Profil de LeonardaDina CrisettiPhotosBlogListesPlus ![]() | Aide |
|
|
27 décembre Cagnano Varano com'era, (da un manoscritto anonimo)A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano. La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggiore fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano. L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento. La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro. Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione, che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni. Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni. Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno. La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta. Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro. Dopo la giornata di lavoro, a passo molto svelto, le donne tornano a casa per preparare il pranzo o consumarlo il più delle volte già preparato a base di legumi e, per sbrigare tante altre faccende. In ogni casa si allevano le galline per il consumo delle uova della famiglia e per venderle. I compratori girano nel paese, in periodi di lavoro, di sera o di primo mattino, avvertendo del loro passaggio col grido: "Chi te’ l’ova? (chi tiene le uova?)", che vanno, poi a vendere in città. Anche l’olio, il petrolio per l’illuminazione vengono venduti per le strade. Il suono delle campanelle avverte il passaggio delle venditrici di latte o di qualche capraio che, prima di portarsi il gregge al pascolo, fa con esso il giro del paese, per vendere il suo latte, che è preferito perché munto davanti all’acquirente e darantito della genuinità. Tipico è l’abbigliamento dei pastori: calzoni aderenti, lunghi fino al ginocchio, sulla camicia un gilé di stoffa d’estate, mentre d’inverno è sostituito da uno lungo, fatto di pelle di capra o di pecora. Ai piedi calzano gli scarponi, detti anche “zampitti”, specie di sandali legegri e impermeabili fatti dalla pelle di vacca e tenuti legati da funicelle, ricavate dal pelo di animali. D’estate non manca la neve per rinfrescare l’acqua, il vino, preparare bibite e per coprire il pesce da spedire. Due fratelli forestieri sono specializzati nel riporre la neve caduta in inverno in fossati scavati nel terreno. Anche i negozianti di maglie, stoffe, lo stagnino, il ramaio girano nel paese ad offrire la loro mercanzia ed il capillaro, che baratta i capelli e vende lucido, fili, aghi, spilli, bottoni, fettucce e tanti altri piccoli oggetti, contenuti in una cassetta appesa al collo. Non manca, di tanto in tanto, il nero spazzacamino.
Forse la maggiore fonte di benessere viene dal lago. In esso, a seconda delle stagione,s i pescano svariate qualità di pesci, tra i quali: grugnaletti, alici, gamberi, sarde, triglie, mazzoni, tupparelli, agoni, solgiole, cefali, spinole, corvi, orate, diverse speci di anguille (pantanine, maretiche), capomazzi, capitoni tanto richiesi su tutti i mercati d’Italia, specialmente per il pranzo magro della vigilia di Natale, di Capodanno e dell’Epifania. In appositi allevamenti detti “giardini” vengono coltivati i mitili o cozze nere, tanto gustosi, in qualsiasi maniera preparati. In vicinanza del santo Natale, la pesa del pescato venduto all’ingrosso viene effettuata sul Corso Giannone. Le folaghe, i mallardi e gli altri uccelli acquatici, oltre a costituire oggetto di pesca, richiamano, ogni anno, nei mesi invernali, comitive di cacciatori paesani e forestieri per le cosiddette “mene alle folaghe”, battute di caccia nel lago. Si svolgono così: “Ogni cacciatore prende posto in un sandalo, piccola imbarcazione usata, spinta a forza di remi. Ogni sandalo, guidato da due pescatori, va alla ricerca delle masse dei volatili posati sulla superficie dell’acqua. Tutti insieme la circondano. Quando hanno raggiunto il loro posto, imbracciano il fucile per essere pronti a sparare i volatili messi in volo al primo colpo sparato dal capocaccia. Gli animali colpiti cadono e vengono raccolti dai pescatori per dividerli, poi, coi cacciatori. Questi, oltre alla cartucciera ben fornita di colpi, portano la provvista di sigarette per loro e per i pescatori, contribuiscono alla preparazione di un buon pranzetto che consumano, tutti insieme, all’aperto, sulle rive del lago in grande armonia”. I pescatori, per raggiungere il lago, percorrono ogni giorno, a passo marziale, alcuni chilometri di strada, in salita al ritorno, portando sulla spalla una bisaccia con l’occorrente e, sopra essa, glis tivaloni di gomma alti fino all’inguine. Quando l’azzurro del cielo è nascosto da nubi e v’è minaccia di pioggia, i pescatori , che s’intendono delle variazioni del tempo, vi aggiungono l’impermeabile. Questo indumento viene confezioanto in paese con il telone, stoffa grezza molto compatta, adoperata generalmente per la prima fodera dei guanciali e materassi di piume. Detta stoffa la si rende impermeabile passandovi su col pennello una miscela di olio di lino e tuorli d’uova ben amalgalata che dà una tinta giallina all’indumento.
