Leonarda's profileDina CrisettiPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    April 28

    Colpo di scena a Cagnano Varano: "A braccetto" i leader delle due coalizioni più significative

    .

    Proprio così, il dott. Giuseppe Di Pumpo (Udc) e il dott. Nicola Tavaglione (Pdsi) decidono di unirsi e lavorare insieme. Lo annunciano alla cittadinanza, in un comizio, la serata del 26 aprile scorso.

    “Ci siamo incontrati, abbiamo parlato, capito che dobbiamo continuare un discorso interrotto nel 1994. Ora che siamo cresciuti, ci siamo resi conto che sono state le esuberanze giovanili a dividerci. Con umiltà, cospargendoci  il capo di cenere, riteniamo che sia giunta l’ora di far cessare gli odi e le divisioni. Dobbiamo lavorare insieme per il bene del paese”.

    Più o meno questo il contenuto dei discorsi dei sindaci Tavaglione e Di Pumpo. I toni piuttosto incerti, i volti un po' commossi. L’atteggiamento dubbioso anche nella popolazione, che non capisce se è un buon affare.

    La notizia lascia quindi pensare, fa riflettere. Perché questo “abbraccio”? Le congetture sono varie. Spaziano tra la crisi mondiale e nazionale, un po’ di terra bruciata intorno al sindaco Tavaglione, il malcontento in seno all’attuale maggioranza, l’agonia dello Psi a livello nazionale, gli esiti scadenti del duello tra i due contendenti, lo scenario delle amministrative alle porte, le  regionali venture….

    Mi picerebbe pensare che la decisione del sindaco di aprirsi alla “cosiddetta” opposizione fosse motivata dalla consapevolezza di non aver utilizzato al meglio le proprie potenzialità, dalla volontà di mettersi a servizio degli altri per il bene del territorio e della comunità. La domanda però potrebbe essere la seguente: "Cosa ne pensano gli altri?"

    Intanto va detto che Cagnano ha perso del tempo prezioso e che gli interventi di ordinaria amministrazione (ad es. sistemazione e progettazione di strade e porticcioli, per altro non funzionali) non bastano. Bisogna mettere mano alla progettualità, abbracciare una visione sistemica, utilizzare le risorse umane locali, ponendo freno alla fuga dei cervelli (la nostra forza giovanile), prestare ascolto, aprirsi al confronto e al dialogo, contrastando il pregiudizio, sostenere le attività produttive e culturali, valorizzare le “diversità” e le nostre invidiabili risorse: lago, mare, paesaggio rurale, beni culturali.

    April 26

    Verso la città Gargano: la PdL di Cagnano s'incontra

     

    Verso la città Gargano

    La Pdl Cagnano s’incontra per riflettere

    In una graziosa cella del convento settecentesco dei Padri Riformati francescani, alle 18.30 del 23 aprile s’incontrano rappresentanti della Pdl e cittadini di Cagnano Varano.

    Introduce il coordinatore Giuseppe Sanzone, indugiando sui valori gruppo, che pone in primo piano la famiglia, la scuola, lo sviluppo. Lamenta l’assenza di informazione a livello locale, si augura che con la partecipazione, con gli incontri della PdL si possa arginare questa difficoltà.

    Matteo Stefania, altro coordinatore PdL di Cagnano, accenna la Piano strategico Area Vasta di capitanata 2020, che, pur favorendo Foggia, Cerignola, Manfredonia e San Severo, interessa tutta la provincia. Il Gargano sarebbe penalizzato dato che non tiene in adeguato conto turismo balneare e religioso, mitilicoltura e pesca, agricoltura, pastorizia – le nostre risorse. Tra gli altri elementi di criticità è la viabilità, l’assenza di un aeroporto. La marginalità garganica troverebbe conferma dalla destinazione dei fondi: il 50% del territorio riceverebbe il 20% delle risorse. Interroga quindi il presidente dell’ente Parco Nazionale del Gargano sugli sviluppi dell'incontro del 26 marzo corso.

    Alla lamente si unisce Raffaele Vigilante, PdL Peschici, condannando il “ruolo di parte del leone della Regione” e invocando un tavolo tecnico volto “a  contrastare la prepotenza barese e foggiana”.

    Carmine D’anelli e Giandiego Gatta, però, non sono dello stesso parere. Il sindaco di Rodi G.co, infatti, non trova “che gran parte dei fondi di Area Vasta siano stati dirottati su Bari”, così pure il pres. del Parco che puntualizza:  “Finora non c’è stato alcuno scippo”, aggiungendo che “il 20% dei fondi è un buon risultato per il Gargano".

    D’Anelli partecipa la sua esperienza di governo nella cittadina garganica, del porto costruito in soli sette anni, richiesto sin dal 1906 dall’allora sindaco Sarcinelli, per porre freno “alla moria di gente” che partiva per le Americhe. Parla di alcune scelte impopolari (per il decoro dei palazzi) che tuttavia hanno fatto lavorare la gente, degli attacchi di “certa stampa”, di amore e di abnegazione come requisiti al politico a servizio dei cittadini e del territorio.

    Riprende il tema della “città Gargano”, un sogno di Filippo Fiorentino. Pensa che si possa fare, ma scegliendo con attenzione chi la rappresenterà, tra quelli di sinistra e di destra, perché i veri politici non ci sono più. Così pure Giandiego Gatta, che aggiunge: “Il Gargano ha bisogno di gente onesta, capace e motivata, disposta al sacrificio”. Dobbiamo però imparare a superare la litigiosità, a essere uniti per inseguire l’interesse generale, emarginare “i politicanti da strapazzo”. Anche Vigliante ritienenche Il Gargano abbia bisogno di essere rappresentato: "Occorre parlare con una sola voce", i partiti devono impegnarsi a promuovere lo sviluppo di tutto il promontorio.

    L’avvocato Giandiego Gatta fa autocritica. Rimprovera la PdL - di cui si compiace di fare parte - di aver ignorato le tematiche ambientali, “come se il bene ambientale appartenesse solo a certe associazioni di sinistra”. La ammonisce sulla necessità di evolvere, di considerare ad esempio che la famiglia cambia, la società si trasforma.Ritiene che si debba curare la conoscenza, dando spazio alla cultura e alla comunicazione. Abbiamo pinete, boschi, faggeti, cerreti, falesie, doline e grotte … fenomeni legati a una cultura geologica di cui sappiamo e parliamo poco. Abbiamo coste, mare e laghi, risorse materiali e umane invidiabili.

    April 25

    La grotta di San Michele di Cagnano Varano tra storia e arte

        

     

    Proloco Cagnano Varano

     

    in collaborazione con

    Parrocchia San Francesco

    Parrocchia Santa Maria della Pietà

    Amministrazione comunale

     

    presenta

     

    La grotta di San Michele di Cagnano Varano

    Tra storia e arte

     

    convegno che avrà luogo nell’Aula magna

    del Liceo Socio-psico-pedagogico e Linguistico

    Cagnano Varano (FG), Via Ungaretti,

    nei giorni 6, 7 e 8 maggio 2009


     

     

    Abbiamo il piacere di invitarla alle tre giornate di studio sul tema

    La grotta di San Michele di Cagnano Varano,

    tra storia e arte

     

    Programma

    Mercoledì 6 maggio

    Ore 18.00 – 21.30

     

    Presiede  prof. Leonarda Crisetti, docente di scienze umane

     

    Saluti

    Geo. Matteo Cicilano, presidente Pro Loco Cagnano

    Dott. Nicola Tavaglione, sindaco di Cagnano Varano

    Prof. Antonio Scalzi, dirigente scolastico “G. De Rogatis”

    Don Salvatore Ranieri, parroco di San Francesco, Cagnano Varano

    Dott. Antonio Pepe, presidente Provincia di Foggia

    Dott. Giandiego Gatta, pres. Ente Parco Nazionale del Gargano

    Dott. Roberto Ruocco, consigliere Regione Puglia

     

    Introduzione

    La Grotta di San Michele di Cagnano Varano,

    Cortometraggio a cura di Leonarda Crisetti e .

    Annarita Caracciolo, ass. “Angeli” Manfredonia

     

    Pellegrinaggio in Grotta,

    Testimonianza del sig. Antonio La Porta.

     

    Relatori

    Il culto di San Michele: la tipologia garganica in Italia meridionale

    Progetto CUSTOS: il culto micaelico dal Gargano all’Europa

    Prof. Ada Campione e Laura Carnevale,

    Dipartimento studi classici cristiani dell’Università di Bari

     

    Tracce di frequentazione nella grotta di Cagnano Varano:

    dal Paleolitico ai nostri giorni

    Prof. Leonarda Crisetti

     

    Le grotte di San Michele in Monte Sant’Angelo e Cagnano Varano:

    peculiarità dei siti e aspetti relativi al culto dell’Arcangelo

    Prof. Michele D’Arienzo

     

    Dibattito

     

    “O glorioso Arcangelo”,

    coro eseguito dalla Confraternita di San Cataldo

     

     


     

     

     

    Giovedì 7 maggio

    18.00 – 21.30

    Presiede  prof. Leonarda Crisetti

     

    Relatori

    Gli Angeli della Grotta di Varano

    Ins. Antonio Guida

     

    L’iconografia dell’Arcangelo di Orsara di Puglia

    Prof. Michele Lepore

     

    Il Luogo e l’Oggetto del culto:

    Splendore e bellezza nell’iconografia micaelica

    Dott. Maria Antonia Ferrante  

     

    Presentazione del Progetto

    “PROARCANGELO MICHELE”

    e sottoscrizione del protocollo d’intesa tra le Proloco di

    Cagnano Varano, Montesant’Angelo e Orsara di Puglia

    A cura della prof. Concetta Terlizzi.

     

    Dibattito

     

    “Santo nostro protettore”

    Coro eseguito dalla Confraternita di San Cataldo


     

     

     

     

    Venerdì 8  maggio, Festa di San Michele

     

    9.00 -12.00

    Fiera del bestiame, presso “Casetta Roscia”

    Fiera mercato, corso Giannone Cagnano Varano

     

     

    16.30 – 21.00

    Raduno alla Croce di San Michele

    Processione

    Visita alla grotta di San Michele Cagnano Varano.

    Santa Messa.

    Fuochi pirotecnici.

     

    Nei giorni 6 e 7 maggio mostra prodotti gastronomici  e artigianali


     

     

     

     

     

    “San Michele è andato a San Marco e non l’hanno voluto.

    È passato poi alla grotta di Cagnano e non l’hanno voluto.

    Se n’è andato, infine, a Monte Sant’Angelo e là è rimasto.”

    (Tradizione orale)

     

     

    Con il patropcinio di

      Comune di Cagnano Varano

      Provincia

      Ente parco

      Regione

     

    ……………………………………………………..

    Per informazioni

    Cell. 348/5508148; 320/3595720; 339/2082274

    Email.: lcrisetti@alice.it

                                                                   

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    ……………………………………………………..

    Per informazioni

    Cell. 348/5508148; 320/3595720; 339/2082274

    Email.: lcrisetti@alice.it

                                                                   

     

    April 08

    comunicato stampa: Pro Loco Cagnano, Monte Sant'angelo, Orsara

    Il Gargano e la Daunia insieme per un nuovo e ambizioso progetto  di valorizzazione dei beni culturali.

    Cagnano Varano e  Monte Sant’angelo, due realtà garganiche, insieme a Orsara di Puglia del subappennino dauno si incontrano a Foggia, l’8 aprile nei locali del Ce. Se. Vo. Ca., per gettare le basi di un progetto incentrato su beni culturali, enogastronomia e culto di San Michele.

    I tre comuni, infatti, condividono la tradizione di accogliere “pellegrini” alle rispettive grotte di San Michele.

    Il protocollo d’intesa sarà sottoscritto a Cagnano Varano il 7 maggio 2009, in chiusura del convegno dedicato al culto micaelico, presso l’Aula Magna del Liceo Pedagogico.

    Questa volta sono le Proloco che si attivano, coinvolgendo le parrocchie, le amministrazioni locali e sovracomunali, per  innescare quelle preziose sinergie utili alla promozione del territorio.

     

    March 31

    DEVOZIONE POPOLARE, FESTA TRADIZIONALE Santa Maria delle Grazie, il testo che ha fatto vincere le Gemme del Gargano a Clusone (dialetto)

     

    NARRATRICE- Ai piedi del centro storico di Cagnano Varano, un paese del Gargano della provincia di  Foggia, c’era, in passato, il Convento di San Francesco, voluto dal frate di Assisi.

    Tra il 1220 e il 1230, prima di dirigersi verso Monte S. Angelo, San Francesco visitò anche la grotta di S. Michele di Cagnano, un sito molto importante dal punto di vista storico- naturalistico e religioso, dove secondo la tradizione è apparso l’Arcangelo.

    La zona in cui si ergeva il convento di San Francesco era un crocevia, da cui partivano diversi tratturi che collegavano Cagnano con altri abitati del Gargano e con Civitate. C’erano intorno al convento gli acquai pubblici: piscine e pozzi, dove le donne facevano la provvista di acqua, scendendo e salendo faticosamente le viuzze del centro storico.

    Nel 1653, quando il convento fu soppresso, c’era una chiesa ornata di pitture sacre, tra le quali spiccava la pregevole tavola della Madonna delle Grazie, del XIV° secolo. Stanca di essere sola nel convento, ormai rudere, la Madonna apparve in sogno ad un umile contadino.

    MADONNA- Matteo! Matteo!

    MATTEO- Ah! Ch vvù? Chià sì?

    MADONNA-  Sono la Madonna delle Grazie.

    MATTEO - La Madonna! E ch va truann da me? Jì n nde fatt nend’!

    MADONNA - E’ da troppo tempo che sono sola nel vecchio convento di San Francesco. Voglio che mi veniate a prendere!

    MATTEO- Nda lu cummend d ...? T’à, t’amma mnì a pigghjà (agitandosi tra veglia e sonno, svegliando quindi la moglie, che gli dorme accanto)

    CONCETTA - Ih! Quistu sciarbcheja, parla nda lu sonn, Mattè, eh! Ch dic? (svegliandolo)

    MATTEO - Chià jè, ah, si tu, Cungè? (Improvvisamente ricorda e dice con grande meraviglia).  Cungè, m so sunnat’ la Madonna!

    CONCETTA - E ssì, la Madonna n’ ndneva ch ffà, avea mnì nsonn’ propri a tte!

    MATTEO - Sin, Cungè, jeva propri jessa, la Madonna, m’à ditt: stengh nda lu cummend d’ sa Nfrancisch, mnitm a pigghjà ca sola qua n’ c’ vogghj stà.

    CONCETTA - Addurmt, allu cummend d’ Sa Nfracisch n’ c’ sta cchjù n’sciun. Addurmt!

    MATTEO - Cungè, n’ m’ crid?

    CONCETTA - Te ditt addurmt, e nn lluccà, s nnò a fa ruspgghjà a ninn.

    MATTEO - (Non si dà pace e non riesce a riprendere sonno, continua a chiamare la moglie, ma questa si mette a russare).

    CONCETTA - Gronf…..gronf….gronf……

    MATTEO - Cungè…..eh! Questa surchja, mica send a mmè!

    NARRATRICE - Matteo trascorre la notte insonne. Alle prime luci dell’alba si alza e convince Concetta ad andare insieme a lui dal parroco, per fargli sapere di aver avuto la visita della Madonna.

    MATTEO - Do Nnandò, do Nnandò. (Urla ad alta voce appena entrato in chiesa )

    PARROCO – Ssss …! Matteo, che c’è?

    MATTEO – T’e dic nu fatt, do Nnandò, stanott m so sunnat’ la Madonna, la Madonna d’ li Grazj. Quanda jeva bella, ma steva arrajata.

    CONCETTA - Arrajata stengh jì, ca stanott n’ m’à fatt pigghjà n’acn d’ sonn! (Rivolgendosi al parroco) Do Nnandò, lasslu jì, n’ llu crdenn.

    MATTEO - Tu n’ ng’ crid e n ‘ng’ crdenn. La Madonna mica jè mnuta nsonn a te!

    PARROCO - Concetta, Lascialo parlare.

    MATTEO - Quanda jeva bbella do Nnandò. Tneva nu ninn mbrazza, ch l’allattava. Steva vstuta tutta roscia e sop tneva nu mandell long long, ‘zzurr e chjn d’ stell. Smbrava nu cel, do Nnandò. Matteo m’à ditt:- n’avè paura, vogghj sul ca lu popl sap ca da tropp temp stengh sola qua, mnitme a pigghià.

    PARROCO - Ma nel vecchio convento, non c’è più niente. Ci sono solo pietre, solo pietre.

    CONCETTA- C’ l’e ditt pur jì, do Nnandò, ma quissu jè ciocca tosta, ‘nn lla vo capì.

    MATTEO- Do Nnandò, ccusì m’à ditt e ccusì v dich. S’ n’ ng’ vulit mnì, c’ vaj jì.

    PARROCO- Calma, Matteo, calma, ci andremo insieme a vedere, anzi ci andremo con tutto il popolo.

    NARRATRICE- Il parroco ordina al sagrestano di suonare le campane per far accorrere la gente. Immediatamente chi può lascia ogni da fare e si precipita in Largo Chiesa.

    POPOLO- Ch’è success, ch’è success!

    PARROCO- Popolo di Cagnano, la Madonna ci chiama. Dice di essere nel vecchio convento di San Francesco. Non vuole stare più sola. Raccogliamoci in preghiera e andiamo a prenderla.

    POPOLO- Sì, sì, jamla a pgghjà!

    CONCETTA- Si ccundend mo, à fatt schmbonn tutt lu pajes! S ddà n truam nend, t’e spaccà la ciocca.

    NARRATRICE- Tutto il popolo in processione andò verso il convento, pregando ad alta voce, così pensando che la Madonna li poteva udire meglio. AVE MARIA... . Giunti sul luogo...

    PARROCO- è  qui che dobbiamo cercare. Dividiamoci. Vediamo se troviamo qualcosa.

    GIACOMO- Qua n ng’ sta nend, do Nnandò.

    LUIGI- Mangh qua. Ddò ciann pigghjat tutt cos. So rumast schitt ssi quatt mura.

    MATTEO- Do Nnandò currit, currit, janna vid, ch c’ sta quasotta!

    PARROCO- ( Scavando con le mani, ripulisce la tela con la tunica e sorpreso) E’ proprio la tavola della Madonna delle Grazie. MATER DIVINAE GRATIAE.

    MATTEO- Jè proprj jessa do Nnandò, la Madonna ch m’ so sunnat.

    AMELIA- Mraculu! Mracilu! Amm truat lu quatr d’ la Madonna!

    CONTADINO- Quanda jè bella, purtamla alla chiesa Matr.

    POPOLO- Sì, Sì, purtamla alla chiesa.

    NARRATRICE-  Il popolo s’inginocchia davanti alla Vergine, facendo il segno di croce. Si ricompone il corteo processionale e si fa ritorno alla chiesa Madre. Per strada la gente si affaccia incuriosita.

