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10 août

Delicato trapianto di fegato del chirurgo Matteo Donataccio

 

Appresa la notizia mi sono messa in contatto con il dottor Matteo Donataccio, esprimendogli le congratulazioni mie e dei nostri compaesani per il suo successo professionale, chiedendogli notizie più precise riguardo al trapianto.

Il 4 agosto 2008, il chirurgo mi scrive:

Cara Dina 

scusa il ritardo, ma considerando che la notizia non era più del tutto "fresca", ho preferito darti la comunicazione definitiva relativa al caso clinico e cioè la conclusione della vicenda medica con la dimissione del paziente.

Il paziente, un giovane di colore di 31 anni, nativo dell'Angola e sacerdote diocesano, era ammalato di cirrosi epatica virale complicata da tumore al fegato. Inoltre il paziente era affetto da tubercolosi polmonare che gli aveva pressoché distrutto un polmone: tale condizione controindicava il trattamento trapiantologico in quanto il polmone danneggiato dalla tubercolosi con la formazione di cavità al suo interno è a notevole rischio di infezione. La mortalità dopo il trapianto nel primo anno, è prevalentemente causata da complicanze infettive. Abbiamo quindi studiato una strategia di trattamento che ha avuto come prima fase l'obiettivo di frenare la progressione del tumore, successivamente abbiamo proceduto all'intervento di asportazione del polmone ammalato e quindi dopo sei mesi di terapia per curare la tubercolosi, abbiamo proceduto al trapianto di fegato.

L'importanza dell'evento consiste nella complessità della strategia terapeutica che si è riuscito a portare a termine e nella delicatezza dell'intervento chirurgico del trapianto che per la prima volta veniva eseguito in un paziente con un solo polmone,  non esiste nessuna esperienza precedente riportata nella letteratura medica mondiale. Ovviamente il trapianto ha comportato un carico di ansia e di responsabilità notevole, essendo la prima esperienza mondiale e non avendo riferimenti per poter confrontare il trattamento. Il tutto si è svolto nel migliore dei modi. Il trapianto è stato ideale senza necessità di trasfusioni intraoperatorie, particolare questo importantissimo e difficile da ottenere, il decorso postoperatorio è stato molto più complesso e solamente domani, dopo due mesi di ricovero, il paziente sarà dimesso. Questa esperienza risulta rilevante in quanto apre nuove prospettive nell'ambiente trapiantologico, in quanto fino ad ora la condizione di monopolmone rappresentava un limite alla possibilità di procedere al trapianto.

La notizia della dimissione del paziente la ricevi in anteprima.

Riguardo alle altre curiosità, il dottor Donataccio conferma che tra i giochi dell’infanzia c’era anche quello del dottore, a dimostrazione del fatto che la sua professione ha assecondato le attitudini naturali.

Ritiene che il contesto socio-familiare non abbia influito in maniera rilevante sulla sua scelta, se non per la possibilità di scegliere una strada lunga e difficile, peraltro percorsa senza ritardi e rinunciando a tutto il resto.

In futuro spera di continuare ad esercitare la sua professione sempre con lo stesso entusiasmo e con la voglia di migliorare ogni giorno le sue conoscenze ed il suo operato.

 

 

Chi è Matteo Donataccio?

 

 

Cenni biografici e contesto

Matteo Donataccio, dai compaesani conosciuto col vezzeggiativo Teuccio, nasce a Cagnano Varano (FG)  il 17 agosto 1951, da Domenico, insegnante, e Nunzia Ferrante, donna dedita alla famiglia. Consegue la maturità classica al liceo di San Severo con esiti brillanti.

Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza frequenta la Chiesa, appropriandosi degli insegnamenti del Vangelo. Partecipa, quindi, con altri  giovani alle iniziative della G.S. (gioventù studentesca) e della parrocchia, che prevedono letture evangeliche, compiete serali, visite agli ammalati, intrattenimento  con i bambini, campiscuola.

A cavallo degli anni Sessanta-Settanta  il contesto di Cagnano Varano è ancora molto povero  dal punto di vista culturale,  sociale ed economico. Per contrastare la miseria, diverse famiglie fanno le valigie, lasciando i piccoli presso i nonni. La gioventù studentesca, guidata dai sacerdoti anziani don Angelo Pasquarelli e don Carmine Jaconeta, e dai giovani  don Antonilo Criscuoli e don  Francesco Granatiero, cerca di sopperire all’assenza di welfare state, organizzando e realizzando  con i giovani esperienze utili per  se stessi e per gli altri, giacché a prendersi cura degli altri ci si guadagna.

Seguono gli anni dell’università e Teuccio lascia Cagnano per frequentare la facoltà di Medicina  presso a Sapienza (Roma). Nel 1976 si laurea in medicina e chirurgia, con lode. Esercita oltre 25 anni nella divisione di chirurgia dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Opera di San Pio. Nel frattempo, in qualità di presidente pro tempore e socio della “Fratres”, promuove la campagna di sensibilizzazione verso la donazione di sangue e di organi.

Dal 1991 si dedica alla attività di trapianto di fegato, sulla base di un progetto ideato in seno all’Ospedale di San Giovanni Rotondo, che però non si realizza.  Segue, quindi, un “Leader Transplant Training” di tre anni presso l’Università Cattolica di Lovanio, in Bruxelles. Nel 2002 dopo un rapido passaggio nel centro trapianti di fegato di Pisa, il dottor Donataccio si trasferisce a Verona, dove dà inizio al Trapianto di Fegato presso l’OCM in Borgo Trento. Partecipa, nel contempo, all’attività didattica dell’Università di Verona in qualità di professore a contratto per il corso di laurea in Medicina e Chirurgia.

Il dottor Donataccio ha, pertanto, alle spalle esperienze positive realizzate in Italia e all’estero. Chirurgo del trapianto, gli si riconosce  una tecnica innovativa: una sola incisione sotto il margine della costola a destra anziché una molto più ampia bilaterale con piegamento centrale verso il torace. Egli avrebbe, inoltre, concorso a colmare un vuoto nel complesso ospedaliero di Verona, a partire dal 21 dicembre 2002, allorché, grazie all’iniziativa del primario, prof. Cordaro, effettua il primo trapianto. Al 6 marzo 2008 risultano eseguiti 94 trapianti, con esiti positivi, superando la media europea.

Col tempo aumentano i trapianti e i donatori (in ogni caso mai sufficienti!), anche grazie al contributo della Fenice (Associazione Trapiantati di Fegato Verona), costituita da specialisti e persone “rinate” a seguito dell’intervento di trapianto. Tra i soci fondatori è Anna Savioli, trapiantata a Bruxelles dal dr Donataccio, cui l’associazione è molto riconoscente, dato che in sostanza su di lui gravita il centro trapianti.

 

Passiamo ora la parola al dottor Donataccio per acquisire dati di conoscenza più specifici e puntuali sui trapianti.

 

D.:- Perché i trapianti?

R.:- Sin dall’antichità la figura umana è stata talvolta rappresentata modificata  nella sua morfologia ed accompagnata da miti e leggende. Sirene, centauri e chimere altro non erano che rappresentazioni simboliche delle paure e della speranze dell’uomo. La paura dell’ignoto e della malattia ha sempre accompagnato l’umanità risultando stimolo determinante all’allargamento della conoscenza. La necessità della conservazione della salute quale bene primario ha dato origine, verosimilmente,  alla più antica arte del mondo, quella del curare, che lungi dall’essere esclusiva del genere umano appartiene a tutto il mondo animale anche se in maniera semplicemente istintiva. L’arte del curare si è successivamente strutturata in scienza medica, caratterizzata da un perenne divenire: un oceano immenso cui ognuno dal più grande fiume al più piccolo rivolo apporta il suo contributo per confermare o criticare conoscenze i cui confini non sono mai definiti e per introdurne delle nuove.

Il trapianto d’organo, per la sua giovane età e per essersi sviluppato nell’era tecnologica e della comunicazione, rappresenta l’espressione più recente di questo continuo divenire.

 La comprensione delle reazioni immunologiche,  dei meccanismi dell’infezione e della sua prevenzione, l’evoluzione di tecniche e materiali chirurgici,  e delle tecniche anestesiologiche e rianimatorie ci ha consentito nella seconda metà del secolo scorso di realizzare uno dei sogni più antichi dell’uomo: la sostituzione dell’organo ammalato.

 

 

D.:- A quali anni sono riconducibili i primi trapianti?

R.:- Il primo trapianto di reni con successo fu realizzato nel 1954 a Boston tra gemelli omozigoti, cioè geneticamente identici. Ma la capacità di sostituire l’organo ammalato non risolveva il problema della risposta immunitaria e quindi del rigetto: si è dovuto attendere circa 30 anni per avere a disposizione i farmaci per poter controllare il rigetto e, come spesso accade, la scoperta del farmaco, la ciclosporina, pietra miliare della trapiantologia, fu del tutto occasionale. E’ quindi negli ultimi 25 anni che il trapianto d’organo si è sviluppato in maniera progressiva, consistente ed inarrestabile.

Il primo trapianto di fegato fu realizzato nel 1963 a Denver negli Stati Uniti da Thomas Starzl, mentre la prima esperienza in Italia risale al 1982 ed è stata realizzata da Cortesini a Roma.

 

D.:- Che risultati hanno prodotto?

R.:- I primi risultati furono francamente deludenti soprattutto per il mancato controllo del rigetto e solamente negli ultimi 20 anni si sono ottenute sopravvivenze dell’80-90% ad un anno dal trapianto. Il miglioramento dei risultati ha portato ad un incremento esponenziale delle richieste e ad una crescita delle liste di attesa che in Italia vengono soddisfatte in misura del 50% (circa 1000 trapianti nel 2006), cioè solamente la metà dei pazienti iscritti in lista di attesa viene trapiantata nell’anno e la mortalità in lista di attesa arriva al 10%. Negli Stati Uniti a fronte di 17.000 pazienti in lista nel 2005 ne sono stati trapiantati solamente 5435. Quindi l’emergenza attuale è la scarsità di organi disponibili.

 

D.:- Qual è il paziente tipo per il trapianto di fegato?

R.:- Ovviamente si tratta di pazienti nella quasi totalità affetti da malattia epatica in fase terminale. Al di là dell’epatite acuta fulminante che rappresenta l’unica vera urgenza  (circa il 6%), circa l’80% dei candidati al trapianto sono affetti da malattia cronica, cirrosi di origine per lo più virale ed alcolica. Anche i tumori primitivi del fegato, essenzialmente epatocarcinomi (13%), possono essere curati con il trapianto a condizione che si tratti di tumore singolo di dimensioni massime di 5 cm o di massimo tre tumori di tre cm di diametro. La spiegazione di questi limiti è nell’evidenza confermata da oltre mille lavori scientifici che al di fuori di tali criteri di trapiantabilità, definiti criteri di Milano, le probabilità di recidiva di malattia tumorale dopo trapianto sono troppo elevate, tali da non renderlo conveniente.  Per quanto riguarda invece il limite massimo di età per essere trapiantati si è convenuto di fissarlo a 65 anni con rare eccezioni opportunamente documentate e discusse.

 

D.:- Quale tipo di paziente non può ricevere il trapianto di fegato?

R.:- Sono esclusi i pazienti con malattia tumorale extraepatica e quindi le metastasi epatiche con unica eccezione quelle da tumore neuroendocrino peraltro raro. Anche pazienti affetti da infezioni non controllate da terapia e di origine extraepatiche non possono essere trapiantati; infatti  le infezioni rappresentano una grave complicanza nei pazienti sottoposti a terapia antirigetto e sono responsabili di circa il 10% della mortalità nel primo anno dopo il trapianto. I pazienti con malattie gravi cardiopolmonari e psichiatriche oltre a pazienti ammalati di AIDS non possono essere proposti per trapianto. Una considerazione a parte è prevista per pazienti HIV positivi, cioè con infezione del virus ma in assenza di malattia AIDS conclamata, che possono essere eventualmente valutati solamente in pochi centri autorizzati. Altra controindicazione al trapianto è l’alcolismo e la tossicodipendenza ancora attivi.

 

D.:- Ci può descrivere la routine cui si sottopone il soggetto interessato al  trapianto di fegato?

R.:- Una volta accertata l’indicazione al trapianto, i pazienti vengono sottoposti ad una serie di esami per escludere la presenza di malattie concomitanti che possano eventualmente aumentare il rischio del trapianto. Particolare attenzione si pone alla valutazione respiratoria e cardiocircolatoria oltre alla esclusione di patologie tumorali sconosciute al paziente. Viene eseguita inoltre una attenta valutazione psicologica del paziente e dei familiari che lo prenderanno in carico dopo il trapianto oltre che della situazione sociale. Da ultimo si fa un bilancio infettivologico, con l’esecuzione di vaccinazioni atte a prevenire infezioni dopo il trapianto, ed anestesiologico per la valutazione del rischio legato all’anestesia e per mettere in atto precauzioni idonee a ridurlo. Dopo il completamento di tutti gli esami previsti dal protocollo adottato dal centro trapianti, il caso viene discusso in una riunione collegiale con il coinvolgimento di tutti gli specialisti e quindi viene espresso il giudizio finale per l’inserimento in lista di attesa. Da quel momento il paziente diviene trapiantabile.

