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October 23 “La luce dell’ombra”, Leonarda CrisettiSabato 10 Ottobre , a Foggia, presso il cinema Falso Movimento abbiamo assistito alla prima del film “La luce dell’ombra”, opera di Carlo Fenizi. In questo suo primo lungometraggio, il giovane regista foggiano regista narra le intricate e mai sviscerate vicende di una famiglia borghese, che vengono fuori finalmente alla morte dell’“Uomo” di casa, quando gli interessi particolari evidentemente di natura economica indeboliscono le difese e inducono gli umani a gettare via la maschera. La vicenda si snoda in un crescendo vorticoso, al ritmo della musica etnica del nostro Gargano e della taranta. Certo , come un po’ tutte le opere prime , il film mostra qualche ambizione di troppo e qualche incertezza stilistica, laddove è girato con un registro espressivo grottesco che non sempre riesce a coniugare senza stridori il farsesco e il drammatico del plot, o qualche forzatura contenutistica, che vuole ad esempio un lungo pranzo nella stanza accanto al defunto, costume a noi estraneo. In compenso il film è girato col cuore e i vari segni del cinema di Fellini e di Almodovar, che vi abbiamo scorto, non sembrano superficiali citazioni o vuote imitazioni, ma materiale vissuto, fatto proprio emotivamente e tecnicamente dal regista. La musica dei Terranima fa da colonna sonora e da sottofondo al clima torrido dei peccati e dei tradimenti della famiglia borghese in disfacimento consumati nella bella villa di un Gargano surreale. In realtà, la location del film per ragioni produttive è stata la Spagna , che rappresenta degnamente il nostro Gargano. Da apprezzare infine le performance degli attori, tra cui un posto di rilievo ha occupato la nostra concittadina Maria Rosaria Vera, presente sin dall’inizio con la scena fin troppo veristica del “pianto”, calcata dall’espressività della mimica e del corpo, dalla gestualità, oltre che del linguaggio verbale. L’attrice vichese, la cui bravura e versatilità nei vari generi teatrali, in vernacolo come in lingua, già da molto tempo è ben nota a tutti i nostri lettori, in questa sua terza esperienza cinematografica da’ vita ad un’interpretazione veramente memorabile, che impreziosisce tutto il film .
October 21 CONTRIBUTO PER SCHIAMAZZI 11/10/2009, Intervento di LEONARDA CRISETTI
Cenni storici del convento Nel 1724[1], quando si gettano le basi del convento dei padri Riformati francescani, l’abitato di Cagnano, è già fuori le mura da oltre un secolo e mezzo; si è sviluppato lungo Via Coppa e Via Mercato (oggi Corso Giannone), laddove a inizio Novecento si faceva la fiera del bestiame, lungo Via Media e Largo dei barbieri (oggi Corso Roma), e lungo il Casale (oggi corso Umberto). Vi sono, inoltre, le chiese di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio e di San Giovanni, entro le mura, e altre 10 chiese fuori le mura, tra cui San Cataldo e Santa Maria degli Angeli alias Santa Maria delle Grazie, con l’altare dello stesso titolo (Appendix Synodi sipontinae, 1678) . Ed è qui che secondo me vanno rinvenute le primitive tracce del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie, annessa al convento nel 1753, se non addirittura prima ancora, nel XIII secolo, dato che un documento del 1734 dice che fu voluta da Padre Santo Francesco e che poi andò in rovina. Nel Settecento, Cagnano si lascia alle spalle un periodo di catastrofi, segnate da una serie di terremoti (ben 4 nel Seicento), e di miseria, come attestano i censimenti, che tra 1669 e 1779 vedono finalmente triplicare la popolazione.Terra povera praticamente svenduta a GIulia d’Aiello che l’acquista nel 1628 al prezzo di 10.000 ducati, contro i 38.000 serviti circa cento anni prima ad Antonio Loffredo , per l’acquisto del feudo Cagnano-Carpino. Dunque, quando nel 1724 il convento nasce, ci sono già intorno già delle case e degli orti, ed è cinto da muro che racchiude due versure di superficie (25.000 mq circa). L’orto del convento dei Padri riformati francescani confina con via delle Grazie, Giro esterno