    MARIANNA- Ch’è success, mar Lbbrù?

    LIBERA- Nda l’ort d’ Sa Nfrancisch, u sind, ann truat lu quatr d’ la Madonna d’ li Grazj.

    MARIANNA- Madonna, m sfriddn li carn!

    LIBERA- E mo la portn alla Chiesa Matr. Ascign, ascign, jam a vdè.

    NARRATRICE- Giunti in Largo Chiesa, la piazzadi fronte la chiesa Matrice Santa Maria della Pietà, una pioggia fitta e salutare scese dal cielo, dissetando le campagne.

    POPOLO- Mracul! Mracul! La Madonna à fatt lu mracul! ( Gridando ).

    CONTADINO- (In campagna ) Chiov, chiov, jeva ora!

    AMELIA- La Madonna vo jess bbndetta!

    NARRATRICE- Nei paesi garganici, inondazioni, invasioni di locuste e siccità erano alla base di ricorrenti carestie e mortalità. Di fronte alle incertezze e alla precarietà dell’esistenza, la Madonna rappresentava l’ancora di salvezza. E il giorno del ritrovamento del quadro quella pioggia fu provvidenziale perchè a Cagnano non pioveva da diversi mesi. La devozione verso la Madonna con il tempo si rafforzò, tant’è che nel 1724 il convento fu riedificato dai Padri Riformati sotto il nome di Santa Maria delle Grazie.

    Le mamme per entrare nelle grazie della Madonna confezionavano “ l’abbetine”, un sacchettino di stoffa in cui era riposta l’immagine della Santa ripiegata più volte, dopo che era stata benedetta dal parroco. Ben chiuso, se lo appuntavano con una spilla sotto l’abito, portandolo sempre con sé, affinché la Santa le preservasse dalle sciagure, all’ordine del giorno: fame, incidenti, guerre, catastrofi, morte.

    Chi era debitrice alla Vergine di una grazia vestiva la sua bambina, di rosso e azzurro, come la Madonna. Chi superava una crisi malarica, o di polmonite,  ecco sempre la mamma, farsi pellegrina, andare di porta in porta a piedi nudi (“p’ lu vocal” in mano), a chiedere l’elemosina di qualche decilitro di olio, un po’ di grano oppure qualche soldo, per  la messa alla Madonna.

    CATERINA- Commiè chiagn, mar’ Carmè?

    CARMELA- Figghjma nn’ sta bbona. So tre jurn ch n’ va da l’orin. Ddà lucca, povra figghja, c’adda sckattà!

    CATERINA- E lu medch, l’à vist? Ch l’à ditt?

    CARMELA- Ccom n’ l’à vist! L’à fatt pur na srenga e à ditt ch’aveva jì, ma fine mmò ancora n’ và.

    CATERINA- Uh! Ch guaj e com a fa? Sind a mmè. Quann e crà jè la Madonna d’ li Grazj. Lu tì nu quatr?

    CARMELA- Jì no, mamma lu te’ sop lu lett.

    CATERINA- Spunnulu, fattlu dà, e purtlu a ccasta, mittlu sop lu ch’mmò, e ppiccia ‘na lamba d’ogghj, po’ jess ca la Madonna li fa na grazia a ssà figghja.

    NARRATRICE- Filomena così fece. Il giorno dopo, in processione, vide la Madonna che lacrimava e, mentre la Madonna piangeva, la figlia guariva, riuscendo finalmente ad urinare.

    Santa Maria delle Grazie è stata eletta compatrona dei cagnanesi, insieme ai santi Cataldo e Michele, e ogni anno, l’8 settembre, si celebra la sua festa. I preparativi fervevano sin dai primi giorni d’agosto. Ogni famiglia metteva da parte un po’ di grano, legumi, olio. I più facoltosi anche del denaro, per donarlo alla Chiesa. Dal 1877 cominciò ad operare anche la Congregazione della Madonna delle Grazie, formata da agricoltori e contadini. Ed era proprio il gruppo della Congrega che, con asini o muli, si recava in campagna per la “cerca”[1].

    CATALDO- Mbà Duminch, bongiorn, ch c’ fa?

    DOMENICO- Eh, c’ strappuneja la vita cumbà!

    CATALDO- Sim mnut p’ la “ cerca “ d’ la Madonna d’ li Grazj. Ch dic’, c’ la dà na cosa?

    DOMENICO- Nu mzzett d’ gran va bbon?

    ANTONIO- E dacc’la navta cusaredda.

    DOMENICO- Mezza pignata[2] d’ogghj, sta ciampata d’ fav ch veja dà.

    ANTONIO- Eh! Va bbon, va bbon.

    GENNARO- Bbongiorn mar Carmè.

    CARMELA- Bbongiorn, ch jat facenn da sti part?

    GENNARO- La “ cerca “ p’ la festa d’ la Madonna d’ li Grazj.

    CARMELA- Aspttat!. P’ppì, oj P’ppì!

    PEPPINO- Ch’è ssuccess Carmè?

    CARMELA- Sta mbà Jnnar qua, p la festa d’ la Madonna d’ li Grazj.

    PEPPINO- Bbongiorn a tutt!

    TUTTI- Bbongiorn …bbongiorn.

    PEPPINO- Ch v’è dà! Ssu sacchitt d’ gran va bbon? Emmè! Carcatlu sop la vstjama, jamm! 

    GENNARO- Grazj assà, mbà P’ppì.

    PEPPINO- E d’ chè, dover cumbà, p’ la Madonna quissu e avt. Ch jessa c’ vò pnsà.

    NARRATRICE- Il gruppo della Congrega, bussava anche alle case del paese, con bussolotto in mano. Si faceva precedere dal suono di un campanello, annotando su un quaderno ogni offerta.

    ANTONIETTA- Mò mò, chià jè?

    SALVATORE- La Cungreja d’ la Madonna d’ li Grazj. BBongiorn cummà, sim passat p’ la” cerca “ ch dic’ c’ la dà na cosa?

    ANTONIETTA- Nu quartucc’ d’ gran v’ pozz dà.

    SALVATORE- Va bbon, segna mbà ‘Ndrè. Tozzla ddò mbà Raffaè, vid, c’ sta qualche dun?

    NARRATRICE- I cittadini erano in genere prodighi, ma negli anni di carestia o di disgrazie, si registrava qualche lamentela.

    RAFFAELE- Qua, n’ c’ sta nisciun.

    BETTINA- Stengh qua, commiè? ( Affacciandosi )

    RAFFAELE- Ascign mar B’ttì. Me, p’ ssa festa ch cià dà?

    BETTINA- Eh! Auann nend.

    RAFFAELE- Com nend, tu si stata semp grasciosa.

    BETTINA- La  Madonna lu sap, l’annata jè stata sicc’ta. Maritma c’ n’gè ghjut p’ la faccia nda lu foch, c’aveva p’ccià viv. Auann, nn’ v’ pozz dà propri nend.

    SALVATORE- Statt bbon, la Madonna c’ vo pnzà. ( Bussa ad un’altra porta più avanti )

    GIULIETTA- Mò mò.Chià jè? (Apre ) Ah! Sit vuja, bbongiorn.

    SALVATORE- Bbongiorn, donna Giuliè, ch dic’ c’à dà na cosa p’ la festa d’ la Madonna d’ li Grazj?

    GIULIETTA- Si, si, aspttat. Tè, quisti so 20 lir e pigghjatv pur ssu sacchitt d’ gran.

    RAFFAELE- Ah! S fossn tutt com ttè, donna Giuliè, lu sa ch festa scess da sotta. Statv bbon.

    GIULIETTA- Bona “ cerca “.

    NARRATRICE- Il frutto della “cerca” era ammassato in borgo S. Cataldo, pesato e veduto dai membri della Congrega agli stessi cittadini, utilizzando le misure del tempo: lu mezz quart,[3] lu quartucc,[4] lu mzzett,[5] lu tumml,[6] lu star.[7] Serviva per organizzare la festa in onore della Madonna. Otto giorni prima della festa, il bandaiuolo invitava a comprare il grano offerto alla Santa.

    RAFFAELE- Jamm à chià vò lu gran, jamm!

    POPOLO- Jì ...., jì...... A me..a me...!

    BEATRICE- Jì n’ vogghj nu mzzett.

    NUNZIA- Jì nu quatucc’!

    RAFFAELE- Tu quanda n’ vù, mar Ssundì?

    ASSUNTA- Duj tumml mbà Raffaè, a mmè la famegghja jè grossa. Li vi (mostrando tre dei nove figli attaccati alla gonnella, un po’ sporchi e paffutelli), crescn a ‘ntroccl e mbarnata.

    RAFFAELE- Quanda so bell Sand’ Martin. E com t l’à purtà. Ngodd?

    ASSUNTA-Mò adda mnì maritma p’ la vstijama.

    RAFFAELE- A mbè! Jamm bell, accattat u’ gran, camma fa na bella festa. Ch dic cumbà?

    PASQUALE- Vogghj nu star d’ogghj e nu quartucc’ d’ gran.

    ANGELA- Dammlu pur a mme nu quartucc’, e duj chil d’ fav.

    NARRATRICE- Più l’incasso era cobnsistente, più la festa era grande. bisognava allestire l’                                orchestra, addobbare la chiesa, comprare botti e mortaretti per la “battaria”[8]. Ogni famiglia preparava pane casereccio fresco, taralli, pizza “ p’ lu fartedd”[9] e “lu cacciandr”,[10] un dolce povero ricavato dai pezzetti di massa attaccati qua  e là nella “fazzatora”,[11] impastati con l’aggiunta di un filo di olio, semi di finocchio, un po’ di zucchero e un po’ di latte.                                              

    LUCIA- Mariè, arrcugghj bbon bbon, p’ la rar’tora, ch’amma fa li caccandr p’ llì uagliun.

    BAMBINA- No, le fa jì, le fa jì mà!

    MARIA- Janna vucin a mmè, ca t’ fazz vdè ccom c’fa ( Insieme preparano lu cacciandr )

    LUCIA- Trsì ch fa?

    TERESA- E’ fatt la pizza p’ lu fartedd’. Tè assaggia.

    LUCIA- ( Assaggia ) Ah! Mò jè mnuta bbona, nno l’avta vota, ca n’aviv miss lu crscend! Assaggia Mariè.

    TERESA- Jè saprita.

    NARRATRICE- Nove giorni prima della festa per il paese “c’ mnava lu bbann”, invitando la gente ad andare in chiesa.

    BANDAIUOLO- A tutte le persone, quanne crà matina alli 7 e mezz, tutt alla Chiesa Matr, ca alli 8 ciadda sponn lu quatr d’ la Madonna d’ li Grazj, e quanne crà  ssera, accumenza pur la nueja.

     

    NARRATRICE- La mattina  del 29 agosto alle ore 8,00  il quadro della Madonna veniva dunque  portato in  processione dal suo altare, all’altare maggiore, che era stato opportunamente addobbato con i soldi della “cerca”.

    Nel 1881, vista la devozione, gli ammistratori del paese decisero di istituire una fiera del bestiame, da farsi il 7 e l’8 settembre. Questa fiera offriva a chi era del posto, dei paesi  limitrofi e persino abruzzese, l’opportunità d’incontrarsi, giacchè era già iniziata la transumanza. Si vendevano: capre da latte, animali da soma e da lavoro, pecore da lana, e maiali, di cui non si buttava nulla. La fiera in ogni caso metteva in campo un nuovo attore sociale “lu nzanzan”, un uomo particolarmente tagliato che mediava tra venditore e acquirente, rimediando qualcosa per sé.

    GIOVANNI- Uhè, mbà Mchè, pur tu alla Fera?

    MICHELE- E vdè p’ nu ciucc, quiddu d’patrma jè mmort e so rumast senza.

    GIOVANNI- Janna p’ mmè, n’ te un mbà Pasqual jè nu staccon. Mbà Pasquà, p’ ssu ciucc’ quanda vù?

    PASQUALE- Eh! Mbà Ggiuvà lu ciucc jè bbon, va bbon alla pisa, men d’ 10 lir n nd lu pozz dà.

    GIOVANNI- Mò famm grapì la vocca, famm vdè quand’ann te ssu ciucc. Jè bbon pigghtlu. Sind a mè.

    MICHELE- Ma dec lir ssò ssà, ch casptjè.

    GIOVANNI- Fallu truttjà, mbà Pasquà. T’è ‘na bbona gamma. Quissu jè bbon pur p’ arà.

    MICHELE - Cingh lir t’eja dà!

    PASQUALE- Cingh lir, ch pazzij! No, ng’ n’ parla proprj cumbà.

    GIOVANNI- Accurdat, me, mittcla navta lira, e n’ ng’ n’ parla cchjù.

    PASQUALE- Damm ott lir e t dengh pur la capezza.

    GIOVANNI- Sett lir e mezz, varda e capezza, accorda ca l’affar jè bbon. Caccia ssi solt mbà  Mchè!

    MICHELE- Sett lir e mezz, e nò ‘nna lira d’ cchjù. Te! ( Tira fuori i soldi e paga )

    PASQUALE- Frat ch sambogna! No s’ n’ gneva p’ mbà Ggiuann n’ t lu deva ssu ciucc.Tè mbà Ggiuvà

    GIOVANNI- Statt cundend, ca lu prezz jè bbon.

    PASQUALE- Quissi so p’ te, cumbà.

    NARRATRICE- L’8 settembre, dopo la celebrazione eucaristica, le campane della Chiesa Madre squillavano a festa, richiamando il popolo al corteo processionale. Avanti a tutti il bandaiuolo, quindi, lo stendardo con l’immagine della Madonna, San Michele, San Cataldo, la Confraternita, la croce della chiesa Madre, i chierichetti, i sacerdoti, il quadro della  Madonna delle Grazie, la banda, il popolo. Al quadro erano fissati due lunghi nastri, dove i devoti attaccavano i soldi di carta. C’era anche un cuscino, dove erano fissati orecchini e collanine. Ecco alcune donne che si buttano ai piedi della Vergine.

    MATTEA- Madonna, Madonna mija, tu na grazia m lada fa! Fallu p’ sti uagliun. Maritma  so duj mis ch nn’ fatija, sta cchiancunat ‘nda lu lett p’ nna pulmunija. T pregh, Madonna, n’ cià bbandunà. S mm’ fa ssa grazia, ogne jurn alla scavza t’ vengh a truà.

    MICHELINA- E d’ me n’ t’ n’ scurdà. A figghjm da lla guerra fallu turnà!

    NARRATRIC- Il corteo processionale faceva il giro del paese. In Corso Umberto I° la banda cessava di suonare, le oranti di pregare e tutta l’attenzione era rivolta ai fuochi d’artificio, rotelle e botti, amati da tutti. Poi a casa per gustare il piatto buono della festa: “ li ndroccl[12] p’ lli brasciol[13]” e poi l’arrosto d’ “turc’nedd”.[14] Sulla mensa non mancava il vino, che rendeva gli animi più loquaci.                                                               

    MATTEO- N’ ng’ steva nend, ma quann mneva sta fstzzola c’magnavam li ndroccl p’ lli brasciol.

    VINCENZO- E p’ nu poch d’ rezza, feght e vdedd’ c’ magnavam pur li turc’nedd’. (Mentre prepara l’arrosto, passa Grazia )- Aurij mar Graziè! ( Sollevando un bicchiere di vino).

    GRAZIA-  Grazj assà mbà Vncè.

    NARRATRICE- La festa era una delle poche occasioni in cui anche ai miseri era permesso di cessare l’attività e staccare dalla routine alienante della vita. La banda, i fuochi d’artificio, l’abito della festa, la condivisione rendevano più coesa la comunità, caricandola di energie nuove, utili per meglio sopportare il peso dell’esistenza.

    Purtroppo la precarietà minacciava sempre i piccoli coloni, agricoltori e pastori. L’acqua doveva alimentare i campi e riempire gli acquai. Gli animali dovevano mangiare e dissetarsi, affinché gli uomini potessero sopravvivere e, quando le campagne erano particolarmente assetate, il popolo implorava la Vergine  affinché facesse piovere. Si pregava con fervore per tre giorni e non di rado si organizzavano cortei processionali portando la  Madonna  fino alle Tre Croci. Al rientro o il giorno dopo, la pioggia arrivava quasi sempre. Era il segnale della  Madonna che, dispensando grazie, teneva accesa la devozione.

    Anche i pescatori hanno avvertito il bisogno di stare sotto l’ala protettrice della Madonna delle Grazie. Dagli  anni cinquanta del secolo scorso il quadro della Madonna fu perciò portato “ nda li sanr”[15] da Bagno al Crocefisso di Varano, dove oltre ad una statua lignea posta sulle acque della laguna, c’è la chiesetta, un tempo dedicata all’Annunziata.

    PESCATORE  1- Madonna, agghjusta stu pandan, com agghjust li ball d’ gran, mo ch jam allu sciabbcon facc’ pgghjà agnidd e capton.

    PESCATORE  2- A chj à fatt la paranza, vavos e pesc n’ abbondanza.

    PESCATORE  3- A chj à miss li cocc’l ‘nda li ciardin, faccli venn chjn chjn.

    NARRATRICE- la più devota alla Vergine, in ogni caso, era la donna, che vedeva la sua condizione riflessa in quella della Madonna. La donna cagnanese era, infatti, spesso insultata, picchiata, yìtrattata come una bestia da soma, violentata proprio nle suo 2regno”: la casa.

    (Scena del marito ubriaco che si sfila la cinghia dai pantaloni e rincorre la moglie, la quale, per sottrarsi alle scudisciate, corre e cerca rifugio sotto il letto, mentre le vicine – i cui occhi arripanod appertutto- origliano).

    Marito- Janna qua! Addoua scapp… janna qua! (prima cinguhiata che non coglie nels egno). A’ capit o no, ca chia cummanna nda sta casa songh ji?! (seconda cinghiata che colpisce la donna)

    Moglie (lo sguardo rivolto verso il quadro della madonna)- Madonna d li Grazji, aiutm a ppurta ‘sta croc!

    Vicine- Vo jèss Sanda, mar Bbettina!

    Narratrice- L’analogia donna Madonna non è una forzatura, soprattutto se si considera che la società contadina, dove l’uomo la faceva da padrone, alimentava la convinzione che la donna venisse al mondo per soffrire. “Santa” era, infatti, la donna che meglio sopportava la “sua croce”. L’icona della Madonna delle Grazie di Cagnano appesa sul letto matrimoniale, oltre a rinnovare questa sorta di complicità, trasmette altri messagi: il suo indice rivolto verso  il Figlio è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande manto azzurro trapunto di stelle simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il suo ventre pronunciato, simbolo della Madre che si fa Chiesa, intende trasmettere al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli crescessero alimentandosi della Parola di Gesù. In periodi caratterizzati da incertezza e mutamento sociale, come quello attuale, i valori religiosi forniscono un’àncora di salvezza. Ecco perché la devozione verso la Madonna è viva ancora oggi.                     