La popolazione, in genere, è brava gente. Però non frequenta assiduamente la Chiesa, non rispetta sempre il giorno festivo dedicato al Signore. Non vi sono cinema o altri ritrovi. Alcuni bar, le osterie pullulano di uomini e questi, spesso tornano a casa avvinazzati, dando luogo a scene raccapriccianti, bestemmie, turpiloquio, tormentando le donne che hanno sfacchinato tutto il giorno. Le donne del popolo vestono un’ampia gonnella aggrinzata alla cintura. Su questa un grembiulone, un giacchetto a vita, abbottonato sul davanti. Portano in testa il “tuccato”, fazzoletto legato a fioccco sulla nuca, per lo più bianco con disegni vari. Calzano pianelle. Si riparano dal freddo col “pannuccio”, panno di lana colore nero, marrone, blu, o a fasce variopinte tessute ai telai paesani. Le più giovani e quelle di classe più elevata usano scialli di lana con frangie di vari disegni e colori, acquistati nei negozi o da venditori ambulanti. Nei corredi delle spose si dà lo scialle nero. Solo le signore, le impiegate portano i cappotti, i cappelli, le sciarpe. Anche il corredo delle spose è in parte tessuto dalle tessitrici locali, molto provette nel tessere coperte di lana, cotone, lino, sevizi da tavola, asciugamani. Le bisacce dei pescatori, dei contadini, i mantelli in uso, i vestiti invernali degli uomini sono anch’essi prodotti dai telai locali.
La lavorazione delle reti da pesca costituisce buona fonte di guadagno per le donne e per le ragazze. Chi passa nel paese le vede in gruppo, sedute nelle strade, compiere il lavoro con molta destrezza ed agilità, spostarsi secondo il cammino del sole nell’estate di ombra in ombra alla ricerca di un alito refrigerante, nell’inverno, invece, del tiepido raggio di sole. L’aspetto delle donne, in genere, non è quello di personeben curate. Trascurati anche i bambini e le case per un complesso di motivi. Manca l’acquedotto. La donna è costretta a fare dei chilometri per andare a prendere l’acqua dai pozzi in campagna, servendosi di barili di legno, di conche di rame, di vasche di zinco che porta sulla testa. In parecchie case, in paese, vi sono le cisterne, che raccolgono l’acqua piovana dai tetti. Quest’acqua, però, non è buona da bere e non tutti possono permettersi il lusso di pagarla ai proprietari delle cisterne. Il bucato ne richiede parecchia e molto lavoro. Si ammannisce prima l’acqua. Si mette a bagno la roba. Si lava una prima volta. Poi si fa bollire dell’altra acqua per la liscivia. Per questa si adopera la cenere fatta cuocere ed imbiancre nel forno. Dopo averla fatta bollire per un po’, la liscivia si versa nel tino contenente la biancheria, facendola passare attraverso un panno spesso, che trattiene la cenere. Il giorno dopo si rilava la roba, si risciacqua, si va a stenderla sull’erba fuori dell’abitato. Quando non è completamente asciugata, si piega, si stira ben bene con le mani, si fa riposare un po’, si ridistende, per farla finire di asciugare. Così non ha bisogno di essere stirata. Per la stiratura, comunque, si usano ferri da stiro di ferro o ghisa tutti di un pezzo col manico, che si scaldano sui carboni; un secondo tipo che ha il coperchio e nel vuoto si mettono i caroni accesi. Non so perché li chiamano “ferri a vapore”! Anche la fattura del pane è un’operaziona lunga e faticosa. Non vi sono forni pubblici. Solo tre donne fanno il pane per i negozi, per soddisfare i forestieri e coloro che vogliono mangiarlo fresco. In quasi tutte le case vi è il forno. Bisogna prima provvedere la legna. Scegliere il grano per liberarlo dai semi estranei quali il loglio, la veccia, il “balifone” (semi quanto il grano pieni di terra nera) ed altri. Vi sono tre mulini per trasformare il grano in farina. Tutti hanno un asino munito di campanello al collo, che viene portato in giro per raccogliere il grano da macinare, ma solo pochi si servono di questo mezzo. La maggior parte in ceste molto grandi lo porta in testa al mulino. La farina viene setacciata per separare la crusca. Dalle vicine che hanno fatto il pane si provvede un po’ di lievito. Si ammassa con un po’ di farina, si fa lievitare. Nelle prime ore del mattino, nella madia s’impasta tutta la farina. Ben coperto, il masso ottenuto, si la lievitare. Poi si formano le pagnotte, si fanno ancora lievitare mentre si accende il fuoco nel forno. Quando la legna è consumata si mette a cuocere il pane. Detta operazione occupa metà della giornata. Le pagnotte di quatro-cinque chili ciascuna durano per circa un mese.
