con residui di frumento e di olio. Nel 1930 ad esempio a Fiumicello vennne alla luce una necropoli con corredo costituito da grandi e piccoli vasi, piatti e ceramica. Dato il continuo riaffioramento di reperti, le suddette zone furono oggetto di scavi archelogici, negli anni 1953-54 col l’intento di trovare le vestigia dell’antica Uria. Il cantiere lavorò complessivamente per 153 giorni. Purtroppo i lavori non furono eseguiti ad opera d’arte, ma concepiti come vero e proprio sterro, inoltre molti materiali furono trafugati, per cui si optò per la sospensione degli scavi, che peraltro furono eseguiti in due sole località. Sulla base di tali studi, comunque, fu ipotizzata la presenza di fattorie di età ellenistica e imperiale. Molto interessanti risultarono il sontuoso edificio  in zona Pineto, (solo metà salone aveva le dimensioni di m 26x7 con pezzi di mosaico e pezzi d’intonaco di varia tinta e numerose tessere isolate di un bellissimo mosaico, oltre a oggetti quali fibule in bronzo, monete, lucerne in argilla e in ferro, punteruoli in osso, laminette in oro, ampolle di vetro, frammenti di vaso con in rilievo una pecorella)  e il grosso edificio di Avicenna, tra la ferrovia e il casello n° 55, articolato in diversi vani e rimaneggiato in varie epoche, con calidarium, di cui è stata ipotizzata la frequentazione tra periodo tardo repubblicano e secondo secolo dopo Cristo, per essere poi reinsediato tra tardo impero e alto medioevo e utilizzato come necropoli.

Il materiale rinvenuto in questo angolo sud-sudorientale della laguna lascia dunque supporre una lunga frequentazione che dall’età ellenistica si protrae fino all’epoca dei Longobardi e una economia fondamentalmente agricola. Gli orci interrati e i residui presentano infatti evidenti tracce di produzione cerealicole e olive. (foto reperti pag 128 Itinerari lungo la laguna)

La zona Piano era anche il punto di convergenza di diverse direttrici che collegavano il sito con Cagnano e Bagno, con Carpino, con  Irchio e con l’attuale Crocifisso di Varano. Proseguendo lungo il tratturo di Avicenna (Auicenia), si collegava poi con l’entroterra, e quindi con Vadovina o Valleiannina, Romongero e Castel Guarnero (attestanti anch’essi frequentazione in epoca romana e medievale).  La presenza di queste direttrici e delle ville ha fatto supporre che qui sorgesse la mitica città di Uria. 

 

 

7.               LEONARDA CRISETTI  

IL TURISMO ALTERNATIVO NEL GARGANO: ITINERARIO NATURALISTICO E GASTRONOMICO 1 NEL  ERRITORIO DI CAGNANO VARANO-CARPINO-ISCHITELLA

In tempo di vacanza sia a quei turisti amanti della natura e delle specialità gastronomiche del luogo,  che dovranno sostare per qualche tempo nel Gargano, sia a quelli che risiedono sul posto ma non hanno messo mai il naso fuori di casa, suggerirei il seguente percorso naturalistico da effettuare  lungo la riva settentrionale della laguna di Varano,  per “distrarsi” in modo salutare, oltre che per conoscere la ricchezza della fauna, della vegetazione e la unicità del paesaggio.

 Parlo dell’area più frequentata dai turisti, l’Isola Varano, quella fascia compresa tra lago e mare, che si estende da Foce Capojale a Foce Varano, ma anche delle rive restanti della laguna, le meno note, ricche di storia e di valenze naturali.

1 L’Isola Varano lunga circa 11 km e larga da 0,600 a 0,900 km, oggi ospita una varietà di specie arboree, arbustive ed erbacee, tipiche della macchia mediterranea, in gran parte spontanee. L’area è percorribile a piedi, in bicicletta, a cavallo e, naturalmente, in automobile.

Sul versante del mare meritano attenzione la pineta, costituita in prevalenza da pino d’Aleppo, da piante aromatiche (rosmarino, mirto) e dai gustosi asparagi e le spiagge spaziose non affollate. Verso la laguna si rinvengono gli ambienti tipici dello stagno retrodunale e del canneto, popolati dalla gustosa  salicornia, cannuccia e limonio.

Sostandovi numerosi uccelli, è possibile praticare bird-watching. Lungo la riva sono adagiati i sandali (san’r’) imbarcazioni tipiche di chi esercita la pesca in laguna, dai colori arancio e nero, bertovelli, paranze, bilance e altri attrezzi da pesca  oltre ai pescatori intenti a svolgere l’attività. Se sarete fortunati, potrete acquistare anche del buon pesce fresco.

2 Torre Varano- Muschiaturo, situati a nord-est della laguna, in un’area ancora in parte paludosa e depressa, oggi coltivata ad ortaggi. Si possono osservare gli uccelli Martin pescatore, Airone, Piro piro piccolo, Chiurlo, e d’estate il Cavaliere d’Italia. Le specie vegetali sono costituite dalla Salsola soda, della Salicornia, dell’Artrocnemo, dell’Enula bacicci, del Limonio, della Carice e della Canna domestica.

 

3 Murge bianche- Crocifisso, sulla sponda orientale della laguna, dove la riva è caratterizzata da falesie e da cale, è facile trovare la Tamerice alla base e in alto il Cappero.

 

4 Irchio, a sud del Crocifisso, è contrassegnata dalla sorgente che ha maggiore portata rispetto alle altre della laguna. In questa e presso altre sorgenti nidificano e quindi sono presenti per tutto l’anno la Cannaiola, il Cannareccione, il Foropaglie, il Canapino, il Basettino, il Martin Pescatore, la Folaga, la Gallinella d’acqua e il sempre più raro Pendolino. La vegetazione è costituita oltre che dal Canneto, dai Giunco, dalla Lisca maggiore e dal Falasco, mentre l’entroterra è ricco di uliveti.

 

5 Fiumicello - Guado del Guappo, situati a sud est, sono caratterizzati da sorgenti, distanti dalla laguna rispettivamente 400 e 80 metri circa, le cui portate non sono molto consistenti. E’ l’area in cui il canneto è ancora molto esteso. Troviamo anche Giunco, Falasco e Lisca maggiore. E’ popolata dall’avifauna tipica del canneto e dal Tarabusino, che un tempo era diffuso in tutto il canneto della laguna, mentre oggi si può vedere solo qui.

 

6 Bagno - Pannoni - Puzzone, con sorgenti e uccelli che prediligono il canneto. La costa, dalle rocce tufacee, via via si eleva, mentre nelle acque si scorge qualche faraglione. La vegetazione è costituita da canneti e da qualche cappero.

7 Puzzacchio-San Nicola Varano, con sorgenti, cale, costa digradante, popolata per tutto l’anno da Aironi, da Garzette, dal Martin pescatore e da altri uccelli che prediligono il canneto. La vegetazione è costituita pertanto dal canneto, dal Falasco, dalla Lisca maggiore e dal Giunco.

8 Grotta di San Michele, interessante cavità carsica dalla pianta di 50 X 12 –16 metri , con stalattiti e stalagmiti, nicchie e cupole, sorgente che termina in laguna, …, dedicata all’arcangelo, ancora poco conosciuta

9 Vivai della mitilicoltura, i cui pali sono utilizzati quali luoghi di sosta di Cormorani, Beccapesci e Sterne.

 

 

N.B. : A coloro che desiderano avere un contatto diretto con il paesaggio di Varano, consigliamo escursioni a vela o in canoa. Suggeriamo le località Mesola Romana, Crocifisso, Puzzone e San Nicola Imbuti.

A chi ama il Trekking, oppure andare in bici, consigliamo le aree contrassegnate sulla carta dai numeri 1, 2, 3, 4. Le aree 6 e 5 e 8 sono meritevoli di escursioni a piedi.

 

STRUTTURE RICETTIVE

A destra della strada provinciale, proveniente da Lesina, si susseguono case, bar, ristoranti, camping e alberghi.

Procedendo dalla Foce di Capojale a quella di Varano troviamo i Camping: il Russo Elvira; il Rancho, (villaggio promiscuo, a tre stelle, per tende e roulottes); il Riviera, (camping a due stelle per roulottes); il Baja Papaja, (villaggio promiscuo a tre stelle per roulottes, bungalows); il Cinque Stelle, (residence a due stelle, con bungalows); il Varantour, (villaggio promiscuo a tre stelle per tende e roulottes); i Camping Village, Uria e Viola. Questi ultimi due sono compresi nel territorio di Ischitella, mentre gli altri sono in quello di Cagnano Varano.

Diversi camping e alberghi-ristoranti sono attrezzati con campi da calcio, da tennis, da pallacanestro e da pallavolo, con piste da ballo, con sala gioco; qualcuno è dotato di piscina, qualcun altro è provvisto di maneggio per l’equitazione.

Lungo la zona dell’Isola Varano sono presenti anche diversi ristoranti e/o alberghi. Da ovest verso est, nel territorio di Cagnano Varano, troviamo: “Da Gabriele” e “Lambada”, a Capojale; “Miralago”, a Zappinello; “Centroisola”, in Pagliai Combattenti (foto), nel territorio di Cagnano Varano; l’Hotel Bally; la Cooperativa Agrituristica; l’Hotel Alouette e l’Hotel La Bufalara, in agro di Ischitella.

Al Ristorante Pizzeria Centroisola, aperto tutto l’anno, confortevole, spazioso e funzionale, si possono degustare anche piatti tipici locali, come il capitone e l’anguilla arrostita “spaccata e condita con fior di finocchio”, lo spirillo e il cefalo arrosto, le melanzane ripiene, le orecchiette e la pizza “alla Centroisola”. Si organizzano pranzi per nozze, battesimi, comunioni e per altre occasioni. Anche gli altri locali sono ospitali, efficienti ed economici.

 

 

 PIATTI TIPICI

I pesci della laguna Varanea, caratterizzati da un elevato valore commerciale, sono i cefali e le anguille. Con il cefalo si preparano gustosi piatti. Si può mangiare alla brace, una volta aperto, incidendolo col coltello dalla coda alla testa, salato e aromatizzato con fior di finocchio; al sugo, accompagnato dalle tagliatelle o gli spaghetti; al forno con qualche goccia di limone, del vino bianco, pepe, sale, aglio e prezzemolo. Lo “spirillo”, della stessa famiglia dei muggini, sebbene piccolo di dimensioni, è molto gradito alla griglia.