                                   

                              

     

    BIBLIOGRAFIA

    NICOLA DE MONTE, Una gemma del Gargano, Arti grafiche il pescatore, Foggia, 1955;

    LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, Acropolis Manfredonia, 1999;

    LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La grotta di San Michele e il culto del Santo, ed. Gioiosa, 1993;

    LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, La grotta di San Michele, Itinerari lungo la laguna, Acropolis, Manfredonia, 1999;

    LEONARDA CRISETTI GRIMALDI, Bbèlla te vu mbarà …, Canti e storie di vita contadina, Centro Grafico Francescano, Foggia, 2004;

    Documenti, Archivio comune di Cagnano Varano(Fg), delibere;

    Documento, Diario delle pontificali funzioni fatte dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, arc. Di Siponto, 1675, Cagnano, 1676

    F. ARCANGELO D AMONTESARCHIO, Cronistoria della Riformata provincia di Sant’Angiolo in Puglia, Napoli, 1734;

    Inventario dei PP Riformati di San Francesco, titolo santa Maria delle Grazie, A.S.F., AMM. Int., F 141, f.32;

    Internet, … sul culto mariano e della Madonna delle Grazie.

     

     



    [1] La questua.

    [2] Pignata, misura di capacità dei liquidi, equivalente a l 2,5.

    [3] Mezz quart, misura  degli aridi usato ancora nella prima metà del secolo scorso, equivalente a circa 6 kg.

    [4] Quartucc, l’quivalente di 2,5 l.

    [5] Mzzette, misura eglia riti, equivalente a 24 kg;

    [6] tumml, misura di capacità degli aridi, corriponsìdente a 56 litri, circa 48 kg di grano.

    [7] Star, l’equivalente di 10 litri di olio.

    [8] Fuochi d’artificio

    [9] Pizza con farina di crusca.

    [10] Lett. “da cacciare”, raccogliendo qua e là sulle pareti e sul fondo della madia.

    [11] Madia.

    [12]Spaghetti doppi fatti in casa con un attrezzo opportunamente scanalato detto “ndroccl”.

    [13] Involtini di vitello di secondo taglio conditi con aglio, prezzemolo, olio e sale.

    [14] Fegato tagliato a strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto prima nella “ rezza” e poi nelle budella di agnello.

     

    [15] Sandali, imbarcazioni tipiche del luogo.

    March 30

    Il Fanciullo e il folklore, Le gemme del Gargano trionfano a Clusone con il cortometraggio sulla Madonna delle Grazie

    25ª edizione Il Fanciullo e il folklore, Clusone (BG),

    4ª edizione Etnodemoantropologico filmfestival

    “Devozione popolare, festa tradizionale”, Raduno internazionale dei gruppi folclorici giovanili organizzato dalla FITP.

     

    Premiazione

    La mattina dl 29 marzo 2009 alle ore 8,30 bambini di diverse gruppi etnici e religiosi europei, insieme ai propri genitori e accompagnatori, organizzatori e autorità cittadine gremiscono la basilica di Santa Maria Assunta che col suo campanile domina la cittadina di Clusone ( Bg), accanto alla casa dei Disciplinati che, nel tetro affresco della “Danza macabra” del secolo quindicesimo, mostrano il proprio Regolamento.

    Chi seduto, chi in piedi assiste alla Santa Messa non senza emozoni. Prende, infine, la parola il sindaco della cittadina bergamasca, esprimendo il proprio stupore, alla presenza di voci, suoni, colori, sentimenti religiosi diversi ma non dissonanti, accomunati da medesime finalità. Un panorama sfaccettato e complesso, proprio come il mondo da costruire. Stupore – commenta ironicamente- che colpisce anche il Creatore, che in questi giorni sta versando fiumi di lacrime”.

    La pioggia insistente causa una varianzione del programma e la cerimonia di chiusura ha luogo all’oratorio e non all’aperto.

    Il corteo multicolore e multivocale si snoda, quindi, piuttosto rapidamente, raggiungendo la sala della premiazione, che immediatamente si riempie di gente. Sul palco rappresentanti di diversi gruppi in costume suonano con strumenti tipici, mentre fanciulli e organizzatori si lasciano trasportare dai suoni e ritmi, che invitano al ballo, coinvolgendo tutti gli astanti. 

    Il momento della premiazione si avvicina. L’emozione sale. Ogni gruppo in cuor suo pensa di farcela. … ed ecco, finalmente, il presidente della FITP Benito Ritoli apre la busta sigillata, firmata dai giurati. Dà una sbirciatina e passa la parola al collaboratore, che comunica i risultati. Prima, però, comunica i criteri di valutazione e i descritttori adoperati dalla giuria, che dispone di 95 punti:

    1. qualità dell’elaborato incentrato sulla pertinenza (è l’elemento che ha maggior peso, disponendo di 30 punti);
    2. coerenza componenti artistiche (20 punti max);
    3. qualità della struttura (15 max)
    4. qualità degli aspetti tecnici (montaggio, fonica, ... max 15 punti)
    5. potenzialità di collocare il filmato nella medianità costituenda (15 max).

     

    Terzo premio al gruppo Is Currullerisi de su brugu di Oristano

    Secondo premio al Diemedelis della Lituania

    Primo premio a Le gemme del Gargano junior di Cagnano Varano (FG).

     

    Al gruppo “Gino Avella” dell’Istituto Comprensivo “Cardinale Dusmet” di Nicolosi (Catania) il premio della critica. Ottimo documentario, ma mancano i fanciulli. Hanno inoltre partecipato i seguenti gruppi folklorici: “La Morgia” di Pietracatella (Campobasso), “Le Ginestre dell’Etna” di Nicolosi (Catania), “La Provenzana” di San Bartolomeo in Galdo (Benevento), “Ugnele” (Lituania), “Ortensia” di Ortezzano (Ascoli Piceno), “Suvartukas” (Lituania), “Lefkas Dance Groupe” (Grecia), Kamenskie Perezvonea" (Russia), Scuola primaria e dell’infanzia “Vecchiacchi” di Filicaia (Lucca), Scuola primaria “Radice” di Camporgiano (Lucca).



    Il cortometraggio del gruppo garganico ha ottenuto il massimo dei punti nei primi due elementi di valutazione, un buon risultato nel terzo, mentre difettava un po’ sotto l’aspetto tecnico. Giudizio corretto quello espresso dalla giuria, condiviso dalle Gemme del gargano Junior, che sperano di potersi permettere un tecnico al prossimo anno.

    La commozione dei ragazzi, dei loro genitori, del direttore artistico- Gianni Cerrone,  e degli accompagnatori- presente anche chi scrive, co-ideatrice con il direttore artistico  e produttrice dei testi, e il primo cittadino di Cagnano Varano Nicola Tavaglione- era varamente tanta. Anche perché con i tempi che corrono si perde fiducia nella giustizia. Invece non è stato così, perché questa giuria ha premiato il migliore DVD, incentrato sulla devozione dei cagnanesi verso la Madonna delle Grazie.

     

    L’iniziativa de Il fanciullo e il folklore ha visto quest’anno la partecipazione di mille bambini, 11 paesi europei: 24 gruppi che nelle giornate del 27 e 28 marzo hanno offerto la propria performance indossando gli abiti della tradizione, nella mattinata del 28 – presente la giuria- hanno visionato i DVD dei partecipanti con il tema La devozione popolare, Festa tradizionale, e la mattina del 29 si sono incontrati per la celebrazione eucaristica, la parata internazionale della Gioia e la premiazione.

     

    Non c’è chi non vede nell’iniziativa della Federazione Italiana Tradizioni Popolari quel futuro gioioso, pieno di solidarietà e spirito di fratellanza, che ciascuno di noi auspica. Imparando a specchiarci nei volti dei bambini,  ispirandoci alla semplicità dei loro cuori, è possibile sperare in un mondo di pace.

     

     

    March 24

    Cagnano Story di Antonio La Porta, nelle note di Leonarda Crisetti

     

    Cara Dina, …, no, non sono un fantasma. … ti faccio consegnare una copia del mio libretto Cagnano Story, del quale ben conosci l’origine. Spero sia di tuo gradimento tutto, anche la dedica, con la quale (per fare l’originale) strambamente voglio esprimere la mia riconoscenza in te che mi hai creduto sin dal primo momento, senza conoscermiy,”.

    È Antonio La Porta – che scrive- un signore di altri tempi, l’autore di Cagnano Story, un saggio della storia di Cagnano Varano, edito nel mese di giugno 2008 in Roma, da DG.TAL.  “Ho creato questo libretto con fatica ma anche con piacere, perché tutto ciò che riguarda Cagnano ancora mi emoziona”- mi confessa in una bozza datata 22 gennaio 2005.

    Il contenuto è una sintesi estrapolata da testi di autrici e autori cagnanesi, seguendo l’ordine di pubblicazione delle rispettive opere: Nicola De Monte (Una gemma del Gargano), Leonarda Crisetti (Cagnano Varano, Storia, Costumi, Salute, Società), Francesco Ferrante (Nicola d’Apolito), Leonarda Crisetti (La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare), Maria A. Ferrante (Memorie di guerra dall’idroscalo).

    “Con un lavoro certosino – dichiara l’autore- di cernita di dati storici e del fior fiore delle notizie riportate nei testi citati in questa pagina, ho ricavato una sintesi di agevole lettura, … . Considerata la destinazione originaria del testo, il lettore troverà molte traduzioni del dialetto cagnanese, ed anche riferimenti personali che non ho voluto eliminare”.

    Cagnano Story parla, dunque, delle origini del paese, del suo passato feudale, delle famiglie gentilizie, riportando la genealogia di alcune di esse (Sanzone, d’Apolito, Giornetti), di arcipreti e canonici, di chiese, scuola, pretura, carcere, ufficio del registro, poste, confraternite, … . Accenna ai fenomeni storico-sociali della Carboneria e dei Brigantaggio. Indugia su alcune curiosità, luoghi e personaggi. Particolarissimo è il caffè di Paolino, che si è meritato l’appellativo di “caffè delle scienze”.

    L’opera, motivata dal bisogno di attrarre alla lettura i più giovani, si propone scopi espressamente didascalici: “L’ho scritto - dichiara nelle Note introduttive - perché tutto ciò che riguarda Cagnano ancora mi emoziona, per i miei figli e i miei nipoti per invogliarli (loro che sono e si sentono romani) a conoscere almeno un poco il paese dove affondano le loro radici”.  E l'ha fatto con tono deciso, ironico e con vero pathos.

    Molto interessanti i vissuti locali di personaggi che hanno avuto eco a livello nazionale e internazionale, brevi racconti intercalati tra i quadri sinottici. Storie che consentono al lettore di entrare nel contesto del fascismo e del primo decennio repubblicano, quando Cagnano Varano- paradossalmente- era più moderno di oggi.

    “Cagnano- scrive La Porta citando N. De Monte- in quest’anno 1950 conta circa ottomila abitanti [più di quanti se ne contano attualmente]. Conserva la stessa ubicazione edilizia, ma alquanto modificata e accresciuta …  . Conserva una piazza … abbellita di fiori e di un fontanino costruito nel 1934. … E conserva la Caserma dei carabinieri … . E conserva ancora l’ufficio postale, il telefono, l’attività del passato commercio e le due Confraternite e le tre chiese …; e conserva anche oggi, se non m’inganno, l’antico primato intellettuale, contando fra i suoi figli ben sessantacinque professionisti laureati … .”

     

    Matteo Maria de  Monte, readattore capo de Il Messaggero

    Nel 1956 inviato speciale a Budapest.

    Tra i personaggi cagnanesi tratteggiati in Cagnano Story di Antonio La Porta, merita attenzione Matteo Maria de  Monte, figlio di don Natalino e nipote di padre Nicola, l’autore della ben nota opera “Una gemma del Gargano”. Matteo Maria de  Monte nacque a Cagnano Varano nel 1918, fece il giornalista [vedi foto allegata] e morì il 14 gennaio 1984. Leggiamo:

    “Di circa dieci anni più grande di me. Un ricordo mi circola nella mente con particolare simpatia. Si era alla fine degli anni Trenta; il fascismo voleva la gioventù balda e forte, con la pratica degli sport, e nelle vacanze estive Matteo, con il fratello minore Gaetanino, veniva a fare il lancio del giavellotto e del disco nel recinto nord dell’edificio scolastico, verso la Gabina. Io correvo con piacere a portargli l’attrezzo, una volta lanciato, come fanno i cagnolini … . Faceva fare prove di lancio anche a me, immaginate con quali risultati, con quell’attrezzo più grande di me; ma mi piaceva e lui, ridendo, mi stimolava:- Dai Tonì, forza Tonì … .

    È stato redattore, e poi caporedattore de ‘Il Messaggero’ di Roma. La sua notorietà è stata grande nell’ottobre 1956, quando fu l’inviato speciale del giornale a Budapest. Il mondo occidentale guardava con apprensione alla rivolta del popolo ungherese contro L’Urss, poi brutalmente repressa dai carri armati di Mosca.

    Io leggevo, avidamente, tutti i giorni, le sue corrispondenze da Budapest. Quando l’“ordine” fu riportato nel paese dalle truppe del Patti di Varsavia, anche Matteo, come molti giornalisti occidentali, restò bloccato a Budapest, e soltanto l’11 novembre riuscì a tornare in italia.” [cfr. Cagnano Story, p.74].

    Cenni biografici

    Antonio La Porta

    Antonio La Porta è un signore tenace, molto appassionato alla sua terra, un “tarantolato”. Ha ottantuno anni, ma conserva la curiosità e l’entusiasmo di un bambino.  Nasce a Cagnano Varano (Fg) il 28 gennaio 1928. Negli anni del secondo conflitto mondiale frequenta l’istituto tecnico di Foggia. “I bombardamenti, la caduta del fascismo del 1943, l’armistizio dell’8 settembre, lo sfacelo dell’esercito italiano e l’arrivo delle truppe di occupazione anglosassone” sono rimaste indelebili nella sua memoria. “Gli americani- ricorda La porta- trasformarono i dintorni di Foggia in un immenso aeroporto, dal quale, ogni mattina, partivano grandi squadriglie di “fortezze volanti” per andare a bombardare le città della Germania. Alcuni di questi quadrimotori, colpiti dalla contraerea tedesca, caddero sui monti vicini a Cagnano. Gli americani portarono anche grande abbondanza di corned beef (carne in scatola argentina) e sigarette. Gli studenti erano felici di poter acquistare a poco prezzo sulle bancarelle Pal Mal e Lucky Stryke, più micidiali delle droghe di questi tempi”.

    Il 14 luglio 1947, all’età di diciannove anni e mezzo, fugge di casa, ingannando i genitori, per una romantica ed effimera avventura artistica attraverso l’Italia. Lavora, infatti, per cinque anni con alcune compagnie teatrali, che è cosyretto ad abbandonare per motivi di salute.  Dal 1955 risiede a Roma, dove fa il funzionario alla compagnia di Assicurazioni Tirrena e il pubblicista. Negli anni Ottanta e Novanta fa il redattore di cronaca, costumi e varietà del settimanale “Totocorriere”. Attualmente è in pensione.

    È coniugato con Emilia Grassi salernitana  e prossimo alle nozze d’oro. Ha due figli e quattro nipotini per i quali va pazzo: Giacomo e Filippo del figlio Antonello e Linda e Matilde della figlia Mariangela.

    La  lunga lontananza dal paese che lo vede nascere non è sufficiente a cancellare i ricordi legati all’“età più bella”.  Anche se trascorre oltre mezzo secolo nella Capitale, Antonio La Porta non riesce, perciò, a recidere i legami con Cagnano e con il Gargano, di cui segue con interesse le vicissitudini anche tramite le pagine del mensile di cultura “Il Gargano nuovo”.

    March 16

    Il fanciullo e il folklore 2009: Le gemme del Gargano junior

     

     

    Devozione popolare, festa tradizionale S. Maria delle Grazie

    Domenica 22 marzo nell’atrio del comune di Cagnano Varano alle ore 19.30

    Sei invitato alla festa di Presentazione 

    IL GRUPPO FOLK “LE GEMME DEL GARGANO JUNIOR” annuncia la partecipazione alla XXVª EDIZIONE DE “IL FANCIULLO E IL FOLKLORE”, importante manifestazione folcloristica nazionale organizzata dalla FITP (Federazione italiana Tradizioni Popolari), riservata ai ragazzi dai 9 ai 14 anni, che avrà luogo a Clusone (Bergamo) dal 27 al 29 marzo 2009 e rappresenterà la Puglia. 

    Il gruppo – che da diversi anni ho il piacere di guidare insieme al presidente Gianni Cerrone, ha già vinto due competizioni, conseguendo nel 2007 ad Assisi il primo premio con il tema “Il presepe come immagine della tradizione locale” e l’anno successivo il secondo con “Usi, rituaili e cerimonialità legati alla Nascita”. E siccome non c'è due senza tre, non rimane che incrociare le dita.

    Domenica 22 marzo nell’atrio del comune di Cagnano Varano alle ore 17.30, il gruppo sarà lieto di presentare al pubblico il nuovo DVD, con la ricostruzione della devozione cagnanese nei confronti della Madonna delle Grazie. Il tema di quest’anno è, infatti, Devozione popolare, la festa tradizionale.

    Il gruppo porta in scena una narrazione ideata e prodotta da chi scrive e da Gianni Cerrone, attraverso il coinvolgimento di anziani e sacerdoti del luogo, incentrata sul culto dei cagnanesi verso la Madonna delle Grazie.

    Nel ricostruire la “narrazione” a più voci della “Devozione popolare Festa tradizionale”, il gruppo Folk “Le Gemme del Gargano” è sceso sul campo, interrogando soprattutto donne e uomini anziani del luogo. Prima, però, guidato opportunamente da esperti e studiosi locali, ha prodotto l’idea progettuale, assumendo dati di conoscenza dalla letteratura e dalla storia locale. Dall’indagine preliminare è emerso che i cagnanesi erano fortementi devoti alla Madonna delle Grazie, oltre che ai santi Michele e Cataldo, tanto da eleggerla compatrona dei cagnanesi.

    La devozione popolare ha, pertanto, condotto il gruppo di ricerca verso la tradizione mariana che affonda le radici nel medioevo e che attraversa tutto il popolo cristiano, flettendosi, tuttavia, alla cultura del posto, assumendo “colori” locali.

    Prendendo spunto da elementi affiorati durante la ricerca, è stata delineata la trama della sceneggiatura che si è poi dipanata nelle scene del “sogno”, del “ritrovamento del quadro della Madonna” nel convento abbandonato, dei rituali dell’“abb’tine”, della “vestizione”, “della cerca”, della “fiera”, della “cerimonia religiosa” dell’8 settembre, delle reiterate “processioni” per invocare la pioggia[foto].