Non v’è l’energia elettrica. Le case sono illuminate con lucerne di stagno o terracotta alimentate da olio, da candele, o da lumi a petrolio di stagno, di vetro o porcellana. Per le strade è addetto un uomo ad accendere i fanali. Porta una scala sulla spalla e con una mano regge una latta col petrolio. I lumi sono di stagno con un tubo cilindrico chiusi in un lampione di vetro come un tubo. Ma ai primi colpi di vento i lumi si spengono e ,quando mancano i pallidi raggi lunari a rischiarare i passi dei viandanti, questi si servono di una piccola lanterna ad olio o agitano un “tizzone”, pezzo di legno acceso preso dal camino. Manca anche la fognatura e gli escrementi si vanno a buttare un bel po’ fuori dall’abitato e di mattina presto. Queste le condizioni del paese nel primo quarto di secolo. L’avvento del fascismo porta la ferrovia, l’acquedotto, la fognatura. Una società locale impianta la luce elettrica. Il tenore di vita cambia anche a Cagnano. 25 mars Cagnano Varano, scheda
Reportage introduttivo. Il territorio di Cagnano offre spazi morfologicamente variegati, diversamente colorati, contrassegnati da odori e sapori particolari. Paesaggi fortunatamente ancora poco antropizzati: le amene colline, popolate d'uliveti e mandorleti; le piane coltivate a cereali, agrumi e ortaggi; boschi di carpini bianchi e neri, tigli, aceri, cerri e querce; il profondo gran canyon Vallone di San Giovanni, chiazzato di variopinte orchidee e profumato dalla ormai rarissima rosa canina; l’ampio e suggestivo specchio della Laguna di Varano; l’istmo, che è andato a chiudere l’antico seno, dove allignano le piante resinose del pino marittimo, l’eucaliptus, il mirto, il rosmarino, la gustosa salicornia, … ; e, oltre la duna, il mare Adriatico, dove, nei giorni in cui non c’è foschia, pare di toccare con mano le Isole Diomedee. Le campagne conservano tracce della civiltà contadina: le antiche “vie erbose” delimitate da muri a secco, piscine e trabucchi, casini, casoni, mànere, pagghiare e torri, dai comignoli fumanti, che parlano di recotte, casciarecotte, casckavadde e altri formaggi, tratturi, dove transitano e sostano le greggi per abbeverarsi, realizzati esclusivamente con bianca pietra garganica, retaggio dell’antico sistema della Dogana della mena delle pecore. Nei felici altipiani, i parchi di un tempo, dove i terreni sativi si alternano alle chianche, e, lungo i fianchi dell’alta collina, noci e castagni secolari. Nei pressi della laguna è possibile leggere altre pagine di storia, scritte nel corso dei millenni. Come non visitare, perciò, la grotta naturalissima intestata all’Arcangelo San Michele, meta di visitatori che giungono da ogni parte del mondo? Perché non sostare nei locali dell’ex idroscalo di San Nicola Imbuti sul Varano? Perché non partecipare ad una lezione sul campo, osservare abitazioni, indumenti e attrezzi del pescatore, modi e tecniche della pesca e della lavorazione delle cozze? Nel territorio di Cagnano convivono, infatti, culture diverse, le più antiche prodotte dall’uomo: la civiltà della pesca e quella contadina, le quali, col tempo, hanno forgiato il carattere laborioso, tenace, ostinato degli abitanti del luogo, le donne in particolare. Come resistere, infine, alla curiosità di fare una passeggiata per le viuzze dell’antico borgo? Luogo, questo, in cui, insieme alle bianche e piccole case, che si addossano le une alle altre come le galline nella stia, spiccano alcune emergenze: la chiesa madre, la casa del barone e diversi palazzi gentilizi, dimora di quei cagnanesi, che si sono affacciati alla storia al tramonto dell’età feudale.