e Palazzo Pepe. Ne l 1734 il convento non è ultimato, ma già vi dimorano 6-7 religiosi e promette di essere “uno dei più buoni e belli conventi della provincia. “È pur anco disegnato il giardino, assai comodo, e di buon sito, ma non è ancora ammurato, essendo il tutto imperfetto, ma vedrassi di perfettissima semetria” (padre F. Arcangelo di Montesarchio). Nel 1753 al convento è annessa l’attuale Chiesa di Santa Maria delle Grazie, innalzata su un rudere preesistente. Nel 1809, quando G. Murat, chiede ai rappresentanti delle comunità l’inventario dei beni degli ordini monastici e conventuali, in vista delle loro soppressione, il complesso risulta formato: da un orto ammurato e arborato con circa due versure, una mula d’imbasto che non si riesce a trovare, qualche arredo sacro in argento, le statue di San Pasquale e di Sant’Antonio (Inventario sindaco A. Sebastiani, luogotenente C. M. Giornetta, arciprete M. Troia e testimoni) In base all’inventario di Di Giuva del 1811, invece, i Beni mobili e immobili del convento risultano così costituiti: 35 volumi della biblioteca dei frati; 20 stanze di lamia finta; 4 corridoi (di cui tre corrispondenti) e un quarto che forma una loggia coperta; Piano terreno con cucina, locale del fuoco comune, refettorio, piccola chiesa con 2 altari, una chiesa più grande con 7 altari (di cui uno con statua in pietra di s. Giuseppe), un chiostro al centro con cisterna, un muro che include l’orto con 27 alberi di fichi e 7 alberi di “amendole”. Nello stesso anno l’intendente Charron ordina la soppressione del convento, nonostante gli amministratori si oppongano, sostenendo la tesi che fu finanziato dal signore del luogo e dal popolo, ritenendolo utile, perché istruisce, evangelizza, assiste i moribondi, potrebbe, inoltre, ospitare una scuola per fanciulli. Si ritiene di dover conservare la piccola chiesa annessa al convento e di praticare il culto, perché “a San Pasquale e a Sant’Antonio il popolo ha grandissima devozione”. Dopo la breve parentesi del 1815, allorché, a seguito della Restaurazione il convento fu riaperto, nel 1866 è chiuso definitivamente. Nel frattempo gli amministratori del paese continuano a perorare la causa dell’apertura. Il sindaco Gennaro De Monte, nel 1860, scrive che questa casa religiosa debba essere aperta, considerata la sua utilità per la comunità che avrebbe potuto incivilirsi e “mettersi a pari con altri comuni del regno”. Sostiene che il convento appartenga al municipio, non allo stato, perché si mantiene sui contributi della comunità, che spetta perciò all’ente locale assumere decisioni. Aggiunge che i frati non vanno scacciati perché così facendo si genererebbe un malcontento nella popolazione. Ritorna sull’argomento nel 1863, sempre dopo l’unità, adducendo la motivazione che i frati con la loro opera concorrono all’educazione morale, civile e religiosa della popolazione. “Con la predicazione possono più degli altri ammaestrare la classe ignorante piena di pregiudizi, istruirla ai principi della fede cristiana e incamminandola verso il progresso e la civiltà. Nel 1867, in ogni caso, è la soppressione. Il centro economico del paese è ormai fuori dalla Terra vecchia, nel Casale. Il consiglio Giornetti delibera di acquisire l’ex convento e utilizzarlo come sede della vita civile e amministrativa, di adibire i locali per gli uffici di guardia nazionale, prefettura mandamentale, carcere, scuola; di salvare la chiesa “attesa la ristrettezza dell’unica chiesa parrocchiale al numero della popolazione”. Nel fare richiesta al prefetto e la procuratore del re, fa presente che i R.D. del 1813 e del 1816 concedono il monastero agli usi pubblici del comune, che i cittadini fanno ritornare i monaci ma i diritti dominicali del comune con cessano, che l’ente non ha smesso di investire per il mantenimento dello stabile. In attesa della sovrana concessione, che si facciano, dunque, accomodare la parte dell’ex convento destinato a uffizio municipale e i bassi (posti ad oriente), occupati “per servizio di magazzino del grano e guardia nazionale”, di occupare