La famiglia dell’anguilla comprende la femmina, detto “capitone”, il maschio, detto “capomazzo”, la “pantanina” o anguilla di lago e la “maretica”, detta anche anguilla di mare. Le piccole anguille si chiamano ceche.

Le anguille della laguna di Varano sono ormai storiche e perciò rinomate: i documenti ricordano che Carlo d’Angiò e i monaci cassinensi si alimentavano con i nostri prodotti. In passato era praticata anche la conservazione e l’essiccatura del pesce, in particolare delle uova di cefalo.

L’anguilla costituisce il piatto tradizionale natalizio dei cittadini di Cagnano Varano. La vigilia di Natale si mangiano “li sin’p’ cu l’agnidd’” (senapi e anguille); il giorno della nascita di Gesù, si consuma “l’agnidda arr’stuta” (l’anguilla arrostita, spaccata, salata e aromatizzata con fior di finocchio).

Orate, spigole, passere e sogliole hanno carni pregiate, ma sono pescate in quantità poco rilevante. Con essi si preparano ottimi piatti.

Da oltre quarant’anni si pratica sistematicamente la coltivazione delle cozze nere (Mytilus galloprovincialis Lamark). La mitilicultura è molto sviluppata sia nelle acque del Varano, sia in quelle del mare Adriatico. I vivai dei mitili di questa area sono tra i più interessanti d’Europa e offrono al mercato della Comunità un prodotto di ottima qualità, data la bontà delle acque. Ricordiamo infine che un quarto della produzione nazionale delle cozze nere si produce in questa area.

Le cozze si mangiano crude, “a insalata”, condite con olio, aglio, prezzemolo e limone; cotte, con il piatto della pepata, accompagnate da limone, olio, aglio e abbondante peperoncino; ripiene di uova, formaggio e insaporite dagli indispensabili prezzemolo e aglio.

Sono speciali le fritture di sogliole, di gamberetti, di mazzancolle, di mazzoni e di alici; come sono graditi i piatti di “pan’ nfuss’” (zuppa) di pesce meno nobile.

Naturalmente il pesce va accompagnato da un fresco e buon bicchiere di vino bianco. Un vecchio detto locale recita che “ se magn’ lu pesc’ senza vev’ vin, è com’ s’ accumpagnass’ lu mort’”, vale a dire che mangiare pesce senza bere vino equivale partecipare ad un funerale.

Il pasto si può prolungare con un pezzo di “caschcavadd’” (caciocavallo), di caciotta fresca o di pecorino, formaggi di produzione locale. Ricordiamo che la laguna è a due passi dalle colline circostanti, dove pascolano capre, pecore e bovini, che offrono carni e formaggi prelibati, poco commerciati e che si possono gustare solo sul posto. Per chi volesse acquistarli direttamente dal produttore, consigliamo una passeggiata al “bosco” o al  Trigno, in mezzo ad un paesaggio suggestivo caratterizzato da muretti a secco e da vecchi tratturi, residui della eredità aragonese. Le “vie erbose”, racchiuse dai tipici muri a secco, collegavano gli abitati con le masserie.

La laguna, come ciascuno avrà modo di constatare personalmente, offre pertanto al turista la possibilità di ritemprare sia il corpo, sia lo spirito.

 

Bibliografia

·                    La grotta di San Michele, itinerari lungo la Laguna, Leonarda Crisetti Grimaldi,  Acropolis Manfredonia, 1999

·                    L’habitat durante l’età della pietra nel Gargano, in Popolazione e insediamenti nel Gargano, A. P. Di Cesnola, Uriatinon, 1980;  

·                    Codice diplomatico del monastero  benedettino di Santa Maria di Tremiti, a cura di Petrucci, Roma, 1960,

·                    Devia, un atico abitato garganico, La Capitanata VII, Russi, Foggia, Foggia, 1969;

·                    Historia Langobardorum, P. Diacono;

·                    Historia Langobardorum, Erchemperto;

·                    La chiesa inedita di San Salvatore  a      Monte Sant’Angelo, in Puglia paleocristiana altomedievale, IV, Edipuglia Bari 1984;

·                    Abitati e viabilità nel Gargano, V. Russi, Uriatinin, 1980;

·                    Intorno alle apparizioni di San Michele in Puglia e le sue tradizioni, Quaderni de La Capitanata, Foggia;

·                  A. Guida, Il santuario micaelico in grotta di Cagnano Varano, Anno II (1994), Rivista semestrale di cultura, ambiente e turismo, ed. del Golfo, pp.25-32. cfr. ivi, pag 30.

·                  Atti Amministrativi Comune di Cagnano Varano, delibera del 15.10.1843; delibera del20.11.1863

·                  La Grotta di San Michele in Cagnano Varano e il culto del santo, di Leonarda Crisetti, ed. Gioiosa, 1993;

·                  La grotta di San Michele, in Una gemma del Gargano, Nicola De Monte, Arti grafiche il Pescatore, FG, pp.169-171;

·                  La grotta di San Michele in Cagnano Varano, in Vagabondaggi Garganici, di D'Addetta, FG 1960;

·                  Il Liber de Apparitione e il culto di San Michele nel Gargano, Otranto, in Puglia Paleocristiana e medievale;

·                  San Michele tra luce e ombre, M. A. Ferrante, ed. del Golfo, 1991;

·                  Il pellegrinaggio delle compagnie a San Michele Arcangelo sul monte Gargano, De Vita;

·                  Una gemma del Gargano, N. De Monte, Foggia;

·                  La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, Leonarda Crisetti grimaldi, Grenzi, 2000

·                  Cagnano Varano, centro storico, economia, costumi, salute, società, Leonarda Crisetti Grimaldi, tip. Acropolis Manfredonia, 1999;

·                  I sepolcreti ipogei inediti ed editi nel gargano settentrionale, A. M. Ariano, in Promontorio garganico Tardoromano e Paleocristiano, Vico del Gargano, Gruppo archeologico Garganico, S. Ferri, 1982;

·                  Gli scavi del 1953 nel piano di carpino, C. D’Angelo;

·                  Uria, Del Viscio, S.T.E.B. Bari, 1921;

·                  Gli scavid el 1953 nel piano di carpino, la documentazione archeologica di età romana, E. Lippis, in Promontorio garganico c it.

·                  Le colonie cassinesi in Capitanata, Leccisotti, Montecassino, 1938;

Regesta di San Leonardo di Siponto a cura di Camobreco, Roma 1913.

 

 

  

1 Si consulti la carta: “ Aree di importanza naturalistica della laguna”  p. 153 ; per le foto scegliere tra  pp 17-24; 104-110; 169-176 del libro La grotta di san Michele, Itinerari lungo la laguna, Leonarda Crisetti Grimaldi, Acropolis 1999

 

 

Sepolcreti inediti in località Giardenera Cagnano Varano

AMBIENTI IPOGEI

2.  I SEPOLCRETI INEDITI in località Giardenera Cagnano Varano

Compreso nell’area del Parco Nazionale del Gargano, in località  Giardenera, a circa 2 km in direzione sud-est del territorio del centro storico di Cagnano Varano e non molto distante dalla strada che conduce a San Giovanni Rotondo (Fg), ho rinvenuto un ipogeo simile a quello già segnalato negli anni sessanta del ‘900 in zona Bagno di Varano. Ero in compagnia di mio marito, il geologo Matteo Grimaldi e di un nostro amico, il dott. Michele Matteo Iacovelli quando, visibilmente soddisfatta, ho preso atto di questo segno della civiltà paleocristiana, volto a confermare la presenza del Cristianesimo in terra garganica sin dai primi tempi di diffusione.

L’ipogeo è situato pressoché alla base della scarpata nord-orientale dell’Arena, la cui pendenza non supera il 35%, ed è in gran parte nascosto da  rampicanti, menta selvatica, parietale, spinacristi e altre varietà di erbe. Presenta la porta d’accesso posizionata a NNE ed è costituito da sei archi sepolcrali incassati nelle pareti e sormontati da altrettante nicchie a forma di mezzaluna. In questo ipogeo molto interessante, di buona fattura e in soddisfacente stato di conservazione, è possibile distinguere diversi ambienti. La struttura, dalla volte a botte, ha pianta costituita da un dromos centrale, in parte rivestito di terra di riporto trasportata dalle acque piovane e da otto loculi, di cui quattro monosoma e quattro bisoma, raggruppati due a due. 

Vi si accede scendendo tre scalini scavati nella roccia calcarenite, dopo aver varcato l’uscio di una porta ancora integra, le cui dimensioni sono di m 1,00 x m 0,90.  Quindi ci si immette nel dromos, lungo m 5,70, largo m 1,80 e alto circa m 2,00.

A destra del corridoio sono evidenti tre arcosoli antistanti tre loculi scavati nella  Calcarenite di Apricena. Il primo loculo ha le seguenti dimensioni: m 1,65 di lunghezza, m 0,60 di larghezza alla base; il secondo m 1,50 X m 0,60 e il terzo m 1,60 X 0,60. Tutti hanno una profondità di circa  0,40 m.

A sinistra del dromos e quindi della porta d’accesso, sono altri tre arcosoli, antistanti cinque formae scavate sempre nella roccia e precisamente, il primo arcosolio sovrasta una doppia fossa (due loculi posizionati l'uno parallelo all'altro): quello adiacente al corridoio ha la lunghezza di m 1,58 e la larghezza di m 0,45, mentre quello esterno ha la lunghezza di m 1,50 e la larghezza di m 0,35. Segue un altro loculo bisoma, dalle dimensioni di m1,64 X m 0,35 e di m 1,64 X m 0,40, quindi uno monosoma lungo m 1,60. L’interno delle sepolture presenta forma pressoché anatomica, adattandosi ad accogliere il cadavere  senza scomporre molto le sue forme.

Soddisfatti per aver scoperto questo interessante testimonianza del passata, che ci era stata segnalata dal proprietario della terra in cui esso insiste, il signor G. Scirocco (alias detto Recchjelonghe), lo abbiamo poi segnalato alle autorità perché se ne facesse oggetto di studio e venisse valorizzato. Abbiamo da subito pensato, inoltre, che tutta l’area andasse percorsa ed esplorata, perché potevano esserci anche altri ipogei, soprattutto a causa della calcarenite di cui essa è costituita.  Passammo pertanto subito notizia anche alla stampa e Il Gargano Nuovo la pubblicò nel n° 7 luglio 2000, fiduciosi nell’avvio  delle ricerche.