· Scheda dati Popolazione residente 7800 cagnanesi Altitudine m. 165 s.l.m. Superficie kmq. 158,75 CAP 71010 Distanza da Foggia km. 84 Municipio via A. Moro,1 tel. 0884. 854701 fax 0884-8463 e-mail servizisociali@comune.cagnanovarano.sg.it Pro Loco Largo Chiesa Madre, e-mail geomatteo@alice.it Guardia Medica via Dante, 42 tel. 0884. 8127 - 855211 Carabinieri via Delle rose tel. 0884. 8110 - 89187
· Mitologia e storia Cagnano è un centro abitato del Gargano Nord, della Comunità montana e dell’Ente Parco nazionale del Gargano. C’è chi pensa che il termine derivi da “Canius”, nome gentilizio romano, chi da “Ca Janum”, casa di Giano, il cui culto era diffuso nel Gargano. Il casale “Canyanum” era sicuramente vivo nell’Altomedioevo, ma il suo territorio presenta insediamenti ascrivibili alla Preistoria. Meritano attenzione le località: Vadovina con tracce del Paleolitico Inferiore; Grotta di San Michele Arcangelo (Musteriano); i siti Arena Daniele e Giardenera, con ipogei paleocristiani ben conservati. Un Diploma dei principi longobardi Landolfo I e Landolfo IV, nel 969, assegnò il feudo di Cagnano in beneficio al santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo. Il feudo fu poi amministrato da baroni normanni. All’epoca degli Svevi e degli Angioini, Cagnano fu compreso nell’Honor Montis Sancti Angeli. Passò, in seguito, nelle mani di diversi signori feudali: Della Marra, Di Sangro, Mormille, Loffredo, Nava, Vargas e Brancaccio. Con Giulia D’Aiello, nel 1630, acquistò il titolo di ducato. Lo stemma raffigura uno scudo con pastorale in campo azzurro e rosso, sormontato da una corona ducale. Nel 1806 con le leggi eversive della feudalità, il comune, come ogni università del regno di Napoli, fu amministrato dai francesi. Al momento dell’Unificazione (1862), a Cagnano, cittadina del regno d’Italia, fu aggiunto Varano, “in memoria della cittadina esistente in passato sulle rive della laguna omonima”. Nel periodo post-unitario, le condizioni di vita peggiorarono, come in altri paesi del Mezzogiorno. L’economia riprese quota dal primo decennio fascista, ma negli anni del secondo conflitto il paese ripiombò nella miseria, per risorgere negli anni sessanta, sia grazie ai proventi dell’emigrazione, sia in seguito alla bonifica del Varano. Da oltre un decennio si assiste, invece, ad un calo delle nascite e della popolazione residente, che migra al nord.
· Marchio di Capitanata Cagnano vanta il possesso del più vasto impianto europeo di cozze. Fin dal Medioevo le rinomate anguille -“capetune” e “capemazze”- del Varano erano esportate in tutto il Sud d’Italia. Già i benedettini, che abitavano la cella dell’Imbuti, utilizzavano le uova di cefalo per fare la bottarga, il caviale nostrano, un prodotto che, insieme alle cozze e alle anguille meriterebbe il marchio Capitanata. I turisti che frequentano la zona apprezzano moltissimo anche i formaggi: “casckavadde” e “casciarecotte” .