temporaneamente i locali del piano superiore. Si spianano, quindi, via delle Grazie e il Limitone intorno la monastero. Si decide l’inizio dei lavori di sistemazione del tetto, locali, dei lapidari delle porte, dei mobili di segreteria. Delibera di affittare la cisterna e gli orti, di acquistare la libreria dei frati (200 lire), di costruire la “calcaia” per fare la provvista di calce, di ridurre i vani del convento a pretura per avvicinare questo ufficio alla segreteria, sin dal 1865 sita nel convento, di far riparare gradinata, corridoi, condotti d’acqua, tettoia, di fare riempire le sepolture dell’ex convento per motivi igienici, di far livellare la strada dal palazzo de Monte al convento dei Padri Riformati francescani, essendo piena di rocce e sassi sporgenti. E siccome qualcuno vuole appropriarsi dello spazio pubblico antistante il convento, lo stesso consiglio delibera di non far costruire fabbricati in largo Municipio: “non v’ha punto più bello del nostro paese di quello che noi chiamiamo con la nuova denominazione Largo Municipio, quel largo che, appunto, non so come e perché, si voglia riempire di fabbricati” A. Giornetti, 1873). Nel 1879, il consiglio Brancaccio pensa di far sistemare 4 stanze “per ospitare qualcuno ad interesse dell’amministrazione dato che il paese difetto di locanda. Nel 1876 un frate è ancora in convento, a insegnare a leggere e a scrivere ai fanciulli, insieme all’asistente. Nicola De Monte informa che nel convento hanno dimorato padri ragguardevoli per dottrina e virtù, tra cui i cagnanesi P. Vincenzo Maccherone, Giuseppe di Miscia, Federico Jacovelli, Padre Luigi (“il molto reverendo dott. in sacra teologia, morto compianto da tutti nel 1848”). Nei decenni successivi nel nostro municipio, ex convento dei Padri riformati francescani, vengono eseguiti altri interventi di mantenimento e adattamento. Si pensa di mettere a dimora due file di alberi tra Largo chiesa di San Cataldo e municipio, giacché in tale zona “sotto la canicola dei mesi di giugno, luglio e agosto, è un vero deserto d’Africa”(L. Pepe, 1902). Nei locali dell’ex convento, la funzione amministrativa è esercitata pressoché ininterrottamente fino al 1995, allorché è evacuato sia perché pericolante, sia perché è pronta la nuova sede del municipio. Dal 1995 è chiuso in attesa di restauro. “Ci si augura che venga riattivato presto - scrivevo nel 1999 - per poter mostrare a tutti la sua storia e la sua bellezza”. Tanti gli usi possibili: sala studio, sala conferenza, sala mostre, museo civico, biblioteca, luogo d’intrattenimento culturale dei giovani, … . I progetti abortiti Dagli anni ottanta del secolo scorso sono stati elaborati 2 progetti di restauro e recupero: il primo 1988 (arch. Muciaccia e Fatigato), della Regione Puglia, non ha avuto seguito forse perché agli amministratori non interessava più restare nei locali dell’ex convento, dato che era pronto il nuovo palazzo di città. In ogni caso i 200 milioni di lire (primo stralcio) sono andati persi. Il secondo progetto (n. 192) curato dalla Comunità Montana del Gargano, parla di “Lavori per il recupero funzionale dell'ex Convento di San Francesco nel Comune di Cagnano Varano: di riparazione danni e rifunzionalizzazione stativa, di miglioramento ed adeguamento sismico. Il progetto preliminare approvato e pubblicato il 23-07-2007, porta la firma dell’arch. S. Gatti, studio di Foligno (Pg). Richiama lo studio di fattibilità del 2004 con l’impegno di spesa di € 1.309.955.43 e l’approvazione del 2006, con un impegno di spesa di € 500.000.00 circa. In data 1 /10/2008, il comune di Cagnano concede il permesso di costruire nei locali dell’ex convento alla comunità montana del Gargano per il cosiddetto “reupero funzionale”. Intanto è passato un altro anno e tutto tace. Questo dice la storia, e noi siamo qui a perorare a causa del restauro e apertura dei locali dell’ex convento, ricordando, con G. De Monte, che la popolazione “non può guardare con occhio asciutto la dissoluzione delle opere di pietà dei loro antenati e che invece amano di vederle conservate.”