 

3.               IPOGEI INEDITI in località Arena Daniele

Alcuni mesi dopo, l’ipotesi effettuata veniva convalidata con il ritrovamento di altri due ipogei, poco distanti da quello precedentemente individuato. Mi esprimevo allora entusiasta sul mensile di cultura garganica, Il Gargano Nuovo, in questi termini:

“Sono lieta di comunicare che è stato individuato un secondo sepolcreto ipogeo inedito nel territorio di Cagnanno varano, a sud del centro storico, denominato Lu caute. E’ situato poco distante da quello già segnalato dalla scrivente, tra le Giardenere e l’interessante oltre che importante Valle di San Guovanni e propriamente in località Arena Daniele”.

La struttura dei due ipogei è identica: entrambi presentano pianta con dromos centrale e loculi sormontati da arcosoli collocati a destra e a sinistra di esso. Tra i loculi con arcosoli, il primo a sinistra presenta un buono stato di conservazione, mentre gli altri loculi sono stati modificati dall’uomo e probabilmente utilizzati dai pastori della zona come giacigli di persone e di animali. Questo secondo ipogeo è più grande  di quello sito in contrada Giardenere. Entrambi però si prestano ad una datazione paleocristiana. Lo confermano due persone autorevoli presenti nel gruppo che ha fatto il sopralluogo nel  secondo sopralluogo: la dott.ssa G. Pacilio, direttrice della Soprintendenza archeologica di Taranto, e la prof.ssa A. M. Ariano, studiosa degli ipogei paleocristiani. In data 12 dicembre 2000, come da me programmato con l’amministrazione comunale, ci siamo recati dunque sul posto per visionare il sepolcreto, già segnalato alle autorità locali e alla soprintendenza ai beni archeologici.

L’équipe, costituita dalla dott.ssa Pacilio e dal fotografo della Soprintendenza, dai coniugi Prof. Ariano e D’Errico, da Matteo e Leonardi Grimaldi, da due impiegati comunali e da me, era dunque sul posto per visionare e “leggere” le tracce dell’ipogeo in precedenza individuato. Dall’osservazione della struttura fu confermata l’ipotesi circa la sua datazione paleocristiana, anche se occorrono ancora saggi in tutta l’area al fine di trarre informazioni più ragguagliate e correlate. Di lì a poco, tuttavia, il gruppo fu testimone di un altro importante ritrovamento. Dietro suggerimento di mio marito, infatti, ci siamo spostati alcune centinaia di metri in direzione ovest, in località Arena Daniele, dove il geologo aveva già individuato delle buche singolari e dove - secondo il parere di un conoscente- c’erano delle tombe. “Matteo, devi sapere che quando  ro bambino in quelle tombe io ci andavo a dormire”.

Fu così che tutto il gruppo si è recato sulla collina adiacente e, mentre alcuni partecipanti osservavano le buche di cui si è detto, ipotizzando la funzione di raccoglitori d’acqua, il geologo Grimaldi e il prof. D’Errico avevano già rinvenuto una piccola grotta, il cui accesso era ricoperto da un fitto manto di  cespugli spinosi. Dopo aver faticato un po’ per entrarvi, abbiamo notato alla sommità della porta d’accesso un canaletto, inciso lungo la parete frontale per lo scolo delle acque piovane. Quindi siamo entrati e, con gradita sorpresa, ci siamo trovati di fronte ad un altro sepocreto, con la struttura simile a quello visitato in precedenza, ma più grande. Chi era impegnato a fotografare, chi a riprendere con la videocamere, per documentare ogni cosa con il linguaggio delle immagini, chi a prendere appunti, chi a fare confronti e congetture. Abbiamo pertanto ipotizzato l’esistenza di altri ipogei in quel tratto di anfiteatro collinare che abbraccia il paese di Cagnano da sud. Ritornva  perciò insistente la proposta di effettuare studi e ricerche in questa terra garganica per conoscere, tutelare e valorizzare questi siti archeologici. Lo studio sistematico dei complessi funerari è utile ad acquire informazioni sull’ambiente religioso e sociale del territorio e forse permetterà di ricostruire la memoria storica di alcuni insediamenti che il tempo è riuscito a cancellare.

Ricordo che per l’incuria dell’uomo già un altro ipogeo simile a questi due, come conferma la prof.ssa A. M. Ariano, in Sepolcreti ipogei a Cagnano Varano, è andato distrutto. Penso che sia possibile ideare e realizzare un progetto di studi  curato dell’Amministrazione comunale e dell’Ente Parco nazionale, volto a recuperare tali fabbriche e ad inserirli in un percorso da destinare soprattutto alle scolaresche, agli studiosi e ai visitatori amanti delle bellezze paesaggistiche e storiche. 

 

4.               IPOGEO EDITO: località BAGNO lungo la laguna di Varano

Nella località Bagno-Pannoni in territorio di Cagnnano Varano sono tuttora presenti diverse grotte, un tempo adibite a ricovero di pescatori. Come si può notare dalla Fig. 1 (Foto Pannoni), si tratta di cavità scavate nella roccia tufacea (calcarenite) che oggi ospitano attrezzi da pesca. Alcune di esse sono state trasformate in vere e proprie camere che di affacciano sulla riva meridionale della laguna di Varano su diversi ordini.

Prima di giungere ad esse, precisamente nella contrada di Bagno, che fino alle leggi eversive della feudalità era un possesso della famiglia Brancaccio e presentava un paesaggio diverso dall’attuale essendo una foresta, c’era un ipogeo paleocristiano non molto diverso da altri presenti in varie zone del Gargano. Esso fino agli anni sessanta ha rappresentato l’unica testimonianza della presenza cristiana in questa area del Gargano Nord, una presenza alimentata dal culto di San Michele, già vivo tra VI e VI secolo.

Per l’analisi delle tracce del Cristianesimo nel Gargano è d’obbligo citare l’impegno di studiosi come Del Viscio, di Vico del Gargano, che sin dal 1887 segnalò la presenza si lucerne fittili decorate con simboli cristiani (pesci, croci, cristogrammi), vasi, ampolle di vetro, braccialetti di bronzo in sepoltue ancora intonse, R. Battaglia che consegnò alla memoria la presenza di tombe rupestri con lucerne fittili, Corrain che compì studi sui resti umani rinvenuti negli ipogei di Monte Pucci, A. M. Ariano che nel 1964 fece un sopralluogo nella zona di Bagno di Varano per constatare di persona l’entità del manufatto, in seguito alle descrizioni del Ruperto e Battaglia.

Il sepolcreto ipogeo di Bagno attualmente non esiste più perché è stato distrutto. Il Ruberto precisava all’epoca che non era riuscito a trovare elementi che potessero condurre ad una datazione,mentre confermava di aver trovato nella tomba anforette, vasetti, lucerne simili a quelle rinvenute a Vieste. Attraverso analogie con le strutture e gli oggetti rinveuti in altri ipogei garganici ascrivibili tra IV e VII sec. , la Ariano ritenne di poterne ipotizzare l’attribuzione al periodo paleocristiano. Dagli studi effettuati, pertanto, l’ipogeo di Bagno in territorio di Cagnano Varano  fu ritenuto della stessa epoca dei sepolcreti ipogei rinvenuti lungo la costa del Gargano, proprio per le analogie strutturali e i suoi materiali: l’iconografia, gli arcosoli mono e polisomi, la suppellettile  rinvenuta, di cui dà notizia il Ruberto. L’ipogeo di bagno pertanto non si discostava dalle necropoli di  Monte Pucci (Vico) costituita da circa 25 ipogei ospitanti 800-900 sepolture, dagli ipogei rinvenuti tra Niuzi e Parco della chiesa in territorio d’Ischitella, da quelli della Salatella in area viestana e dal complesso di Iumitite in direzione Macchia di Monte San’Angelo. (inserisci pianta)

Tutti questi ipogei attestano la presenza di primi nuclei cristiani interra garganica. Essi sono perciò fonti preziose, utili a ricostruire la memoria storica di un popolo, come attestano la letteratura, le fonti materiali e visive, in un tempo lunghissimo che va dalla preistoria ai nostri giorni. Dal corredo rinvenuto nelle tombe (punte di frecce, fibule, terracotta, oggetti ornamentali ...) si può evincere, infatti, se i popoli erano aggressivi o pacifici, se la società era più o meno stratificata, se avevano cura della propria persona e altre conoscenze. Sotto questo profilo anche gli ipogei rinvenuti in territorio di Cagnano Varano, sia lungo la riva del Varano in zona Bagno-Pineto-Avicenna, sia nell’entroterra, in area a sud dell’abitato (Giardenera e Arena Daniele) sono dunque importanti per consentire di ricostruire la vita religiosa e sociale dei primitivi insediamenti,  preesistenti allo stesso centro storico.

Quando il Cristianesimo si diffuse, anche nel Gargano esso finì col mutuare usi e costumi del luogo, tralasciando tutto quanto potesse contrastare la propria dottrina. Considerando che il defunto dovesse conservare intatte le sue spoglie sino al giorno del Giudizio universale, i cristiani tributarono rispetto e cura per il cadavere, perciò respinsero la pratica dell’incenerazione e adottarono quella dell’inumazione. In attesa della resurrezione dei corpi, le comunità preferirono essere sepolte in luoghi comuni insieme ad altri fratelli cristiani. Nacquero perciò sia le catacombe, sia gli ipogei. Come precisa la Ariano (Convegno Presentazione del libro Grotta e dintorni, Itinerari lungo la laguna, L. Crisetti, 1999) :

 I fossori del Gargano si distinguevano per il fatto che nel loro lavoro di scavo e di adattamento delle cavità preesistenti, utilizzarono solo il piccone. Le sepolture venivano ricavate esclusivamente dalla roccia calcarea, la quale si prestava per altro allo scavo.

Il sepolcreto di Bagno si trovava quasi in riva al lago, immerso in un paesaggio tuttora suggestivo, ubicato alla base di un poggio che si affaccia sull’azzurro della laguna. Di tale ipogeo – racconta la Ariano- non è stato possibile definire la capienza per lo stato di precarietà in cui si trovava già nel 1964, la terra di riporto che copriva l’ambiente centrale potrebbe aver nascosto le formae scavate nel piano di calpestio, ove si trovavano in genere le sepolture più modeste. Abbiamo documentato invece due arcosoli, cioè delle grosse nicchie arcuate, contenenti ciascuna delle sepolture scavate nel vivo della roccia. Erano  sepolture più nobili, rispetto al loculo e alle formae terragne, perciò più curate anche ne lavoro dei fossori. Le fotografie che abbiamo ci consentono di apprezzare la regolarità nel taglio della roccia e nella realizzazione degli arcosoli, la finezza degli spessori. Non trovando grossolanità soprattutto sul lato destro, abbiamo pensato che le sepolture degli arcosoli fossero riservate a persone autorevoli nell’ambito della comunità”. 