    Delineate le scene, descritte le parti, sono stati individuati i personaggi e assegnati i ruoli, tenendo conto delle caratteristiche individuali dei fanciulli. Per allestire la coreografia sono stati ricostruiti ambienti, ricercati costumi e materiali del luogo, meticolosamente raccolti con l’aiuto delle famiglie, dei parroci, di quei signori del posto che amano conservare le “fonti”.

    I piccoli ricercatori sono scesi, dunque, “sul campo” per conoscere il rapporto tra i cagnanesi e la Madonna delle Grazie, per individuare i luoghi, reperire abiti e attrezzi, per trovare conferma di particolari narrativi utili per meglio entrare nel personaggio.

    Durante le prove hanno vissuto momenti intensi dal punto di vista socio-emotivo, ad esempio nei passaggi della partecipazione del sogno,[1] della coralità e condivisione di eventi,[2] della processione.[3] Sequenze in cui erano evidenti la povertà materiale dell’esistenza e la sete di miracoli dei nostri nonni.[4]

    Si sono, inoltre, divertiti nell’interpretare le sequenze della compravendita fruttata dalla “cerca”[5] e della “contrattazione” in fiera, dove i fanciulli si sono rivelati veri mercanti “in erba”, riscoprendo la figura del mediatore o, come si dice a Cagnano, “de lu nzanzane”.

    Significativa la lettura della icona della Madonna col Bambino, tavola singolare del Quattrocento rivenuta nel convento di San Francesco.[6] I fanciulli si sono, infine, incuriositi nei momenti in cui hanno socializzato antiche espressioni e termini oggi in via di estinzione.[7]

    Ancora una volta, perciò, la Federazione italiana Tradizioni Popolari ha colto nel segno, consentendo ai partecipanti di giocare “a fare la Madonna”, “il contadino”, “la moglie”, “la mamma”, “la figlia”, “il malato”. E mentre sono stati coivolti nel gioco drammatico, sono entrati nell’humus della propria terra e hanno annaffiato le proprie radici.

    Nel riesumare la devozione verso Madonna, i ragazzi hanno avuto, in definitiva, l’opportunità di alimentare sia i propri processi cognitivi, sia quelli socio-affettivi e religiosi, di soddisfare il bisogno di sacro, avvalendosi del contributo della comunità.



    [1] MATTEO- Quanda jeva bbella do Nnandò! Tneva nu ninn mbrazza, ch l’allattava. Steva vstuta tutta roscia e tneva nu mandell longh, largh, ‘zzurr e chjn d’ stell. Smbrava nu cel, do Nnandò! Matteo - m’à ditt:- N’avè paura! Vogghj sul ca lu popl sap ca da tropp temp stengh sola qua, mnitme a pigghià. [Quant’era bella, don Antò! Aveva il bimbo in braccio, lo allattava. Era vestita di rosso con il manto ampio, lungo, azzurro e pieno di stelle. Sembrava il cielo, don Antò! Matteo- mi ha detto- non avere paura! Voglio solo che il popolo sappia che da troppo tempo sono sola. Venite a prendermi].

    [2] LIBERA (la mano alla bocca a mo’ di megafono)- Hai sentito? All’orto di San Francesco, hanno trovato il quadro della Madonna delle Grazie!

     

    [4] POPOLO- Mracul! Mracul! La Madonna à fatt lu mracul/ CONTADINO (in campagna )- Piove, piove finalmente!/

    AMELIA- Che sia benedetta la Madonna!

     

     [5] RAFFAELE- Coraggio, chi vuole il grano si faccia avanti, su!/ POPOLO – Io …. Io … . A me …., a me!/ BEATRICE- Io ne voglio “nu mzzett”./ NUNZIA- Io un “quartucc’”!/ RAFFAELE- Tu quanto ne vuoi, comare Ssundì?/ ASSUNTA- Due tomoli, mbà Raffaè, io ho la famiglia grande. Vedeteli [mostra i suoi figli], crescono a maccheroni e polenta.

    [6]  L’indice della Madonna, rivolto verso  il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande manto azzurro trapunto di stelle simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato significa che la Madonna è anche madre della Chiesa. Immagine che vuole insegnare al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli crescano tuttora alimentandosi della Parola di Gesù.

    [7] Sciarbcheja (balbetta), surchja (russa), strappuneja (passare la giornata alla meno peggio), ndròccl (mattarello scanalato), fazzatora (madia), cacciandr (dolce povero), quartucc, m’zzett, tumml, star… .



    [1] MATTEO- Quanda jeva bbella do Nnandò! Tneva nu ninn mbrazza, ch l’allattava. Steva vstuta tutta roscia e tneva nu mandell longh, largh, ‘zzurr e chjn d’ stell. Smbrava nu cel, do Nnandò! Matteo - m’à ditt:- N’avè paura! Vogghj sul ca lu popl sap ca da tropp temp stengh sola qua, mnitme a pigghià. [Quant’era bella, don Antò! Aveva il bimbo in braccio, lo allattava. Era vestita di rosso con il manto ampio, lungo, azzurro e pieno di stelle. Sembrava il cielo, don Antò! Matteo- mi ha detto- non avere paura! Voglio solo che il popolo sappia che da troppo tempo sono sola. Venite a prendermi].

    [2] LIBERA (la mano alla bocca a mo’ di megafono)- Hai sentito? All’orto di San Francesco, hanno trovato il quadro della Madonna delle Grazie!

     

    [4] POPOLO- Mracul! Mracul! La Madonna à fatt lu mracul/ CONTADINO (in campagna )- Piove, piove finalmente!/

    AMELIA- Che sia benedetta la Madonna!

     

     [5] RAFFAELE- Coraggio, chi vuole il grano si faccia avanti, su!/ POPOLO – Io …. Io … . A me …., a me!/ BEATRICE- Io ne voglio “nu mzzett”./ NUNZIA- Io un “quartucc’”!/ RAFFAELE- Tu quanto ne vuoi, comare Ssundì?/ ASSUNTA- Due tomoli, mbà Raffaè, io ho la famiglia grande. Vedeteli [mostra i suoi figli], crescono a maccheroni e polenta.

    [6]  L’indice della Madonna, rivolto verso  il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande manto azzurro trapunto di stelle simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato significa che la Madonna è anche madre della Chiesa. Immagine che vuole insegnare al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli crescano tuttora alimentandosi della Parola di Gesù.

    [7] Sciarbcheja (balbetta), surchja (russa), strappuneja (passare la giornata alla meno peggio), ndròccl (mattarello scanalato), fazzatora (madia), cacciandr (dolce povero), quartucc, m’zzett, tumml, star… .

    March 12

    Dell'apprendimento

      "Soltanto chi non ha più curiosità d'imparare è vecchio: s'è tirato il lenzuolo sul volto, è come morto"

        

    Per apprendimento, tout court, s’intende la modifica del comportamento e delle conoscenze individuali, in seguito a determinate esperienze. Volendo offrire una risposta più elaborata, potremmo dire, che l’apprendimento è la capacità di adattarsi in modo funzionale, quindi, intelligente all’ambiente, è un processo che si realizza dalla culla alla bara, all’interno di un contesto relazionale, coinvolgendo le sfere cognitiva, affettivo-emotiva e sociale, che è agevolato da un buon patrimonio genetico, corroborato dagli stimoli ambientali e sensoriali socio-culturali, semplificato dalla motivazione e dalla partecipazione personale.

    I fattori dell’apprendimento sono, perciò, di natura:

    1. organica biologica, (gravidanza, parto, peso alla nascita, malattie infantili);
    2. emotivo-relazionale, che affondano le radici nella prima infanzia e dipendono dalla qualità della relazione genitori-figli (Freud parla di curiosità del b/o anzitutto di natura sessuale, in genere inibita, altri freni sono dati dai genitori che vogliono tenere sotto controllo il proprio figlio, quindi l’autofreno del bambino che non esplora o conosce come vorrebbe per compiacere i genitori);
    3. socio-culturali, più o meno stimolanti (incoraggiamenti e/o frustrazioni, che possono modificare quanto ereditato);
    4. educativi (organizzazione scolastica più o meno flessibile, relazione educativa più o meno positiva).

    Esistono apprendimenti che, pur presentando diversi gradi di complessità e di coinvolgimento dei processi cognitivi, sono essenzialemente sociali, perché dipendono dall’influenza dell’ambiente. Procedendo dal più semplice al più complesso, potremmo classificare gli apprendimenti nel modo che segue:

    1.  per “imprinting” o “attaccamento”, istinto a seguire l’uomo o l’animale o l’oggetto con il quale l’individuo è stato nel periodo critico, ossia in un particolare momento dello sviluppo, che nelle oche coincide con il tempo immediatamente successivo alla nascita, nei bambini col tempo che va dai tre ai sei anni (fenomeno studiato da K. Lorenz);

    2.  per “condizionamento classico”, o pavloviano, essendo stato individuato dal fisiologo russo I. L. Pavlov con l’esperimento sui cani, basato sulla capacità dell’individuo di stabilire una relazione tra uno stimolo e una risposta e di generalizzare le caratteristiche dello stimolo appreso, estendendole a stimoli simili, assegnando comunque al soggetto un ruolo passivo;

    3. per “condizionamento strumentale”, basato sul riconoscimento che ad ogni azione segue una conseguenza, che può essere positiva o negativa, del tipo

    a. “per prove ed errori” (sperimentato da Thorndike nelle gabbie per topi, verificando che gli errori tendono a diminuire con l’esercizio);

    b.  “condizionamento operante”, individuato da B. Skinner, che mette in evidenza il ruolo attivo, operante del soggetto, che si adopera, appunto, per ricevere dall’ambiente una risposta soprattutto gratificante (rinforzo positivo), di conseguenza, dosando sapientemente rinforzi e punizioni è posibile far apprendere comportamente complessi;

    4. “osservativo” o per “osservazione e imitazione”, “modellamento”(A. Bandura) che si realizza guardando ciò che fanno gli altri e i relativi risultati; si chiama anche ”sociale” per indicare sia il modo in cui avviene l’apprendimento, sia ciò che viene appreso;

    5. “cognitivo”, che assumendo l’analogia mente computer, evidenzia il ruolo attivo e costruttivo della mente che seleziona e organizza informazioni producendo la conoscenza.

    Se le tipologie di apprendimento sopra citate, elencate dal n° 1 al n° 4, sottolineano la funzione dell’ambiente, l’apprendimento cognitivo è incentrato sull’azione selettiva e organizzatrice della mente riguardo alle informazioni provenienti dall’ambiente e alle conoscenze precedentemente acquisite. L’ambiente in questo caso fornisce le informazioni necessarie all’acquisizione, ma anche quelle di ritorno, che consentono la verifica (feedback) e l’eventuale modifica dell’azione.

    L’approccio cognitivista è, pertanto, più interessato al “come” che al “che cosa”, più ai processi mentali messi in atto dal soggetto per elaborare la conoscenza, che agli eventi comportamentali.

    I processi cognitivi consistono nelle seguenti operazioni:

    1. elaborazione delle informazioni ricevute, non assommando dati ma collegandoli a quelli già posseduti, producendo nuove conoscenze, così agevolandone il ricordo (può essere utile allo scopo costruire mappe, tabelle, porsi domande, sintetizzare, revisionare, …)

    2. uso di strategie, vale a dire di strumenti e procedure utili per raggiungere un obiettivo, scegliendo la soluzione più economica, la quale è tuttavia connessa alle conoscenze ed esperienze pregresse (la più importante strategia concerne l’“imparare ad imparare”, ossia  la consapevolezza individuale di come si possa apprendere in modo semplificato);

    3. formulare ipotesi per la risoluzione di problemi posti dalla realtà, partendo dai rapporti tra gli elementi, e verificare dette ipotesi, attraverso un lavoro di “scoperta”, costruendo personalmente il sapere;

    4. andare oltre l’informazione data, attraverso l’intuizione (“insight” o ristrutturazione del campo) e l’ “inferenza”, una sorta di “salto logico” che consente al soggetto di inferire sulla realtà, andare alla scoperta del dato mancante, che è possibile cogliere attraverso collegamenti e deduzioni;

    5. “metacognizione”, che consiste nella capacità del soggetto di controllare i propri processi di conoscenza, di capire come conosce  e quali sono i suoi livelli di conoscenza. L’obiettivo è di imparare meglio, in modo economico ed efficace. L’alunno che utilizza lo stile uditivo, ad esempio, farà bene a studiare ad alta voce, chi padroneggia  quello visivo ricorrerà agli schemi. Entrambi dovranno, inoltre, sapere che esistono diversi modi di organizzare il materiale, che determinate  strategie sono più efficaci di altre, che alcuni compiti richiedono determinate strategie.

    Prima di chiudere, vorrei ricordare che la personalità è caratterizzata dall’organicità, complessità, sistemicità, per cui ogni sua dimensione non è va scissa dalle altre se non per motivi di studio. La dimensione cognitiva, non può, pertanto, essere separata da quella relazionale e affettivo-emotiva, da cui è influenzata, proprio come non può essere considerata avulsa dal contesto storico-ambientale. L’apprednimento può essere perciò condizionato negativamente, ad esempio, da un elevato livello di ansia, come da un basso livello di autostima e di motivazione.

    Va detto, infine, che certe forme e contenuti di apprendimento sono possibili solo ad una determinata fascia d’età, perché il porcesso apprenditivo fa i conti anche con lo sviluppo e con la maturazione dei processi cognitivi soprattutto complessi. Vale, perciò, in questo caso la massima di Rousseau, secondo la quale “bisogna perdere tempo per guadagnare tempo”. Nello stesso tempo, però, bisogna non aspettare troppo, perché non è facile recuperare quanto non è stato appreso soprattutto nei primi cinque anni di vita.

    La “morale” è che l’apprendimento umano varia da individuo a individuo, da contesto a contesto, da una fase  all’altra dello sviluppo, e che per agevolarlo non è sufficiente che il docente conosca le tipologie apprenditive, occorre che s’impossessi anche le strategie e le sappia mettere in opera, individualizzandole e personalizzandole, ma soprattutto che l’alunno sia motivato, giacché – come insegna Dewey- l’insegnante può anche condurre l’alunno alla fonte, ma questi potrà sempre rifiutarsi di bere.

     
    March 06

    L’analogia donna-Madonna: una lettura tutta umana

     

    In occasione della festa della donna, vorrei proporre una lettura tutta umana del rapporto coltivato, soprattutto in passato, tra donna e Madonna. Credo che proprio l’essere madre di quest'ultima abbia fatto breccia nella devozione popolare cagnanese e di tutto il mondo cattolico-cristiano. Maria, infatti, come tutte le madri, gode del privilegio di poter creare la vita, è, perciò, amorosa e sofferente.

    L’analogia donna-Madonna non mi pare una forzatura; trova conferma nei detti, passati di bocca in bocca tra le donne di Cagnano. Di fronte alla precarietà dell’esistenza e al condizionamento culturale, che le vuole obbedienti e rassegnante, le donne sussurrano: “C’àmma bbrazzà la croce!”; “àmma purtà la croce!”. Quando si chiede loro di sbrigare questa e quelle faccenda, proferiscono: “Se ccande ne mburte la croce!”. Espressioni tutte di genere femminile, che alimentano la convizione secondo la quale la donna sia venuta al mondo per soffrire.

    Se, con la diffusione del Cristianesimo, la donna cagnanese  vede nella Madonna un’altra se stessa, prima ancora credo si sia identificata nella “Quarandanna”, una figura mitica riconducibile alla tradizione greca, che porta nell'espressione i segni della vita concepita come "valle di lacrime".

    La Quarandanna è vestita con gli abiti prevalentemente scuri: gonna lunga arricciata in vita (gunnedda), giacca corta (ggiacche), fazzoletto in testa (tuccate), la conocchia e il fuso in mano.  Fila la lana tutto il giorno, per pagare i debiti del marito ubriacone.  Muore, infine, impiccata e bruciata.

    Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, le bambine del posto giocano ancora con la Quarandanna, una pupa di pezza costruita con le proprie mani, che viene impiccata ad una corda sospesa nel cielo, legata tra due pali fissati ai due lati della strada. La si lascia dondolare nei quaranta giorni che precedono la Pasqua, al sole, al vento e alla pioggia, finché non viene bruciata.  

    C'è chi vede nella Quarandanna, [conocchia e fuso in mano], la figura di Lachesi, una delle tre Parche, che presiede al corso della vita, prima che Atropo ne recida i fili. C'è chi vi ritrova la figura di Erigone,  che muore suicida, impiccandosi ad un albero, dopo aver scoperto il cadavere di suo padre. Questa dea greca sale, poi, in cielo insieme al cane paterno, formando le costellazioni della Vergine e del Cane minore. In onore di erigone è istituita la festa delle "Aiorà", per frenare la tendenza suicida di molte adolescenti. Durante i festeggiamenti, che cadono tra febbraio e marzo, le fanciulle dondolano su altalene appese ai rami degli alberi, sottoponendosi al rito porpiziatorio della fertilità.  

    Con il passare del tempo, proprio nel periodo in cui i greci festeggiano le "aiorà", i cristiani decidono di celebrare la morte e la resurrezione di Cristo. il rito della Quarandanna sembra confluire, quindi, in quello della Quaresima e diviene periodo di preparazione alla Pasqua.

    La tradizione cagnanese vuole anche che Quarandanna sia la moglie di Carvuale [Carnevale]. Le due figure sono, però, l'equivalente di due esatti contrari: magra, triste e instancabile la prima; grasso, spendaccione e perdigiorno il secondo. Sottomessa, paziente, dedita al lavoro e al marito, pronta a sacrificarsi, Quarantanna sembra il ritratto della donna cagnanese. Brava e instancabile donna, "messa in croce" dal marito sciupone, o come si dice da noi, "scialaccone".

    Se Carnevale personifica i divertimenti, Quarandanna diviene simbolo della penitenza. Ha l'aspetto bruttino, con il "muso storto" -secondo cagnanesi e sannicandresi-, o "di cane" che morde la lingua ai bambini- secondo gli abitanti di Monte Sant'Angelo. A San Giovanni Rotondo il fantoccio della Quarandène è ormai cristianizzato: porta, infatti, "na crona mmano" [una corona in mano], non più fuso e conocchia. 

    La mattina di Pasqua, eliminata l'ultima penna infissa nella patata, posta ai piedi della Quarandanna fungendo da calendario, le donne dicono allegre:

    Jè ffenuta la mozza e la sana

    fore fore la Quarandana! 

     

    Quello della Quarandanna è solo uno dei molti riti pre-cristiani, mutuati dai cattolici per agevolare la conversione dei pagani che abitano nei villaggi [pagi]. Alla figura mitica della Quarandanna sarebbe subentrata, poi, quella affascinante della Madonna, una donna che dona la vita, consentendo alla specie di moltiplicarsi, non senza soffrire.

    L’analogia donna-Madonna si può cogliere, inoltre, nel concetto tutto umano di santità. Santo è colui che sta a fianco, che è compagno, che mostra disponibilità assoluta. Come la Madonna accoglie il sacrificio del Figlio, la donna  accetta di soffrire per mettere alla luce i propri figli ed  è disposta a sacrificare se stessa per salvare la famiglia.