October 10 L'ex convento dei Padri Riformati Francescani di Cagnano e i tesori dimenticatiSCHIAMAZZI
ASSOCIAZIONE CULTURALE
è LIETA DI INVITARVI ALL'INCONTRO-DIBATTITO
l'ex convento e i tesori garganici dimenticati
DOMENICA 11 OTTOBRE 2009 ORE 20.00
SAGRATO CHIESA SANTA MARIA DELLE GRAZIE (O AULA EX ANAGRAFE ADIACENTE)
interverranno
LEONARDA CRISETTI
insegnante e scrittrice
PIERO GIANNINI
presidente Associazione "PUNTO DI STELLE"
GIUSEPPE LAGANELLA
Legambiente Ischitella
A SEGUIRE DIBATTITO TRA I RAPPRESENTANTI DELLE FORZE POLITICHE E SINDACALI E DELLE ASSOCIAZIONI CAGNANESI
September 28 In Michael Osiride, Mithra, Asclepio
Il 29 settembre si celebra la festa di San Michele. L’altra giornata dedicata all’Arcangelo è l’8 maggio, come vuole la tradizione garganica. La ricorrenza mi offre lo spunto per riflettere con voi sulla figura di Michele, l’arcangelo venuto dall’Oriente per convertire al cristianesimo chi era ancora abbarbicato ai culti pagani, il santo che muove tutt’oggi milioni di fedeli all’anno verso i santuari a lui intestati, presenti nel Mezzogiorno d’Italia come nel Nord e nel Paesi d’Oltralpe. La finalità, che animava i pellegrini di ieri, spingendoli a lasciare la sicurezza della propria casa e ad affrontare le insidie del viaggio, è la stessa che muove i figli della civiltà tecnologica e conoscitiva: la ricerca del sacro. L’arcangelo, figura interessante e molto significativa per le genti di Capitanata e del Gargano, svolgeva molteplici funzioni, assicurando la salute psicofisica individuale e collettiva. Secondo l’opinione popolare, Egli aveva sotto controllo la luce, il sole, i terremoti, faceva profezie, allontanava dall’uomo e dal suo gregge ogni infermità, assicurava la fertilità, pesava e conduceva le anime nell’Aldilà. Michele era, perciò, venerato, invocato e bestemmiato: quando la terra tremava, quando si spegneva la luce, quando non pioveva, quando c’era la peste, quando si era ammalati, quando si era in punto di morte. Le funzioni dell’arcangelo erano le stesse prima svolte da altri esseri soprannaturali. Lo confermano i dati del convegno su “La Grotta di San Michele di Cagnano Varano tra Arte e Storia” del 6-8 maggio corrente anno organizzato dalla Proloco, che ha alimentato dubbi e demolito qualche certezza. La grotta presenta tracce di culti giunti in gran parte dall’Oriente, quando al posto dell’attuale laguna di Varano era un seno di mare. La zona era, infatti, al centro di un continuo traffico culturale. Situata nel Gargano nord e protesa nell’Adriatico, a 30 km. dalle Isole diomedee, già prima dell’Impero romano, la grotta di San Michele di Cagnano Varano dovette essere facilmente raggiungibile approdando via mare. Il sito era inoltre accogliente per la presenza di sorgenti. L’ascesa alla grotta non dovette essere lunga, né faticosa, percorrendo la valle che in epoca medievale ha assunto il nome dell’angelo: Va Sand’Agna. La caverna è stata interessata dal fenomeno dei flussi migratori, di gente che giungeva sulle nostre coste per motivi commerciali, in tempo di pace, per trovare un rifugio, in tempo di guerra. I popoli che migravano, stanziandosi nei nostri agri, sin da allora dovettero fare i conti con le popolazioni del posto e queste ultime a contatto con i sopravvenienti hanno dovuto mettere alla prova le proprie tradizioni, in qualche modo innovandole. Che la zona sia stata interessata al traffico culturale, quindi, cultuale, lo dimostrano i reperti disseminati intorno al luogo sacro, nella distanza compresa tra alcune centinaia di metri e trenta chilometri. Reperti rinvenuti negli insediamenti di Coppa Castèdde - la Casteddara (Bronzo), Vadoiannina (Bronzo), Masseria Iacovelli (Bronzo), Bagni di Varano (con presenze del Ferro e Paleocristiane), Cava la rèna (Ferro), Pineto e Avicenna del piano Cagnano-Carpino (con elementi di cultura greca, romana, longobarda), Monte Civita e Niuzi di Ischitella (Ferro e Paleocristiana), Crocifisso di Varano (epoca romana e seguente); Jazzo Trombetta (Paleocristiana), San Nicola Imbuti (sicuramente medievale), Devia (romano e medievale), … . La grotta ai piedi del Varano avrebbe , perciò, dato stanza all’oplomanzia, al culto delle acque, alla divinazione. Il culto micaelico, di conseguenza, avrebbe assorbito quelli di Iside/Osiride, di Mithra, di Asclepio e di Calcante. In Michael sarebbe, dunque, la sincresi di culti precristiani. Nella nostra grotta, ex mitreo, echeggerebbe la dottrina di Zoroastro (Zarathustra) che assegna a Mithra il compito di uccidere il toro, figura leggendaria che attraversa i rituali e i miti di molti popoli, prestandosi all’opomanzia. Toro tuttora presente nella grotta di San Michele di Cagnano nella congregazione calcarea subito dopo la sacrestia. Toro protagonista della leggenda dell’ “Apparitio” di San Michele a Monte Sant’angelo e dell’ “Apparizione” registrata a Cagnano. Toro scolpito sull’arco di San Michele, una delle antiche porte del centro storico del paese. Che la grotta abbia dato stanza al culto di Mithra- ufficializzato nella Roma imperiale nel terzo secolo- troverebbe