 

5.               IPOGEO PROTOSTORICO: tombe “a bisaccia”

L’area di Bagno ospita  ipogei più antichi di cui abbiamo ancora qualche presenza. Si tratta di tombe protostoriche ascrivibili all’età del Ferro, attestanti la presenza di un altrettanto antico villaggio di pescatori che viveva di pesca in un tempo in cui al posto dell’attuale laguna era l’antico seno uriatico o varaneo. Le tombe antecedenti all’ipogeo paleocristiano nel numero di una ventina e attestanti una frequentazione fino al IV secolo a.C, presentavano una tipologia a bisaccia, ovvero dalla forma di un tronco di piramide rovesciato. Ce ne dà una descrizione Ciro Drago che nel 1959 le esplorò:

[esse]erano situate su piazzole probabilmente artificiali, che spezzavano il forte pendio del banco roccioso. La loro ubicazione sembra seguire i bordi di un’antichissima strada incassata nella roccia. Le tombe, scavate nella roccia tufacea, profonde circa 80 cm, non superano sul fondo un metro di lunghezza; le  pareti interne, generalmente lisce, sono tagliate si da ottenere una sezione perfettamente piramidale. Un particolare nuovo è costituito da un sistema di canalizzazione per lo scolo delle acque piovane che circondava le tombe. Le tombe, sebbene prive di lastroni copertura e da tempo manomesse, hanno restituito molte ossa umane e vario materiale archeologico, costituito da alcuni vasi ad impasto nerastro mal cotto senza decorazione, (tra cui una ciotoletta fortemente carenata provvista di due anse, simile ad un kantaros), e alcuni oggetti di bronzo, per lo più anelli, armille, saltaleoni, qualche fibula spiraliforme e tre pezzi di un pugnaletto di ferro.

… La necropoli era più estesa, ma purtroppo una cava tufacea aveva già distrutto buona parte delle tombe e anche alcuni importanti fondi di capanne venuti casualmente alla luce. Questi ultimi testimonierebbero un abitato di capannicoli su questa sponda della laguna.

Queste tombe preistoriche rinvenute a Bagno erano simili a quelle di altre località del Gargano: Monte Civita (Ischitella), Monte Tabor (Vico), Monte Saraceno (Mattinata).

Purtroppo l’incuria dell’uomo ha contribuito a cancellare questa importante pagina di storia, ma non del tutto dal momento che qualche traccia è ancora rimasta.   (vedi foto). Una sezione verticale di ipogeo protostorico è situata  a sinistra della vecchia pesa, ed è emersa a seguito di una frana. Lungo la strada che conduce ai Pannoni, proprio accanto alla voragine creata dalla cava di tufo, esiste un altro esemplare dalla dimensioni più piccole (cm 40x60x30).  Ancora una volta colgo l’occasione per segnalarla   all’attenzione delle autorità e dei visitatori per farne oggetto di conoscenza e non di ulteriore degrado.

 

Ai piedi della cava di tufo era invece l’ipogeo paleocristiano di cui si è detto. 

 

(continua)

Ambienti ipogei: 1. La grotta di San Michele in Cagnano Varano

 

AMBIENTI IPOGEI:  LA GROTTA, DIMORA, LUOGO DI CULTO CRISTIANO E PAGANO E LUOGO DI RIPOSO ETERNO

1.  La grotta di San Michele in Cagnano Varano;

2.  Ipogei di Giardenera, Arena Daniele, Bagno, Pineto, Avicenna .

 

C’è ancora tanto da scoprire: la natura è un grande libro, che nasconde nel suo seno uno scrigno, miriadi di informazioni utili per conoscere il passato, orientarci nel presente e costruire progetti per il futuro, ma per poterlo leggere abbiamo bisogno di appropriarci di alfabeti adeguati, di coltivare il gusto della ricerca e  soprattutto la curiosità e la creatività. Il territorio di Cagnano per molti verso può definirsi ancora vergine, nel senso che non è stato sufficientemente esplorato, quindi non si conosce abbastanza. Poco si sa, infatti, della sua preistoria e della sua storia. In questo spazio cercherò di rimediare in parte a questa sorta di non curanza della storia, presentando alcuni tasselli importanti che trovano sede proprio in quelle cavità naturali e artificiali che hanno ospitato l’uomo nel corso della esistenza terrena, dalla culla alla bara, e che hanno continuato a costituire la sua dimora anche quando egli è passato ad altra vita. Mi riferisco alla grotta di San Michele e ai sepolcreti proto e paleocristiani, che insistono nel territorio di Cagnano Varano, un comune pugliese della provincia di Foggia. Non dispiaccia perciò al lettore intraprendere con me questo viaggio negli ipogei, ambienti sotterranei adibiti ad abitazioni, a sepolture e a luoghi di culto.

 

1.                La grotta di San Michele in Cagnano Varano

 Ubicazione  e descrizione

La grotta dedicata all’arcangelo San Michele è una cavità di natura carsica   con l’entrata esposta a sud, che prospetta sulla “Vasantagna”, ovvero su Valle dell’Angelo, e sul Canale di San Michele. Essa è ubicata nel territorio di Cagnano Varano, un paese di oltre 9 mila abitanti del Gargano Nord (Puglia), ai piedi della interessante laguna di Varano. ( carte allegate, Pianta) Prima di giungere a questa grotta consacrata, adibita nel tempo ad usi variegati, in prossimità dell’attuale bivio per il campo sportivo, il turista nota una croce in ferro, la quale è andata a sostituire la precedente, un tempo circondata da un cumulo di pietre. Era costume, per i pellegrini che si recavano al santuario, raccogliere un sasso e mirare la croce, per liberarsi dei propri peccati.

Cenni storici

La grotta di San Michele sul Varano è molto interessante dal punto di vista naturalistico, archeologico, storico e religioso. La tradizione vuole che sia stata visitata anche da San Francesco, allorché si recò al santuario in Monte Sant’Angelo, e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi variegati. Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, anche da me negli anni 80 e 90, la grotta fu poi frequentata  in età neolitica e classica. In epoca medievale essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele, ma prima ancora fu probabile sede di  culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. La pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinvierebbero a culti   mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani, mentre il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesterebbe un preesistente culto longobardo.

I resti più antichi reperiti nella grotta e nelle sue adiacenze risalgono al Paleolitico Medio o Musteriano (30-40 mila anni). L’uomo si spostò allora verso le cavità naturali anche perché il Glaciale di Wurm era caratterizzato dai rigori climatici. In quell’era la regressione marina deve aver originato l’emersione di una vasta pianura che collegava il Gargano alle Tremiti, una pianura steppica, povera di vegetali. La Grotta di San Michele continuò ad essere frequentata nel Paleolitico Superiore, di cui si hanno più documenti. E’ stato ipotizzato che il freddo fosse ancora molto intenso, per cui gli insediamenti all’aperto erano forse solo a carattere stagionale. Insieme ad armi e ad utensili in pietra (raschiatoi e punte di lancia, schegge di selce), ossa di un cavallo selvaggio testimonianze della frequentazione preistorica dell’antro, sono state ritrovati frammenti di ossa umana, di ceramica e vetro, lucerne votive, attestanti la frequentazione successiva. Mancano purtroppo studi condotti con metodo scientifico. Occorrerebbe perciò riprendere i lavori, effettuare scavi oltre il pelo della pavimentazione per approfondire le conoscenze di questa grotta, una delle più importanti del Gargano dal punto di vista archeologico.

 

Descrizione

La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m 52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo. Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua, dono della famiglia Bocale del 1991, è andata a sostituire una più antica e di originale fattura, datata 1631 di Petranzeri, che è stata trafugata.

Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco,  restaurata recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano (2002). Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e la porta in legno datata 1898.

Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti cesellate da nicchie dalle forme spettacolari e singolari e dai colori cangianti, che variano dal bianco della roccia calcarea, al grigio, alle varie tonalità di verde, a seconda della luce. 

La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

La volta della spelonca è contrassegnata anch’essa da cupole e da nicchiette naturali, da cui pendono piccole e numerose stalattiti, originate dallo stillicidio delle acque piovane.

 

  Gli altari

Nella grotta sono presenti tre altari: di San Michele, di San Raffaele e dell’Annunciazione. Solo il primo è anteriore al 1678, come risulta dall’appendix al Sinodo. Va ricordata però la presenza di un quarto altare, quello più antico, scolpito in pietra, che riporta l’effigie del volto di San Michele collocato sopra un tozzo rettile, situato a sinistra della porta d’accesso alla grotta, nella sacrestia.   Tale presenza lascia supporre che la grotta sia stata luogo di culto pagano. E’ noto che i Longobardi, prima della conversione, adorassero la vipera e che anche dopo essersi convertiti al Cristianesimo continuarono a convivere con antichi culti. Si presume perciò che questa grotta sia stata frequentata da uomini che praticavano usanze longobarde. L’ipotesi sarebbe confermata dai toponimi Fara presenti nell’area e da costumi tuttora in uso.  C’è da augurarsi che tale altare venga restaurato ed il tema dell’iconografia evidenziato.  

Sulle pareti di questo locale, fino a gli anni settanta i fedeli lasciavano traccia della loro visita:  iniziali del proprio nome e cognome, firma, pensieri, qualche segno, il contorno della loro mano. Poi la calce bianca ha cancellato tutto. Oggi, ad attestare la frequentazione dei fedeli provenienti da diversi angoli della Terra, è un grosso libro, sul quale ciascun visitatore appone le proprie generalità.

A sinistra della porta d’ingresso il visitatore nota , inoltre, un’acquasantiera a pila su base ottagonale. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

Pressoché in fondo alla grotta, in posizione centrale, è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’Arcangelo, del XIX secolo, copia fedele di quella che si venera nella basilica di Monte Sant’Angelo.  La struttura marmorea, che custodisce il complesso scultoreo, fu eretta a devozione di Maria Donata D’Apolito fu Michelantonio nel 1929, mentre l’altare, anch’esso di marmo, venne fatto erigere dai cagnanesi e dai rodiani, sempre nello stesso anno. La balaustrata antistante l’altare, realizzata in cemento a colori, è stata offerta dai reduci di guerra negli anni 1940-43. Ai due lati dell’altare, paralleli e frontali, erano disposti due lunghi sedili in pietra. Oggi ve n’è solo uno, quella situato a destra di chi guarda l’altare, mentre quello di sinistra è stato rimosso per fare un po’ di spazio. 

Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia consentono di accedere nella parte più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da tante piccole stalattiti. In questo luogo si rinviene la cosiddetta “pila di Santa Lucia”, una interessante conca calcarea piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli, infatti, intingono le dita nelle acque della pila e si bagnano gli occhi. Ai suoi piedi è il pozzo di Santa Lucia. La presenza dell’acqua è un elemento ricorrente e molto importante nel culto di San Michele, in quanto simbolo della vita, oltre all’elemento roccia, luogo dove è stato ricacciata satana, simbolo del male.

A destra dell’entrata, a pochi metri dall’ingresso, è l’altare di S. Raffaele, con baldacchino avanzato, che custodisce il complesso statuario, costituito dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male, e da un cane, segno di fedeltà.

A sinistra della porta d’ingresso della grotta, più vicino all’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, con statua della Madonna, dal volto soave, di circa 70 cm di altezza e con un angioletto sulla spalla sinistra. E’ stato ipotizzato che i due altari, riconvertiti, siano di probabile ordine romanico, come attesterebbero la croce gemmata e le formelle. Il complesso dell’Annunziata ricordebbe una statua acefala rinvenuta a Vieste nella prima metà di questo secolo, che rappresenta Venere e Cupido; mentre San Raffaele farebbe pensare ad Asclepio, anch’egli con tirso in mano e accompagnato da un cane, il dio greco della medicina fulminato da Zeus per timore che sottraesse gli uomini alla paura della morte. 

Gli affreschi

Sulle pareti della grotta si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata. A sinistra è l’affresco di un Crocifisso con ai piedi Maria e Maddalena, molto rovinato. A destra ci sono gli affreschi dei Quattro evangelisti (?), indecifrabile, dei Tre personaggi aureolati e della Madonna con bambino. Per quest’ultimo è stata ipotizzata l’origine in epoca paleocristiana. Sono evidenti la Madonna con il manto rosso, come voleva la tradizione orientale mariana, una omega e altri cristogrammi.

L’affresco a destra, dopo l’ingresso, risulta particolarmente interessante. Si riescono a distinguere tre personaggi: al centro è il Cristo con tunica rossa, affiancato da un lato forse da Santo Stefano, il protomartire dei cagnanesi, e dall’altro da un personaggio, aureolato anch’egli, forse Pacomio, monaco basiliano. 

Questa specie di dittico rupestre è stato concepito sì da sembrare un evangelario aperto. Mentre la pagina a destra risulta quasi totalmente cancellata, sull’altra ben si scorgono tre personaggi aureolati. Certamente la figura centrale rappresenta un Cristo con rotolo. La tunica che riveste le divine membra, è virgolettata in rosso a squame di pesce. Pare così che l’anonimo autore dell’affresco abbia voluto proporre la simbologia cristologica più antica congiuntamente a quella medievale. Il vestimento del Redentore e del Santo, che lo affianca da destra, ricalca la moda romana. Il Santo addita il maestro con la destra, mentre nella sinistra accoglie un globo contrassegnato da linee spezzate. Sormonta la sfera una TAU con orbicolo. Lo speciale simbolo lascia intendere che il compagno sia il Precursore o il Protomartire. A favore della seconda ipotesi interviene il fatto che esiste una straordinaria rassomiglianza tra il personaggio iconografato accanto al Redentore nella grotta di Varano ed il Santo Stefano che si ammira sia nella cattedrale di Sens (Francia) sia nella cripta di San Lorenzo a Fasano. (...). Di più si dice che stefanu in greco vuol dire ‘corona’ e ‘corona’ è chiamato l’orbicolo che è al culmine della T sovrastante il globo. Inoltre non si può dimenticare che il Protomartire da tempo immemorabile è tra i santi Protettori di Cagnano Varano. Affianca ancora il Cristo un santo frate che regge in mano un libro, forse le Regole”.2 Non si riesce a ben comprendere l’identità del personaggio, tuttavia tra il Cristo e il monaco si legge la scritta PACOM(IO). Secondo Guida, studioso di San Marco In Lamis, questa pagina di pittura potrebbe risalire al XIII secolo. Tale datazione sarebbe supportata anche dalla decorazione arabeggiante, composta da archetti semplici intrecciati, posti sulla parte superiore dell’affresco. Il messaggio proposto dall’autore dell’affresco sarebbe il seguente “sangue e sofferenze hanno concorso alla piena affermazione del Cristianesimo nel mondo”.

Queste  pitture rupestri sono molto importanti e andrebbero meglio studiate e restaurate. Gli affreschi sono  infatti importanti sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista religioso, essi testimonierebbero che la grotta è stata sede di culto in età romana e paleocristiana. La grotta,  inoltre, secondo Guida, presenta tracce di culto mazdaico e mitriaco, come confermano la pianta e il sito stesso. Il santuario destinato al culto di Mitra era infatti sotterraneo, o quasi, di pianta rettangolare, con due banchi laterali per i fedeli e con l’altare situato nel mezzo per l’immolazione del toro, con il sangue del quale veniva irrorato l’iniziando. In fondo era collocata di solito la figurazione a rilievo o pittorica di Mitra che uccide il toro.

Dal mese di maggio 2002 in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di San Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta pare che questa grotta sia stata   prescelta dal padre di Pietralcina, come attestano fonti orali.

 

Il culto micaelico nel Gargano: 29 settembre e 8 maggio due date significative

Per tutto il Medio Evo, fino agli anni che hanno preceduto il boom economico, (che nei paesi del Meridione d’Italia si può ascrivere agli anni sessanta del 1900), nel Gargano fu molto vivo il culto di San Michele Arcangelo, la cui ricorrenza cade ancora oggi due volte l’anno e precisamente l’8 maggio e il 29 settembre. Le date sono significative, sia sul piano economico, sia sul piano religioso. L’8 maggio, di tradizione garganica e longobarda, ricorda l’Apparizione dell’Arcangelo e la vittoria del 662 sulle truppe dell’imperatore bizantino Costante II; il 29 settembre, data più antica e più prestigiosa,  commemora la “dedicazione” della basilica romana. San Michele, che lo scenario collettivo identifica con l’eroe a cavallo che lascia impressi nelle grotte i segni del suo passaggio (la sua ala, l’impronta dell’equino), è il messaggero e il simbolo della potenza di Dio: egli è taumaturgo, guaritore per mezzo dell’acqua, vincitore del demonio, da lui respinto nelle viscere della terra, perciò egli è tuttora venerato nelle grotte, dove spesso è andato a sostituire antichi culti pagani. Il popolo garganico si rivolgeva a lui soprattutto per tenere lontani dalla greggi la temuta peste e i terremoti, grossi flagelli di fronte ai quali l’uomo medievale era davvero impotente.

Il complesso statuario riflette i canoni della scultura tipica dell’Arcangelo eseguita dai “sammichelari”,   mostrando un santo adolescente, dotato di ali, che indossa una corta tunica di stile longobardo e un manto che discende dalle spalle, che calza sandali o calzari. Il braccio destro ripiegato dietro il capo sostiene una spada, che sembra intimorire il drago o diavolo. Una catena lega lo spirito del male al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il suo petto. Il volto del santo ha un’espressione serena ed è incorniciato da riccioli, che scendono sul collo. La testa è arricchita da una corona terminante con una croce, mentre il braccio sinistro sorregge uno scudo con la scritta “Quis ut Deus?” (Chi come Dio?)

Il demonio  assume le vesti di un animale (serpente, toro, drago) dalle orecchie appuntite e dalla bocca aperta, che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da profonde rughe. Simbolicamente il piano verticale del complesso statuale, occupato dal santo,  suggerisce l’idea del bene, il piano orizzontale nel quale è collocato il diavolo,  quella del male. L’immagine di San Michele nell’atto di mettere in guardia il demonio significherebbe il tentativo di far trionfare il Bene sul Male, il Cristianesimo sul Paganesimo.

Le fonti del culto micaelico nel Gargano si rinvengono nel “Liber de Apparitione” e ne “La vita di San Lorenzo”. Alle prime tre apparizioni dell’Arcangelo: episodio del Toro, episodio della vittoria, episodio della dedicazione, che si sono verificate a breve intervallo l’una dall’altra, nell’Alto Medioevo, si è soliti aggiungere quella relativa all’episodio della liberazione dalla peste de1656, allorché l’Arcivescovo Alfonso Puccinelli chiese aiuto all’Arcangelo, durante la diffusione della peste.

 

Il senso delle due date

Le date dell’8 maggio e del 29 settembre,  sono state emblematiche per gran parte delle popolazioni che si dedicavano nella maggior parte all’attività dell’allevamento. E’ noto infatti che la pastorizia è un’attività molto antica, praticata anche in epoca romana nelle nostre terre. In epoca moderna tale attività è stata intensificata con la fida forzosa sui pascoli applicata dai reali di Spagna. Nel XV secolo, con gli Aragonesi, infatti, quando in Puglia andò in vigore quell’amministrazione speciale chiamata “Dogana della mena delle pecore”, la transumanza fu resa obbligatoria per incrementare le entrate fiscali della Corona e le terre del Tavoliere furono destinate al pascolo. Perfino i feudi dei privati furono riservati ad uso del fisco per un periodo di otto mesi all’anno e precisamente dal 29 settembre all’8 maggio.  Il Gargano, prescelto a Riposo dal re Ferrante d’Aragona, non fu esente da tale politica fiscale. Per pastori  perciò tali date erano molto significative, esse segnalavano l’inizio e il termine della transumanza: a settembre i pastori abruzzesi scendevano con le loro greggi nei pascoli pugliesi e garganici, mentre a maggio  facevano ritorno in montagna, alla ricerca di verdi pascoli. Per impinguare le casse dello Stato, Alfonso d’Aragona impose la fida forzosa sui pascoli a tutti i proprietari di animali che svernavano nei pascoli pugliesi, impedendo ad essi la vendita dell’erba agli animali che erano di solito venire d’inverno nella Puglia. Creò, inoltre, una fitta rete viaria, comode e ampie strade delimitate da muri a secco (tratturi di 60 passi), per agevolare il transito degli ovini.  Il 29 settembre i locati abruzzesi scendevano con le loro pecore, passando per la Dogana per registrare il loro gregge e ricevere il pascolo loro assegnato. L’8 maggio, tali locati percorrevano la strada del ritorno con le loro greggi, effettuando una sosta alla ben nota fiera di Foggia per vendere i prodotti dell’allevamento e pagare le tasse al fisco, presso la Regia dogana.