 

D.:- Esistono dei criteri di priorità tra i pazienti, dato che la domanda è superiore all’offerta di organi?

R.:- Inizialmente, all’interno della lista di attesa, il paziente da trapiantare veniva individuato in base a criteri clinici ed al tempo di attesa in lista determinando disparità nell’attribuzione degli organi che veniva effettuata con criteri che non favorivano sempre i pazienti effettivamente più ammalati. Dal 1997 si è introdotto il criterio di priorità al trapianto in base ad un punteggio, espressione della gravità di malattia , derivato dai risultati  di alcuni esami (bilirubina, albumina e tempo di protrombina) e dal giudizio del medico per la valutazione delle complicanze ascite ed encefalopatia: il CPT (Child-Turcotte-Pugh) che stratifica i pazienti cirrotici in tre classi A-B-C laddove la classe C è quella più grave. A parità di punteggio costituiva criterio di priorità l’anzianità  in lista di attesa. Nel Febbraio del 2002 è stato introdotta una valutazione di gravità di malattia, predittiva di mortalità a tre mesi,  basata su una formula matematica che prende in considerazione tre esami (bilirubina, creatinina, tempo di protrombina), definito MELD (Model for End Stage Liver Disease). L’obiettivo fondamentale che si prefiggono i vari sistemi di attribuzione dell’organo è quello di trapiantare il paziente più grave cercando di ottenere i risultati migliori. Non esiste accordo su quale sia il sistema migliore per attribuire la priorità al trapianto essendo il CPT condizionato dalla soggettività del giudizio del medico ed il MELD limitato dalla rigidità di una formula matematica che esclude qualsiasi valutazione clinica e quelle manifestazioni della cirrosi quali ascite ed encefalopatia che non son matematicamente quantizzabili.

E’ comunque indispensabile, in considerazione della scarsità di organi disponibili, che il sistema di attribuzione risulti trasparente e rispetti il concetto di equità sociale. Ovviamente il problema non si pone per l’epatite fulminante che rappresentando una emergenza ha diritto di priorità su tutte le altre indicazioni a livello nazionale.

 

D.:- Il trapianto è un lavoro d’èquipe, che ha alle spalle un’organizzazione. Vuole descriverla?

R.:- Dopo che il donatore si è reso disponibile ed individuato il ricevente, si procede ad attivare il complesso sistema del trapianto, che vede coinvolti un numero considerevole (circa trenta) di operatori sanitari, ed una complessa organizzazione. Tecnicamente le fasi che si succedono in ordine cronologico sono: l’intervento di prelievo sul donatore, il trasporto dell’organo, e l’intervento sul ricevente a sua volta suddiviso in una fase di asportazione dell’organo ammalato ed in un’ultima fase di impianto dell’organo sano. Sono tutte fasi molto delicate che richiedono molta perizia e contemporaneamente rapidità di esecuzione. Infatti quanto più tempo intercorre tra il prelievo nel donatore e la ripresa funzionale dell’organo nel ricevente tanto maggiori sono i rischi di  danni al fegato trapiantato, che possono giungere alla mancata ripresa funzionale (PNF) mettendo a rischio la vita del paziente ed obbligando al ritrapianto in urgenza.

 

 

D.:- Quale tecnica chirurgica adotta per il trapianto?

R.:- La tecnica chirurgica, con le migliori conoscenze della fisiopatologia di questi pazienti, si è notevolmente evoluta nel corso degli ultimi decenni, con drastiche riduzioni delle complicanze operatorie e della mortalità operatoria che oggi non raggiunge il 5%. Il by-pass venoso, una specie di circolazione extracorporea venosa che era una volta sistematicamente applicata durante il trapianto, oggi lo è solo occasionalmente con notevole semplificazione della procedura chirurgica. Finanche le incisioni cutanee  sono state ridotte a dimensioni che sino a 15 anni addietro venivano utilizzate per una semplice colecistectomia. Presso il centro trapianti di Verona ho messo a punto una tecnica chirurgica che consente nella quasi totalità dei casi di eseguire il trapianto di fegato attraverso una incisione sottocostale destra e senza l’utilizzo del by-pass venoso.

 

   

Mediamente vengono trasfuse 5 unità di sangue ed il 20% dei trapianti vengono effettuati senza trasfusioni.  Il 90% circa dei pazienti si alimenta la sera successiva al trapianto ed alcuni vengono dimessi dopo una settimana dall’intervento.

 La scarsità di organi disponibili in rapporto alla domanda di trapianti ha portato a sviluppare inoltre tecniche chirurgiche più avanzate che vanno dallo Split Liver , cioè la divisione di un fegato per due riceventi (solitamente un adulto ed un pediatrico ma anche talvolta per due adulti)  al prelievo da donatore vivente come peraltro già accade da molti anni per il rene, ma con molte più difficoltà legate al prelievo di una parte di fegato da un donatore sano. Vengono inoltre utilizzati donatori anche ultraottantenni purchè con un fegato normale alla biopsia in corso di prelievo.

 

 

D.:- Gli esiti di trapianto di fegato sono positivi?

R.:- I risultati riportati dal Registro Europeo dei Trapianti di Fegato (ELTR) sono reperibili su internet ed evidenziano i progressi realizzati negli ultimi venti anni.

                                                                                         

 Come si vede i risultati sono globalmente  buoni  soprattutto tenendo conto che si tratta di pazienti che se non trapiantati sarebbero inevitabilmente deceduti entro 1-2 anni.  La terapia antirigetto va comunque mantenuta a vita salvo alcune eccezioni ed i suoi effetti collaterali vanno ad incidere sui risultati a lungo termine.

 

D.:- Qual è la qualità della vita dei trapiantati?

R.:- I pazienti trapiantati per il resto conducono una vita perfettamente normale. La ripresa della attività lavorativa avviene nella maggior parte dei casi entro i sei mesi dal trapianto. Le donne possono portare a termine gravidanze anche se con un rischio maggiore. E’ riportata la partecipazione di trapiantati ad attività agonistiche, anche alle olimpiadi, alla pari con gli altri atleti: Chris Klug ha vinto la medaglia di bronzo nella specialità dello snow-board a due anni dal trapianto alle olimpiadi invernali di Salt Lake City nel 2002. Ad un anno dal trapianto la  condizione psicologica dei trapiantati rientra nella normalità anzi con una percezione della qualità di vita addirittura superiore ai soggetti normali, come dimostrato da uno studio danese, verosimilmente per il clima sociale e di solidarietà che si instaura intorno ad essi.

 

20 avril

NICOLA d'APOLITO, il chirurgo cagnanese ideatore di una nuova sutura

 

 

PALAZZO BARONALE FACCIATA SW 2

 

A dx della strada è casa d'Apolito

 

Il chirurgo Nicola D'Apolito, viene oggi ricordato dal cittadino non distratto dalla presenza di due epigrafi collocate, una sulla facciata dell'ex municipio che prospetta sul Corso P. Giannone, e l’altra su quella della casa natia, oltre che dal Vico D’Apolito, adiacente al palazzo omonimo.  Anche la scuola media statale di Cagnano Varano è stata intitolata "Nicola D'Apolito", in memoria dell'emerito chirurgo .

Il suo cognome, che pare si scrivesse con la "d" minuscola, compare in molti trattati scientifici.  Consapevoli di quanto sia insufficiente il tributo che l'umanità deve al chirurgo, ci accingiamo a ridare una po' di splendore a questo astro della terra di Cagnano, rievocando cenni biografici e opere, per farli conoscere in particolare alle nuove generazioni.

"Alla città di Cagnano, ai tardi nepoti del chirurgo D'Apolito, a tutti gli uomini di scienza italiani e stranieri che non seppero e non vollero vedere nell'aquilotto garganico uno dei più sottili innovatori della moderna tecnica operatoria". Così scriveva il dott. Capuano nella dedica, dalla quale si evince un sentimento di tristezza e di rammarico. Sulla base di questo e altri scritti, oltre che di dati reperiti nell'archivio municipale di Cagnano, ripercorreremo le principali fasi della sua esistenza.

Suddivideremo la sua vita in tappe, che definiremo:

a) primo periodo cagnanese;

b) periodo napoletano;

c) secondo periodo cagnanese.

Di origini nobili e antiche, Nicola, ultimogenito di nove figli, nacque dal medico Francescoantonio, che dimorò a Cagnano alla strada detta Coppa in una modesta abitazione, e da Bartolomea Curatolo, il 29 .03.1815.

Compì i primi studi nella città natale, Cagnano, sotto la guida del dotto sacerdote Francesco Antonio Caputo, allorché manifestò i primi segni della sua fervida creatività e attitudini per gli studi scientifici. Da giovanetto "fu pensieroso e mesto".

Viene presentato "magro, esile, alto e asciutto, dai lineamenti neri e dal naso marcato, gli occhi profondi" , sulla base dell'unico ritratto pervenuto. Quanto al carattere, Davide Panzetta, suo compagno di studi universitario così lo descrive:" un giovine per quanto umile, rispettoso, altrettanto meccanico di natura, di carattere freddo e minuto osservatore". Studente, nella città partenopea non mancò "di trovare occasioni di far tralucere intempestivamente il suo genio, in quella branca della scienza salutare” che era la pratica.

Suo padre gli trasmise l'amore per la scienza e il maestro gli insegnò la solidarietà cristiana.

Dal 1832 al 1842 visse a Napoli, dove si era recato, dopo aver compiuto gli studi liceali, per frequentare la facoltà di medicina. Colà sorprese i suoi maestri per "la velocità di genio inventivo e lentezza di compassata osservazione".

Era la prima metà del XIX secolo, quando la scienza si orientava verso il Positivismo e registrava a suo carico profonde innovazioni nella chirurgia e nella tecnica.

All'età di venti anni, ancora prima di laurearsi, D’Apolito faceva interessanti e vantaggiose modifiche all'apparato ad estensione permanente per le fratture dell'arto inferiore, finalizzato a ridare all'arto interessato la sua normale lunghezza. Il 27 gennaio 1838 all'Accademia medica chirurgica di Napoli egli presentò, infatti, un apparecchio da lui realizzato per la estensione continua della frattura del collo del femore. "Sottolineò solo il fatto che quando si manifesta una frattura del collo del femore il malato è incapace di sollevare la gamba. Questa poi diviene più corta e il piede è piegato fuori.  Ecco quindi la necessità di apparecchi che diano all'arto la normale lunghezza e mettano i frammenti ossei nella giusta direzione". Si esprimeva così il prof. Busacchi dell'università di Bologna, venuto a Cagnano in occasione della commemorazione del centenario della sua morte.

Tale apparecchio fu da qualcuno criticato e definito "mezzo di tortura", mentre l'Osservatore e il Severino, due giornali scientifici, "decantavano l'apparecchio e la precoce erudizione, e la esattezza dei rilievi su studi comparati del D'Apolito". 

Nel 1840 conseguì la licenza in chirurgia e iniziò la sua attività pratica, continuando a studiare e ad osservare. A Nicola D'Apolito va il merito di aver ideato la "sutura" detta "alla materassaia", ma che, secondo il parere del Busacchi, meriterebbe essere chiamata sutura "a tempo" o meglio "alla D'Apolito".

Dagli studiosi viene ricordato che la sutura delle ferite è vecchia, conosciuta dagli Egizi e forse anche dai primitivi, i quali devono aver avuto sicuramente bisogno di unire tessuti lacerati. Nessuna chirurgia o sutura delle ferite era tuttavia possibile quando si trattava dell'intestino tenue.

C'era nel XIX sec. un fermento di idee e di novità, che D'Apolito portò a compimento. Vedendo dalla sua finestra in Vico Purgatorio una signora cucire il materasso, gli balenò che quella dovesse essere la sutura giusta per le ferite intestinali. Quindi sperimentò questo nuovo metodo sui cani e presentò i risultati all'Accademia medico-chirurgica di Napoli.

La sutura del D'Apolito in sostanza "fa combaciare le superfici sierose dei bordi della ferita intestinale per mezzo di una specie di filzetta, le cui anse passano nella sottomucosa. Questa sutura si fa con filo continuo il quale percorre per un tratto lo spessore intestinale, parallelo ai bordi della ferita, riesce sulla sierosa e decussa la incisione per portarsi allo spessore dell'intestino nell'opposto lato, e così di seguito per punti alterni eguali tra di loro ed equidistanti dai margini cruenti. Onde, stringendo, per trazione sugli estremi del filo, i punti, si affrontano tra di loro le superfici sierose dei labbri della ferita, arrovesciandoli verso il lume intestinale". Questo tipo di sutura fu realizzato con esiti positivi nel 1841 e fu presto applicato negli ospedali del Regno di Napoli.  D'Apolito aveva soli 26 anni.