conferma nella pianta dell’altare maggiore oggi intestata a San Michele, nella pila con acqua, nella campanella posta sull’arco, il cui suono richiamava i fedeli a ricomporsi, prima di entrare nel luogo sacro. L’Arcangelo presenta, in ogni caso, molte affinità con le divinità con lo zoroastrismo. Egli, ad esempio, come Ormazd (il Signore Saggio dei persiani), giudica le anime dopo la morte e, come gli Ameshaspenta, esseri anch’essi spirituali, lotta contro il male. Male che assume le sembianze di Angramanius, l’arimanne che si oppone a Dio (Ahura Mazda), ricorrendo alla bugia per contrastare il bene. Non è dunque un caso che il nostro San Michele, dopo aver duellato con il “diavolo” lo abbia infine vinto, schiacciandolo sotto i piedi, come vuole l’iconografia ufficiale, che mostra l’arcangelo dal volto delicato imbracciare arma e scudo, con il piede destro sul ventre di Satana e il sinistro sul petto dell’angelo ribelle. Un satanasso dalle orecchie appuntite, la fronte corrugata e la testa taurina. A Mithra, noto anche “sol invictus”, come a Michael, è stata riconosciuta la funzione di psicopompo, giudicando le anime “a peso”. Compito attribuito dagli egiziani a Osiride, Anubis e Serapide, dai norvegesi a Odino. L’iconografia presenta perciò anche la versione dell’arcangelo con la bilancia. Ai sassanidi di Persia è riconducibile anche il culto dell“ala di San Michele” che i devoti vedono nella congregazione calcarea dietro l’altare dell’Annunciazione e che qualche altro studioso rinviene sulla “pozza” d’acqua dietro l’altare maggiore. In grotta si praticava il rito dell’“incubatio”, che voleva venissero rilasciati responsi ai pellegrini, dopo aver ucciso un ariete ed essersi ricoperti con il suo vello. Si esercitava il rituale della guarigione utilizzando l’acqua, interpellando Asclepio, dio della medicina. E se per alcuni Asclepio (Esculapio) aveva il suo primo centro a Epidauro (Grecia), per altri, era nativo di Tricca, cittadina garganica distrutta da Diomede e avrebbe operato nella grotta di San Michele di Cagnano prima che in Grecia. A sostegno di questa ipotesi sarebbero – tra l’altro- i due altari presenti nella grotta sul Varano: il primo a sinistra di chi entra, che riporta in facciata un volto posto sopra un tozzo serpente, animale sacro al dio della medicina, nel quale si riteneva egli s’incarnasse, e il primo a destra, poi riconvertito nell’altare di San Raffaele, anch’egli con verga come Esculapio. San Michele è, inoltre, bello e luminoso come Apollo, interpellato nell’oracolo di Delfi, il dio dei greci e dei romani, patrono della profezia, della divinazione e della medicina. L’affinità Michele-Apollo emerge nell’iconografia e nelle leggende che li riguardano, e, se Apollo avrebbe ucciso in grotta un grande pitone o un drago che proteggeva il precedente santuario della Dea Madre, Michele nella nostra grotta avrebbe trafitto il diavolo tentatore, il toro (simbolo del paganesimo). Michele ha gli attributi di Zeus tonante, del dio del cielo dei Lettoni, del dio Varuna dei Persiani, del dio della tempesta degli Ungari. Presenta analogie con Ermes (Mercurio), il dio messaggero protettore dei viaggiatori e dei mercanti. Questo essere solare, che gli uomini continuano a vedere soprattutto quando sono prossimi alla morte, alla stregua di Zeus /Giove e di Hadad, il dio assiro-babilonese della tempesta, controlla le acque, il fulmine, la pioggia; come Poseidone, è responsabile delle tempeste e dei terremoti. Ecco perché i nonni lo implorano quando la terra trema. Come Pan, protegge i pastori e la fertilità. L’acqua, il serpente, il toro, la roccia, elementi ricorrenti nei rituali e negli antichi culti confluiti in epoca cristiana in quello micaelico, sono tutti presenti nelle leggende dei cagnanesi e dei garganici e soprattutto nella grotta di San Michele di Cagnano. Nella nostra grotta è, dunque, un sincretismo religioso, risultanza di credenze e pratiche preesistenti al culto micaelico, con le quali il cristianesimo ha dovuto fare i conti, in parte inglobandole, in parte amalgamandosi ad esse, esaugurando, comunque, il luogo del culto. Perché se le divinità cambiano, il desiderio di sacro è eterno. Per questo motivo siamo propensi a credere che la grotta di Cagnano, sebbene non abbia alle spalle un’organizzazione, politici, papi, vescovi o agenzie turistiche, continuerà ad accogliere fedeli, a stupire e ad assicurare la salute psicofisica dei viaggiatori, che vi giungono perché spinti dalla fede, da motivi antropologici, storici o naturalistici, o più semplicemente dalla curiosità. Alcuni devoti sono davvero entusiasti:
“Bella, Bellissima! Però ci vogliono i segnali per poterci arrivare.” “Sono venuto alla grotta di Cagnano - non ricordo di preciso l’anno - colpito da quel respiro che Monte Sant’Angelo ha fatto perdere, il respiro di sana nudità. Bagnarmi in grotta alla presenza dell’Arcangelo, una sensazione stupenda che difficilmente si riesce a provare! Da allora ci ritorno, porto diverse persone a visitarla, nonostante i fari che disturbano la meditazione.”