  

 Il significato di queste date di natura eminentemente economica, politica e fiscale,  non contrasta col significato religioso e con il culto dell’arcangelo, sta invece a testimoniare che esse furono mutuate dalla tradizione agricolo-pastorale delle popolazioni primitive, affinché il culto raggiungesse anche la componente più povera, oltre che più numerosa della società. Non dimentichiamo che il Cristianesimo faticò a penetrare nel Gargano, dove persistevano culti pagani.

Michele divenne col tempo il Santo dei potenti e degli umili. Al capo delle milizie celesti si rivolgevano i pastori e gli agricoltori, affinché egli proteggesse gli animali, non facendo mancare erba e acqua, perché tenesse lontano la carestia, le malattie e in particolare la peste. I contadini e i pastori collocavano perciò la statua del Santo ovunque: all’ingresso delle loro masserie,  sulle porte d’accesso alle antiche città, lungo i crocicchi delle strade, nelle farmacie e in edicole lungo le vie o davanti alle proprie abitazioni, come si può notare in diversi casi ancora oggi.

  (

 Culto importato dall’Oriente per diffondere il Cristianesimo.

Il culto di San Michele nel Gargano, importato dall’Oriente fra il V e VI secolo, fu poi largamente coltivato dai Longobardi convertiti alla religione cristiana, e quindi diffuso.  Si narra che l’imperatore Zenone (474-491)  abbia inviato  a Siponto il vescovo Lorenzo Maiorano di origine bizantina, al fine di far penetrare la cultura orientale nell’Italia meridionale. Allo stesso Maiorano sarebbe attribuito il merito  di aver promosso la rinascita spirituale dell’area,  attraverso la diffusione del Culto di San Michele e la nascita del santuario omonimo in Monte Sant’Angelo.

Nel VII secolo  i Longobardi, dopo che ebbero la meglio sui Bizantini, si appropriarono del culto. Si narra di una vittoria militare ottenuta proprio grazie all’aiuto di San Michele in una battaglia combattuta alle pendici del Gargano verso il 650. In seguito a quella vicenda, il popolo longobardo si convertì al Cattolicesimo e si intensificò la frequentazione del santuario di San Michele Arcangelo in Monte Sant’Angelo. Nell’ VIII secolo il culto del Santo si  propagò in Francia, fino a “Mont Saint Michel au péril de la mer”.

I cristiani del medioevo effettuavano lunghi pellegrinaggi  per riscattare i propri peccati, percorrendo itinerari sacri: Santiago de Compostela, Gerusalemme,  il Gargano, le più significative. Il pellegrinaggio nel Gargano è sorto e si è diffuso grazie alla presenza della Grotta dell’Arcangelo e alla evoluzione del culto micaelico. Il Gargano fu allora meta obbligata per ottenere la salvezza di chi, proveniente dall’Occidente, doveva imbarcarsi poi per la terra Santa. I pellegrini s’inserivano in genere nello stesso percorso, lungo la “via” dei Longobardi, detta “sacra”,  che  passava per Benevento, svolgendo un ruolo importante nel Sud Italia, tra X e XI secolo.  Il pellegrinaggio andava effettuato in gruppo, perché la confessione, la dichiarazione dei propri peccati, l’espiazione doveva essere pubblica. I diversi centri benedettini disseminati nel Gargano promossero anch’essi il culto micaelico, anzi se ne servirono per favorire l’evangelizzazione in aree dove era molto diffusa anche la presenza slava.  

In epoca medievale durante il pellegrinaggio era frequentata anche la litoranea Adriatica che, dopo Vasto, lasciava la costa, entrava in Larino, proseguiva a sud di Lesina, raggiungeva poi San Nazario (Sannicandro), passava per il territorio di Devia, Civitella, Fara e San Nicola Imbuti (ad ovest della laguna di Varano), costeggiava la riva meridionale della laguna e attraversava Valle Sant’Angelo, dove si trova il Santuario di San Michele in Cagnano Varano. Quindi proseguiva per Via dei Pozzi, ancora in territorio di Cagnano, si dirigeva verso Carpino e, attraversati i boschi, giungeva a Monte.

Alla “via sacra”, che tagliava il Gargano trasversalmente, si ricongiungevano anche le strade, le valli o i tratturi degli abitati del Gargano Nord.   La presenza della Grotta di San Michele lungo Valle Sant’Angelo, in territorio di Cagnano, quella di Grotta dell’Angelo, in Sannicandro Garganico, nei pressi dell’interessante città di Devia, il Convento di San Francesco, voluto dal frate di Assisi, mentre si recava in pellegrinaggio a Monte, (di cui resta un rudere a Sud del centro storico di Cagnano Varano), lasciano supporre che vi fosse un itinerario sacro anche in questa zona del Gargano.

Da Cagnano, più precisamente dalla valle di San Francesco i fedeli potevano raggiungere il Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo percorrendo Valle San Giovanni, Romingero, Valle Mascione e Bosco Quarto, con Valle Pezzente (il cui toponimo è emblematico) e Valle Ragusa. Quindi ci si immetteva nella “via sacra Langobardorum”, ai piedi di Monte Sant’Angelo. C’erano anche tracciati alternativi che partendo da Cagnano, confluivano a Bosco Quarto: Giardeneri, Rivolta, Falcare; oppure  Giardeneri, Valle Sbaccio, Falcare. Si poteva raggiungere la Via Sacra, inoltre, percorrendo la strada per San Giovanni Rotondo, attraversando Valle San Giovanni, Romingero e Valle Fedele. Anche quest’ultimo toponimo è significativo.

L’itinerario che conduceva a Monte Sant’Angelo si collegava anche alle direttrici di traffico internazionale, per cui il Santuario di San Michele nel Gargano divenne presto meta di tutta la cristianità medievale.  Sulla base della documentazione in possesso e della presenza ancora viva del pellegrinaggio alle grotte dell’Arcangelo San Michele delle cittadine garganiche di Monte Sant’Angelo e di Cagnano Varano,  si può affermare che il culto del santo abbia svolto ampie funzioni  sociali, economiche e culturali.  Esso ha  contribuito sicuramente alla formazione della cultura cristiana europea occidentale: i diversi tracciati, gli ospizi disseminati lungo le strade, i monasteri, le chiese, che consentivano ai pellegrini di ristorarsi, hanno agevolato il costituirsi di una nuova coscienza nell’uomo cristiano.

 

 Da Montesant’Angelo il culto s’irraggia nei centri garganici specie a Cagnano

Il culto di San Michele in Cagnano Varano, deve essere stato mutuato da quello coltivato in Monte Sant’Angelo. Tale ipotesi sarebbe dimostrata dalle seguenti constatazioni: nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; nell’ XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo, in territorio di San Marco); nel XII secolo il monastero di San Matteo, Cagnano e altri feudi e/o casali, restarono compresi nelle terre dell’Onore di Monte Sant’Angelo. Ritengo, pertanto, che dovette essere naturale e facile diffondere anche tra gli abitanti di Cagnano, come del resto in altri centri garganici, il culto di San Michele, ormai radicato nella cittadina di Monte.

Se ci poniamo poi la domanda: Perché soprattutto a Cagnano? La risposta credo sia di natura  geografica. Va considerato infatti  che i luoghi di culto erano per antichissima tradizione antri cavernosi contrassegnati dalla presenza di sorgenti e la grotta di Cagnano comprendeva entrambi questi elementi.

Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano, era già adibita a luogo di culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione della stessa e della Chiesa di San Michele in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel marzo 1054. Per certo si sa che nel 1678 la chiesa di San Michele  fu  meta  dell’arcivescovo V. M. Orsini durante la sua visita pastorale.  

Secondo la tradizione orale cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato ben accolto, prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora. La leggenda vuole, inoltre, che all’ingresso della grotta l’Arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e, sulla parete sinistra della caverna, traccia delle sue ali. Si tramanda, inoltre, che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato alla fontana di San Michele, una sorgente situata sulla collina dirimpetto al centro storico di Cagnano, per dissetarsi. Per tradizione si vuole, infatti, che San Michele, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona: “si inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca all’acqua, quando all’improvviso sgorgò dalla roccia per davvero dell’acqua fresca e pura”. Così è nata la sorgente detta di San Michele, che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano, finché arrivò l’acqua dell’Acquedotto Pugliese. Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, giunse in un bosco, dove trasformò una pozzanghera in piscina, poi denominata “Piscina di San Michele”. L’acqua  ritorna dunque anche nella tradizione orale del luogo, a dimostrazione della fondamentale importanza di questo bene primario, senza il quale sarebbe stata la miseria per tutti.

 

La fiera di San Michele a Cagnano Varano

Sebbene la grotta di San Michele in Cagnano non abbia alle spalle un passato glorioso, dal momento che non vanta visite di principi e di papi, come quella fin troppo antropizzata della vicina Monte Sant’Angelo, essa ha tuttavia svolto un ruolo significativo sul piano storico-culturale e religioso.   Sicuramente è da tempo meta di pellegrinaggio, concorrendovi molti fedeli provenienti dalla provincia, dal Gargano e da ogni angolo del mondo.  Considerata la consistente affluenza, il decurionato del comune di Cagnano Varano nel 1843 decise di istituire una fiera destinata ad avere poi enorme importanza economico-culturale, nei giorni 8 maggio e 29 settembre di ogni anno, le due date significative per la transumanza. L’allora sindaco Giuseppe Palladino, nel presentare richiesta al sottintendente, si espresse nel modo seguente.

Si ricorda che l’8 ricorre la festività del glorioso arcangelo San Michele protettore del Gargano, festa di doppio precetto; che in Cagnano e precisamente nella grotta si vuole per tradizione esservi stata la sua apparizione, che vi è una cappella a lui dedicata, che vi è un gran concorso di fedeli vicini. Si ricorda che il 10 ricorre la festa del protettore di Cagnano, San Cataldo. Quindi per tre giorni si farà festa. Durante la fiera gli animali potranno trovare freschi e abbondanti pascoli per la stagione primaverile.

Venti anni dopo la richiesta fu rinnovata e fu sollecitato il prefetto della provincia affinché elargisse un decreto di approvazione,

abbondando in questo municipio l’industria armentizia e l’istessa abbondanza si riscontra in quasi tutti i municipi del Gargano, in modo che i proprietari per venderli sono costretti a menarli nelle fiere che celebransi in luoghi lontani: Cagnano è il centro del Gargano dove agevolmente possono concorrere gli animali di tutti i paesi.