Il 2 agosto 1841 il nostro chirurgo inviava all'Accademia di Francia la RELAZIONE, congiunta alle applicazioni pratiche della sua ricerca, ma la sua invenzione fu ivi accolta con ostilità e D'Apolito fu tacciato di plagio, essendosi, a loro parere, servito di metodi colà già in uso. Il chirurgo cagnanese si sentì in dovere di dare un "Rischiarimento sul nuovo metodo di enterorafia” in risposta ad uno degli attacchi contro di lui.

“La mia sutura non solo è diversa dalla sutura a sopraggitto del sig. Velpeau, ma non ha neppure a che fare colle numerose suture cruenti che si sono andate mano a mano da diversi autori immaginando". " Essi non hanno badato "al corso che ha fatto l'ago nell'attraversare parallelamente alla direzione della ferita, ben due volte l'istesso labbro della medesima, darne uno consimile all'altro labbro, un altro sul primo, e così uniformemente seguitando fino al compimento della sutura; sempre però incominciando il 2° punto dove termina il 1° ed il 3° dove finisce il 2°, ecc."

Intanto nella clinica napoletana si preferivano la sutura a filzetta per le ferite trasversali, quella alla D'Apolito per quelle longitudinali e la sutura con interposizione dell'epiploon per le soluzioni con perdita di sostanza.

Nel suo soggiorno a Napoli, durato sette anni, D'Apolito divenne un bravo chirurgo, discutendo alla pari con i suoi maestri, che amavano intrattenersi con lui. Nel 1842, allorché i rappresentanti della Reale Accademia Napoletana gli proposero una cattedra, egli la rifiutò. "All'apogeo delle sue soddisfazioni, decise di abbandonare Napoli". Ritornò a Cagnano, dove rimase fino al resto della sua breve esistenza, vivendo, purtroppo, una vita "di disinganni e di stenti". 

Il dott. Capuano nel suo saggio si chiedeva se fosse stata la nostalgia per il paese natio, a fargli rifiutare gli allori di Napoli, o se lo avessero troppo minato le critiche mossegli da taluni per i suoi apparecchi ad estensione continua del collo del femore, paragonabili a strumenti di tortura, allorché la scienza e la tecnica avevano proposto di meglio, o ancora se la sua sensibilità non fosse stata messa a dura prova con l'iniziale disconoscimento del suo sistema operatorio.

Indubbiamente tutto questo dovette far male al nostro sensibile chirurgo il quale, ritornato definitivamente in paese, si dedicò al lavoro, alla famiglia, allo studio, alla solitudine, "rivoltato" ormai contro chi non gli aveva voluto o saputo dare giustizia.

Nel paese nativo costruì molti apparecchi di chirurgia operatoria. Nel 1852 sposò Sofia Lombardi da cui ebbe tre figli: Bartolomea, Francesco, Michele e una vita coniugale tranquilla. Si tramanda che di giorno visitasse i suoi pazienti nel Casale, un quartiere molto soleggiato, e di notte scrivesse. Morì nella sua casa di campagna, dopo essersi ammalato di polmonite. Era il 25 giugno 1862. 

I suoi resti, insieme a quelli della sua famiglia, furono raccolti in un'urna di rozza lamiera e sotterrati un una botola della chiesa di S. Francesco, ex convento dei Padri Riformati. Dopo il rifacimento dell'edificio sacro, essi hanno avuto sepoltura più degna. Oggi sono murati nella parete della chiesa di Santa Maria delle Grazie, a sx di chi entra, dietro una lapide commemorativa.

Spulciando tra gli atti amministrativi dell'archivio comunale dell'Ottocento si è potuto rinvenire ben poca cosa, tra l'altro non edificante, sul chirurgo Nicola D'Apolito.  Purtroppo risale agli ultimi  giorni della sua infelice e travagliata esistenza. Ecco il documento:

   "Il chirurgo condottato Signor NICOLA D'APOLITO, da qualche tempo è divenuto cieco in un occhio per cataratta, e l'altro occhio si vede bastantemente annebbiato, in modo che, egli non si trova più alla portata di esercitare la professione di chirurgo. Oltre di che lo stesso è talmente malconcio nella sua salute e son circa due mesi che lo stesso giace in letto, in cronica infermità, da cui difficilmente potrà risanare.  Gli infermi poveri di chirurgia stante lo deplorevole stato del signor D'Apolito, sono privi dei sussidi dell'arte salutare.

Il volerlo poi tenere tuttavia in carica nello stato in cui è sarebbe lo stesso di privare per sempre l'assistenza agli infermi.  Per siffatte considerazioni la Giunta propone al Consiglio la dimissione del signor D'Apolito dalla carica di chirurgo condottato, e propone in surrogazione il chirurgo D. Antonio Giornetta per l'annuo soldo di ducati quaranta la cui abilità è nota a tutti, come pure i sentimenti che egli nutrisce di libertà e di patriottismo."

Il Consiglio alla unanimità deliberava: “é mestieri che lo stesso sia rimpiazzato per il bene dell’umanità”, “considerato che è cieco in un occhio e poco vedente coll'altro e che lo stesso è tormentato da più mesi da cronico malore, il quale a dire dei medici esistenti è incurabile". 

Il mese dopo morì. Dopo molte incomprensioni e delusioni, il dottor Nicola D'Apolito ebbe i giusti riconoscimenti. Nel 1911 la sutura a tempo venne definita indubbiamente superiore.

Il chirurgo ci ha lasciato alcuni scritti:

1) La comunicazione sull'apparecchio per le fratture del femore, del 1839;

2) La memoria sul nuovo metodo di enterorafia, del 1841;

3) Il rischiarimento sul suo nuovo metodo, del 1841;

4) La memoria o relazione inviata a Parigi, all'Institute de France.

Pare che abbia scritto anche un'opera sulle razze umane.  Le sue opere e i suoi attrezzi andarono perduti, per l'incuria o per l'invidia, come scrive il De Monte, ma forse anche per l'incapacità del popolo cagnanese di riconoscere in lui la mente geniale che era. Ci si augura che simili cose non si ripetano.

Alcuni cagnanesi emigrati, lontani dalla patria, sentirono il bisogno di rimediare in qualche modo al profondo buio in cui era stato avvolto il nostro illustre personaggio e, il 4 dicembre 1928, a Rosebank, in U.S.A., volendo commemorarlo, si costituirono in associazione e gli dedicarono la lapide commemorativa collocata sulla facciata Sud dell'ex municipio.

Nello statuto che si sono dati e che porta il titolo "STATUTO FONDAMENTALE DELLA SOCIETÀ' CAGNANESE NICOLA D'APOLITO. in Rosebank," , sono riportate alcune notizie biografiche del dottore di Cagnano Varano, inventore della sutura Napoli 1841. E' stata ricordata la sua grandezza e al contempo la sua misera vita al suo rientro a Cagnano, dal momento che non ricevette onori, né gloria. Secondo gli associati, se studiosi e scrittori illustri avevano avuto parole di lode per D'Apolito, i cagnanesi non avevano fatto abbastanza.

Gli associati chiudevano con una fervida preghiera esortando tutti i cittadini a commemorare adeguatamente il chirurgo. Sanza Giuseppe era il presidente della Società.

Nel centenario della sua morte, anche il comune di Cagnano gli tributava onori con un convegno ed un'epigrafe murata sulla facciata di casa D'Apolito. Sull'epigrafe è stato inciso il seguente testo:

 

"Questa casa dette i natali all'illustre concittadino

Dottor Nicola D'Apolito

1815 -1862

che battendosi con tenacia e per amore della scienza

schivando gloria e onori

additò ai posteri i mezzi per ascendere i gradini

dell'arte chirurgica.

Il Comune di Cagnano Varano

nella ricorrenza del 1° centenario della sua morte

21 ottobre 1962".

 

Era allora sindaco di Cagnano Varano il signor Agostino La Pescara.

 

Tratto da LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, ..., Acropolis 1999. 

CARMELO PALLADINO, uno dei primi anarchici era cagnanese

7stemma 063

 

Tra gli anarchici, sul cui movimento si tornerà in seguito, va ricordato il cittadino cagnanese Carmelo Palladino, figlio dell'avvocato e famoso patriota Antonio, che militò nella guardia nazionale anche nei difficili anni del brigantaggio, e della nobildonna Raffaela Fiorentino. Ebbe due fratelli: Pasquale ed Elisabetta. Pasquale fu nominato “vigilatore e direttore del servizio sanitario” dalla giunta Fini, nel 1884, e brigadiere delle Guardie campestri nel 1885.

Carmelo nacque il 23 ottobre 1842 nel palazzo Palladino, corso Umberto, n° 14. A Napoli, dove adempì i suoi studi di giurisprudenza, ebbe modo di incontrarsi con il capo degli anarchici, Michele Bakunin. Dopo alcuni mesi, insieme ad altri studenti, costituì la sezione napoletana dell'Associazione Internazionale dei lavoratori, di cui fu per un certo tempo segretario e corrispondente, risultando uno dei primi e più attivi socialisti.

Palladino ebbe rapporti di stretta amicizia e di collaborazione con Enrico Malatesta, Carlo Cafiero, F. Saverio Merlino, Andrea Costa, Francesco Natta, Emilio Covelli, Gaetano Zerardini e altri esponenti del movimento Internazionalista italiano. Fu in corrispondenza anche con Friedrich Engels, insieme a Karl Marx, autore del Manifesto. Pare che Marx abbia regalato a Carmelo un testo con dedica e che l'università di Napoli gli abbia donato il Dizionario della lingua italiana del Tommaseo, (1861, Torino).

Si unì in matrimonio con una contadina di Cagnano Varano, Caccavelli Antonia, che gli dette due figlie: Adele Erminia Raffaela del 1876 e Clelia del 1887. Da coniugato dimorò prima in Corso Umberto, poi in via Mercato.

Della famiglia Palladino rimane Adele Bumma, nipote della figlia di Carmelo, la quale ci ha offerto una testimonianza verbale, ci ha mostrato il dizionario del Tommaseo e la foto di Carmelo, di cui alleghiamo copia.

A Cagnano, sebbene sottoposto a continua vigilanza, egli cercò di esercitare la sua professione di avvocato, senza mai abbandonare la sua attività sovversiva, né interrompere i suoi legami con i massimi esponenti del movimento.

Nel 1879 fu tratto in arresto, con l'accusa di "cospirazione diretta a distruggere la forma di governo eccitando i cittadini ad armarsi contro i poteri dello Stato". Poco dopo fu prosciolto, con ordinanza del 4 agosto 1879, rilasciata dal tribunale di Lucera.

Celebre giurista e poliglotta, collaborò con fervore con la stampa anarchica e, alla vigilia del Congresso dell'Associazione internazionale dei lavoratori, che ebbe luogo in Svizzera nel 1887," elaborò le sue risposte ai 17 quesiti congressuali, che trascrisse a Natta con una interessante lettera, e si promise di comporre un libro dottrinario sull'anarchismo"

Egli scrisse, infatti, su numerosi giornali e opuscoli socialisti. “Fu strenuo difensore delle posizioni libertarie ed oppositore di ogni tendenza autoritaria e riformista all'interno della Prima Internazionale". Il suo pensiero sociale si rifà più all'utopismo egalitario che a teorie scientifiche, come appare dalla lettura dell'articolo "Le caste".

I grandi rappresentanti del movimento anarchico italiano, diverse volte vennero nel Gargano per potersi incontrare con Carmelo Palladino, "e spesso si trattennero per giorni". A Cagnano ricevette infatti la visita di Malatesta, di Merlino e di Zerardini.

Certamente non doveva vivere in condizioni molto agiate, si lamentava dell'isolamento, in cui viveva nel Gargano, tagliato fuori dal mondo, e della inattività, dovuta a motivi economici, “per venire ci vogliono i soldi, ed io non ne ho alla lettera", così scriveva all'amico Costa in una missiva del 1° ottobre 1876.

Era amato per la sua onestà e per la sua intelligenza anche dai rappresentanti della forza pubblica. Il sottoprefetto di S. Severo, il 7 dicembre 1877, parlando degli anarchici e di lui, riferiva :"Debbo però fare un'eccezione a questi apprezzamenti a proposito di Carmelo Palladino da Cagnano il quale, onesto, agiato, intelligente, si tiene lontano dagli affari amministrativi, sostiene per propria convinzione i principi dell'Internazionale".

A Cagnano all'epoca c'era una sezione di anarchici, composta da diversi elementi. Con lui collaboravano gli intellettuali Antonio Fini, nostro concittadino, Luigi Della Monica da Sannicandro e Giuseppe Bramante da Carpino.