· Personaggi Nicola d’Apolito (1815-1862), “l'aquilotto garganico, uno dei più sottili innovatori della moderna tecnica operatoria", colui che “battendosi con tenacia e per amore della scienza, schivando gloria e onori, additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini dell'arte chirurgica”.
Carmelo Palladino, avvocato (1842 – 1896), amico di Bakunin e di Engels, collaborò con diversi esponenti del movimento internazionalista, fu tratto in arresto e prosciolto, scrisse diversi saggi.
Chiesa madre si affaccia sull’antica piazza, che essa domina con la sua facciata e con la torre campanaria. Il 1676 fu consacrata, sotto l’invocazione di Santa Maria della Pietà, e nel 1758 fu elevata a collegiata. Oggi presenta i caratteri di stile tardo barocco, ha una bellissima orchestra fisarmonica situata sul pronao, che domina la navata e l’abside, e un coro ligneo settecentesco. Palazzo baronale dimora dei signori feudali, prima “castrum”, di probabile origine normanna, fu rimaneggiato tra XVII e XVIII secolo, dopo che il feudo era diventato ducato. Si narra che il principe vi esigesse lo "jus primae noctis". Convento e chiesa di Santa Maria delle Grazie dei Padri Riformati francescani, fuori le mura, rispettivamente nel 1724 e nel 1735, con facciata che prospetta su Piazza Giannone, di fronte alla Cappella di San Cataldo. Dopo la soppressione (1866), i locali del Convento furono adibiti a pretura mandamentale e a municipio. Museo Giannetta: nato dall’iniziativa di un privato, il museo raccoglie numeri reperti, testimoni della civiltà contadina e della pesca.
La Laguna di Varano abbraccia Cagnano, San Nicola Imbuti, Bagno, Carpino, Ischitella, Irchio, il Crocifisso, le Foci. Vanta attrezzi e manufatti contestualizzati, coste morfologicamente variegate, rive animate dai pescatori, popolate da giunchi e canneti, ove nidificano folaghe, alzavole, germani reali, svassi, aironi e garzette, fondali profondi e fresche sorgenti, dove amano raccogliersi spigole, orate, cefali e anguille, alici e mazzoni, gamberetti e japonicus, catturati con la pesca fissa, vagantiva e subacquea. Da qualche anno è possibile perlustrarla anche sul catamarano. L’Isola Varano, con pineta, sul versante del mare, ove sono lunghe e larghe spiagge non affollate, e, l’ambiente dello stagno retrodunale e del canneto, con salicornia, cannuccia e limonio, su quello della laguna. La Foce di Capojale con il porto e i pescherecci e, in mare, gli impianti della mitilicoltura. I parchi di Romingero, Selvapiana, Gioffo, offrono a chi, con il pretesto di cercare asparagi e cicoria in primavera, finocchio selvatico e origano in estate, funghi in autunno, porta a casa un bottino di strepitose immagini: lì una rara orchidea, qua un ovile, là due bisce nere che danzano e giocano presso il tronco contorto e rugoso di una quercia centenaria. Grotta di San Michele, tra natura e cultura, è il luogo del culto micaelico. Originata dal carsismo, si presenta come una grande sala, le pareti con tante nicchie, che si restringe nella parte terminale, dove è “la pozza di Santa Lucia”, alimentata dallo stillicidio delle rocce, in cui i pellegrini, l’8 maggio, attingono acqua miracolosa per la vista. Sull’al’altare maggiore è la statua dell’“eroe a cavallo” dell’immaginario collettivo. L’Arcangelo, prima di arrivare a Monte Sant’Angelo, vi si sarebbe fermato, per lasciare i suoi “pignora”: l’impronta dell’ala e quella dello zoccolo del suo cavallo. Ogni giorno vi giungono visitatori. Diversi pellegrini hanno lasciato traccia di sé in parecchi graffiti.
“Lu Caùte”, il nucleo più antico del centro storico di Cagnano, è interessante per le sue stradine, strette e acciottolate, per i profferli e per le case in gran parte addossate le une alle altre, dipinte rigorosamente di bianco. Il corso Giannone, lungo, largo, maestoso viale che attraversa quasi tutto il paese.