Si ha, dunque, motivo di alimentare grandi aspettative sulla grotta di Cagnano, una realtà dall’alto valore culturale, sinora poco apprezzato e forse volutamente negato, su cui bisogna fare luce. Ci si augura , perciò, che gli enti invitati al convegno passino dalla parola ai fatti, impegnandosi a pubblicare gli Atti e a investire nella ricerca, affinché il passato della nostra grotta venga fuori.
LA TRADIZIONE ORALE L’ “Apparitio” di Monte Sant’Angelo narra: “Un ricco signore di Siponto faceva pascolare i suoi numerosi armenti sulla montagna del Gargano. Essendosi un giorno smarrito uno dei suoi tori e non essendo riusciti a trovarlo i suoi mandriani, si mosse personalmente il padrone per la faticosa ricerca. Alla fine gli riuscì di rintracciarlo sulla vetta della montagna, inginocchiato sull’apertura di una spelonca. Eccitato dallo sdegno, scoccò una freccia contro il toro; ma questa rigirata su se stessa, anziché colpire il toro, ferì ad un piede il signore medesimo. In conseguenza dello straordinario avvenimento, il vescovo con la sua cittadinanza indisse un digiuno di tre giorni di pubbliche preghiere per ricevere lumi soprannaturali sullo strano avvenimento. Allo scadere del terzo giorno l’Angelo apparve al vescovo. Annunziandogli che egli aveva scelto al grotta per il suo culto particolare”.
A Cagnano, invece, si tramanda che “Un giorno un pastore condusse le sue vacche a pascolare. Un bue scappò via veloce e s’infilò nella grotta attraverso un buco, senza potere più uscire. Il padrone fece molti sforzi per cercare di liberarlo, ma inutilmente. Improvvisamente vide prima una gran luce e poi apparire l’Arcangelo San Michele. Il pastore corse subito in paese per annunciare cosa era accaduto. Tutti i cagnanesi andarono in grotta per potere vedere l’Arcangelo. Allargarono il buco, cercarono di qua e di là: San Michele non c’era più. Trovarono, invece, le impronte del suo cavallo. Seguendo le orme del quadrupede fecero una sosta alla fontana di San Michele, dove l’Arcangelo si dissetò, quindi giunsero a do nLluise e infine – dirigendosi verso Monte Sant’Angelo – a la “puscina” di San Michele, dove l’Angelo trasformò una pozzanghera in uno specchio d’acqua. Arrivò infine a Monte Sant’Angelo, dove decise di rimanere.”
A SAN MARCO E A CAGNANO … I pellegrini del Gargano – come scrive De Vita - nei loro racconti citano soprattutto tre grotte: quella di Montenero a nord di San Matteo (territorio di San Marco in Lamis), la grotta di San Michele di Cagnano Varano e quella di Monte Sant’Angelo. La leggenda vuole che San Michele abbia lottato con Satana. Il duello tra l’arcangelo e il diavolo - secondo alcuni - “è iniziato a Montenero, dove c’è una grotta che sfonda tutte le montagne ed esce a Montesant’Angelo”. Altri raccontano che “San Michele la prima volta ha messo piede a San Marco e siccome ci stava già San Marco, ha deciso di andare via e si è trasferito a Montenero. Da qui è sceso dentro e si è trovato a Cagnano, dove è stato poco. Non gli è piaciuto il posto e se n’è andato, sotto per sotto, a Monte”. Narrando la leggenda del toro, una signora ha tenuto a precisare che “San Michele non è mai stato a San Marco. Stava prima a Cagnano e poi sotto per sotto se n’è andato a Monte. Ma a Cagnano ha lasciato le ali”. Dalla tradizione orale, è possibile dunque inferire che la prima apparizione abbia avuto luogo nella nostra grotta e che probabilmente le origini del culto micaelico andrebbero qui individuate.