Le prime fiere a Cagnano Varano si effettuarono nello spazio antistante il Palazzo baronale, lungo la strada Coppa e via Mercato; poi si svolsero dietro il cimitero vecchio, oggi chiesa di San Francesco; quindi nel fondo del Puzzone, vicino alla grotta di San Michele e nelle adiacenze della “casetta roscia” dell’ANAS.

La fiera divenne occasione di festa per tutta la cittadinanza: il giorno di San Michele accorrevano numerosi fedeli alla grotta di Cagnano, dal momento che si tramandava che vi fosse apparso l’Arcangelo Michele; si incontravano allevatori, pastori e garzoni, interessati e coinvolti alla compravendita. Donne, uomini, bambini giungevano con i carretti, con gli asini e a dorso del mulo, ma anche a piedi dai comuni vicini, per acquistare e per vendere.

Alle giovani e ai giovani la fiera e in genere le feste patronali offrivano l’opportunità per poter uscire di casa e per trovare il compagno della propria vita. I bambini le attendevano con ansia, dal momento che potevano farsi finalmente una scorpacciata di noccioline americane, di torrone e di caramelle. La fiera si celebra tuttora a Cagnano in occasione delle feste patronali, che cadono nei giorni 8-9 e 10 maggio.

 

Tra presente e futuro

La grotta di San Michele in Cagnano Varano, come si è accennato, riveste anche una notevole importanza naturalistica e storica oltre che archeologica, perché attesta il fenomeno del carsismo e la frequentazione sin dall’età della pietra. Dal 5 maggio 2002 in questa grotta si è registrato un nuovo evento:   sulla parete rocciosa a destra della porta d’ingresso, in prossimità della navata centrale ove è posizionata la statua dell’Arcangelo, i fedeli  hanno individuato impresse ben  tre immagini del Santo Padre Pio da Petralcina, che qui pare abbia voluto scegliere una nuova dimora. Da quel giorno l’affluenza  alla grotta di San Michele in Cagnano V. è  decisamente più intensa.

La grotta dell’Arcangelo a Cagnano è frequentata oggi dai visitatori, che giungono da ogni dove, chi mosso da interessi archeologici, storici o naturalisti, chi spinto dall’impulso religioso. Essa è aperta al pubblico ogni giorno e merita senz’altro una visita. Nei giorni delle feste patronali vi accorre una gran folla e si può assistere alla santa messa. Non mancano i fuochi di artificio. Tutti gli altri giorni invece si può effettuare una visita in raccoglimento e in solitudine.25

Negli anni 1998-1999 con i cofinanziamenti della Comunità montana del Gargano e della U. E. dei progetti P. O. P., sono stati avviati dalla Ditta Sanzone, i lavori di recupero e di valorizzazione della grotta di San Michele in Cagnano Varano. Tale intervento rientra nel Progetto del Culto Micaelico ed è stato reso possibile anche grazie all’interessamento della Comunità montana del Gargano. Sono stati previsti l’impianto di illuminazione elettrica della grotta e dell’area esterna, la ristrutturazione dell’arco esterno, la sistemazione del viale, l’asportazione del cancello posto all’ingresso del santuario e la sua collocazione davanti all’ingresso esterno al viale, il restauro della parete esterna e l’ampliamento dell’entrata. I lavori sono stati ultimati nell’anno 2002/2003, dando modo  al turista che ha visitato il santuario di San Michele di ristorarsi e riposarsi approfittando dei servizi, del chiosco e delle panchine collocate intorno e alla sommità della grotta, godendo altresì della vista della laguna di Varano. 

Nei giorni 22-23 aprile del 1999, in occasione della rimozione del sedile in pietra a sinistra dell’altare di San Michele,  è stato effettuato lo sbancamento del materiale di riporto, ivi depositato probabilmente alla fine del XIX secolo.  E’ venuto alla luce altro materiale interessante, atto a confortare le ipotesi della frequentazione pressoché continua della grotta. Si tratta di schegge di selci dal colore nerastro, grigio e nocciola; di resti di utensili quali asce a mano, raschiatoi, punte di frecce; di lucerne e anforette, di materiale grosso e fine, anche verniciato in nero, spesso in piccoli pezzi; vetri decorati, anch’essi rotti, e frammenti di ossa. Sarebbe opportuno fare analizzare tali reperti ed esporli in una bacheca, protetta da un vetro, per farli conoscere alle scolaresche e ad altri visitatori. Da una lettura superficiale i resti rinvenuti rinvierebbero alla Preistoria, al Bronzo, alle epoche Ellenistica e Dauna.

 (continua)
29 décembre

Poetando sullaLaguna di Varano

 

 

 

Poetando sulla Laguna

“ i tanka” del poeta Vincenzo Campobasso

 

 

 

sandali del varano

 

 

 

Costa fatica,

generoso Varano,

volerti bene;

ma tutte quelle pene

son sempre ripagate. 

 

Piccolo e grande

Il lago di Varano

Dai tre confini.

Da terra guarda al mare

E come un mare infuria.

 

Spicchio di luna

Sovrasta il nero lago

Dall’acque salse,

culla d’orate e cozze

d’anguille e capitoni.

 

Il vento soffia

E l’acqua si fa crespa

Il cielo buio

Un sandalo beccheggia

Sulla sua piatta chiglia.

 

 

San Nicola Imbuti, cellam e idroscalo della Grande guerra

 

 

 San Nicola Imbuti  sul Varano

 

tratto da, una ricerca storica della prof. Leonarda Crisetti e classe 3 B,

curata dall’associazione culturale L’ALTERNATIVA, Tip. Lauriola, 1995

Cenni storico-geografici

Il viaggiatore non distratto che costeggia la riva occidentale della laguna di Varano, rimane impressionato, colpito dalla presenza di manufatti pressoché centenari, testimoni singolari, benché fatiscenti, della storia di San Nicola Imbuti, San Nicolay dello Imbuto, oggi  meglio conosciuto come San Nicola Varano, nel punto in cui una lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola (versante orientale di Monte Devia) si getta nelle acque, [come risulta dalla foto], delineando appunto la forma dell’imbuto, da cui ha tratto la denominazione in epoca medievale. Il sito dista dal comune di Cagnano Varano (di cui fa parte) circa 10 km.

La vicinanza dalle Isole Diomedee, da cui dista poco più di 12 km, costituisce uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti divenne pertinenza del complesso monastico benedettino, ricco e importante, che in passato ha svolto importanti funzioni politico-culturali e religiose, ordine rappresentato nel Gargano dalla badia di Tremiti e da Kàlena (Peschici).

Dal punto di vista morfologico, tutto il tenimento dell’Imbuti si presenta come una collina molto dolce digradante verso la laguna, la cui altitudine varia, passando da 0-2 m a 40-50 mt s.l.m.. Gli edifici, che insistono sull’area, sono oggi circondati da piante e arbusti tipici della macchia mediterranea, mentre poco distante da essi tra piantagioni di fave e di ortaggi, emerge la coltura specializzata dell’olivo.

Nella zona manca un’idrografia superficiale, mentre all’interno della penisoletta, in riva alla laguna si nota la presenza di due sorgenti, che sicuramente deve avere inciso nella scelta del sito da parte dei benedettini, che vi si insediarono tra XI e XII secolo.

Dal punto di vista antropico, lo scenario dell’Imbuti è oggi occupato dall’ex Idroscalo intestato ad Ivo Monti, costituito da una trentina di edifici stile coloniale, che versano in uno stato di degrado, tranne una palazzina, restaurata cinque anni or sono e – purtroppo-  non resa funzionale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cattedrale nel deserto”. Edifici maestosi, ben allineati, collocati intorno a Viale Irene, che dimostrano la grandiosità del progetto, realizzato nel secondo decennio del XX secolo, per contrastare gli attacchi austriaci provenienti dalla sponda opposta dell’Adriatico. L’area di San Nicola Varano nella parte più elevata ospita i resti della chiesa di Santa Barbara, edificata nel 1918-20 per favorire il culto agli ufficiali e a tutto il personale, che dimorava nell’idroscao.


La presenza di un importante tracciato in epoca romana

Nel sito di San Nicola Imbuti sono presenti evidenti tracce di frequentazione medievale, mentre andrebbero effettuate ricerche riguardo a insediamenti preesistenti. E’ possibile, infatti, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che nella Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti era raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, e proseguente per Fara (poco distante da Imbuti). E’ stato ipotizzato che questa strada in epoca romana abbia svolto importanti funzioni politico- economiche, collegando antiche città e ville- fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord: Teanum Apulum (San Paolo Civitate), Lesina, Civitella (Sannicandro G.co), Avicenna (Cagnano-Carpino), Monte Civita (Ischitella), dove di lì a poco sarebbero sorti i relativi comuni.


Nel Medioevo: Le migrazioni del tardo impero e durante la dominazione bizantina

Dopo il V secolo, in seguito alle invasioni barbariche, diversi centri abitati del Gargano insistenti lungo la costa e le vie di comunicazione, si spopolarono per ragioni di sicurezza, mentre piccole comunità, i Casali, cominciarono a nascere nei luoghi più sicuri dell’entroterra. I Bizantini, che dominarono ancora per lungo tempo il Gargano settentrionale e orientale, si adoperarono per far rifluire la vita nei luoghi abbandonati, favorendo l’immigrazione dai Balcani e la ripresa economica dell’area considerata. Fu poi la volta dei Longobardi, i quali s’impossessarono di vasti latifondi e presero a controllare l’economia del territorio, presidiando strade importanti e costruendo Fare che, da istituzioni familiari organizzate militarmente e politicamente, finirono col rappresentare tenute agricole.

Situata lungo l’importante direttrice proveniente da Civitate, la Fara svolgeva l’importante funzione di controllo del traffico attivato tra le lagune di Lesina e di Varano, nel tempo in cui [l’alto medioevo] la pesca era esercitata soprattutto nelle acque lacustri e   lungo la costa, come conferma il prof. Corsi.

 

Monastero di Santo Nicolay dello Inbuto, antica cella benedettina, pertinenza di Kàlena

Uno dei palazzi dell’Imbuto, situato vicino alla sorgente omonima, non è riuscito a cancellare del tutto le tracce di un’esistenza preesistente, risalente a mille anni fa: cellam Santo Nicolay dello Inbuto, pertinenza di Kàlena, quindi della grande abbazia tremitense, fino al 1782.