Le autorità di polizia vigilavano costantemente sui focolai anarchici. L'8 maggio 1881 vennero disposte misure di polizia, perché era giunto a Palladino un pacco, contenente un giornale scritto in francese insieme a manifesti incitanti alla rivolta.

I progetti, i sogni degli anarchici tuttavia non modificarono le condizioni della classe povera dei contadini, i quali presero coscienza della loro realtà, allorché vennero a maturare nuovi rapporti di produzione tra imprenditori agrari e proletari agricoli e questo accadde contemporaneamente alla influenza del Partito Socialista Italiano.

Negli anni 80 del 1800 Carmelo Palladino fu avvocato del Comune di Cagnano, con l'incarico della giunta Fini, di seguire a Napoli la causa contro i Forquet, per definire questioni territoriali . Nel 1888 riceveva lo stipendio annuo di lire 700, si dimise l'anno successivo, ritenendo "il compenso insufficiente a disimpegnare un sì oneroso carico". Egli, infatti, il 9.01.'89, fece pervenire all'ufficio del Comune la seguente missiva.

“Accetterei volentieri l'onorifica nomina ad avvocato di questa amministrazione ch'ella con pregiata nota del 4 corrente, mi partecipa, se non vi opponesse la tenuità del compenso, o stipendio annessovi. E che lo stipendio sia veramente più che tenue, meschino, il Consiglio medesimo ne converrà, sol che ponga mente ai gravi compiti che incombono all'avvocato. Egli deve 1° difendere l'amministrazione in tutte le cause che la stessa avrà; 2° Eseguire lo spoglio di tutti i processi interessanti l'amministrazione che sono in questo Comune, 3° assistere al sindaco e dare consultazione in tutti gli affari, nei quali potrà essere implicata l'amministrazione e nello espletamento delle pratiche relative, 4° recarsi in provincia e fuori per consultare avvocati e procuratori nell'interesse dell'amministrazione. Ora, in quanto al primo compito, poniamo che l’amministrazione abbia non più di trenta cause penali all'anno presso la Pretura, e che incaricando delle sue difese un avvocato, lo rimuneri col compenso minimo di lire dieci per ogni causa, avremo già lire trecento. Il secondo compito per quanto sia facile ad enunciarsi, per altrettanto è difficile e laboriosissima esecuzione. Il Consiglio non ha pensato forse che, per esso bisogna disseppellire tutti i processi da trenta anni a questa parte?. Ora, seguendo la medesima proporzione di 30 processi all'anno, abbiamo la bellezza di 900 processi, da scavarsi dagli archivi e sostenere giudizi, ai quali tale esecuzione potrà dare adito. ... Se il comune vorrà di ciò incaricare, non dico un avvocato, ma un individuo qualunque, vorrà dargli meno di una lira al giorno! Dunque altre 360 lire. E per lo studio dei processi, giudizi di liquidazioni di danni, esecuzione di sentenze e tutto il resto, in cui sarà necessaria l'opera di un avvocato? Le residue lire 40!!! Esaurita così la somma di lire 700, che resta pel terzo e quarto compito? Nulla.."

Palladino aggiungeva altre argomentazioni e concludeva che avrebbe potuto accettare l'incarico qualora lo stipendio fosse stato portato almeno a lire 1200 all'anno e la durata lo avesse vincolato per un triennio. Il Comune respingeva la sua richiesta e affidava l'incarico all'avvocato Caccavone, ex segretario del comune, sempre con lo stipendio di 700 lire annue".

Carmelo, anzi Carmine all'anagrafe, già vedovo di Caccavelli Antonia, fece una drammatica fine. Morì di notte, mentre rincasava. “Fu assassinato lungo corso Roma, colpito alle spalle davanti alla 'f'rraria' di Colandrea, come narra l'intervistata. Fece appena in tempo ad arrivare davanti al portone di casa sua, quando crollò". Era il 19.01.1896.

Da allora la famiglia si è chiusa agli altri. “Era molto intelligente - è ancora la pronipote Maria Adele a parlare - Mia nonna non accennava a lui nemmeno con noi; era la zia Clelia a farlo ogni tanto. Carmelo aveva un quaderno di poesie da lui composte. Nella sua casa c'erano molti scritti, che, dopo la sua morte, andarono tutti distrutti dalla famiglia. La nonna bruciò ogni cosa. La pergamena della laurea, testarda, si accartocciò, ma non volle bruciare, allora la nonna prese le forbici, la tagliò in mille pezzetti e la sotterrò".

"Da Napoli, da Torino, da Parigi... erano in molti a recarsi presso la figlia Adele a chiedere informazioni. La famiglia si rifiutò sempre".

 

  Tratto da LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, ... Acropolis 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 avril

Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino

 

Il barone Luigi Paolo Brancaccio, principe di Carpino e duca di Cagnano, tratto da "L'agonia feudale e la scalata dei galantuomini, ..." di Leonarda Crisetti Grimaldi

 

 

 

Cagnano, PaLAZZO BARONALE, FACCIATA SUD-ORIENTALEpalazo baronale, scalinata interna

 

 

La terra di Cagnano, che aveva acquisito titolo di Ducato nel 1628 con Giulia d’Aiello, suocera di Alonzio de Vargas, [dal quale l’aveva comprata due anni prima con la somma di 10.000 ducati], pervenne ai Brancaccio circa cento anni dopo, quando il feudalesimo era già agonizzante.

Ricordiamo che questo sistema economico e politico penetrò nel Mezzogiorno- e quindi anche a Cagnano - con i Normanni, giunti in Italia al tempo delle Crociate. Prima mercenari alle dipendenze di Bisanzio, questi uomini del Nord finirono col sostituirsi ai bizantini, acquistando titoli di duca, conte e persino re.

I feudi passarono, poi, da un signore all’altro, in base alle circostanze storiche, a loro volta connesse a quelle economiche e militari. Poteva accadere – com’è accaduto- che il sovrano, il quale aveva ottenuto un appoggio militare, togliesse il feudo ad un signore e lo concedesse ad un altro.

È il caso della terra di Cagnano che nel 1497, per volontà di re Ferdinando d’Aragona, passò dalle mani dei Di Sangro a quelle dei Mormille.  Bisogna tener presente, quindi, che nel tempo in cui la terra era considerata un bene del sovrano, egli l’adoperava come voleva, utilizzandola come merce di scambio, per ricompensare parenti e amici, sostenitori e aiutanti.

Poteva accadere, inoltre, che i feudatari volessero disfarsi del bene, perché avevano altri interessi, o perché avevano scarsezza di capitali. Anche la Terra di Cagnano passò, dunque, di mano in mano a diversi feudatari,1 finché giunse in quelle di Alonzio de Vargas, il quale, come si è detto, lo vendette poco dopo a sua suocera, pagando una cifra modesta e, per linea femminile, giunse nel 1738 ai Brancaccio, che la possedettero fino al 1806 allorché, in seguito alla leggi eversive, insieme alla feudalità furono cancellati i privilegi dell’aristocrazia. 

A Cagnano, dunque, nel 1750 c’era un solo possessore residente, che vantasse - come si diceva un tempo - sangue blu, il barone Luigi Paolo Brancaccio.   Di questo personaggio la memoria collettiva ha perso ogni conoscenza. Si conservano, tuttavia, tracce di questo personaggio nei toponimi “Do lLevise”, “Puscina Do mPàule”, “Canale di mPàule”,2 e soprattutto  in una leggenda tramandata oralmente, in una torre del palazzo baronale, nei vari strumenti di tortura e di morte con cui il principe avrebbe punito i cittadini ribelli e le donne che non si fossero concesse a lui.

Il “ ius primae noctis” - che attraversa molte leggende popolari – avrebbe infatti costretto le neospose a trascorrere la prima notte di nozze in sua compagnia e, nel caso si fossero rifiutate, le aspettava la morte, in fondo ad una delle due torri del palazzo baronale, dov’erano state sistemate lance acuminate. 

Sempre secondo la leggenda, il principe fu poi costretto a fuggire dal paese, di nascosto, dopo aver evitato il tiro di schioppetta di un anonimo carbonaro, tiro detto “alla minghiozza” per non essere andato a segno, attraverso un cunicolo che dal pozzo, situato nella corte centrale del palazzo baronale, gli consentì di uscire fuori dal paese.

Fu così che cessarono finalmente le angherie e i soprusi del feudatario. Qui finisce la leggenda, ma quanta verità  è sottesa ad essa? Per porre luce sulla figura di questo personaggio, per ricostruire - attraverso la sua storia - l’identità di Cagnano al tramonto del feudalesimo, analizzeremo più dettagliatamente la fonte dell’Onciario, che riserva all’Illustre Possessore,  molte pagine e diverse rivele. Leggiamo dal documento che il nostro personaggio :

 

Possiede molti beni stabili e mobili, burgensatici, come allodiali, giurisdizionali, come anco feudali, quali ne vengono descritti colla loro descrizione delli Feudali e Giurisdizionali e Burgensatici, ma sono portati nella di lui rivela tutti alla confusa, ed in tal maniera anco riportati all’attestato fatto da questa Magnifica Università per non aver la certezza, quali siano li corpi feudali, e giurisdizionali, come pure li burgensatici ed allodiali, dal che si è rimesso ai documenti, che dovranno prodursi dall’Ecc.mo Signor Duca per farsene la deduzione […].

 

Luigi Paolo Brancaccio aveva acquisito fuoco a Cagnano e dimorava nel Palazzo [baronale] situato nell’eminenza di essa terra attaccato alla porta di essa, consistente in più membri superiori, e sottani. Il palazzo era un quarto diruto e veniva abitato da tutta la famiglia.

All’epoca del Catasto onciario, quando entro la Terra di Cagnano si accedeva attraverso la porta [si presume fosse quella oggi nota come Arco di San Michele], il duca aveva 33 anni ed era sposato con la Duchessa Felicia Vargas, anch’ella di anni 33.

Luigi Paolo e Felicia avevano sei figli, di cui Giovanni, primogenito di anni 10 dimorava a Napoli, le figlie, donna Ignazia (9 anni) ed Eleonora (7 anni) vivevano a Palermo, mentre Candida (6 anni), Maria A. (4 anni) e Giuseppa (1 anno) erano a Cagnano.

Nel Palazzo, al contempo dimoravano diverse altre persone: il segretario (G. Campanile palermitano), i camerieri napoletani (M. Forlana e G. Torre moglie), la nutrice (C. Pastore), il maestro di casa (C. Lombardo), il repostiero (G. Grignaro di Calabria), due servitori (M. Cerrone e sua moglie Agnesa La Piccirella), il cuoco (D. Di Vita) e il sottocuoco (L. Pilatella), il calessiere (B. Capuano), il volante Tommaso Valente (anni 12).

Il Duca possedeva il grande bosco demaniale della terra di Cagnano, popolato da cerri, faggi, querce, elici, orni,  ed altri alberi di legna morta. I confini di detto bosco erano segnati da: difesa di Santa Marena, Demanio di Carpino, Compromesso (tra Cagnano e Monte Sant’Angelo), Acquapendente, (San Marco in Lamis), Monte della Rosella, confine con Sannicandro, Difesa di Santa Maria di Tremiti- Santo Nicola dell’Imbuti, Cotino dello Spirito, Difensa di San Giacomo e Difesa dell’Università. Questo bosco rendeva ogni anno ducati 0,50 per uso di taglio di pannizza, 200 per fida d’erba,3 600 per fida di ghianne, mentre la fida di manna non era sottoposta a peso alcuno da parte dei cittadini.

Il duca possedeva la defensa48 nominata Santa Maria, alias Santa Marena,  destinata in gran parte al pascolo. In tale difesa le università di Cagnano e di Carpino avevano, infatti, facoltà di pascolare la carravana4 dei bovi per tutto il tempo dell’anno, riservandola ai bovini e alle Pecore della Regia Dogana di Foggia, dal 25 dicembre al 25 marzo dell’anno successivo. Come compenso del diritto all’uso della Defensa di Santa Marena, il barone riceveva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba dei locati e 0,50 per uso di semina in terraggi.5     

Possedeva anche la Difesa Fonte, confinante con le Difensole, il demanio dell’Università di Cagnano e la Mezzana del Punito, che produceva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba e 0,05 per uso di semina in terraggi. Tale difesa era situata “tra li grotti delli Servitori, la Difensola di Cagnano e la strada che si va da Cagnano a Carpino sopra la via del Piano”. La defensa era “riserbata dal 29 settembre a tutti li 24 di marzo per li animali solamente indomiti, mentre gli animali domiti ponno pascolare in ogni tempo”.