    Accade, infatti, nella società contadina, che a fronte di rapporti difficili con il marito, la suocera, il fratello del marito, il figlio maggiore [alle aggressioni verbali e fisiche dei quali deve sottostare, spesso umiliandosi], la donna che più tace ed è  in grado di sopportare meglio, sia chiamata “Santa” dalle vicine.

    Santa è, dunque, la donna che soffre nel tentativo di portare la “sua croce” lungo un "calvario" che dura tutta l'esistenza e si traduce in assenza di diritto di parola, di muoversi liberamente, di assumere decisioni, di scegliere con chi trascorrere la propria vita. Questa donna, lavora, inoltre, come una bestia da soma, in casa, in campagna e al lago.  Si occupa dell’educazione dei figli, veicolando comunque l’idea che la maggiore autorità sia quella paterna.1

     

     

     



    1 Il saggio prosegue con La devozione mariana a Cagnano Varano (in questo blog)

     

     

    Mater Divinae Gratiae,La devozione mariana a Cagnano Varano

     

     

    La devozione mariana a Cagnano affonda le radici nel medioevo e si propone di coltivare il rapporto con la Madonna, la Madre che porta la Grazia Divina, l’unica che può interfacciarsi con Dio e concedere grazie alla comunità.

    Di questa devozione, soprattutto al femminile, si ha testimonianza nella pittura rupestre della grotta di San Michele (Madonna delle Grazie con Bambino), nella tavola rinvenuta nel convento di San Francesco, oggi allocata nella chiesa madre, nella icona presente nella chiesa degli Angeli, poi convento Santa Maria delle Grazie, nelle varie immagini incorniciate dalle donne e affisse alle pareti della propria camera, nelle preghiere e invocazioni, in alcune forme di superstizione (l’abbetine).

    Mentre in molti paesi e città del mondo la festa della Madonna delle Grazie si celebra in maggio, giugno o luglio, a Cagnano la ricorrenza cade l’8 settembre e vede protagonisti soprattutto le donne, nonché umili contadini. Ricorrenza dettata probabilmente anche dal calndario agro-pastorale, dato che, a settembre, portati a termine i lavori agricoli, si dava inizio alla transumanza.

    Il luogo primigenio del culto di Santa Maria delle Grazie ci conduce agli insediamenti francescani del XIII secolo, edificati fuori le mura dei centri storici allora in espansione. Il convento di San Francesco, dove fu trovata il quadro della Madonna, nasceva, infatti, intorno al 1230, ai piedi del borgo fortificato di Cagnano. Come ogni altro voluto dal fraticello, esso nasceva fuori le mura per consentire ai frati minori di meditare in silenzio e al contempo di mantenere un rapporto costante con la popolazione. Una serie di tratturi collegava allora il convento di Cagnano con i piccoli e medi appezzamenti agricoli, da cui traevano sostentamento i cittadini, ma anche con Apricena e Civitate e con gli altri abitati del Gargano, soprattutto con Monte Sant’Angelo, dov’era il santuario più importante della Montagna del sole. 

    Abbiamo ragione di pensare che commercianti e pellegrini diretti verso il santuario più prestigioso del Gargano facessero una sosta, dunque, nel nostro convento. Così pure il frate d’Assisi che, quando era in viaggio per Monte volle posare la prima pietra del convento di Cagnano[1]. Si narra anche che, in quella circostanza, intorno al 1230, San Francesco fece una vista alla nostra grotta di San Michele, dove pure apparve l’Arcangelo.

    C’erano, intorno al convento di San Francesco gli acquai pubblici: piscine e pozzi, dove le donne facevano la provvista di acqua, scendendo e salendo faticosamente le viuzze del centro storico.

    Dal 1653, dopo che il convento fu soppresso, si è ridotto a rudere. In quel tempo ospitava la chiesa di San Francesco con l’unico altare di Sant’Antono da Padova. La chiesa, lunga 16 m. e larga 6, era ornata di pitture sacre, tra le quali spiccava la pregevole tavola della Madonna delle Grazie del quattordicesimo secolo -pare-, su cui si sta incentrando l’interesse degli studiosi.

    Una tradizione orale narra che la Madonna sia andata in sogno ad un contadino dicendogli che non voleva più stare nel convento abbandonato e che dopo la traslazione del quadro una pioggia benefica e salutare sia scesa dal cielo.

    Bisogna sapere che nei paesi garganici inondazioni, invasioni di locuste e siccità erano alla base di ricorrenti carestie che procuravano l’aumento dei prezzi, la miseria e la mortalità. Gli inverni erano molto freddi, incidendo negativamente sul raccolto. Neanche d’estate si stava bene, giacché con il caldo si diffondevano le malattie malariche. Si verificavano, inoltre, diverse ondate coleriche e altre malattie. Di fronte alle incertezze e alla precarietà dell’esistenza, la Madonna rappresentava l’àncora di salvezza. E il giorno del ritrovamento del quadro, quella pioggia fu provvidenziale, perché a Cagnano non pioveva da diversi mesi.

    Da allora la devozione verso la Madonna divenne più forte. In ogni casa le mamme confezionavano l’abbetine, un sacchettino in cui era riposta l’immagine della Santa ripiegata più volte, dopo che era stata benedetta dal parroco. Ben chiuso, se lo appuntavano con una spilla sotto l’abito, portandolo sempre con sé, affinché la Madonna le preservasse dalle sciagure, in quel tempo all’ordine del giorno.

    Chi era debitrice alla vergine di una grazia, vestiva la sua bambina, di rosso e azzurro, come la Madonna. Quando il figlio ritornava finalmente sano e salvo dalla guerra, se superava una crisi malarica, di spagnola o di polmonite, ecco, sempre la mamma farsi pellegrina, andare di porta in porta - lu vucale in mano - a chiedere l’elemosina di qualche decilitro di olio, un po’ di grano, qualche soldo per far celebrare la messa alla Madonna.

    Nel 1724 i Padri riformati francescani vollero riedificare il convento andato distrutto, sempre fuori dall’abitato ma in altro posto. Il convento fu poi affiancato dalla chiesa che porta il nome di Santa Maria delle Grazie - probabilmente la stessa che prima era detta degli Angeli. La devozione crebbe, dunque, e la Madonna delle Grazie fu proclamata compatrona dei cagnanesi, insieme ai santi Cataldo e Michele. Dal 1877 ha cominciato a operare anche la Congregazione della Madonnna delle Grazie, istituita per promuovere la coesione tra i cittadini e divulgare il culto per la Madonna.

    Sin dai primi giorni di agosto di ciascun anno, i preparativi fervevano, sia in paese, sia nelle campagne. Gli uomini della Congregazione bussavano qua e là per “la cerca”, chiedendo a ciascuno un’offerta in modo da poter fare una festa grande alla Madonna. Ogni famiglia metteva da parte un po’ di grano. I più facoltosi anche del denaro.

    Va qui ricordato che nella  prima metà dell’Ottocento solo l’11% del territorio di Cagnano era coltivabile e che questa piccola parte era divisa in 1300 piccole lingue di terra, che il piccolo colono, per integrare, prendeva in affitto la terra dei “galantuomini”, sottoponendosi al carico della terraggera, che, quando l’annata era magra, oltre a non restituire al colono il compenso per suo lavoro, lo faceva indebitare, aggravando la sua condizione.

    Il raccolto della “cerca”, veniva ammassato nel Convento di Santa Maria delle Grazie o in Borgo San Cataldo, Palazzo Caizzi-Mendolicchio e poi Pelusi, pesato e venduto in genere agli stessi cittadini bisognosi di grano, legumi, olio. Per l’occasione si usavano le misure del tempo: lu quartucce, lu mezzette, lu tummele, lu stare, la pignata.  

    La Madonna era sacra ai cagnaesi, maschi e femmine, amata soprattutto dalle persone umili legate alla terra. Sacro è tutto ciò che è inspiegabile e incute timore reverenziale. Con la Madonna si entrava in relazione attraverso il rituale della “cerca”. Il dono era simbolo del modo di rapportarsi delle persone, in questo caso, dei cagnanesi con la Santa. Insomma si ragionava più o meno così:- Se io sono generosa con la Madonna, la Madonna lo sarà con me e mi dispenserà grazie.

    Approssimandosi il giorno della festa, ogni famiglia preparava pane casereccio fresco e “lu cacciandr”, un dolce povero, ricavato dai pezzetti di massa che restavano attaccati qua e là nella madia (fazzatora), con l’aggiunta di un filo di olio, semi di finocchio, un po’ di zucchero e un po’ di latte. C’era anche chi faceva la pizza, chi i taralli e persino “li mènele atterrate”, unendo mandorle tostate e zucchero.

    Nove giorni prima della festa per il paese “ce menava lu bbanne”, affindando al bandaiolo il compito di annunciare che l’indomani in processione sarebbe stata traslata la tavola della Madonna dal suo altare (il secondo a sx della Chiesa Madre) a quello maggiore. Si richiamava, in questo modo, l’attenzione della popolazione, che si affacciava al balcone, alla finestra, ad ogni angolo di strada, per ascoltare.

    Siccome la devozione verso la Vergine cresceva sempre più, dal 1881, il sindaco Antonio Fini e gli amministratori del paese decisero di istituire una fiera del bestiame, da farsi il 7 e l’8 settembre. C’era già la fiera di San Michele che cadeva ni giorni 7 e 8 maggio di ciascun anno. La fiera di settembre, però, si teneva già da diversi decenni e qualche anno fu differita per calamità, come ad esempio nel 1866, a causa del cholera morbus.

    In occasione della fiera, che aveva luogo fuori paese, s'incontravano contadini, agricoltori e allevatori del posto e dei paesi limitrofi, e persino abruzzesi, giacché era già iniziata la transumanza. Si vendevano capre da latte, animali da soma e da lavoro, pecore da lana e maiali, di cui non si buttava nulla. I poveri, però, mangiavano poca carne, basti pensare che solo a fine Ottocento fu prodotta istanza di aprire una macelleria a Cagnano.

    La fiera, in ogni caso, metteva in campo un nuovo attore sociale: “lu nzanzane”, un uomo particolarmente tagliato, che mediava tra il venditore e l’acquirente, rimediando qualcosa per sé. 

    L’8 settembre, dopo la celebrazione eucaristica, le campane della Chiesa Madre squillavano a festa, richiamando il popolo al corteo processionale. Avanti a tutti il bandaiolo, quindi lo stendardo con l’immagine della Madonna in campo azzurro, i giovani e le giovani dell’azione cattolica, San Michele, San Cataldo e la Confraternita, la croce della chiesa Madre, i chierichetti e i sacerdoti, il quadro della Madonna delle Grazie, la banda, il popolo.

    Al quadro della Vergine erano due lunghi nastri, dove i devoti attaccavano in genere cartamoneta. Una persona portava un cuscino celeste dove erano appuntate collanine e orecchini, per grazia ricevuta. I risparmi che erano costati molte rinunce. Donne e bambini scalzi si buttavano ai piedi della Madonna, per ringraziarla o per chiedere una grazia.

    Il corteo processionale faceva il giro del paese, passando per via Cannesi, via Ospedale, via San Giovanni, Corso Umberto, Corso Giannone. In piazza Giannone la banda cessava di suonare e le oranti di pregare, mentre tutta l’attenzione era rivolta ai fuochi d’artificio: rotelle e botti tanto amati.

    Poi tutti a casa a gustare il piatto buono della festa: ndroccl[2] e brasciol[3] e turcnedd[4]. Sulla mensa non mancava il vino, che rendeva più loquaci gli animi.

    La festa religiosa rappresentava una delle poche occasioni in cui anche ai miseri era concesso di cessare l’attività lavorativa e staccare dalla routine alienante della vita. La banda, i fuochi d’artificio, l’abito della festa, la condivisione, la credenza nei medesimi valori, rendevano più coesa la comunità, caricandola di energie nuove, utili per meglio sopportare il peso dell’esistenza.

    Gli anni della siccità e della carestia, purtroppo, ritornavano costantemente, mettendo a dura prova i piccoli coloni, soprattuto dalla seconda metà dell’Ottocento, quando, in seguito alle leggi eversive della feudalità e alle piccole occupazioni, ognuno di essi si era recintato un piccolo appezzamento di terra e i professionisti erano diventati “galantuomini”, impossessandosi delle terre migliori, nonché di “parchi” e “mezzane”. L’acqua era utile sia per l’agricoltura, sia per l’allevamento, per far crescere l’erba e per riempire gli acquai. Gli animali dovevano alimentarsi e dissetarsi affinché gli uomini potessero sopravvivere.

    Quando le campagne erano particolarmente assetate, il popolo implorava la Vergine affinché facesse piovere. Per tre giorni consecutivi pregava con fervore in chiesa, quindi in processione dietro la Madonna, portandola fino alle Tre croci, fuori il paese, oltre la Madonna de lu Rite. L’ultimo corteo processionale finalizzato a implorare la pioggia risale agli anni Sessanta del secolo scorso. Al rientro della processione o il giorno dopo, la pioggia arrivava, quasi sempre. Era il segnale della Madonna che, in questo modo, dispensando grazie ai cagnanesi, teneva accesa la devozione.

    Col tempo, anche i pescatori di Cagnano hanno avvertito il bisogno di stare sotto l’ala protettrice della Madonna delle Grazie. Dagli anni Cinquanta del secolo scorso l’icona della Madonna fu quindi portata nei sandali, imbarcazioni tipiche del luogo, dentro di arancio e fuori di nero pece, da Bagno al Crocifisso di Varano, dove, oltre ad una statua lignea posta sulle acque della laguna, c’è la chiesetta, un tempo dedicata all’Annunziata. Di recente, il corteo si dirige verso la foce di Capojale, per benedire anche i mitilicoltori.

    Mentre questo saggio volge al termine, vorrei accennare all’effigie della Madonna delle Grazie di Cagnano Varano restaurata verso al fine degli anni Novanta. L’icona parla chiaro: l’indice della Madonna, rivolto verso il Figlio, è diretto al popolo cagnanese, indicandogli la Via. Il grande mantello azzurro trapunto di stelle, che avvolge la Madonna, simboleggia la sua potenza divina e le abbondanti grazie che ella può elargire. Il colore rosso della veste è simbolo dell’umanità sofferente. Il ventre pronunciato sta a significare che Maria è Madre di Cristo, ma anche della Chiesa. L’icona, in definitiva, vuole trasmettere al popolo di Cagnano la speranza della sua fecondità, di modo che i figli dei figli possano crescere alimentandosi del Verbo di Dio.[5]

    La devozione verso la Madonna delle Grazie si coltiva ancora a Cagnano Varano, sebbene in modo più flebile. La richiesta di sacro, però, non cessa, anche nella società tecnonolgica e conoscitiva, perché in periodi caratterizzati da incertezza e mutamento sociale, come quello attuale, i valori religiosi possono fornire un’àncora di salvezza.  

      

     

       



    [1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo.

    [2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”.

    [3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti.

    [4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate.

    [5] SAVERIO PAPICCHIO [a cura di], Santa Maria delle Grazie, l’Icona di Cagnano Varano, lettura spirituale e pastorale, Falcone grafiche- Manfredonia, settembre 2007.

     

     

     

       



    [1] Insieme a quello di Cagnano, pare che San Francesco, tra il 1220 e il 1230, abbia fondato anche i conventi di Peschici, Ischitella e San Giovanni Rotondo.

    [2] Spaghetti doppi fatti in casa con un appostito attrezzo opportunamente scanalato chiamato “ndroccl”.

    [3] Involtini di vitello di secondo taglio, ripieni di prezzemolo, formaggio, olio e aglio a pezzetti.

    [4] Fegato preferibilmente di agnello tagliato in strisce condito con pezzetti d’aglio, prezzemolo, formaggio, un filo d’olio, avvolto poi nella “rezza” e infine nelle budella di agnello, dopo che erano state ben lavate.

    February 16

    Francesco Bocale, cenni biografici

     

     

     

    Maestro, poeta e narratore, Francesco Bocale

    nasce a Cagnano Varano il 4 gennaio 1953, in via Cannesi, da genitori di umile condizione: mamma Michelina e papà Vincenzo, che gli danno due fratelli. Trascorre gli anni dell’infanzia guadagnando gli spazi, dentro e fuori l’abitato, respirando aria di libertà, insieme ad altri fanciulli del paese.

     

              Grazie alla benevolenza di don Pietro Pasquarelli, padre missionario e fratello di don Angelo, parroco della Chiesa Madre, Francesco frequenta poi gli anni della scuola media e il biennio di scuola superiore nel collegio di San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Cinque anni importanti, in cui deve prendere importanti decisioni.

     

              La vita del seminario infine non lo convince. Ritorna a Cagnano e decide di ultimare gli studi frequentando il terzo e quarto magistrale al “Pestalozzi” di San Severo. Dopo aver conseguito il diploma, si iscrive al corso di pedagogia dell’università di Milano e sostiene tutti gli esami. Avendo superato il concorso magistrale in provincia di Como, lascia l'ateneo e si dedica all'attività di insegnamento. Conosce Maria Grazia, si sposano e mettono al mondo due figli: Enea e Giacomo.

     

    D’estate, però, e a volte in occasione  delle feste tradizionali, Francesco sente il bisogno di venire giù nel Gargano a respirare l’aria della sua terra e probabimente per trovare ispirazione per le prime produzioni che sembrano risalire agli anni Novanta. Dopo aver offerto un interessante contributo alla raccolta di poesie dell’associazione culturale L’Alternativa, che firma con lo pseudonino di Apulo Cannesi, dà alla stampa Infanzia, giorno beato (1995), opera in prosa in cui canta con un certo pudore l’amore nostalgico  per Cagnano Varano, luogo della memoria, e L’arcobaleno è il sogno di un bambino (1999),  un volumetto in cui conduce  i suoi piccoli scolari a sperimentare l’arte poetica.

     

     Più intenso, dal punto di vista produttivo, in ogni caso, è l’ultimo decennio. Nel 2001 dà alla stampa Misura dei miei passi, raccolta di poesie autobiografiche in cui, tra nostalgia e stupore per l’infanzia e desiderio di dare pace alle pulsioni della vita, dà prova di essere capace di poesia “semplice” e “vera”, come scrive Tullio De Mauro in prefazione.

     

    Quattro anni dopo pubblica Quando il silenzio si fa poesia,  il “percorso di oltre quattro anni da me compiuto alla ricerca di Dio e di un nuovo modo di esistere- mi scrive l’autore. Vi troverai fragilità, spiritualità, dolore, pianto, silenzio, grida, stupore, temi a me molto cari”.  Raccolta agevolata dal dolce sostare di Francesco nel silenzio della contemplazione dei monasteri benedettini della Brianza e, soprattutto, dalla capacità di porsi nella posizione di ascolto, di veicolare il silenzio attraverso versi ben curati.