 

 Poco distante dalla Fara di San Nicola era dunque situato il monastero di San Nicola Imbuti, com’emerge da una chartula offertionis, in cui si precisa che Sariano, abitante di Devia [città popolata da slavi provenienti dai Balcani, poco distante dall’Imbuti, in territorio di San Nicandro G.co], alla presenza del capo della comunità slava [Glubizzo] e di uomini rispettabili [boni homines], sottoscrive una donazione al monastero di Santa Maria di Tremiti, di un metà casa, una vigna e un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra. Nel descrivere i confini di uno degli appezzamenti è menzionata un’antica strada che conduce all’Imbuto (via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto). In un altro documento del 1058 si legge che a San Nicola, situato nell’Inbutus, c’è una cella e intorno a questa ci sono vigneti e terre di sua pertinenza.

Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, dopo che suo padre l’aveva venduto all’abbazia: c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem dello stesso padre di Raone, il quale non aveva riservato per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come si legge nel documento- iniziavano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, girava intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insisteva un pesclo e una centia, proseguiva con Nido di Corvo, tagliava poi dritto per il lago e si ricongiungeva con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), proseguiva per metà isola e si ricongiungeva al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni.

Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dette torto al signore di Devia e lo condannò a pagare 200 once, mentre a Santa Maria di Kàlena fu riconosciuto il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto che, stando ai confini, era molto esteso.

 

Il privilegio di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e quello di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituivano beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

Si può ipotizzare che l’area inizialmente inospitale, sia stata via via dissodata e coltivata a vigneti in particolare. Ricordiamo che la presenza dei vigneti in questa zona è molto antica, forse più antica dell’ulivo ed è attestata da una leggenda.

 

La leggenda

La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’imbuti fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente.


I Corsari e l’evacuazione

Il castro lascia pensare che gli abitanti del luogo avessero necessità di difendersi da eventuali attacchi pirateschi. Sarà stato proprio uno di questi a decretare la morte del monastero, di cui attualmente non disponiamo di fonti certe. N. De Monte a tale proposito narra che una tradizione orale informa che i monaci, recandosi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava bombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredano, poi distruggono completamente la forma del monastero. I religiosi da allora- continua il frate De Monte- non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare. 



Una rete di monasteri

Quella di San Nicola Imbuti era solo una delle numerose celle, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, volute dai seguaci di San Benedetto da Norcia, i quali avevano la loro sede originaria in Montecassino. La domanda è la seguente: come mai il monastero di Monte Cassino volle espandersi tanto, esorbitando dai propri confini, colonizzando aree lontane e fondando celle e dipendenze soprattutto nella zona dei laghi e nell’area campana-abruzzese e molisana? Gli studiosi accennano a spiegazioni di ordine economico, oltre che culturale- religioso.

I monaci ambivano pertanto al controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo avrebbero potuto disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga), allora seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne. Pesce che attivava un commercio allora invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e andando oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce. Nell’area di San Nicola, insistente sul Varano, c’erano inoltre diverse sorgenti, dando modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando un’altra importante risorsa costituita dall’acqua. Va aggiunto che il tenimento costituiva una discreta risorsa economica del monastero madre, anche perché vi si riscuotevano le decime sull’intero lago, quindi i diritti di pesca.

C’era poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In un tempo in cui era molto forte il flusso dei pellegrini diretti alla Montagna dell’Angelo, si avvertiva il bisogno di hospitia: ecco perché lungo le direttrici per Monte Sant’angelo fu costruita una rete di monasteri che ebbero più o meno fortuna. Ricordiamo quelli di San Giovanni de Lama, in San Marco in Lamis dell’XI secolo bizantino, di San Giovanni in Piano, nei pressi di Poggio Imperiale, anch’esso dell’XI sec. e bizantino,  di Santa Maria (Lesina), Santa Barbara e San Bartolomeo, Santa Maria e Sant’Andrea, Santo Stefano, Santa Maria di Tremiti. … . C’era inoltre la presenza di ordini agostiniani e pulsanensi, come attestano San Leonardo di Lama Volara nei pressi di Siponto (agostiniano), San Giovanni di Pulsano (da cui dipendevano gli insediamenti monastici di San Giovanni di Varano, San Pietro in Cuppis  (in territorio di Ischitella).

 

 

Grotta di San Michele di Cagnano Varano

 

In epoca medievale, la via veteres che passava per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituì un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allacciava i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e dato che allora molto vivo il culto per il principe delle milizie celesti. San Nicola Imbuti era dunque una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, incrementavano il patrimonio della Casa di Santa Maria di Tremiti. Si è ipotizzato infine che la forte presenza dei monaci nelle aree sopra citate fosse legittimata da motivi politici, legata al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia era a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) era popolata da genti proveniente dai Balcani,  che in entrambi i casi si nota la presenza di celle. 

 

In età moderna

Ad informarci del monastero di San Nicola Imbuti nel sedicesimo secolo sono due monaci veneti: Benedicto Cocharella e Timoteo Mainardi dell’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, che hanno retto il Monastero di Tremiti dopo i Cistercensi, a partire dal 1412. Tremiti era allora porto sicuro e fonte di approvvigionamento per chi attraversava il mare, scalo di tutte le navi provenienti da Venezia e dall’altra sponda dell’Adriatico. Nei pascoli delle pertinenze afferenti alle decine e decine di celle disseminate qua e là lungo l’Adriatico si praticava la cerealicoltura, la viticoltura e l’oliviticoltura, mentre sul lago si continuava ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare.

 

Di San Nicola, Cocharella descrive l’ambiente, la flora e la fauna,  si sofferma sulla qualità dei pesci (anguille e capitoni soprattutto), sul diritto della chiesa dell’Imbuti di esigere la decima parte, come antica consuetudine, sull’industria di essiccazione del pescato. “Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, cioè dei luoghi vicino al mare in un lago stagnante, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati”. Il lago era appetibile anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli che giungevano in questi luoghi sostandovi d’inverno. Questo specchi d’acqua era fonte lucrosa anche per i suoi pascoli: l’intera Isola Varano, allora pertinenza dell’Imbuti,  soprattutto nella stagione dell’inverno, era infatti adibita al pascolo degli animali ovini, bovini, equini.

 

Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i beni di Kàlena cominciarono però ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico e d’Ischitella vollero appropriarsene. Il Mainardi cita i Turbolo, che- come si legge nel doc. del 1584-, usurparono ingiustamente i pascoli e gli erbaggi anche nell’Isola dell’Imbuti, sul lago Varano, restringendo fortemente i confini. Le pretese dei feudatari sulle pertinenze dell’Imbuto e sulla laguna cessarono finalmente con le leggi eversive della feudalità, allorché ai pescatori fu restituito il diritto di pesca. Probabilmente la via veteres era attraversata anche dalle greggi dei locati abruzzesi, destinate ai pascoli invernili di Cagnano e di Carpino, a seguito della transumanza obbligatoria voluta dall’aragonese re Alfonso I. Una lunga tradizione orale riferisce, infatti, dell’esistenza di un antico tratturo di sessanta passi, il quale pare costeggiasse questa parte della laguna.

 

Tra 1700 e 1900           

Nel catasto onciario 1750, voluto da Carlo III di Borbone re di Napoli, riguardo al soppresso convento di San Nicola dellImbuto, si legge:

Il venerabile convento soppresso di San Nicola dellImbuto sistente nel tenimento e giurisdizione di questa terra di Cagnano posseduto dai canonici regolari Lateranensi sotto il titolo di Santa Maria di Tremiti della grancia del convento del Carmine della terra di Vico rivela il parroco don Pietro Salvi abbate dei medesimi, come procuratore della medesima, la quale terra possiede in questa [...] beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria di Puzzacchio situata nel lido di esso Convento suppresso 6 miglia distante da questa terra alla terra del lago verso ponente, confinante col suddetto lago e difesa di San Giacomo e territorio di San Nicandro, rendita annua ducati 100 compresi li Puzzacchi, Palude e Porto, sono 383,10;

Possiede una difesa boscosa tra San Nicandro e Cagnano detto San Nicola dellImbuti affittata ancora ad uso di manna e da far pece, che confina da levante col demanio dIschitella detto li titoli di Paolone, da tramontana col lido del mare di ponente, mezzogiorno e levante con terreno di questa terra, difesa di San Giacomo, lago Varano, e San Nicandro, la quale è stata compassata di carra 215 con lassistenza di fra Marco Antonio da Milano procuratore di S. Casa secondo dal libro dellapprezzo di rendita ducati 700 per lerbaggi e il poi per la fida della mamma a ducati 300, che in tutto sono ducati 1000 iuxta la liquidazione fatta cifra, che ne ricava annui once 3333.10;

Possiede terre seminative alli Coccioliti passa 25, allAria piccola passa 30, allAria grande passa 38, alla Vadicocca passa 29, alla Vadiorlando passa 60, alla mezzana del Punito versure 2, a Vadivina passi 30; in tutto [dindustrie e di beni]once 3848.20

 

Dal catasto murattiano, fatto realizzare dal nuovo regnante francese Gioacchino Murat, apprendiamo che il Convento soppresso san Nicola dellImbuti, possedeva 4300 versure allocate nella sezione di campagna C, ovvero Difesa di Ponente, corrispondenti ad una rendita imponibile di ducati10320 [la più elevata]. Questa difesa risultava allora venduta, il verbalizzante annotava, però, che i contratti erano sospetti.

 

Quando la badia di Tremiti cessò la sua agonia,  il tenimento di San Nicola fu venduto ai Forquet, signori di Napoli, quindi l’area prospiciente il lago divenne demanio Marittimo e  della Difesa dello Stato, che vi edificò l’idroscalo, per contrastare gli attacchi aerei provenienti dalla marina austriaca, appostata a Cattaro, sulle sponde della Iugoslavia, mentre i terreni adiacenti – cessato il conflitto- passarono in mano a privati e/o usurpatori.  

 

 

L’Imbuti: quale futuro?

Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU, società di trasformazione urbana, intenzionata a realizzare un villaggio turistico, utilizzando anche una notevole parte del Puzzone, progetto che attualmente vive una probabile una fase di ripensamento. E’ giusto ribadire con voce forte e chiara che gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti vanno restaurati, per non cancellare questo luogo che è nella memoria dei cagnanesi e degli italiani; inoltre, ritengo opportuno che l’operazione debba essere funzionale anche all’occupazione, di cui i cittadini sono tanto bisognosi; vorrei aggiungere infine che, come cittadina di Cagnano, sarei molto dispiaciuta se le tracce dell’ex monastero venissero cancellate, mentre riportando questa e altre celle all’antiche fattezze, inserendole in un percorso turistico culturale-religioso, che potremmo intitolare per cellas cassinenses, gli edifici potrebbero concorrere alla crescita culturale ed economica del Gargano, non solo di Cagnano Varano.