Il Duca possedeva il Compromesso, “un pezzo di bosco sassoso e macchioso arbustato ad arbori di quercie, cerri e fagi”, goduto in promiscuità con l’illustre Possessore della città di Monte Sant’Angelo, che “confina colli Demanj di Monte Sant’Angelo e Bosco demaniale della Terra di Carpino”, e che gli produceva una rendita di 30 ducati: 10 per uso d’erba e 2 per uso di querce, cerri e faggi. 

Il Duca possedeva “tre puzzacchi a Bagno da pescar pesce una con la casetta attaccati al lago di questa terra, che fruttava docati 40”- come risulta dalla rivela del 1743, mentre l’Onciario del 1750 parla di “foresta del pesce a Vagno con tre puzzacchi per l’uso d’inserrare il pesce d’inverno, che soleva rendere all’epoca 60 ducati”.   

 

 Possedeva, inoltre, una vigna con torre, pozzo d’acqua sorgente e uliveti a San Rocco, confinante con  la piscina vecchia e strada pubblica che va a San Pio (Carpino), la cui rendita fruttava 7 ducati annui, e un’altra dietro la Defensa di Santa Marena alla Masseria del Pozzo d’Acquasorgente, con alberi d’olive e con diverse abitazioni, dalla rendita annua di 32 ducati.

Possedeva, ancora, diverse Mezzane di uliveti,4 olivastri, orni, ad uso d’erba: la Mezzana Sant’Angelo, a confine con la Difesa Regia (di Cagnano) adibita a pascolo, popolata di arbusti di olive e orni per la raccolta della manna, e una mezzanella di 12 versure, anche questa ad uso di erba e con orni per fare la manna, sempre in zona Sant’Angelo, confinante a ponente con la Difesa Regia e a levante con la Difesa Pozzone; la Mezzana del Punito, tra il Piano di Cagnano e la Difesa a ponente; la Mezzana olivetata ad uso d’erba detta di Murrilli, situata sotto la cappella di Santa Maria dello Rito, [oggi in pieno centro abitato di Cagnano], a confine con la via pubblica che porta al Pantano Il doc. del 1750 cita nel complesso 6 mezzane ad uso erba con oliveti, dalla rendita annuale di 96 ducati e un uliveto a Sant’Angelo, rendita 25 ducati. Possedeva un orto di fichi attaccato al Ponticello, vicino al lago Varano, che secondo l’affitto rendeva 4 ducati all’anno.

Possedeva territori seminativi demaniali: uno denominato Vicenna [ oggi Avicenna], che sta sotto li grotti delli limitonj, [nei pressi dell’attuale casello ferroviario di Carpino], che rendeva 53 ducati all’anno; altri intorno all’abitato di Cagnano nelle zone di Valle di San Giovanni, Rena, Pontone di Rauccio, Piscinelle, Piscina di don Scipio, Solagna, Valle Jannina, Valle di Sbaccio, Smarrella, Sant’Agata, Gricisco, Tonza (coppa?) di Schiavone, Piano del Pozzo, Costa di Gioffo, Pontone di Pio Riccio, Costa di Vagno, Codacchjo, Coppa Roscia; altri nei pressi di Difesa della Fonte, Castel Guarnero, Cotino della Carbonara, Sellina del Pontone smuzzo.

Da tutti questi terreni seminativi, ad eccezione di Selva Piana e sue Contrade demaniali, il Duca esigeva il terratico in grano, orzo e fave, a ragione di un tomolo e mezzo a versura.5 In questo territorio erano collocate diverse piscine, la cui acqua era fruita anche dall’Università e dai  privati non senza pesi.

Possedeva la Taverna che soleva affittare a 80 ducati [100 in altra rivela], tre trappeti per macinar olive, di sotto di essa Taverna, esigendone da tutti i cittadini la quinta dell’oglio, un carlino per imposta di macina e la spesa ai trappitari. I trappeti tra fertile e infertile fruttavano una rendita di 500 ducati annui.

Il duca era proprietario di un palazzo in parte abitato da lui, dalla sua famiglia e dalla servitù;  di una cantina da tenersi vino; di un magazzino da conservare olio, situato sotto la casa della Cappella del Santissimo, dove abita certo Bacale Gerolimo. Possedeva animali da industria: 160 scrofe grosse [rendita carlini 15 a pezzo]; 500 porcastri [rendita 15 carlini a pezzo, più porcelli 800, rendita di 534 duc.]; 40 verri, la cui rendita era liquidata per 80 ducati; 20 vacche, dalla rendita di 80 ducati; 8 bovi per la semina; 2 muli per il calesse; 1 mulo per servizio della casa; 1 cavallo da sella per proprio uso.

Oltre ad esigere il terratico e la fida dai cittadini, il duca riscuoteva dalla Regia Dogana di Foggia 350 ducati per il pascolo invernale delle pecore: docati 100 per ciascheduna difensa e della Fonte e Santa Marena, e docati 150 per anno per il pascolo delle pecore che anco vanno nelli demani di questo territorio.

Nell’immenso bosco di Cagnano, dove non mancavano piccoli allodi in mano a bracciali, coloni, pastori e massari, Luigi Paolo Brancaccio era tenuto a rispettare gli usi civici dei cittadini, grazie ad uno strumento d’acordio, stipulato del 1617, sottoscritto tra l’Università e gli antichi possessori, esigendo ducati 500 all’anno:

 

nel suddetto pagamento che fa l’Università, viene compreso l’atto possessoriale che i cittadini godono, cioè di pascolare, legnare, ghiandaie, tagliare per uso di scandole, forcelle, sandali, travi, travicelli, ed ogni altro bisognevole anco per industria, che in tutto somma ducati 1350.

 

Il duca esigeva, inoltre: ducati annui 50 per la portolania ceduta all’università;6 ducati 100 per il censo del Capitolo di ducati 2000 al 5%; ducati annui 18 per li baglivi del bosco;7 ducati annui 140 per li molinj ceduti all’Università di Cagnano; ducati annui 140 per il Capitale comprato dagli eredi D’Auria; ducati annui 136 per la bagliva ceduta all’Università; 8 ducati 85 annui per l’istrumento di Donna Felice; li proventi nelle cause criminali (il cui cespite è incerto); ducati 900 annui di proventi per fida di animali forestieri vaccine, giumentine e porcine, che pascolano nel succitato bosco; ducati annui 100 di diffida per pascolo abusivo di animale;9 per il pascolo dei cittadini del luogo [ grana 15 per ogni animale vaccino e giumentino, grana 20 a porco, grana 5 e mezzo a pecora e capra]; grana 20 a vaccina e giumentina e grana cinque a porco in ogni annui per fida d’acqua; un rotolo per ogni orno inciso [kg 0,890] per estrazione di manna. Il Duca possedeva inoltre la mastrodattia,10 che soleva affittare, traendo un profitto di 60/70 ducati annui.

Riguardo alle esazioni per fida d’acqua ed estrazione di manna, il Decurionato considerò che si trattava di richieste non dovute, le quali avevano originato le controversie tra Università e duca. Si legge, perciò:

 

il Duca esigge un rotolo di manna da mannaiolo cittadino, che va ad intaccare l’orno nel bosco d’essa terra e difense dell’Università e li altri ancora, benché indebitamente e contro ogni dovere, di modo che quando per detta manna, deposito seu esazione d’animali, fida d’acqua, trappeti e sopra altri corpi, ne pendono controversie tra questa università e detto Illustrissimo possessore. 

 

Va ricordato che non era agevole raccogliere manna dagli orni, come attestano questi versi affidati alla tradizione orale:

 

Chiia c’à dda dannecà à dda jì a lla manna

Ca c’à dda dannecà pe la fortuna

So’ rrumaste scàveze, nude e ssénza panne

E ssénza zuculèdde a lli scarpune.11

 

Alla pesantezza del lavoro, andava sommata allora quella delle tasse, dei tributi e delle prestazioni. 

Come ciascuno può notare, il documento non si riduce ad effettuare l’elenco dei beni richiesto, essendo presenti diversi spazi in cui i verbalizzanti-relatori commentano il comportamento del Duca riguardo a diritti non dovuti: vedi l’accento posto sulle esazioni arbitrarie pretese “contro ogni dovere da’ cittadini secolari”.

Se si considera il contesto storico del documento [il secolo dei lumi] si potrebbe ipotizzare che le idee illuministiche contro l’assolutismo e lo strapotere dei baroni germinassero anche nell’“intellighenzia” cittadina del luogo, oppure che si volesse mirare solo ad una sostituzione di potere.

E’ da notare, in ogni caso, lo spirito critico e il coraggio del Decurionato insieme alla deferenza mostrata verso il barone [Ill.ma casa, Ecc.mo], che, tuttavia, non sembra essere assoluta.

Dunque, data la vaghezza delle dichiarazioni, l’amministrazione comunale invitò il Duca ad esibire gli atti dovuti, ma l’incertezza evidenziata dagli estensori del rilevio del 1743, non è stata del tutto cancellata nella versione definitiva del catasto onciario, laddove il Duca fu invitato nuovamente a presentare una più puntuale e circostanziata documentazione.12

Mettendo a confronto diversi documenti si riesce, tuttavia, a quantificare in qualche modo l’estensione dei beni posseduti dal Barone, corrispondenti grosso modo a 312 carri, pari a circa 7652 Ha [l’87% della terra di Cagnano], di cui la parte più rilevante era costituita dal Bosco demaniale.

  

Va considerato, infine, che, com’era nella logica condominiale dei feudi napoletani, al Principe era concesso l’usufrutto e non la proprietà della terra, mentre ai cittadini erano riservati gli usi civici.15

 

  

Cenni sulla storia di famiglia e stemma Brancaccio

Dai documenti risulterebbe che la Casata dei Brancaccio, appartenente probabilmente alla dinastia Brancaccio Napoletana, con Pietro si sia trasferita nel Regno di Sicilia.

Faceva parte del ramo detto Imbriachi, il cui stemma vedeva raffigurate in campo azzurro quattro zampe di leone, le quali cercano di agguantare tre aquile al volo, dipinte di rosso e posizionate su un palo d’argento, situato al centro, o - come si legge nel documento-  uno stemma “di azzurro a quattro branche di leone d’oro, divise da un palo d’argento caricato da tre aquile di rosso al volo spiegato”.  Dall’Onciario apprendiamo che i Brancaccio s’imparentarono con i Vargas, che già possedevano le terre di Cagnano e di Carpino. 

Don Luigi Paolo Brancaccio, nato a Palermo nel 1703 da Ignazia Muscella e dal marchese Giovanni I ereditò, infatti,  dal padre il titolo di Marchese della Guardiabruna, e, tramite il matrimonio contratto nel 1738 con Felicia Vargas, Principessa di Carpino e Duchessa di Cagnano, il titolo di Principe di Carpino e Duca di Cagnano. Egli perciò fu nominato Marchese della Guardiabruna, Duca di Cagnano e Principe di Carpino.

Luigi Paolo Brancaccio capostipite dell’ultima famiglia feudale del luogo- amministrò le succitate terre per 17 anni e morì nell’anno 1776.  I figli di Luigi Paolo e di Felicia assunsero il cognome Brancaccio-Vargas.

Donna Felicia morì all’età di 52 anni, allorché le terre di Cagnano - Carpino passarono nelle mani di Giovanni, primogenito maschio, fratello gemello di Ignazia, nato nel 1739.

Quando Giovanni ereditò il feudo [nel 1755], aveva 16 anni e fu principe di Carpino e duca di Cagnano per 39 anni. Nel 1771 Giovanni convolò a nozze con Camilla, figlia dell’aristocratico Nicola Pirelli.

Dopo un anno di matrimonio, Giovanni e Camilla misero al mondo un bambino di nome Luigi Paolo, come il nonno, il quale entrò in possesso delle due terre alla morte del padre, avvenuta nel 1794, e le mantenne per altri 12 anni.

Nel 1806 Luigi Paolo II sposò Donna Anna Maria Caracciolo, figlia di don Petraccone. A Luigi Paolo II successe il secondogenito Pietro [da don Petraccone], duca dal 1831, dato che il primo nato chiamato Giovanni,  era morto quando aveva solo  due anni di età.

Dal 1806, quando le leggi eversive cancellarono la feudalità, i principi rimasero tali solo di nome e, insieme alla giurisdizione, perdettero ogni altro diritto feudale. L’ultimo principe di Carpino e duca di Cagnano, fu pertanto Luigi Paolo Brancaccio II, figlio dei Giovanni e di Camilla Pirelli. 