     

    Nel maggio 2007dà alla stampa Quando la cipolla fece piangere il padrone, paràule’, fatti, personaggi e luoghi della nostra tradizione”, un’opera che consente al lettore di entrare nel contesto garganico della civiltà contadina, in quel mondo di valori e di usanze in grado di dare senso e di orientare in qualche mondo i bambini  e le bambine, i giovani e le giovani, le mamme e i papà, i nonni e le nonne, conferendo loro una precisa identità.

     

    A Turate, un paese dinamico, di circa ottomila anime, da diversi anni problemi di salute stanno, intanto, mettendo a dura prova il coraggio e la voglia di vivere del narratore-poeta. Francesco non si arrende e frenetico continua a scrivere, devolvendo parte del ricavato delle sue produzioni a scopo di beneficenza.

     

    Ed ecco, nel dicembre 2008 presenta il suo ultimo lavoro: “Ho camminato per sentieri infiniti”, una raccolta di settantatrè poesie, scritte  nell’arco temporale di circa un anno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario, le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia.  “È il libro della maturità- scrive l’autore- di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”

     

              “Devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono.” Ma il “cavallo è imbizzarrito” e Francesco non ce la fa. Si spegne la mattina del 15 febbraio 2009, in Saronno, reparto di oncologia.

     

              A ben guardare, pare di vedere in Francesco due anime : quella del narratore e quella del poeta. Anime che si riflettono nei nomi con i quali firma in genere, rispettivamente, le produzioni in cui rievoca le tradizioni garganiche e quelle in cui canta le pene e le gioie dell’anima. Francesco Bocale è, perciò, il poeta, mentre Apulo Cannesi è il narratore. Egli assegna a sé il nome di Apulo, perché pugliese, Cannesi, perché nasce in una delle più antiche e significative vie di Cagnano Varano (FG), e come Apulo Cannesi scrive Infanzia, giorno beato e Quando la cipolla fece piangere il padrone.

     

              Prima di andarsene, Francesco ha consegnato alla stampa un nuovo volume di racconti che riguardano la sua infanzia.

     

     
    February 15

    Francesco Bocale, poeta e narratore, ci ha lasciati

     

    Francesco Bocale ci ha lasciati il giorno 15 febbraio 2009.

     

    “La tua terra, il tuo lago, il tuo mare, la tua gente,

    ai quali ti sei sentito sempre legato,

    ti abbracciano e ti accompagnano con la preghiera

    nei sentieri del giardino di Dio.”

     

    Gli amici sabato 21 febbraio alle ore 18.00 s'incontrano nella chiesa Santa Maria delle Grazie di Cagnano Varano  per una messa di suffragio in onore di Francesco.

    "Ho camminato per sentieri infiniti", commento di Dina Crisetti alle ultime poesie di F. Bocale

     

    È il libro della maturità- scrive l’autore- di un uomo di fronte al mistero del dolore che incalza, che pone domande, cerca risposte, dell’uomo che vuole essere protagonista costruttore, indagatore, che non nega la fede in Dio e negli uomini.”

    “Ho camminato per sentieri infiniti”, di Francesco Bocale, pp. 110, Tip. Zaffaroni (Co), dic. 2008, una raccolta di poesie, che apre con “Attesa”, scritta nell’ospedale di Saronno, urologia, 7° piano, venerdì 17 novembre 2006, ore 5,35, dove dona amabili cure il dottor …, e chiude con “Alla luce della tua divinità”, ancora a Saronno, ma nel reparto di oncologia, giovedì 13 dicembre 2007, ore 11,20.

    Settantatrè poesie, scritte  nell’arco temporale di un anno, che riportano scrupolosamente luogo, giorno della settimana, data e ora del componimento, persone e circostanze, quasi per annotare, come in un diario le emozioni, i turbamenti, l’angoscia ma anche le esplosioni di gioia e di speranza, che l’ hanno accompagnato nel corso della sua malattia. “Ho dovuto scrivere queste poesie, devo scrivere, perché la poesia è ormai per me una terapia” – mi dice dall’altro capo del telefono.

    Francesco mi chiede una recensione, invitandomi a “scavare in profondità, nelle sue pieghe più recondite per farne risaltare limpido, chiaro, il messaggio di attaccamento alla vita, di fede in Dio, negli uomini”.

    Proverò, caro Francesco,  ad esaudire le tue richieste, ma non potrò offrirti che qualche riflessione scaturita dalla lettura delle tue poesie, ora cupe ora liete, proprio come il tuo stato d’animo. 

    Comincerò da “Sogno” (pag 44 della raccolta), una poesia di 33 versi [scelta casuale?], a mio avviso significativa, in cui ciascuna persona, che abbia vissuto un rapporto difficile con il proprio corpo, a seguito di malattia devastante, potrà vedersi riflessa.  L’autore parla di corpo precipitato in fiume, che “trasporta fetore umano”, di “corpo profanato”, segnato da  “solchi che inquietano” l’anima. È stupito e imbarazzato per il nuovo corpo, “coperto di feci e di vergogna”, “diventato una larva”. Lotta, aggrappandosi  alla “riva” [alla vita] “per non finire inghiottito”; urla per essere strappato “ai gorghi. Questo uomo, oltre che forte, è ambizioso, concede, perciò, solo “ bambini sarcastici” di schernirlo. È orgoglioso, non vuole che sia umiliato, implora quindi il Signore affinché si riprenda il suo corpo nella sua  “interezza”. È anche uomo debole, che piange e rifiuta la condizione provocata dall’infermità. Ed ecco che “uomini pietosi”, i medici dell’ospedale- presumo-,  lo strappano alla morte, che “lacrime” generose -amici e familiari- bagnano le sue membra “attingendo acqua con piccolo mestolo”, come fece Giovanni per Gesù nel Giordano, rigenerando il suo corpo. Di fronte al “ cavallo  imbizzarrito”[1], la più potente e significativa  àncora di salvezza, in ogni caso,  rimane il Signore. Ed è a Dio che Francesco si rivolge perché lo sostenga e lo faccia rinascere,  glorificandolo con “il sangue della sua passione”, dato che non sopporta la “fragile nullità” del suo essere.

    Versi dietro ai quali sembra celarsi il senso di inadeguatezza di chi non è più sano; che rinviano allo scenario della società consumistica e edonistica del nostro tempo, fatta di uomini belli e perfetti, dove, chi è malato, purtroppo, resta indietro, sentendosi emarginato, annullato, deprivato persino del corpo. 

     “Io sono sereno, forte, - dice l’autore- non il fragile Francesco, sono una canna che si piega fino a terra a provare sensazioni e sofferenze straordinarie, forti, ma poi si rialza, narrante con un canto di ringraziamento e di stupore per essere rinato”.[2]

    Una canna che si prostra al volere del vento, dunque,  che si rialza, infine, per narrare un canto di ringraziamento. Passaggio interessante, questo, che mi consente di andare alla ricerca di simboli e motivi ricorrenti nella raccolta: il vento, l’acqua, la luce.

    “Lanterne al vento”, “Britannia”, “Fuga” sono solo alcuni esempi dei testi poetici in cui è presente il tema del vento. Segno di inquietudine, simbolo della sorte, della forza irrazionale contrapposta alla fragilità umana, il vento porta l’uomo dove vuole, senza dargli modo di sapere cosa gli accadrà. “Chissà se verrai a farti luce/ per i miei occhi che non vogliono spegnersi/ come lanterne al vento che impazza”. “Il Tivano che impazza/ e sfilaccia i pensieri agli uomini”, “il vento che scende furioso… /e mi strappa dalle mani ogni cosa, /forse anche la mia fragilità”. “E continuo a fuggire come il vento/stanato dall’inquetudine che morde” (pag. 78). Nella tradizione cristiana, il vento simboleggia lo Spirito Santo, la forza che rigenera.

    Altro elemento ricorrente è la luce: In Un nuovo cammino (pag. 10) si legge: “Chissà se la notte è passata./ Forse ancora verrà/ col suo cantico di oscurità/ laddove credevo di vedere luce,/ a tendermi un’imboscata”. In Implorazione (pag. 11): “Maria è luminosa e solenne a tracciare la strada agli uomini”. In Risveglio ”… le luci si sono accese alle finestre … . Anche il dolore ritorna a urlare”. In A Giuseppe : “Voleranno gli angeli a portarti in cielo dove il dolore si muta in luce.” In Sia più lieve il mio tempo scrive: “La luna impallidisce/ … silenziosa si eleva la cielo/ a consumarsi in un abbraccio di luce”. “Illumina… / la mia anima con l’ultimo tuo sospiro,/ perchè sia più lieve il mio tempo /soffocato dal buio della croce”.

    Luce, che nella tradizione cristiana- sottesa in tutta l’opera-, è simbolo di Dio, della speranza che accompagna l’uomo. In Già vedo la luce leggiamo: “Com’è vile il cuore umano/ sempre pronto a stendere il pollice verso, quando non sa farsi artefice di un dono che tarda a venire!  Già vedo la luce dell’alba [del nuovo anno] aprirsi sui miei occhi ormai senza olio.

    La mia casa è un deserto/come potrò darti accoglienza?- si legge in Alla luce della tua divinità- dove l'autore- pur bisognoso dei “vagiti di misericordia”, essendo la sua anima offuscata, teme che non potrà vedere la Luce di Cristo.

    Anche il tema dell’acqua è presente in molte poesie, richiamato attraverso le scene delle lacrime (“Mi sono spogliato, mostrando le mie ferite/ e piangevo su quei solchi/ che inquietano l’anima mia.// E tutti versavano lacrime/ e mi bagnavano le membra…/,  “di padre … che piange”, “Domani lascerò questa Terra vinto dalla solitudine/ che si è mutata in malinconia e pianto”). Tema ripreso nell'immagine  del fiume (l’immobilità del Lario), dei paesaggi (“le case affacciate all’acqua”, “l’acqua nella piscina è luccichio perpetuo”, “I gabbiani ghignano a filo d’acqua”). L’acqua ha un significato speciale per i cristiani: è simbolo del battesimo, del rinascere a nuova vita.

    Luce, olio, lanterna, croce, … immagini dell’angoscia, del precipitare, del bisogno di mani pietose, di idee speranzose: sembra qui la chiave di tutta la produzione di Francesco Bocale.

    Prima di chiudere queste note di commento vorrei sostare su “Sentieri infiniti”, la poesia che dà il titolo alla raccolta, conferendole finalmente un tono gioioso, alleviandola dalla cupezza che attraversa quasi tutti i brani.

    Un componimento di  17 versi, che ricorre a suoni e a immagini, per esprimere il motivo del canto. Canto che nel primo verso si fa “voce”, nel quinto “sgorga dalle labbra”, nel nono “gorgoglia dalla bocca”, nel dodicesimo si colora di “melodia”  e si esprime nella “visione di donna” possente, dagli occhi smarriti, che fanno vibrare le sue stanche membra. Canto che, nell’ultimo verso, stupisce, per narrare le meraviglie dell’infinito.

    Pare di leggere la la storia della sua vita che si snoda principalmente tra la terra garganica e quella del comasco, passando attraverso l'esperienza del seminario. In altri lavori[3] ho già evidenziato l’amore profondo e nostalgico verso la sua terra garganica, a cui Francesco Bocale resta ancorato, quando è costretto a sradicarsi, senza tuttavia restare impedito, impegnato a tessere nuovi rapporti nella nuova città di residenza. Sono vivi, indelebili, comunque, i ricordi dell’infanzia, i taralli morbili, la “pizza negata”, il vino buono, la mamma lontana, il papà che non è più, gli ulivi, il Varano, i “pettegolezzi” dei cagnanesi, le passeggiate sulla “coppa”, … .

    “Ho camminato per sentieri infiniti”- dice l’autore … “per venire a incontrarti nella pianura/ dove i pioppi si sciolgono in fiocchi di magia”, la piana della Lombardia, dove ha conosciuto sua moglie e ha continuato a condividere le sue esperienze di vita insieme ai figli. La “voce” che accompagna il peregrinare di Francesco, ad un certo punto assume sembianze“di donna”, regalo venuto dal cielo, presenza forte, capace di incuorargli fiducia, che merita, perciò, tutta la sua gratitudine.  A primo acchitto sembrerebbe che questa donna sia sua  moglie, Maria Grazia. Ad una lettura più profonda pare, invece, che questa visione non sia da configurare in una donna in carne ed ossa, ma in Madre Natura, che disvela il mistero del divino. Storia di uomo e di donna si fonderebbero, dunque, infine, in una sorta di sentimento panico, che esprime il contatto dell’autore con tutto l’universo.

    In “Rinsavimento”, Francesco Bocale si denuda: “Credevo di essere un gigante/ delirante di onnipotenza/ e mi sono scoperto fuscello/ spazzato dall tempesta.// Credevo di essere fiamma/ che rischiara l’oscurità della terra/ e mi sono trovato lanterna senz’olio.// Credevo di essere barca/ che non teme di solcare/ il mare aperto della vita/ e mi sono sentito tronco/ di legno alla deriva.// Credevo di essere vaso d’argento/ che non teme l’invidia del tempo/ ed ora sono frammento/ inutile d’argilla.// Quanti castelli avevo costruito,/ Signore delle cose e della vita./ Ora, sono ai tuoi piedi/ con la mia infinita nudità/ perché tu mi avvolga di misericordia/e mi tracci un sentiero di umiltà.// ( pag 26 della raccolta).

    Testo da cui emerge il peso e le difficoltà della vita di un uomo, angosciato dalla malattia che accelera il tempo già breve degli umani, l’uomo nudo che chiede di essere avvolto dal manto della misericordia divina. Un uomo che sente il bisogno di palesare la sua nudità, sviscerando agli altri il suo dolore, probabimente anche con l’intento di dimostrare di essere vicino ad altri sofferenti, e, forse, per invitare chi sta bene ad apprezzare la vita che è fragile e breve.

    Come non condividere i suoi pensieri e le sue sensazioni? Chi non prova emozioni forti di fronte a questo io narrante esuberante? E siccome penso che ciascuno di noi abbia annuito dentro di sé, in modo affermativo, ritenendo che la poesia sia il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti, essendo egli riuscito a trovare forme, simboli  e segni linguistici adeguati, credo di poter dire che Francesco ancora una volta abbia dato prova di essere poeta.

     

    Francesco ci ha lasciati il giorno 15 febbraio 2009 alle ore 7.00 in Saronno.



    [1] È così che descrive il suo male (telefonata di lunedi 4 febbraio 2009). Come cavallo imbizzarrito pare si sia sparso dappertutto. Sono in attesa di un farmaco che purtroppo ancora non riesco ad avere. Si lamenta per i tempi lunghi della burocrazia ospedaliera:- Ma cosa aspettano che la gente muoia?

    [2] Saronno, 29 gennaio, 0.9, 1,42; Missiva di Francesco Bocale a Leonarda Crisetti

    [3] Presentazione di Misura dei miei passi, recensione, Quando la cipolla fece piangere il padrone e di Quando il silenzio si fa poesia.

    January 28

    Strada lungolago istmo Varano-pescatore fortemente incazzato

     

    Domenica 25 gennaio, passeggiando sul lungolago Istmo Varano (foto 1), zona sottosequestro per lavori abusivi, ordinati dall’Amministrazione comunale di Cagnano Varano, ho incontrato un pescatore in pensione (f.2) “molto incazzato” perché i nuovi porticcioli abusivi, oltre a rivelarsi di scomodo accesso, gli hanno distrutto il “sandalo”. Una fiancata rotta durante una tempesta. Ha dovuto acquistarne un’altra usata e ristrutturarla, apportare qualche correzione “a lu varcal”, per metterla a dimora e non inciampare nello stesso incidente (f. 3).  Lamenta che i nuovi porticcioli non proteggono le imbarcazioni dalle riterate “corme”, livelli elevati dell’acqua connessi ai movimenti di marea, (f.4) e dai più temuti venti, provenienti dal quadrante Sud [Ustrian-Ostro e Majddesa-Libeccio].

    I pescatori e fruitori del lago sono, perciò, costretti a tirare a secco i natanti, invadendo la strada (f. 5). Allora, perché costruirli? Eppure il signor Domenico- e non solo lui- aveva detto che non andavano fatti in quel modo. Ricorda con piacere che in passato, la Ditta Mazzacurati, realizzò gli unici lavori che giovarono al lago. Dopo aver dragato lungo la costa e depositato i rifiuti nelle “fantine”, costruì un bell’argine, che con i recenti lavori è stato letteralmente demolito.  Oggi si vede interrotto anche il “canalone”, così concorrendo all’allagamento dei terreni, invasi dalle acque del lago e da quelle della pioggia (f.6; f.7)).

     

    Il documento: Quando il Consorzio di bonifica …

    “Nel secondo dopoguerra[tra il 1953-56], con l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno e del Consorzio generale di bonifica di Capitanata, furono risanate le paludi di Capojale e dell’Isola [Varano] per colmata, fu costruito il bamchinaggio, vennero sistemati i valloni affluenti nella laguna, fu realizzata la bonifica con l’idrovora nel Muschiaturo, sistemata la viabilità e l’irrigazione. Gli interventi più efficati per elevare la pescosità consistettero nello scavo di un largo e profondo canale sublacuale, lungo tutta la fascia dell’istmo, da Capojale a Varano, nella realizzazione del banchinaggio dei terreni retrostanti e nella colamta delle sponde basse dell’isola, tramite materiale di riporto, convenientemente ricclato. […].  È stato scavato un canale di drenaggio, che taglia longitudinalmente l’isola, per consentire lo scolo delle acque piovane e delle irrigazioni. Oggi tale canale esiste solo in alcuni tratti. […]. Ampliate le foci, prosciugate le paludi, elevata la salinità delle acque, le attività della pesca, del commercio e del turismo registrarono un certo incremento. Anche il clima dei paesi limitrifi [Cagnano, Ischitella, Carpino) ne trasse giovamento”.

    [L. Crisetti Grimaldi, La laguna di Varano, una risorsa da valorizzare, Grenzi ed. 2001, pp.112-113]

     

     

    January 12

    Porticcioli e strada lungolago istmo Varano

     

    La valutazione di impatto ambientale in sanatoria?  Da archiviare, secondo il PM, abuso d’ufficio in fatto d’impatto ambientale per i lavori di sistemazione della strada lungo lago istmo di Varano.

    A giorni l'udienza al tribunale di Lucera

     

    Il Pubblico Ministero chiede al GiP l’archiviazione del procedimento nei confronti del sindaco e del responsabile dell’U.T.C. di Cagnano Varano in merito ai “lavori di sistemazione della strada lungo lago istmo di Varano”, dopo che l’area e il cantiere sono stati sottoposti a sequestro circa un anno fa, a seguito dell’intervento dell’Ufficio circondariale marittimo di  Vieste in collaborazione con l’Ufficio locale marittimo di Rodi G.co.