“Cice e ndròccele menuzzate” “Maccarune e ffògghje” “Panecotte” “Mulegname a rrechjine” “Gadducce a rrechjine”
“Gnidde spaccate pe lu sciurefenocchje” “Vavose o grugnalètte a rraganate” “Pesce a panenfusse” “Cèfele pe li spaghètte” “Pepata di cozze” “Còccele a nzalata” “Sècce e pesidde”
Martedì grasso, Carnevale a cura della Proloco. 19 marzo San Giuseppe, falò nei vari quartieri, balli, canti e abbuffate. Prima domenica dopo Pasqua, festa della Madonna de lu Rite, passeggiata nei pressi della chiesetta, celebrazione eucaristica e degustazione della “palomma”. Terza domenica di maggio, Maratona del Gargano, a cura della “Stracagnano”. 8, 9 e 10 maggio: festa dei Santi Patroni Michele e Cataldo: fiera del bestiame (7 maggio), visita alla grotta, celebrazione eucaristica e fuochi pirotecnici (8 maggio), gioco della secchia, palo della cuccagna e corsa dei cavalli (9 maggio); processione solenne nel giorno di S. Cataldo e serata musicale. 16 luglio Madonna del Carmine. Primo sabato di agosto, Sagra delle cozze a Foce Capojale, a cura della Proloco. 13 agosto, Sagra del pesce al centro storico “Lu Caute”, a cura della parrocchia Santa Maria della Pietà. 8 settembre, Madonna delle Grazie.
Saluti da: Spicchio di luna Sovrasta il nero lago Dall’acque salse Culla d’orate e cozze D’anguille e capitoni. (versi del poeta Vincenzo Campobasso)
Per altre informazioni: LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano varano, centro storico, economia, salute, costuni, società, Acropolis Manfredonia 1999; LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La grotta di San michele e dintorni, Itinerari lungo la laguna, Acropolis Manfredonia 1999; LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, Grenzi Editore, 2001; LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, e storie di vita contadina, Centro Grafico francescano, 2004; LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, L'agonia feudale e la scalata dei galantuomini, Cagnano Varano: l'Onciario, il Murattiano, le Questioni demaniali, Edizioni del Rosone 2007.
29 décembre Cagnano Varano, cenni storici
CAGNANO VARANO, cenni storici
Cagnano è un centro abitato del Gargano Nord. Inizialmente era conosciuto coi toponimi Canianum, Canyanum, Caniani, Caniano, quindi Cagnano. Il primo giorno del mese di settembre del 1862 fu proposto e approvato dal Consiglio presieduto dal sindaco, don Gennaro De Monte, che a Cagnano fosse aggiunto Varano, conoscendo per tradizione verbale, che esisteva a non molta distanza da questo comune, l’antica città denominata Varano, dalla cui distruzione ne è venuto l’origine di questo comune, come pure quello di Carpino e di Ischitella, perciò concordemente delibera che a questo Comune, al nome di Cagnano si aggiunga quello di Varano, che si dica Cagnano Varano.