 

piscina a cielo apertoPAPAZZO BARONALE, FACCIATA SW


 

 


1 Signori feudali della terra di Cagnano: Casato della Marra [1326- 1483], Giovanni Di Sangro [1483-1497], Troiano e Fabrizio Mormille [1497- 1583], Antonio Loffredo [che l’acquista nel 1526 per 38 mila ducati  e la tiene fino al 1593], Antonio Nava [1596], Alonzio de Vargas e Donna Zenobia Nava [1616-1680], duchessa Giulia d’Ajello, madre di Zenobia, che nel 1628 l’acquista per 10 mila ducati, conferendole titolo di ducato, Vargas - Cussagavallo […1703 -1732], Brancaccio [ 1738-1806]. Cfr. N. DE MONTE, Una Gemma del Gargano, Arti grafiche il Pescatore, FG, 1955, pp. 30-37; D’ADDETTA, Carpino, Ed. C. Catapano Lucera, 1973, pp.19-27; L. CRISETTI GIMALDI, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, Acropolis Manfredonia 1999, pp.19-21, .

2 “Don Luigi”, contrada a est dell’abitato,  “piscina don Paolo”  a sud-ovest vicino a Puntone Raguccio, “canale don Paolo” a nord-est del centro abitato: toponimi in cui sicuramente la Casa ducale Brancaccio aveva delle proprietà. Può essere, però, che siano afferibili anche a Paolo della Marra.

3 Fida: inizialmente facoltà del proprietario di concedere in affitto al locatorio dei fondi pascolatori, poi contratto dell’affitto degli erbaggi tra feudatario e Università per le terre a difesa, quindi sui demani universali e feudali.

48 Difesa: area delimitata con siepi, argini, fossi, preclusa all’uso civico o al semplice pascolo, proibendo a chiunque di entrare. Le difese erano dei beni che appartenevano allo Stato ed erano originariamente sotto il diretto controllo del sovrano. Nel XVII secolo per la scarsezza di capitali furono vendute ai privati, in Terre civiche e proprietà collettive del Tavoliere, Gargano, Murgia ed Alta Murgia di Puglia, F. Mastromarco, Internet. “Su tutto intero il territorio  quando colui che lo possedeva avesse voluto precludere una parte all’uso civico, e anche al semplice pascolo consuetudinario dopo tagliate le messi, la chiudeva con siepi, argini e fossi, proibendo a chiunque di entrarvi. Ciò dicevasi mettere a difesa, dalla voce Franca difendere, proibire, e difesa dicevasi l’estensione chiusa. […]. Chi entrava in una difesa era sottoposto alla fida e, se non era desiderato, alla diffida. Si assistette, comunque, ad abusi sin dal tempo degli angioini, continuarono con i baroni, al tempo degli aragonesi e spagnoli e, con essi, le lamentele delle popolazioni, che ricorsero ai sovrani, come attestano le Prammatiche emanate per garantire i loro diritti. Anche la Commissione feudale si occupò mille volte delle questioni delle difese, nate “o da una speciale concessione del sovrano” o da “una formale convenzione dell’intera popolazione”. E. CIARDULLI, Della liquidazione degli usi civici, pag.3.

4 Mandria dei buoi. 

5 Cfr. Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Cagnano,  Atti preliminari ed apprezzo, busta n° 7127, Archivio di Stato Napoli (ASNA).

4 Spazio adibito al pascolo e all’olivicoltura, situato al di sotto dei 300-400 m s.l.m.

5 Contributo corrisposto in natura per il godimento di un pezzo di terra.

6 La portolania era la carica più importante della città, che riguardava “il buon governo degli abitanti, la nettezza e lo sgombro delle strade, ed in generale dell’igiene pubblica; e comprendeva pure la visita a’ vascelli e alle barche, nonché alla qualità delle merci da sbarcare, per quanto rifletteva la pubblica sanità”. TETI, Il regime feudale, pag 56.

7 “I baiuli o baglivi, erano scelti dai barone e riscuotevano per essi, o per appalti, la bagliva, che gli stessi baroni locavano anche a forza a’ cittadini del luogo.”  STEFANELLI, Memorie di Troia, pag 47.

8 Nel bollettino delle sentenze della commissione feudale si legge: “Sotto il nome di bagliva – dice il comune- il barone esigeva carlini 5 per ciascun fuoco, 10 da ogni massaro di campo, grana 25 per somaro, grana 75 da coloro che avessero più somari, calini 10 da’ possessori di bovi.” Vedi Bullettino delle sentenze, 18/12/1809, Tra il comune di Carpino e il suo ex barone, ASNA.

9 Diritto di proibire a chiunque di usare gli erbaggi e di esigere una multa dai contravventori.

10 Il mastrodatta era il maestro d’atti, un funzionario che custodiva gli atti e che svolgeva anche funzioni giudiziarie come supplente dei giudici.

11 Chi vuole dannarsi deve andare a raccogliere manna,/ perché ha da combattere con la fortuna/ sono rimasto scalzo, nudo e senza manna/ e senza cordicelle[ stringhe] agli scarponi. Versi consegnatici dall’ex colono Paolo Tarolla.

12 Cfr.  Regia Camera della Sommaria, Patrimonio catasto onciario 1750-51, Cagnano,  buste n° 7127, 7128 e n° 7131, Casa Brancaccio, ASNA.

13 Cfr.    Ricordiamo che 1 carro è l’equivalente di 24 ettari 52 ari 73 ca..

14 Il documento precisa che tale territorio confina con il suddetto oliveto da levante, la difesa del Pozzone da borea, e la Difesa Regia da mezzogiorno, … che è stato tratturo dell’Università corrispondente al vado della valle Sant’Angelo al pantano, oggi occupato da detto Illustre possessore.

15 Cfr. L. LOMBARDI, Gli usi civici nelle provincie napoletane, ed. Brenner, Cosenza 1882.

5 avril

Pietro Giannone

ISCHITELLA: CELEBRAZIONI GIANNONIANE Resoconto primo incontro (19.05.2002)

Pubblicato su Il Gargano Nuovo, luglio 2002

 

Lodevole l’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Ischitella, sindaco dott. Vincenzo Basile, volta a celebrare Pietro Giannone, giurista e storico, uno dei personaggi di spicco della cultura italiana del ‘700. In serata d’apertura della prima conferenza, addì 19 maggio 2002 ore 20, nella sala consiliare del comune che insieme allo stemma della cittadina garganica ostenta due ritratti del giurista, il primo cittadino precisa con orgoglio l’obiettivo dei diversi incontri in cui saranno dibattuti temi specifici afferenti all’illuminista garganico: far conoscere lo storico e il giurista Pietro Giannone, poco noto ai suoi concittadini, sconosciuto alle nuove generazioni, nonostante le diverse strade, piazze, edifici a lui intestati in molti luoghi.

Gli atti dei convegni e/o manifestazioni giannoniane saranno poi pubblicati a cura dell’amministrazione. Essi, insieme alle pubblicazioni e ai testi recuperati- continua il dott. Basile,-  andranno a costituire un patrimonio di studi da mettere a disposizione delle giovani generazioni, per orientarle nel recupero delle radici storico-culturali e nella conquista di senso.

Presenta la prima serata delle celebrazioni giannoniane il prof. M. G. D’Errico. Relaziona il prof. G. De Matteis, ordinario di lingua e letteratura italiana, Università degli studi di Pescara sul tema : “Pietro Giannone (1676-1748) nella realtà storico-culturale del suo tempo”, cercando di rendere intellegibile al pubblico presente molto interessato il pensiero alquanto complesso dello studioso.

 

Il contesto storicoculturale

Per comprendere questo personaggio occorre riandare con la mente al contesto, ai secoli XVII e XVIII, allorché l’Italia acquista consapevolezza della sua decadenza economica, politica e culturale, a fronte del progresso di Francia ed Inghilterra, cui anteriormente ha insegnato la gloria.

Nel ‘700, comunque, qualcosa si muove anche nella nostra penisola, assistendo ad un intenso fervore di studi nuovi, volti a ridare dignità alle nostre lettere. Il secolo dei lumi reagisce, pertanto, al cosiddetto oscurantismo, alla Controriforma religiosa, al barocchismo, confidando nella ragione e in una letteratura che si prefigge di svolgere funzioni civili.

La filosofia del ‘700 si fonda sulla “ratio”, su immagini fondate sulla verità, “le idee chiare e distinte” di Cartesio, e condanna la poesia intesa come espressione del sentimento e passione dell’anima non aderente alla realtà. L’Arcadia intende, infatti, opporsi alla retorica e all’ampollosità della cultura secentesca, proponendo uno stile semplice. L’obiettivo del poeta, perciò, non è più quello di meravigliare e di stupire, ricorrendo ad espressioni gonfie, lontane dalla concretezza.

Il contesto culturale in cui vive Pietro Giannone è quello che vede protagonisti anche  Goldoni e Alfieri, i quali propongono un nuovo modo di fare teatro. E’ il  periodo storico di G-B. Vico, autore della Scienza Nova, in cui affronta in modo originale il problema della storia che, tra corsi e ricorsi, è contrassegnata da un costante divenire e fa coincidere il “verum cum factum”. Vico, inoltre, avvalorando il particolare, recuperando l’infanzia e i miti della fantasia, apre  al Romanticismo e fa della storia non solo un arido elenco di fatti, ma altresì una ricostruzione di ricordi. Il ‘700 è, infine, il secolo di L. A. Muratori, che punta sulla scientificità della storia.

Messo a punto il contesto culturale italiano, di cui si alimenta lo studioso garganico, il prof. De Matteis passa a cogliere i dati caratteristici del regno di Napoli, dove si forma ed opera inizialmente lo storico e il giurista ischitellano, e precisamente della capitale, dove si respira una ventata culturale filosofica e letteraria non indifferente. Napoli accoglie, infatti, grandi medici e filosofi, conoscitori del pensiero di Hobbes, Locke, Cartesio… E’ la Napoli di quelli che Gramsci definisce “eruditi disorganici”, gli studiosi che intendono fare cultura senza essere diretti o condizionati dalla chiesa.

I sovrani, che si ispirano alle idee illuministiche, avviano una politica caratterizzata dal proposito di estendere la giurisdizione e il controllo dello Stato sulla vita e sull’organizzazione della Chiesa, riducendo i diritti e i privilegi ecclesiastici. Vengono perciò soppressi  conventi, cancellati il  diritto d’asilo e la manomorta, contestati gli oboli a Roma,  la legittimità dei tribunali dell’Inquisizione e il monopolio ecclesiastico dell’istruzione. Nella seconda metà del ‘700 tale atteggiamento anticuriale è retto, dunque, a politica di governo da diversi sovrani europei, anche  dal re di Napoli, Carlo III di Borbone. La politica ecclesiastica dell’assolutismo illuminato è una tappa fondamentale nella modernizzazione della società e della mentalità, una rivoluzione dall’alto che coinvolge gli strati superiori, suscitando lo sdegno di quelle inferiori, legati ai valori tradizionali..

 

Cenni biografici opere di P. Giannone

Nato ad Ischitella (Fg) il 7 maggio 1676, Pietro Giannone, dopo aver trascorso gli anni dell’adolescenza nella cittadina garganica, studia giurisprudenza a Napoli. Conseguito il dottorato, esercita l’avvocatura ed è ben presto conosciuto e stimato nell’ambiente forense. Giannone avverte prepotente il bisogno di uscire dalla chiusura culturale imposta dalla Controriforma, da una realtà che  intende costringere le coscienze, e sente la necessità di aprirsi all’Europa. Studia perciò il francese e l’inglese per accedere alle opere dei pensatori d’oltralpe, incontrandosi con le teorie del giusnaturalismo e col pensiero anticurialista.

Partecipa del pensiero dei filosofi del 600 e s’interessa della questione dei rapporti tra il diritto civile e quello canonico, ideando un’opera  in grado di confutare la fondatezza delle tesi dei curialisti e denunciando le usurpazioni esercitate dal clero e dai papi sullo stato napoletano nella storia.  Tra il 1721 e il 1723  presenta alla stampa l’opera che vede realizzato questo suo progetto: Istoria civile del regno di Napoli, fortemente contestata sia dal clero che dalla plebe napoletana.

E’  in questa  cronistoria delle vicende del mezzogiorno dall’epoca dei romani agli inizi del XVIII secolo, che  Giannone afferma la supremazia dello Stato sulla Chiesa, ponendo le basi del giusnaturalismo.  Riprendendo le tesi di Dante, Machiavelli e Sarpi, rivisitandole alla luce della moderna teoria giuridica, Giannone condanna con fermezza il potere temporale dei papi, al quale attribuisce la crisi del Cristianesimo e l’ostacolo al progresso civile dei popoli, e, mentre riconosce al pontefice la supremazia del potere spirituale, gli nega con fermezza l’esercizio del potere temporale.

Ricostruisce, inoltre, come si è formato il potere politico della Chiesa, attraverso le donazioni e i lasciti, i soprusi e le sopraffazioni a danno dei principi. Giannone si batte quindi con coraggio per il riscatto civile del Mezzogiorno, abbracciando tesi destinate ad avere successo nella storia moderna. Lo studioso ischitellano si forma, dunque, nel clima della Controriforma e, al pari di G.B. Vico, avverte il bisogno di emancipare la cultura e l’opinione pubblica napoletana. Egli intende sostenere il potere laico forense,  andando contro le pretese della curia, contro i gesuiti, facendo appello alla concreta realtà della legge. Accusato di empietà, di eresia, di ateismo, Giannone è colpito da scomunica insieme agli editori del suo libro dalla curia di Napoli. Fugge perciò da questa città e si reca a Vienna dove riceve ospitalità e una pensione annua da Carlo VI,  al quale ha dedicato  l’Istoria.