    Motivi del sequestro: “occupazione e costruzione abusiva sul suolo demaniale marittimo e nella fascia di rispetto dei trenta metri dal limite demaniale marittimo senza la prevista autorizzazione rilasciata dell’autorità competente”; “deviazione di acque e modificazione dello stato dei luoghi-invasione dei terreni-danneggiamento”; “opere eseguite in assenza di concessione, in zona sottoposta a vincolo paesistico, ambientale”; “violazioni di norme in materia ambientale”; “violazioni concernenti le prescrizioni minime di sicurezza e di salute nei cantieri temporanei o mobili”.

    I lavori ordinati dal comune di Cagnano Varano, sono stati eseguiti a fine novembre 2007. Il progetto è stato avversato dai pescatori, ma soprattutto mancava dei  pareri previsti dalla normativa ambientale per opere e manufatti ricadenti in area  SIC (siti di importanza comunitaria),  ZPS (zone protezione speciale) e aree naturali protette (Parco).

    Mancano altresì il parere demaniale e le istanze motivate di esproprio, per cui alcuni pescatori hanno esposto denuncia nei confronti del committente (comune di Cagnano Varano).

    In fase di esecuzione dei lavori sono state violate le norme in materia di smaltimento rifiuti. Tantè che esiste una comunicazione trasmessa alla Procura della Repubblica di Lucera in cui si ravvisa un reato  “… nella movimentazione del terreno e nei riempimenti di alcune zone del lago [dove] venivano impiegati materiali di scarto di reti di plastica, legname, copertoni, materiale plastico di vario genere e rifiuti vari”. C’è chi dice di avere visto sotterrare  nel lungo lago addirittura resti di amianto.

    Il rilascio dei pareri previsti per la realizzazione di un’opera pubblica deve essere propedeutico alla sua cantierizzazione. Tra i pareri, meritevoli di attenzione: l’autorizzazione del Parco Nazionale del Gargano e la determina obbligatoria di V.I.A. (valutazione di impatto ambientale) dell’assessorato all’ambiente. La V.I.A.   è una procedura complessa, finalizzata “ad informare e a rendere partecipi i cittadini nei confronti degli interventi che interessano il territorio e le loro condizioni di vita. Essa  prevede tra l’altro, il deposito presso il Comune, la Provincia e l’Assessorato all’ambiente del progetto e del S.I.A.  (studio di impatto ambientale) dell’opera da realizzare; la pubblicazione su due quotidiani (uno nazionale e  locale), sul Bollettino Ufficiale Regione Puglia a inizio e a fine istruttoria, potendo accogliere il parere dei cittadini. Un iter che richiede diversi mesi di tempo.

     “Le procedure di V.I.A. hanno lo scopo di prevedere e stimare l’impatto ambientale dell’opera o intervento, di identificare e valutare le possibili alternative, compresa la non realizzazione dell’opera…”. Nel progetto di sistemazione della strada lungo lago di Varano, osteggiato da pescatori e residenti, tali procedure non sono state espletate preventivamente, come può, quindi, il PM sorvolare e chiedere di archiviare il caso, adducendo il motivo che non ci sono prove a supporto del rinvio a giudizio degli implicati (il responsabile del procedimento, il committente comune di Cagnano Varano e il direttore del cantiere)?

    È vero che col tempo, l’Amministrazione di Cagnano ha ottenuto due autorizzazioni: a) la valutazione d’incidenza dell’Assessorato all’Ambiente Settore Ecologia della Regione Puglia (20 Marzo 2008, Modugno), a circa un mese dal sequestro,  parere comunque insufficiente sulla base dell’art 4 comma 3 L.R. 11/2001 (a cui fa rif. l’assessorato all’ambiente nella valutazione d’incidenza prodotta), in quanto l’intervento ricade in area protetta; b) l’autorizzazione rilasciata dall’Ente Parco Nazionale del Gargano, sebbene condizionata da alcuni paletti, tra cui “che i materiali di risulta vengano conferiti in discariche autorizzate”, a distanza di un anno dall’inizio lavori.

    Ciò nonostante, come può giustificarsi la richiesta di archiviazione di un caso nel quale non sono rispettate le norme recepite dalla Regione e riconducibili alla CEE, che prevedono il rilascio dei pareri prima della cantierizzazione e non successivamente, quando impatti negativi sono stati già creati e l’habitat pregiudicato?

    Di fatto  l’intervento di risistemazione e pulizia della strada lungo lago ha stravolto il delicato equilibrio costiero, minacciato da sesse, maree, venti e moto ondoso. Sono stati creati nuovi porticcioli affatto funzionali, rimuovendo quelli esistenti. Corposi sbancamenti di materiale allo scopo di allineare la strada, hanno prodotto una riduzione del livello di costa, causando l’inondazione dei terreni, l’erosione  e l’impaludamento. In precedenti articoli, ho già evidenziato come l’opera, non si sia dimostrata  funzionale, peggiorando le condizioni dei frequentatori del lago, pescatori, turisti e altri fruitori occasionali, innescando problematiche di natura idrogeologica e contravvendo alle Direttive “Habitat”, recepite con il  D.P.R. n° 357/1997. C’era, infatti, nell’area, un complesso sistema dunale, caratterizzato da vegetazione pioniera a Salicornia, che ora non c’è più (vedi blog Dina Crisetti). Un attento studio avrebbe potuto conservare tale complesso sistema, armonizzandolo con l’intervento oggetto di queste riflessioni.  

    In una nota, datata 4/12/2008, il responsabile U.T.C. del comune di Cagnano Varano, con sollecitudine dichiara “che i lavori devono essere completati e rendicontati entro il 31/12/2008, pena la perdita del finanziamento”, lasciando intuire che bisogna affrettarsi con l’istruttoria.

    Finanziamenti, che giustificherebbero la fretta di iniziare i lavori - nonostante il parere avverso degli operatori -,ma che in realtà pare che non esistano. Infatti l’allegato 3 POR Puglia 2000-2006 Misura 4.16 dice espressamente che il progetto “completamento strada lungo lago sull’istmo isola Varano” proposto dal Comune di Cagnano Varano non è coerente con gli obiettivi previsti nella comunicazione (Prot. 36/SP/1385 del 7/08/2007). Motivo di esclusione, il “non dichiarato avvio iter, né ottenimento di autorizzazioni ambientali, seppur necessarie”.

    Il sindaco di Cagnano invece, nel disporre l’esecuzione dei lavori, dichiara che il nostro Comune “è titolare di un finanziamento da parte della Comunità Europea P.I.S. n°15 Misura 4.16”. Lo stesso finanziamento dal quale sarebbe [è] stato escluso?

    I dubbi, a questo punto, sono diversi. Perché le autorizzazioni ambientali ritenute “necessarie all’istruttoria” da parte di chi ha visionato il progetto, escludendolo dal finanziamento, non sono considerate tali dall’Assessorato all’Ecologia, che, a un anno dal sequestro, rilascia una valutazione d’incidenza favorevole?

    E soprattutto, perché un’istituzione come quella comunale, ordina “opere abusive”, aprendo i cantieri, senza i preventivi pareri o autorizzazioni? Perché Ente Parco e Regione rilasciano pareri indispensabili,  propedeutici all’intervento, soltanto ex post? Perché il PM chiede l’archiviazione del caso?

     

     

    December 27

    Cagnano Varano com'era, (da un manoscritto anonimo)

    A circa 200 metri di altezza dal livello del mare, sul cocuzzolo di una collina, circondato da tre lati da catene di altre colline, mentre dal quarto bea la vista un incantevole paesaggio, fatto di cielo e di mare, verde e lago, pianure, valli e colli, v’è un paesetto topograficamente ben messo: Cagnano Varano, nel ridente promontorio del Gargano.

    La popolazione, poco più di cinquemila anime, s’è dedita all’industria, al commercio, all’agricoltura. Ma la maggiore fonte di guadagno e di benessere deriva dall’ovicoltura, molto estesa nella zona e produttiva, e dal lago Varano.

    L’olivicoltura è fonte di guadagno non solo per i proprietari degli oliveti, ma anche per gli operai che li curano, specialmente per le donne addette alla raccolta del prodotto. Nel periodo della raccolta nel paese si nota un certo movimento.

    La raccolta delle olive ha inizio nei primi giorni del mese di novembre, dopo la festa di Tutti i Santi. Si dice che a questa festa sono mature tutte le olive, sia le nere, sia le verdi. Non vi sono strade interpoderali, né altri mezzi di locomozione all’infuori degli animali da soma, per arrivare ai posti di lavoro.

    Il primo giorno le donne sono costrette a portare la scala sulla testa. Avvolgono intorno alla mano un panno, ne formano un cerchio chiamato “spara”, nel gergo paesano. Lo mettono in testa, su di esso una tavoletta per stabilire l’equilibrio della scala. Vi posano anche l’uncino, lunga pertica che serve per tirare i rami più lontani e a battere le olive che non si arrivano a prendere con le mani e, un fagotto contenente la quantità di pane per la colazione,  che consumano, il più delle volte, accompagnato da olive nere arrostite nella brace, con erbe campestri, da sardine del lago salate da esse stesse, o con l’olio portato dai padroni.

    Le olive vengono raccolte in un cappuccio, di spessa tela, legato alla vita e vuotate, poi, nei sacchi che a mezzo di asini, cavalli e muli, vengono trasferiti nei magazzini dei padroni.

    Quando se ne raggiunge una certa quantità, sempre le donne, le trasportavano nei frantoi la mattina prima di recarsi in campagna o la sera anticipando il ritorno.

    La molitura è fatta a trazione animale. L’olio impuro viene portato ai padroni dagli operai del frantoio in recipienti fatti dalle pelli di capre, pecore, montoni ben confezionati, chiamatri otri, e depositato per qualche giorno in caldaioni dir ame, nel quale si pone una pietra levigata presa nel torrente in secca, perché non inverdisca. Quando è posato e raffinato, vien depositato in contenitori di zinco, stagno o creta.

    Il lavoro nelle campagne è accompagnato da canti in coro.

    Dopo la giornata di lavoro, a passo molto svelto, le donne tornano a casa per preparare il pranzo o consumarlo il più delle volte già preparato a base di legumi e, per sbrigare tante altre faccende.

    In ogni casa si allevano le galline per il consumo delle uova della famiglia e per venderle. I compratori girano nel paese, in periodi di lavoro, di sera o di primo mattino, avvertendo del loro passaggio col grido: "Chi te’ l’ova?  (chi tiene le uova?)", che vanno, poi a vendere in città.

    Anche l’olio, il petrolio per l’illuminazione vengono venduti per le strade.

    Il suono delle campanelle avverte il passaggio delle venditrici di latte o di qualche capraio che, prima di portarsi il gregge al pascolo, fa con esso il giro del paese, per vendere il suo latte, che è preferito perché munto davanti all’acquirente e darantito della genuinità.

    Tipico è l’abbigliamento dei pastori: calzoni aderenti, lunghi fino al ginocchio, sulla camicia un gilé di stoffa d’estate, mentre d’inverno è sostituito da uno lungo, fatto di pelle di capra o di pecora.

    Ai piedi calzano gli scarponi, detti anche “zampitti”, specie di sandali legegri e impermeabili fatti dalla pelle di vacca e tenuti legati da funicelle, ricavate dal pelo di animali.

    D’estate non manca la neve per rinfrescare l’acqua, il vino, preparare bibite e per coprire il pesce da spedire.

    Due fratelli forestieri sono specializzati nel riporre la neve caduta in inverno in fossati scavati nel  terreno.

    Anche i negozianti di maglie, stoffe, lo stagnino, il ramaio girano nel paese ad offrire la loro mercanzia ed il capillaro, che baratta i capelli e vende lucido, fili, aghi, spilli, bottoni, fettucce e tanti altri piccoli oggetti, contenuti in una cassetta appesa al collo.

    Non manca, di tanto in tanto, il nero spazzacamino.

     

    Forse la maggiore fonte di benessere viene dal lago.

    In esso, a seconda delle stagione,s i pescano svariate qualità di pesci, tra i quali: grugnaletti, alici, gamberi, sarde, triglie, mazzoni, tupparelli, agoni, solgiole, cefali, spinole, corvi, orate, diverse speci di anguille (pantanine, maretiche), capomazzi, capitoni tanto richiesi su tutti i mercati d’Italia, specialmente per il pranzo magro della vigilia di Natale, di Capodanno e dell’Epifania.

    In appositi allevamenti detti “giardini” vengono coltivati i mitili o cozze nere, tanto gustosi, in qualsiasi maniera preparati.

    In vicinanza del santo Natale, la pesa del pescato venduto all’ingrosso viene effettuata sul Corso Giannone.

    Le folaghe, i mallardi e gli altri uccelli acquatici, oltre a costituire oggetto di pesca, richiamano, ogni anno, nei mesi invernali, comitive di cacciatori paesani e forestieri per le cosiddette “mene alle folaghe”, battute di caccia nel lago. Si svolgono così:

    “Ogni cacciatore prende posto in un sandalo, piccola imbarcazione usata, spinta a forza di remi. Ogni sandalo, guidato da due pescatori, va alla ricerca delle masse dei volatili posati sulla superficie dell’acqua.

    Tutti insieme la circondano. Quando hanno raggiunto il loro posto, imbracciano il fucile per essere pronti a sparare i volatili messi in volo al primo colpo sparato dal capocaccia.

    Gli animali colpiti cadono e vengono raccolti dai pescatori per dividerli, poi, coi cacciatori. Questi, oltre alla cartucciera ben fornita di colpi, portano la provvista di sigarette per loro e per i pescatori, contribuiscono alla preparazione di un buon pranzetto che consumano, tutti insieme, all’aperto, sulle rive del lago in grande armonia”.

    I pescatori, per raggiungere il lago, percorrono ogni giorno, a passo marziale, alcuni chilometri di strada, in salita al ritorno, portando sulla spalla una bisaccia con l’occorrente e, sopra essa, glis tivaloni di gomma alti fino all’inguine.

    Quando l’azzurro del cielo è nascosto da nubi e v’è minaccia di pioggia, i pescatori , che s’intendono delle variazioni del tempo, vi aggiungono l’impermeabile.

    Questo indumento viene confezioanto in paese con il telone, stoffa grezza molto compatta, adoperata generalmente per la prima fodera dei guanciali e materassi di piume.

    Detta stoffa la si rende impermeabile passandovi su col pennello una miscela di olio di lino e tuorli d’uova ben amalgalata che dà una tinta giallina all’indumento.

     

    La popolazione, in genere, è brava gente. Però non frequenta assiduamente la Chiesa, non rispetta sempre il giorno festivo dedicato al Signore.

    Non vi sono cinema o altri ritrovi. Alcuni bar, le osterie pullulano di uomini e questi, spesso tornano a casa avvinazzati, dando luogo a scene raccapriccianti, bestemmie, turpiloquio, tormentando le donne che hanno sfacchinato tutto il giorno.

    Le donne del popolo vestono un’ampia gonnella aggrinzata alla cintura. Su questa un grembiulone, un giacchetto a vita, abbottonato sul davanti. Portano in testa il “tuccato”, fazzoletto legato a fioccco sulla nuca, per lo più bianco con disegni vari. Calzano pianelle.

    Si riparano dal freddo col “pannuccio”, panno di lana colore nero, marrone, blu, o a fasce variopinte tessute ai telai paesani.

    Le più giovani e quelle di classe più elevata usano scialli di lana con frangie di vari disegni e colori, acquistati nei negozi o da venditori ambulanti. Nei corredi delle spose si dà lo scialle nero.

    Solo le signore, le impiegate portano i cappotti, i cappelli, le sciarpe.

    Anche il corredo delle spose è in parte tessuto dalle tessitrici locali, molto provette nel tessere coperte di lana, cotone, lino, sevizi da tavola, asciugamani.

    Le bisacce dei pescatori, dei contadini, i mantelli in uso, i vestiti invernali degli uomini sono anch’essi prodotti dai telai locali.

     

    La lavorazione delle reti da pesca costituisce buona fonte di guadagno per le donne e per le ragazze.

    Chi passa nel paese le vede in gruppo, sedute nelle strade, compiere il lavoro con molta destrezza ed agilità, spostarsi secondo il cammino del sole nell’estate di ombra in ombra alla ricerca di un alito refrigerante, nell’inverno, invece, del tiepido raggio di sole.

    L’aspetto delle donne, in genere, non è quello di personeben curate.

    Trascurati anche i bambini e le case per un complesso di motivi.

    Manca l’acquedotto. La donna è costretta a fare dei chilometri per andare a prendere l’acqua dai pozzi in campagna, servendosi di barili di legno, di conche di rame, di vasche di zinco che porta sulla testa.

    In parecchie case, in paese, vi sono le cisterne, che raccolgono l’acqua piovana dai tetti. Quest’acqua, però, non è buona da bere e non tutti possono permettersi  il lusso di pagarla ai proprietari delle cisterne.

    Il bucato ne richiede parecchia e molto lavoro.

    Si ammannisce prima l’acqua. Si mette a bagno la roba. Si lava una prima volta. Poi si fa bollire dell’altra acqua per la liscivia. Per questa si adopera la cenere fatta cuocere ed imbiancre nel forno. Dopo averla fatta bollire per un po’, la liscivia si versa nel tino contenente la biancheria, facendola passare attraverso un panno spesso, che trattiene la cenere. Il giorno dopo si rilava la roba, si risciacqua, si va a stenderla sull’erba fuori dell’abitato.

    Quando non è completamente asciugata, si piega, si stira ben bene con le mani, si fa riposare un po’, si ridistende, per farla finire di asciugare. Così non ha bisogno di essere stirata.

    Per la stiratura, comunque, si usano ferri da stiro di ferro o ghisa tutti di un pezzo col manico, che si scaldano sui carboni; un secondo tipo che ha il coperchio e nel vuoto si mettono i caroni accesi. Non so perché li chiamano “ferri a vapore”!

    Anche la fattura del pane è un’operaziona  lunga e faticosa. Non vi sono forni pubblici. Solo tre donne fanno il pane per i negozi, per soddisfare i forestieri e coloro che vogliono mangiarlo fresco. In quasi tutte le case vi è il forno.

    Bisogna prima provvedere la legna. Scegliere il grano per liberarlo dai semi estranei quali il loglio, la veccia, il “balifone” (semi quanto il grano pieni di terra nera) ed altri.

    Vi sono tre mulini per trasformare il grano in farina. Tutti hanno un asino munito di campanello al collo, che viene portato in giro per raccogliere il grano da macinare, ma solo pochi si servono di questo mezzo.

    La maggior parte in ceste molto grandi lo porta in testa al mulino. La farina viene setacciata per separare la crusca. Dalle vicine che hanno fatto il pane si provvede un po’ di lievito. Si ammassa con un po’ di farina, si fa lievitare.

    Nelle prime ore del mattino, nella madia s’impasta tutta la farina. Ben coperto, il masso ottenuto, si la lievitare. Poi si formano le pagnotte, si fanno ancora lievitare mentre si accende il fuoco nel forno. Quando la legna è consumata si mette a cuocere il pane.