Il casale Canjanum era già vivo nell’Altomedioevo, tuttavia nel territorio di Cagnano dalla Preistoria all’età di mezzo si sono succedute diverse comunità, le quali abitarono caverne, capanne e costruirono villaggi. Si tratta di gruppi stanziati sia dalla parte montana, a sud e ad est dell’abitato, sia lungo la costa meridionale dell’attuale laguna di Varano, un tempo un golfo, il sinus Urias di Pomponio Mela. Ricordiamo:
· Vadovina (da vadus e ovis, lett. passaggio della pecora), a circa 3 km a nord-est del centro abitato, uno dei primitivi insediamenti umani, con resti litici di forma grossolana risalente al Paleolitico inferiore (tra 1 milione e 700 mila anni); · Grotta di San Michele Arcangelo, a 3 Km da Cagnano Varano, risalente al Paleolitico (Musteriano); · Cava la Rena, a nord-ovest della laguna di Varano, nei pressi della foce di Capojale, dell’età del Bronzo; · “Aggere in Coppa Castedd”, conosciuto localmente col toponimo “Cast’ddara”, tra Bagno e Grotta di San Michele, con tracce del Neolitico e del Bronzo; · Complesso ipogeico preistorico con tombe caratteristiche “a bisaccia” e paleocristiane sul poggio di Bagno, a Sud della laguna; · Insediamenti romani e longobardi nella piana Cagnano- Carpino, nelle località Guado San Pietro, Piano, Pineto e Avicenna, oggetto degli scavi archeologici del 1953; · Fara longobarda nei pressi di San Nicola Imbuti; · Baranum, Bayrano, quindi Barano e poi Varano, nei pressi dell’attuale Crocifisso; · San Nicola Imbuti, detto anche San Nicola Varano, con “castrum” e “cellam” benedettina dell’XI secolo, ad ovest della laguna; · Vadoiannina ( da vadus Janus), a circa 2 km ad est di Cagnano, con tracce relative all’epoca romana insistenti su antecedente insediamento litico; · Pagliettola, situato a circa 400 m s.l.m., nelle immediate vicinanze di Vadoiannina, di età del Bronzo; · Romingero, a circa 4 km a sud di Cagnano in prossimità di valle Fedele, di epoca romana. · Arena Daniele e Giardenera, dove sono tuttora presenti interessanti ipogei paleocristiani, a sud-est dell’abitato. Alcune delle suddette comunità erano preesistenti, altre coeve e qualcuna posteriore a quella che viveva nel centro storico di Cagnano Varano denominato “Lu Caut”. Probabilmente le origini di Cagnano risalgono all’epoca tardo-romana, come lascerebbe supporre lo studio etimologico. Le ipotesi più accreditate fanno derivare “Canjanum” da “Canius”, nome gentilizio romano, o da “Ca Janum”, casa di Giano, il cui culto era diffuso nel Gargano. A sostegno di quest’ultima ipotesi sarebbe anche il toponino Vadus Jannina. La fonte più antica datata è un Diploma dei principi longobardi Landolfo I e Landolfo IV, col quale nel 969, il feudo di Cagnano fu assegnato in beneficio al santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo. Il feudo fu poi amministrato da baroni normanni. Nel 1095 era infatti signore e padrone di quasi tutto il Gargano il conte Enrico. Con un suo diploma, Cagnano divenne suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama, oggi San Matteo. Nel 1177 Cagnano entrò a far parte delle terre a servizio della regina Giovanna, sposa del re Guglielmo e figlia di Enrico II, re d’Inghilterra, della stessa stirpe normanna. Si segnala la cospicua eredità lasciata dai Longobardi, attestata da alcuni costumi locali, ad es. dalla dote che ricevono ancora oggi dalle famiglie i giovani sposi, dal culto di San Michele e dalle numerose edicole dedicate all’Arcangelo, dalle vie, dalle chiese, dalla grotta, da tanti cittadini battezzati a suo nome. Durante le dominazioni Sveva e Angioina, Cagnano era compreso ancora nell’Onore di Monte Sant’Angelo. Nel XIII secolo, oltre al casale “Caniani” c’era un “castrum Caniani”. Dal 1326 al 1482 il feudo di Cagnano fu dei della Marra. Alla fine del medioevo (1492) le terre di Cagnano e di Carpino passarono al napoletano Giovanni di Sangro, per essere concesse nel 1497 dal re Ferdinando d’Aragona a Troiano Mormille. Nel 1526 tale feudo fu venduto ad Antonio Loffredo per 38.000 ducati. Dai Loffredo, passò nel 1596 ai Nava. Quindi se ne impossessò la famiglia Vargas. Nel 1628 Alfonso de