A Vienna compone il Triregno, un’altra opera contro il potere papale, che finisce nelle mani degli Inquisitori e che sarà pubblicata postuma su una copia apocrifa e incompleta. In questo lavoro l’autore polemizza in modo ancora più vivace contro la curia e rifiuta in campo teologico alcuni dogmi del cattolicesimo. Esamina come nella storia della religione cristiana siano rinvenibili tre fasi, alle quali fanno riscontro tre regni: il Regno terreno, creato dagli Ebrei per la mondanità della chiesa; il Regno celeste, riconducibile a Cristo e agli apostoli, volto a dare risalto agli umili e a disprezzare la mondanità; il Regno papale, costruito dalla chiesa dopo Costantino, volto ad   affermare gli interessi politici contrastanti con quelli spirituali. La Chiesa, a parere del Giannone, ha il dovere di recuperare il Regno celeste, rinunciando alle ambizioni politiche e ritornando al Vangelo.

Quando, nel 1743, l’Austria perde il regno di Napoli, Giannone, privato della pensione, torna in Italia. Perseguitato implacabilmente dalla Chiesa, si rifugia a Venezia, dove spera che il nuovo re, Carlo di Borbone, agevoli il suo rientro in patria, ma i gesuiti si oppongono ed è costretto a  riparare a Milano e infine a Ginevra. Anche qui, però, avverte la minaccia dell’odio clericale, quindi sconfina in Piemonte, dove tradito da un falso amico viene fatto arrestato dal re Carlo Emanuele III di Savoia. Le sue idee, contrarie ad ogni forma di potere temporale della chiesa,  sono alle origini delle persecuzioni da parte degli ecclesiastici e  della prigionia.

Nel 1747 nel carcere di Torino è costretto ad abiurare, ritrattando tutto davanti al Tribunale del Sant’Uffizio ma, pur avendo dato manifestazione di pentimento, la sua condizione non migliora. Si spegne perciò  in questa città il 17 marzo 1748, dopo 12 anni di carcere e di sofferenze descritte con efficacia nella bellissima Autobiografia, uno spazio per confessarsi, dove egli si apre finalmente sviscerando se stesso attraverso un linguaggio non più secentesco e appesantito.

Poco dopo la sua morte, lo storico ischitellano diviene un mito nell’Europa illuminista pervasa dalla cultura laica e anticurialista, mentre Carlo III di Napoli, assegna  una pensione al figlio di Giannone, in segno  di  doveroso riconoscimento alla memoria “del più grande, più utile allo Stato e più ingiustamente perseguitato uomo che il regno abbia prodotto in questo secolo.”

 

Giannone: luci e ombre

Il professore dell’ateneo di Pescara non si limita a tessere le lodi del giurista e dello storico P. Giannone, egli vuole offrire una visione a 360 gradi del suo pensiero, evidenziando sia la “pars costruens” che quella “destruens”. Sotto quest’ultimo profilo, conviene che il pensiero dell’ischitellano ha un’impostazione piuttosto contingente e se nel suo tempo il suo pensiero è decisamente attuale, trascorso il periodo dell’illuminismo, non lo è più, per cui l’opera è pressoché dimenticata nel romanticismo. 

Come giurista- continua il prof. De Matteis-  egli non esce fuori dallo schematismo, individuando due sole realtà contrapposte e in contrasto nei secoli: Chiesa e Stato. Nel suo pensiero il popolo non ha peso. Si tratta di un popolo che s’identifica col sovrano stesso, che cede la propria potestà al principe. Le idee risorgimentali e patriottiche sono dunque assenti nella sua opera. Giannone, in altri termini, non concede al popolo di poter modificare la propria storia, come si evincerà poi dalla lezione della Rivoluzione francese. Giannone, inoltre, non comprende il significato storico-sociale di tutte le rivoluzioni precedenti.

L’uomo di storia e l’uomo di legge - a parere del relatore- non è in grado di leggere il vero significato della storia; nel suo pensiero predomina l’istinto monarchico di origine divina e se egli difende strenuamente lo Stato contro la prevaricazione della Chiesa, trascura decisamente l’aspetto economico della storia.

Oggi la critica vede, dunque, il limite della visione storica di Pietro Giannone, sia nella Istoria, sia nel Triregno, in quanto egli non riesce a prevedere il contributo e l’evoluzione del popolo, lo scardinamento del potere della Chiesa, la valenza dell’economia. Ma questo non può accadere, perché i tempi non sono maturi, e pretenderlo potrebbe costituire una forzatura, consistente nel tentativo di decontestualizzare il pensiero di Giannone da quella cornice decisamente illuminista della sua epoca. Nonostante i difetti evidenziati dalla critica – conclude il prof. De Matteis- va detto chiaramente che  l’opera dell’ischitellano dà al ‘700 napoletano una forte spinta verso la libertà e che il suo pensiero è indispensabile per comprendere appieno gli aspetti storici, politici e letterari del XVIII secolo. Egli in effetti anticipa molte istanze illuministiche europee, coltivando l’ideale di uomo emancipato da ogni soggezione o forma di potere.

 

 

30 décembre

Donne garganiche

Omaggio Alle Donne Garganiche, art. Leonarda Crisetti, Il Gargano nuovo
In occasione dell’8 marzo vorrei ritagliare uno spazio e destinarlo alla celebrazione delle donne del Gargano, donne lavoratrici, donne che fino agli anni 60, in assenza  dei servizi igienici e dei comfort attuali, dovettero far fronte a mille incombenze, sottoponendosi alla fatica del bucato e del pane, alla provvista di legna ed acqua; donne impegnate a “spigolare” grano nei campi già mietuti anche negli ultimi mesi della gravidanza (con i neonati avvolti ‘nda li pannucce). Donne vichesi e rodiane, impegnate a seccare cortecce d’arance e a commerciarle, donne cagnanesi intente a salare il pesce. Donne garganiche che quotidianamente, al suono della trombetta, dovevano vuotare i canteri pieni nel carro botte; donne lavandaie che lavavano i panni sporchi  della propria famiglia e di quelle dei ricchi; donne che attingevano acqua alle cisterne, ai pozzi e alle sorgenti situati lontani dal paese; donne impegnate nel ricamo, nel cucito, nella filatura e nella tessitura di tessuti e di reti per costruire attrezzi da pesca. Donne che a fine 700 erano abbruttite dalla sporcizia e dalla miseria, come attesta anche Manicone in La fisica Appula. Donne che, oltre a tutte le succitate faccende, erano intente a svolgere il ruolo di figlia, di moglie e di madre, senza dover contravvenire alla  censura, alle regole imposte da una cultura androcentrica, che le voleva relegate in casa. Donne impegnate in attività sommerse, in lavori faticosi ma non retribuiti e pertanto non riconosciuti, destinate perciò al posto di subordinate, soggiogate all’uomo, l’unico che all’inizio del novecento vide riconosciuti alcuni diritti, perché portava a casa il soldo. Grazie a questa risorsa femminile, tuttavia, molti progressi furono conseguiti da tutta la società garganica.
 
Le donne cagnanesi furono in alcuni casi protagoniste di sommosse popolari, come accadde negli anni  del fascismo, allorché  furono spinte dalla miseria a ribellarsi contro lo strapotere del podestà e per questo si meritarono l’arresto, seguito da condanne detentive. Era il 1941 quando queste donne, in assenza dei mariti impegnati nel secondo conflitto mondiale e dilaniate dalla povertà, scioperarono per la fame: si recarono in massa all’ex municipio e tentarono di scacciare il podestà, fecero poi un lungo corteo e sfilarono lungo le vie del paese. Molte di esse furono arrestate e condotte al carcere di Lucera. C’erano tra quelle, la signora Nannina, che portò con sé in prigione anche la sua bambina, Lucia, Carolina, Graziella… Giangualano Maria. Quest’ultima era un’attivista che prima di partecipare allo sciopero aveva scritto una lettera molto interessante ed accorata al Duce, chiedendogli aiuto per sé e per la sua bambina:
 
"Sono povera, assai povera, la mia casa è tanto oscura perché vi regna la miseria e insieme la tristezza. Sono infinitamente impressionata nel sentire la morte di vostro figlio Bruno e con angoscia pensavo al dolore vostro e della famiglia tutta. Fra questi pensieri misi alla luce una bambina che diedi il nome di  Bruna: la mia povera Bruna già sente freddo; guardandola pensavo fra me: E’ bella, è vispa, ma non posso ben fasciarla e coprirla, solo col mio affetto e col mio latte ho da farla vivere! Con grande meraviglia questa notte ho sognato un giovane forte e ardito; io avevo fra le mie braccia la mia cara Bruna e questo mi disse: Addio! E poi sparì.
Duce, nostro buon Duce, abbiate un pensiero per me e per la mia bambina.
Con grande venerazione vi saluto”.
 
Ma questo suo appello accorato e il tentativo di blandire il Duce non furono sufficienti dato che  la signora Maria partecipò allo sciopero contro la mancanza di viveri.  Nella storia cagnanese va ricordato anche il caso singolare della zia Giovannina, figlia del calzolaio Teopista, che nel 1946 con la prima amministrazione postfascista ricoprì la carica di assessore alla pubblica istruzione. Per le votazioni del 31 marzo 1946 elaborò un testo che personalmente presentò in un comizio elettorale e che attesta la sua fede convinta nel partito comunista. Di questo comizio   vi presento qualche passaggio, che ci permette si conoscere meglio il personaggio:
 
“- Proletari, …non fatevi ingannare dalla borghesia… che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di vota civile Vi fecero incarcerare perché  reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioè che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … 
 
 La zia Giovannina conseguì il diploma magistrale, ma non l’abilitazione perché, rispettosa della sua ideologia, non si è voluta sottomettere alle regole del regime, che prevedevano il tirocinio a scuola, tirocinio che senza la tessera fascista non si poteva effettuare. Così la zia Giovannina continuò ad esercitare privatamente, a fare l’infermiera, la fotografa e a militare in politica, organizzando incontri sindacali nei quali poter affrontare i problemi dei lavoratori e militando nel P.CI., partecipando insieme al padre pressoché analfabeta, il quale se la portava dietro “perché sapeva parlare bene”. Si riunivano allora nelle grotte, che non mancavano in paese, data la natura carsica del territorio, per non farsi scoprire. La zia Giovannina aveva idee larghe per quei tempi, non si sposò, ma adotto due bambini: Mario Paolino (che seguendo le orme della madre adottiva fu militante attivo del P.C.I. per circa mezzo secolo a Cagnano Varano) e Rita.
 
Un esempio di emancipazione, soprattutto se pensiamo che gli eventi si riferiscono agli anni trenta/ quaranta e che operava in un contesto storico in cui le donne si tenevano a debita distanza dalla politica. Comunista convinta e dichiarata, alla sua morte avvenuta nel 1952, non è riuscita a ricevere il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per  veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza essere potuta entrare nella casa di Dio.
 
La storia garganica è segnata anche dalla tragedia e insieme dalla rinascita economica causata dal fenomeno dell’emigrazione, come attesta il caso di Natina, una  storia simile a molte altre in cui molte donne avranno modo di potersi rispecchiare. Il contesto storico ci porta questa volta agli anni sessanta/settanta.
 
Natina nasce a Cagnano Varano  da una famiglia modesta e numerosa (sette figli) nel 1949, un anno di crisi, come ricordano quelli del posto, perciò stenta a soddisfare il bisogno della fame. La mamma per poterla  nutrire  è costretta ad allungarle il latte con l’acqua. A 11 anni Natina è già sotto  gli alberi a raccogliere le olive, veloce, allungando entrambe le mani e ritirandole con ritmo frenetico, proprio come fanno le galline sotto la spinta della fame. Nonostante la sua debolezza e gracilità, deve riempire alla svelta il cesto, altrimenti il proprietario non la fa lavorare il giorno successivo. A 14 anni  è alla “Saleria”, un’industria di conservazione del pesce, dove lavora, 10- 12 ore al giorno, anche se non in maniera continuativa. A 17 anni emigra in Svizzera, insieme ai suoi fratelli maggiori. 
 
Finalmente recupera alcuni chili, potendo mangiare banane, cioccolata e latte. Anche qui lavora a cottimo, soddisfacendo contemporaneamente la domanda di tre ditte. Confeziona merletti da mane a sera e per diverso tempo svolge l’attività a domicilio perché deve accudire a che a due bambini: il suo e quello della sorella. S’impegna con tutta l’anima per farsi apprezzare e soprattutto per non farsi dare dello “zingaro”, appellativo che gli svizzeri in quegli  anni riservavano a molti italiani. Ricorda che si angustiava molto quando leggeva sulle vetrine dei ristoranti e su qualche parete la scritta: - Via i cani dalla Svizzera, pensando che l’espressione era riservata agli italiani.
 