    Detta operazione occupa metà della giornata. Le pagnotte di quatro-cinque chili ciascuna durano per circa un mese.

     

    Non v’è l’energia elettrica. Le case sono illuminate con lucerne di stagno o terracotta alimentate da olio, da candele, o da lumi a petrolio di stagno, di vetro o porcellana.

    Per le strade è addetto un uomo ad accendere i fanali. Porta una scala sulla spalla e con una mano regge una latta col petrolio. I lumi sono di stagno con un tubo cilindrico chiusi in un lampione di vetro come un tubo. Ma ai primi colpi di vento i lumi si spengono e ,quando mancano i pallidi raggi lunari a rischiarare i passi dei viandanti, questi si servono di una piccola lanterna ad olio o agitano un “tizzone”, pezzo di legno acceso preso dal camino.

    Manca anche la fognatura e gli escrementi si vanno a buttare un bel po’ fuori dall’abitato e di mattina presto.

    Queste le condizioni del paese nel primo quarto di secolo. L’avvento del fascismo porta la ferrovia, l’acquedotto, la fognatura. Una società locale impianta la luce elettrica. Il tenore di vita cambia anche a Cagnano.
     

    December 25

    “La luce dell'ombra”, un film surreale del foggiano Carlo Fenici

     

     “LA LUCE DELL’OMBRA”

    Film surreale, del foggiano Carlo Fenizi, che dà spazio all'inconscio

     

    .

    Il film, ora in fase di montaggio, presenta un cast multiculturale. Vede, perciò, protagonisti attori e attrici italiani di Capitanata, brasiliani, spagnoli e francesi.

    Il lungometraggio è ambientato in una splendida villa di campagna pugliese, dove un’opulenta famiglia meridionale si riunisce per una veglia funebre.

    Cerimonia che offre ai personaggi lo spunto per uscire dagli schemi posti dalla razionalità, lasciando emergere il proprio inconscio e dipingendo una realtà contrassegnata da contraddizione, irrazionalità, sogno.

    Veglia funebre che, di conseguenza, si fa presto palcoscenico di vicende surreali e paradossali.

    Pietro Maria Caria, produttore, ha voluto concedere tutta la sua fiducia al regista Carlo Fenizi, nonché autore della sceneggiatura del film.

    Fenizi ha diretto il lungometraggio con il prezioso contributo di Josep Delgado de Molina Martinez, assistente alla regia, e la valenzia dell’equipe di tecnici spagnoli, che hanno saputo portare avanti questo particolare progetto italo-spagnolo con impegno e adesione alla linea stilistica surrealista dell’equipe di regia.

    Tra gli attori protagonisti ricordiamo i nomi di Julieta Marocco, Maria Rosaria Vera, Chiara Fenizi e Giovanni Prisco.

    Il film è un omaggio al teatro, alle tradizioni e alle contraddizioni dell’essenza meridionale, ai dialetti garganici, al musical “ The Rochy Horror Picture Show”, con sfumature tematiche e formali di umile e dichiarata ispirazione Felliniana.

    La scelta della Spagna come location nascerebbe dal bisogno di osannare le radici culturali comuni dei popoli mediterrani: spaziando dal flamenco alla taranta.

     

    Cenni biografici

    Carlo Fenizi, ventiquattrenne, autore e attore di molti cortometraggi e commedie teatrali, ha conseguito la laurea in Letteratura e Cinema a “ La Sapienza” e il diploma all’“Instituto Cervantes” (Centro ufficiale di studi di lingua e cultura spagnola) a Roma. Vanta, inoltre, esperienze vissute in Spagna, dove ha deciso di realizzare il suo primo progetto cinematografico.

    December 13

    I "diritti negati" degli adolescenti e le responsabilità

     

    Le spie del malessere giovanile

     Il pubblico giovanile adolescente è stato il grande assente del convegno [Cagnano Varano, 27-29 dicembre, salone di San Francesco]ma probabimente chi l'ha organizzato aveva messo in conto questa eventualità e inteso aprire, comunque, un tavolo di confronto con i rappresentanti dei poteri istituzionali, di fatto responsabili dei “diritti negati” agli adolescenti.

    Da un breve sondaggio sono venuta poi a sapere che gli adolescenti non hanno partecipato al convegno perché non avevano voglia di “sentire un comizio”, perché “non avevano tempo”, perché “l’orario non era confacente”, perché avevano “altro da fare”, perché “hanno dimenticato”, perché “non sanno nemmeno loro chi sono e cona vogliono”, perché “il convegno non potrà cambiare la realtà delle cose, tanto alla fine anche noi andremo via da Cagnano, proprio come hanno fatto altri”.

    Le ultime due risposte mi sembrano significative e preoccupanti, spia di un'emergenza che richiede un’attenta lettura, pena la desertificazione dei nostri paesi, popolati sempre più da anziani, per il fatto che i giovani vanno a cercare fortuna altrove.  E se i più forti riesciranno a sopravivvere e persino ad affermarsi, i deboli e indifesi, che faticheranno a integrarsi, percorreranno una strada tutta in salita.

    I gestori della cosa pubblica, amministratori e dirigenti delle istituzioni, educatori e formatori non possono far finta di nulla e illudersi che tutto vada bene. Occorre impegno a livello locale per valorizzare risorse umane e materiali, creare le premesse occupazionali, dare una mano alla progettazione, invogliare i giovani a restare, creare le condizioni affinché si sperimenti il gusto per il volontariato, l’impegno per una società coesa, sana, umana. 

     

    I giovani: quale percezione?

     Se ci sforziamo di cogliere la percezione della propria condizione sociale ed esistenziale dei giovani nel mondo che cambia, notiamo che essere giovani vuol dire avere la sensazione brutta di una società senza futuro, di vivere nella marginalità, in un mondo caratterizzato dalla precarietà, assenza di modelli. Un mondo in cui la tensione morale collettiva si è abbassata. Sfiduciati e senza punti di riferimento validi, si trovano a dover costruire un proprio quadro di norme etico-sociali.

    I giovani chedono aiuto:- Anche noi siamo deboli e seppure abbiamo idee, non sappiamo a chi rivolgerci, come fare perché i progetti vadano in porto e si realizzino. Perché non creare un gruppo di lavoro che si metta a disposizione dei giovani che spesso non sanno cosa e come fare? Ho fatto esperienza in un centro di prima accoglienza, dove ho visto persone istruite, esperte, a disposizione dei giovani. Noi aabbiamo bisogno di aiuto anche per trovare lavoro.

    I genitori sono consapevoli del disagio giovanile:- Diciamo le cose come stanno, abbiamo il coraggio di metterci insieme e fare il “mea culpa” senza tirare acqua al proprio mulino. Stiamo andando sempre più giù!

    I giovani avvertono il peso di una comunicazione disturbata. “Non c’è spazio per noi ”- gli adulti non ci ascoltano. Questo è grave nella società del terzo millennio. Appello a tutti:- Aprite le orecchie, dateci ascolto, perché non c’è società senza giovani, perché noi prendiamo il vostro esempio. I giovani possono sbagliare, a loro è concesso per il fatto che essi sono giovani, non hanno esperienze, voi invece non potete. Ognuno di voi dovrebbe afferrarci per mano, guidarci. Ci rimproverano che vogliamo cambiare il mondo. È certo che vogliamo cambiare il mondo. Vi sembra un mondo decente questo che ci state consegnando?

    Chiusi in una sorta di “limbo”, fuori dalla cittadinanza-partecipazione, il giovane si preclude anche la possibilità di condividere i valori della disponibilità e solidarietà.

    I nostri giovani sono sempre più in preda dell’industria culturale di massa che li utilizza come merce, usando la loro immagine per alimentare il consumo. - Avete mai visto in TV giovani in spettacoli seri?

    Di fronte a scenari sociali e formativi senza futuro, i giovani rispondono con la contestazione e con la protesta sviscerata ma anche con il silenzio, ripiegandosi in se stessi, oppure assumendo comportamenti anticonformistici, di cui sono espressione i linguaggi dei piercing, tatuaggi, droga, libertà sessuale, libertarismo. Di questo scenario sono complici le istituzioni: famiglia, scuola, gli enti locali, associazioni, industria culturale.

      

    Input alla famiglia

    Bisognerebbe recuperare il significato e il senso dell’educare, inteso sia come e-ducere, tirare fuori maieuticamente, sia come e-ducare, condurre, guidare, coltivare. Un compito che spetta primamente alla famiglia, quindi e collateralmente alle altre istituzioni non formali (parrocchie, associazioni, gruppi) e formali (scuola).

    L’educazione è un processo fatto di buone pratiche, orientato alla crescita cognitiva, affettiva, sociale e morale del soggetto umano. A tal fine, occorre riflettere anche sul modello educativo della società dei consumi, fondato sull’avere, sulla competizione negativa, sull’individualismo e sull’isolamento; ridisegnare – se si crede- un nuovo progetto educativo incentrato sull’interiorità dell’essere, sul rispetto umano, sulla valorizzazione della diversità, sui diritti dell’uomo (alla vita, alla salute, al lavoro).

    Un progetto che prevede l’alleanza di famiglia e scuola, enti locali e mondo delle associazioni, che devono convergere sui valori condivisibili, sugli insegnamenti e tradizioni da trasmettere alle nuove generazioni mediante l’inculturazione.

    Progetto che dovrebbe essere elaborato sin dal concepimento della vita, coltivato con cura, per realizzare le inclinazioni naturali dei bambini e delle bambine, senza usare i figli come strumento per riscattare la propria posizione sociale, utilizzando il tempo necessario.

    Oggi i bambini, sommersi da regali e giochi che probabilmente non hanno il tempo di usare, non riescono a sperimentare il gusto di fare da sé. Ottengono e pensano di avere tutto o quasi, purché non “diano fastidio”, diventando, di fatto, più fragili e chiudendosi in sé di fronte agli ostacoli.

    Non farà  meraviglia se, anche quelli che da piccoli sembravano docili e ubbidienti, appena adolescenti, tireranno fuori tutto ciò che, da bravi bambini, avevano rimosso. Stretti tra l’incudine e il martello, il desiderio di camminare da soli e il bisogno di aiuto e riconoscimento, s’incamminano verso una nuova identità. In questo processo conta molto il punto di vista del gruppo amicale, ma quando gli amici non sono affidabili, corrono il rischio di deviare. Di qui le paure, sia di chi è impegnato a crescere, sia dei grandi.

    Anche il mondo adulto, d’altro canto, non è esente da problemi: crisi per problemi di coppia e di comunicazione, bisogno di sentirsi giovani, conflitti di ruolo, soldi che non bastano, lavoro che non c’è e che, quando c’è, mal si concilia con le esigenze della famiglia e dei figli. 

    Purtroppo sui figli, che non hanno facoltà di scegliersi i propri genitori, e sulla loro crescita, pesa il clima che si respira in famiglia. Accade perciò che, come il cane che si morde la coda, i figli siano scontenti dei padri e questi dei figli, le famiglie disturbate e la società malata.

    Il problema dei giovani è complesso, molto più che in passato, per tanti motivi che sarebbe lungo spiegare. Uscire dal circolo vizioso si potrebbe, intervenendo, però, contemporaneamente su ogni anello del sistema educativo, a partire dal micromondo familiare, e, siccome genitori non si nasce, c’è bisogno di formazione anche per diventare mammae e papà consapevoli.

     

    La responsabilità degli enti locali

    Gli enti locali sono corresponsabili del disagio giovanile, quando disattendono gli impegni della progettazione e del governo del sistema formativo. Dal punto di vista pedagogico, dovrebbero essere in grado di leggere i bisogni della società presente e futura e prospettare soluzioni adeguate; sotto il profilo istituzionale, dovrebbero favorire l’integrazione attraverso il governo e  la gestione delle risorse formative pubbliche e private, scolastiche ed extrascolastiche; dal punto di vista culturale, dovrebbero governare [coordinare, raccordare, elevare i livelli di prestazione, fare da regia, per favorire il processo di integrazione e democratizzazione] le risorse e i servizi, che progettano e attuano interventi per la formazione.   Concretamente si tratta di investire nei servizi socio-culturali (centri di aggregazione degli adolescenti e dei giovani).

     

    Le opportunità del "terzo settore"

    L’ente locale dovrebbe fare leva sul terzo settore, cogliere le opportunità offerte dalle Associazioni cattoliche e laiche, sussidiarle economicamente perché sono strumenti utili per favorire le relazioni, leaggregazioni sociali, il decondizionamento culturale, la fruizione e la produzione di nuova cultura, l’autostima, il movimento e la comunicazione. Nel sussidiarle, però, non dovrebbe assumere la logica clientelare, né lasciarsi ingabbiare dai condizionamenti ideologici dei partiti, ma vagliare le proposte intezionalmente formative, verificare i risultati, in modo che non si abbia a pensare:- Prendono i contributi. Che cosa danno ai ragazzi?  A livello di amministrazione manca il controllo. Ognuno pensa a coltivare il proprio orticello. 

    Anche quando le sperienze sono positive, manca il raccordo, come risulta dalla seguente testimonianza:- Sono un giovane di Cagnano, sempre vissuto a Cagnano e questa sera voglio dire che qui a Cagnano siamo messi male. […].  Ci sono associazioni, c’è gente che opera, però, devo dire che queste esternazioni sono strumentalizzate e politicizzate, dietro le persone ci sono interessi privati. Lavorare per il sociale significa mettersi a disposizione, impegnarsi senza chiedere nulla in cambio. A tale proposito sono orgoglioso delle esperienze della nostra associazione e lo voglio dire in maniera forte, un’associazione che opera da quattro anni, che ogni anno conta mediamente cento ragazzi iscritti e siamo insieme uniti per la passione per il calcio senza chiedere in cambio nulla. Allora il problema è proprio questo. Le idee ci sono, i porgetti ci stanno. È nescessario che ciascuno si deve impegnare.

     

    Patto educativo: Idee e proposte

    Probabilmente i convegni sono una realtà assurda per i giovani adolescenti e occorre inventarsi strategie più allettanti per stimolare la partecipazione. Dai numerosi interventi registrati soprattutto in terza serata, emerge, in ogni caso, una questione giovanile.  E siccome i giovani sono anche il riflesso della società, dovremmo chiederci, dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare senza perdere altro tempo.

    Il convegno è stato perciò utile, perché durante le tre serate un considerevole numero di adulti, rappresentanti delle associazioni, dell’amministrazione comunale, parroci, educatori, docenti, mamme e papà e parte dei giovani hanno condiviso un medesimo spazio, cercato di interagire e di comunicare, prospettato soluzioni.

    Molte le proposte: cancellare la parola:- vai! Fa star male, partire dalla famiglia, perno delle iniziative socio-culturali, insistere sull’educazione, porsi in soluzione di continuità, promuovere il benessere inteso come qualità della vita dei giovani e soprattutto dei più deboli, curare la formazione, accrescendo le conoscenze e le competenze dei formatori coinvolti nel patto educativo (genitori, operatori socio-culturali, educatori, associazioni), sostenere la genitorialità della Chiesa per rispondere al bisogno d’amore, far nascere un gruppo interistituzionale; organizzare servizi, spazi sportivi, ricreativi, di comunicazione e informazione, stendere il piano dell’offerta educativa territoriale, promuovere la rivoluzione della mentalità, smettere di stare da soli, favorire l’aggregazione che non ingabbi, l’incontro e il dialogo intergenerazionale, raccordare i contesti (formale, non formale, informale), attivare la progettazione partecipata e politiche giovanili nel territorio, individuare e utilizzare in modo efficace le risorse umane e materiali del territorio, creare cooperative dove i giovani possano trovare spazi di partecipazione, aggregazione, aiuto ai soggetti indifficoltà (bambini, diversamente abili, anziani), fare volontariato e attivare laboratori (sportivi, drammatizzazione, canto, musica, cinema), per esercitare la manualità, valorizzare le risorse nascoste dei giovani, specie di chi ha fatto esperienze.

    Grazie, dunque, a don Luca e a don Salvatore, parroci di Cagnano Varano, promotori dell’iniziativa.

     

     

    December 10

    Natale giovane 2008: Tendenze

     

     Avvicinandosi il Natale, abbiamo pensato di indagare sul rapporto tra I giovani e il Natale con il proposito di verificare se e fino a che punto il senso del Natale, la religiosità, le tradizioni, i valori sono consegnati alle nuove generazioni.

    Il campione, cui è stato sottoposto il questionario, è prevalentemente femminile, costituito da 55 studenti liceali di età compresa tra i 15 ai 18 anni, formato  per l’89% da cagnanesi, per il 7% da carpinesi e il restante 4% da ischitellani. Il questionario è stato costruito con gli stessi alunni, dopo aver effettuato un’indagine preliminare.  Abbiamo, quindi, letto, tabulato, elaborato i dati desunti dalle varie risposte, individuato le tendenze che qui partecipiamo.

    I giovani del Gargano durante le vacanze natalizie amano stare in famiglia, soprattutto quella estesa, comprensiva di genitori, fratelli, nonni, zii, cugini.  Il Natale è la festa che più attendono nell’anno, sia perché si fanno acquisti e si fa vacanza dalla scuola, sia perché ci si riunisce con i parenti e gli amici. Microsoft Word - relazione tendenze natalizie giovanili.pdf Microsoft Word - relazione tendenze natalizie giovanili.pdf In casa le famiglie trovano ancora il tempo di dedicarsi alla preparazione dei dolci della tradizione, dell’albero e del presepe; quasi tutte abbelliscono le proprie abitazioni con festoni e luci colorate.

    Le domande (7-10) del questionario danno conto della cultura materiale culinaria del periodo natalizio, che risulta alquanto variegata. Dalle risposte emerge comunque che alcuni piatti tradizionali “resistono”, senza farsi travolgere dall’ondata di cambiamento.

    Le domande che vanno dal n°10 al n°13 hanno lo scopo di conoscere con chi si relazionano gli adolescenti durante il periodo natalizio. Pare di leggere che i principali punti di riferimento siano i familiari, quindi gli amici.

    Con le domande 14 e 15 vogliamo scoprire se gli adolescenti si comportano diversamente quando si muovono all’interno della famiglia o dei gruppi amicali. Il risultato è che i giovani assumono bevande alcoliche e analcoliche in genere sia quando sono in casa, sia quando sono fuori.

    Le domande 17-18 intendono scoprire l’atteggiamento degli adolescenti verso le buone pratiche insegnate dal cattolicesimo, chiedono se essi partecipano al rito eucaristico della Veglia e del giorno di Natale, di Capodanno e dell’Epifania.

    Gli ultimi due quesiti (19 e 20) danno conto del modo di trascorrere il tempo libero dei nostri adolescenti e dei giochi natalizi. Riguardo al tempo libro,  il valore più alto riguarda lo stare insieme con gli amici al bar, in villa, nei locali, riguardo al gioco la fa da padrona ancora la vecchia tombola.