Vargas vendette a sua suocera, Giulia D’Aiello, per ducati 10 mila il feudo di Cagnano, che nel 1630 acquisì il titolo di ducato. Lo stemma di Cagnano viene attribuito alla famiglia d’Aiello. Esso comprende uno scudo con pastorale in campo azzurro, (e forse anche rosso), sormontato da una corona ducale. Ai Vargas seguirono i Vargas-Cussavagallo nel 1732, quindi il feudo passò ai Brancaccio, ultimi signori feudali. Nel 1806, con Giuseppe Bonaparte furono cancellati i vecchi privilegi e, al momento dell’Unificazione, Cagnano divenne comune del Regno d’Italia. Nel 1862 a Cagnano fu aggiunto Varano, in memoria della cittadina esistente in passato sulle rive della laguna. La laguna di Varano, per tre quarti compresa nel territorio di Cagnano, con i suoi prodotti, con la sua storia e con la sua bellezza, costituisce uno dei più rilevanti punti di forza di questo paese garganico.Il centro storicoIl nucleo più antico del centro storico di Cagnano, “Lu Caut”, è indubbiamente interessante per le sue stradine, strette e acciottolate, per i profferli e per le case in gran parte appollaiate le une alle altre, simili a “buchi” incavati nella roccia, dipinte rigorosamente di bianco. Nel centro storico spiccano alcune emergenze architettoniche costituite dal Palazzo Baronale, dalla Chiesa Madre, dall’Ospedale, dalle Case Giornetti, Petruzzelli, Russi, Sanzone, Curatolo, Tedeschi e De Monte. Questi palazzi gentilizi si distinguevano rispetto alle restanti umili dimore, per i loro portali, farmacie, stemmi e per la loro imponenza.
Attenzione particolare merita il Palazzo baronale, che per diversi secoli è stato dimora di baroni e principi, sicuramente dei Vargas e dei Brancaccio. Di probabile epoca normanna, ma sicuramente angioina, all’origine dovette essere utilizzato come luogo di difesa, “castrum”. Fu rimaneggiato più volte fino ad assumere l’aspetto attuale. Tra il XVII e il XVIII secolo infatti il castro divenne Palazzo residenziale dei feudatari. Si tramanda che i nobili esigessero lo “ius primae noctis”. Merita attenzione anche la Chiesa matrice, Santa Maria della Pietà, che si affaccia su un’antica piazza, dominando con la sua facciata e con l’alta torre campanaria. Il din-don dell’orologio della torre per lungo tempo ha invitato i cittadini alla preghiera e al lavoro, scandendo i ritmi della giornata, e, quando le famiglie cominciarono ad avvertire la sete di sapere, sollecitò i bambini ad andare a scuola.
Si pensa che nell’ edificio più antico si officiasse già nel 1325, mentre il 25 gennaio 1676 la Chiesa Madre fu consacrata, Santa Maria della Pietà’, dall’arcivescovo Vincenzo Orsini, eletto poi papa, col nome di Benedetto XIII. Negli ultimi due secoli Cagnano Varano si è evoluto lungo i corsi Umberto, Roma e P. Giannone. Su quest’ultimo si affaccia il settecentesco convento dei Padri Riformati Francescani, ora ex municipio, con l’interessante chiostro.
Ai piedi del centro storico, in direzione sud, è sito il vecchio convento di San Francesco, del 1300, voluto dallo stesso frate di Assisi. Il sito era un crocevia importante, stazione dei pellegrini e viandanti, che vi giungevano anche dopo aver visitato la Grotta di San Michele, in Cagnano Varano, per poi dirigersi verso Monte Sant’Angelo, San Matteo, San Giovanni. Tra il 1600 e il 1800 l'abitato di Cagnano, sebbene coincidesse ancora sostanzialmente con “lu Caut”, aveva già sviluppato i nuclei del Casale e della cosiddetta via Media (corso Roma).
Nel XVIII secolo iniziò lo sviluppo urbanistico lungo via Coppa ( così detta perché sita nella parte più elevata del paese) e via Mercato, luogo di esposizione dei prodotti e, in seguito, di sosta della rinomata fiera. Esse costituiscono il primo tratto dell'invidiabile Corso Giannone, dedicato al famoso giurista e letterato illuminista di Ischitella.
Personaggi Cagnano ha dato i natali a personaggi noti oltre i confini nazionali come il chirurgo Nicola D’Apolito, inventore della sutura delle ferite, definita “a tempo” o “alla D’Apolito”, e Carmelo Palladino, uno dei primi socialisti internazionalisti e anarchici, compagno di Bakunin, di Cafiero e Malatesta.
|
|
|