Alla nascita del secondo bambino, Natina è costretta a lasciare il più grande al paese natio presso la famiglia materna. Da quel momento, soprattutto al sabato, allorché cessa il ritmo frenetico del lavoro e può concedersi di pensare interamente ai figli, Natina  si ritrova a versare fiumi di lacrime, accusa forti dolori alla testa, è triste e si sente in colpa per questa forzata separazione.
 
Finalmente, dopo aver messo da parte quel tanto che basta per costruirsi un nido e avviare un’attività lavorativa, Natina e il marito fanno ritorno a Cagnano. Natina però soffre ancora una volta. Dopo 10 anni d’emigrazione fatica ad adattarsi: Cagnano non è più come l’aveva lasciato, sono cambiati i rapporti tra le persone, il modo di trascorrere il tempo libero, non c’è più quella coralità di un tempo. Via via si adatta anche a questa nuova realtà, ma soprattutto non accusa più il mal di testa  dal momento che la famiglia è riunita. Ora Natina ha 55 anni e continua a lavorare insieme al marito nella sua piccola azienda, per mettere da parte qualcosa per i figli, per sentirsi utile e, forse, inconsciamente, per farsi perdonare il fatto di essere stata lontana dai suoi bambini negli anni più importanti, i primi anni di vita, quelli che sembrano condizionare il resto dell’esistenza
29 décembre

Giovanni Costanzucci Paolino

 

  

GIOVANNI COSTANZUCCI PAOLINO

 

Mario Paolino è mancato all’affetto dei suoi cari alle ore 12.30 di giovedì 28 giugno 2007. La notizia fa affiorare alla mente di gran parte dei cittadini di Cagnano Varano e di buona parte dei 60-70 enni della Provincia, di ogni estrazione politica, una serie di ricordi generalmente positivi, legati alla storia di questo personaggio. Poiché le sue esperienze non appartengono solo alla sfera privata, è giusto e utile che se ne parli, sia per chi lo conosce già, rinfrescando la memoria, sia per chi, giovane, non ha avuto modo di conoscerlo, offrendo a tutti spunti di riflessione.  I miei ricordi collocano l’immagine di Mario Paolino nella cornice del centro storico, in via San Giovanni n°12, dove visse da celibe e da coniugato, accanto al volto di due donne, che lo hanno curato e dato una mano nella professione ufficiale di fotografo.

Lo vedono militante convinto sulle bancarelle dei comizi, accanto al simbolo della falce e martello.

Lo vedono insieme ai “compagni” nella sezione o in giro per il paese, a chiedere i voti per il partito comunista.

Lo vedono sindacalista, impegnato a sostenere i diritti dei pensionati.

Lo vedono capo dell’opposizione, sempre in prima fila, intento a tessere un dialogo costruttivo, mai a demonizzare l’avversario politico.

Lo vedono sindaco, nei locali dell’antico municipio del paese, impegnato ad affrontare le complesse problematiche dei cittadini, a rispondere alle domande curiose che gli ponevano i miei alunni nelle uscite didattiche.

Lo vedono nella biblioteca dove, il quotidiano e qualche rivista sotto il braccio, si incontrava con altri anziani, per dare e ricevere informazioni.

Lo vedono da ultimo, accanto, al telefono, pronto a rispondere alle domande che gli ho rivolto in ogni mia ricerca. L’ho, infatti, consultato sia per acquisire qualche dato sulla storia del paese, sia per chiedere foto significative: immagini che custodiva nei suoi album, catalogati con ordine e precisione. 

Fino a vent’anni fa, quando – prima degli ultimi acciacchi - era ancora molto attivo, tutti lo chiamavano “Mariopaolino”, pensando che fosse il suo nome. In realtà il suo vissuto nasconde qualche sorpresa.

 

Il nome

Come risulta dalla pagella del 1932, Mario Paolino è  Costanzucci Mario, figlio di N.N., nato a Vasanello (Viterbo) il 19 settembre 1925. Trascorre i primi cinque anni al brefotrofio “Umberto I°” di Viterbo, è quindi adottato da zia Maria (1882-1942) e zia Giovannina Paolino (1888-1952) - è così che Mario chiama le due mamme- e si trasferisce a Cagnano Varano. Sarta la prima, fotografa e maestra privata la seconda, entrambe le “mamme” si prendono cura di Mario. Insieme ad essi vive una sorella adottiva di nome Rita.

All’anagrafe è invece Giovanni Costanzucci Paolino. In seguito ad alcune indagini condotte da adulto a Vasanello, il nome di Mario è modificato, dunque, in Giovanni, quando è ormai per tutti Mario.

 

Un personaggio chiave: la zia Giovannina 

Giovannina, figlia di Teopista Paolino, [da cui il soprannome Diopistra], è la sua figura di riferimento, la persona che sa donargli insieme all’affetto, quel rigore morale e quei forti ideali sociali e politici che lo guideranno nel corso della vita.

Mario è, dunque, a Cagnano negli anni del Regime e vive in una famiglia atipica, dato che due donne si prendono cura di lui: Maria e Giovannina.

La prima è l’esatto opposto della seconda: Maria è, infatti, molto devota (bbezzoca) e pragmatica, Giovannina, più energica, sognatrice ed ambiziosa.

Quest’ultima vive spesso fuori Cagnano, si reca a Viterbo, Ancona, Città di Castello, nutre una forte passione politica di stampo marxista, acquisita dal padre, che la porta con sé sin da bambina negli incontri “segreti” tenuti da socialisti e anarchici nel primi anni del ‘900. 

Mario frequenta la scuola elementare “Pietro Giannone” di Cagnano Varano fino alla quinta elementare. Siamo in pieno Regime e la vita, dura per tutti, lo è ancora di più per la famiglia Paolino di fede comunista.

Zia Giovannina, progressista e anticonformista, non vuole flettersi alle lusinghe e alla propaganda fascista e, possedendo i rudimenti del sapere, insegna a leggere e a scrivere a molte persone. Siccome non vuole prendere la tessera fascista, non può accedere al ruolo di insegnante elementare ed è costretta ad esercitare la professione privatamente.

Mario vive la seconda e terza infanzia serenamente, fra giochi, scuola e disbrigo di piccole incombenze familiari. Insieme a Giovannina, a Maria e a Rita d’estate trascorre le vacanze ad Ancona, in una casa di proprietà, che le due mamme vendono allo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Il 1942 è segnato dal lutto per la perdita di “zia” Maria. Dolore che, grazie alla grande forza e all’affetto di zia Giovannina, sia Mario sia la piccola Rita riescono a superare.

Mario si forma, dunque, in questo clima familiare, nutrendosi di ideali religiosi cristiani frammisti a ideali comunisti.

Pressoché adolescente, segue le trasmissioni di Radio Londra, emittente clandestina negli anni del secondo conflitto mondiale e annota le notizie più importanti su un diario personale.

Vive da spettatore le amministrative del 1946, le prime del dopoguerra, che vedono protagonista proprio la zia Giovannina. Unica donna candidata nella lista unitaria PCI-PSI, questa donna vince le elezioni ed è assessore.

 

Il matrimonio

Due anni prima della morte di Giovannina, in uno dei suoi soggiorni estivi nella masseria del bosco di Rumungère, tra Cagnano e San Giovanni Rotondo, Mario conosce Maria Assunta Santoro,  che sposerà nel 1954.

L’anno successivo nasce il primo figlio, battezzato Gianni Teopista Costanzucci Paolino, nel 1961 Giuseppe, nel 1966 Sergio, che muore dopo 6 mesi, nel 1968 Claudio.

 

L’attività politica

Agli anni del primissimo Dopoguerra, a seguito del servizio militare svolto fra Bassano del Grappa e l’altipiano di Asiago, risale l’inizio della militanza politica di Mario, che durerà 44 anni. Legge, documentandosi, sui temi di politica locale, nazionale e internazionale, e resta sulla scena fino al 1990. Osserva e apprende sul campo, proseguendo da autodidatta il suo cammino verso la conoscenza.

La politica lo impegna via via di più, “rappresentando una vera e propria missione, una sorta di condizione esistenziale”- spiega il figlio Claudio. Al contempo si dedica alla fotografia, seguendo gli insegnamenti di Giovannina, perché è questa l’attività che gli permetterà di guadagnare il pane per la sua famiglia.

Mario è sulla scena politica come esponente del P.C.I., con incarichi nel Direttivo locale e, quando non è impegnato in ruoli amministrativi, come Segretario. Con la nascita del P.D.S. cessa il suo impegno diretto nel partito, sia perché non condivide un certo modo di fare politica, sia per lasciare spazio alle nuove generazioni. Prosegue, poi, il suo impegno nel Sindacato (C.G.I.L.) come responsabile dei Pensionati (S.P.I) fino al 2000, quando i problemi di salute e la riservatezza lo costringono a vita privata.

È ininterrottamente consigliere del P.C.I per 27 anni, Consigliere alla Comunità Montana del Gargano, sindaco per 4 legislature (1956-60; 1960-1964; 1964-1966; 1979-1983).

Ritiene che per amministrare occorra fare un lavoro di tessitura continua, che sia necessario mediare. Comunista pragmatista e non massimalista, pensa che gli ideali vadano commisurati e adattati alle singole realtà e agli uomini in carne ed ossa.

Si rammarica del sistema proporzionale, che pone ostacoli alla realizzazione dei progetti, in quanto il sindaco è più soggetto ai ricatti e l’amministrazione a cadere facilmente. Cosa che è più difficile che accada con il sistema maggioritario. 

Durante i suoi mandati a Cagnano vengono, in ogni caso, realizzate le seguenti opere: scuola elementare “G. Marconi”, scuola materna “Piazzetta Bellavista”, Cimitero nuovo, strada Cagnano-San Giovanni (anche se di competenza della Provincia), numerose strade interne ed interpoderali, strada Cagnano-Grotta di San Michele, strada San Michele-San Nicola Imbuti, numerose opere per stendere la rete idrica e fognante, incentivi ed opere di supporto ai settori della pesca, agricoltura e zootecnia, lavori di sistemazione nel lago, campi da tennis, aiuti alle fasce deboli (meno abbienti, anziani, disabili).

 

L’oratore

Bravissimo oratore, dava il meglio di sé nei comizi, con eloqui caratterizzati da giusti picchi, passando dal tono deciso a quello pacato, alle conclusioni ad effetto, volti  a lasciare nella mente traccia del messaggio forte, stampandolo come uno slogan.

È convinto dell’importanza della cultura, la quale è l’arma volta a favorire l’elevazione del popolo, lo strumento capace di promuovere la consapevolezza e la conquista dei diritti civili e umani.

Tra le riviste preferite è il Calendario del popolo, cui è abbonato dal 1946 e da cui non vuole separarsi neanche nell’aldilà (una copia, infatti se l’è portata con sé nella bara). Altre riviste: Rinascita e Critica marxista. Immancabile anche la lettura de “Il Gargano nuovo”, di cui è un fedelissimo abbonato da molti anni.

 

        Le amarezze

Fotografo, conserva pochissime foto della sua persona. Cessa la sua vita con qualche cruccio e amarezza. È un politico e un amministratore che non si arricchisce, sia perché fa il sindaco senza stipendio, sia perché ogni entrata va dimezzata, dando un contributo al partito. È sofferente dunque dal punto di vista economico, costretto a pagare il peso di una condanna amministrativa per morosità all’Enel. Paga, quindi, più di 100 euro al mese dei 450 di pensione sociale fino all’ultimo dei suoi giorni.

 

        La questione morale

Quando, con la stagione di “tangentopoli”, si scoperchia la pentola, soddisfatto dice al figlio Claudio:- Sapevo che sarebbe andata a finire così. Mario è convinto che bisogna essere onesti, agire secondo coscienza, non usare il proprio ruolo per fini “altri”, ponendo così in primo piano la questione morale.

 

        Le esequie

Il 29 giugno, giorno dei funerali ha visto la partecipazione commossa della cittadinanza, dell’Amministrazione Comunale e del Sindaco dr. Nicola Tavaglione in veste ufficiale, che ha deposto sul feretro la fascia tricolore di rappresentanza; presenti, inoltre, gli esponenti politici dei Democratici di Sinistra, di Rifondazione Comunista, della C.G.I.L. e delle altre formazioni politiche e sindacali locali. Numerosi gli attestati di stima ricevuti sia dai compagni di partito e sia dagli avversari politici; degna conclusione di una vita che ha fatto del rispetto per il prossimo e dell’aiuto per i più deboli la sua ragione esistenziale.