September 24 La luce dell'ombra, film di Carlo Fenizi
Il 9 ottobre è la data di uscita del film di Carlo Fenizi, La luce dell’ombra, in proiezione fino al 15 ottobre al cinema Falso movimento di Foggia che per l’occasione ha organizzato una ricca programmazione di eventi per il pubblico con il regista e gli attori del film. La trama del lungometraggio, scritto e diretto dal giovane regista di origini foggiane e girato in Spagna, a Valencia, è un surreale intrigo famigliare presentato in un’usuale tecnica teatrale che ripercorre, attraverso la storia e la colonna sonora realizzata dai Terranima ( gruppo di musica popolare garganica), la controversa essenza mediterranea del nostro sud. L’appuntamento è per i prossimi giorni in cui verranno rese pubbliche il calendario degli eventi per la presentazione del film e le notizie più dettagliate su regista, attori, trama e quanto altro circa La luce dell’ombra. September 16 GARGANO LETTERATURA, intervento Leonarda Crisetti - continuaNel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.
Versione cagnanese
Quarandasètte jurne sònghe state unèste E cce so state pe fféde e ppe propòsete E mmo che ssò menute li sande fèste raggiόne de cόre ce ne jèsce tòste. Sàbbete sande sfèrrene li cambane Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.[1]
A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:
Bèlla mò ce ne vane la Quarandana Mo nge fa l’amòre com’e pprima. Mìttete ‘na crona longa mmane E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina. Sàbbete sfàrrene li cambane E allòra facime l’amòre com’e pprima.[2]
È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada,[3] oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.
A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:
Quarandasètte jurne jè la Quarèseme. Non è ttèmbe cchiù de fa l’amόre. Mìttete ‘na crona jinde li mane, decème uammarije e rrazione. La matina che te jàveze da lu lètte, vàttela sinde ‘na prèdeca devine. Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane Ce vedème arrète com’e pprime.[4]
Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane - una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale. In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione - oserei dire- religiosa.
àveza quidd’occhje, giuvinotte galande, Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu. Tu sumigghje a doi viole bianghe O puramende a lu fiore de lu paravisù. E guarda bellù, a chi ti rassumigghi? A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu. E guarda, bellu, a chi àssumigghiate? Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.[5]
Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.
Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari. […]
[1] Sono stato onesto per quarantasette giorni/ lo sono stato per fede e perché me lo sono imposto/ ed ora che sono giunte le sante feste/ le ragioni del cuore si fanno sentire/Sabato santo squillano le campane/ è il giorno di Pacqa/ ci vediamo in chiesa. CFR. Canti e storie cit. [2] Bella ora viene la Quarandana/ pora non si fa l’amore come prima/mettiti una lunga corona in mano7 e vai in chiesa ad ascotare la messa ogni mattina/Sabato suoneranno le campane/ e allora faremo l’amore come prima. [3] Belli i versi di una poesia popolare sangiovannese che recita: “la voria la fracca/, la nfonne tutta l’acqua/ e jèssa persuasa venduleja”, nel mio saggio La Quarandanna … (vedi bibliografia). [4] Quarantasette giorni è la Quaresima/non è più tempo di fare l’amore/mettiti una corona in mano/ recita l’avemaria e le orazioni/la mattina dopo che ti sei alzata dal letto/ vai ad ascoltare una predica divina/ Sabato santo sciolte le campane/ ci vedremo di nuovoi come prima. Cfr. Canti e storie cit. [5] Alza quegli occhi giovanotto galante, che devo ammirare le bellezze del tuo viso. Tu somigli a due viole bianche o semplicemente al fiore del paradiso. Ehi, guarda, bello, a chi somigli? Alla sfera del sole, al fresco giglio. Ehi, guarda, bello, a chi somigliate? Alla sfera del sole , quando s’è levato. In Canti e storie cit. GARGANO LETTERATURA, 9 SETTEMBRE, intervento Leonarda Crisetti (estratto)
Religiosità popolare a Cagnano Varano
“caratteri della religiosità … che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.”
È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”. Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale. Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera. Vi condurrò - spero piacevolmente - sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano. Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.
Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto) Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione: 1. fanno parte delle nostre radici; 2. costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare; 3. sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione; 4. offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato; 5. appartengono anche al nostro mondo. Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali. Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa - sono interrelate. […] La religione è quell’istituzione universale - per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici. Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. “Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale. Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione. […] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”. Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività. Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi. Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini. […] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi. Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche. A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio[1]. L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata”[2], c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno.[3] Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo.[4] L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne - le fattucchiere - il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro! Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie. Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!” Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa. Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”.[5] A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. - “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.[6] L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio. Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza. “Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano - protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje”[7] dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata - “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”. Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità. Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:
“San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne, dimme Mechèle me penza, si o no?
Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine”[8] l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena. Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio. A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze. Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta,[9] l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale. Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.
Sije bbèlla ca duman’è ffèsta L’Ascinzijόne e llu corpo de Criste. Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra, mèna li fiori quanni passa Criste. Tu li mini pi la mana dèstra E lui li raccogli pi la sinistra. Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste. Ca sinnò ce mèna e la funisce.
La funisce e la Nzia ma’ nzia ma’ Vola palomma E cu la pampena ti risponde.
E funisce e vvola Si la fiamma di lu core Quanne ce à ddà luuà Quanne lui pi ttè po’ stà.[10]
Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato. [continua pagina succ.] [1] Forma di superstizionre attribuita allo sguardo di certe persone iettatrici. [2] Termine che potremmo tradurre con “maleadocciata” dal iettatore. [3] Il rituale per scacciare il malocchio prevede – dunque- il segno di croce, che tale segno sia ripetuto nove volte, che si versi acqua e olio in un piatto, che si reciti: “ De tutte li jurne vè Natale/ de Dumèneca vè Pasqua/ de giuvedìa vè l’Ascènzione/ lu malocchje jèsce fore”; che si reciti, infine, il credo. Se le gocce si allargano la persona “è stata presa d’occhio”. [4] Per chi vuole conoscere la formula. Cfr. ibidem. [5] A dire il vero non sono mai riuscita a capire quale santo rpegasse. Ad ogni modo la traduzione è più o meno la seguente: “In nome di Santa Tecla(?), che in ogni maglia [di rete] ci sia un pesce”. [6] Erano gli anni Settanta del secolo scorso, quando il lago di Varnano era ancora molto pescoso. [7] Della rete, nutrendo al convinzione che il malvivente prima di arrecare danno doveva scigliere ogni sua maglia. [8] All’aperto, in genere sulla finestra o sul balcone. [9] È probabilmente l’antico strambotto formato in genere da 8 versi, ai quali si è aggiunta la coda, dal contenuto piuttosto posticcio, di lunghezza variabile a piacere del cantore (Vedi Bbèlla te vu mbarà…). [10] Fatti bella perché domani è festa/ L’Ascensione o il Corpo di Cristo./Alzati e affacciati alla finestra,/lancia dei fiori quando passa Cristo in processione./Tu li getti con la mano destra/ egli li afferra con la sinistra./Quello che dovete fare, fatelo presto,/antrimenti entra in casa e finisce l’attesa./La finisce e l/ non sia mai, non sia mai/ Vola colomba/ e con il pampino ti risponde/ La finisce e vόla /e sei al fiamma del cuore./Quando si spegnerà/Quando lui con te può stare. Cfr. LEONARDA CRISETTI GRIUMALDI, Canti e storie di vita contadina e interbista al cantore Antonio Di Cataldo del 7.09.09. September 07 Gargano letteratura: Cagnano, Religiosità popolarecon
Leonarda Crisetti (relatrice)
le Gemme del Gargano (canto, danza, filmato)
Antonio di Cataldo (cantore di Cagnano)
Emanuele, Tommaso, Costanza (i giovani di Cagnano che declameranno alcuni versi)
...
Vorrei ricordare a chi è interessato al tema della Religiosità popolare cagnanese e garganica di presentarsi al Vico del Gargano mercoledì 9 settembre alle ore 21.00, dove sarò con Le Gemme del Gargano, che in chiusura presenteranno il DVD "Me s...o sunnata la Madonna", una narrazione a più voci che ho avuto il piacere di ideare insieme al direttore artistico del gruppo, Gianni Cerrone. Vi aspetto. August 20 9 settembre a Vico: “Me so sunnate la Madonne”, religiosità popolare a Cagnano Varano, con Leonarda Crisetti e il Gruppo Gemme del Gargano;COMUNICATO STAMPA
Gargano Letteratura e programma della Rassegna Il programma di Gargano Letteratura che dal 5 al 13 settembre 2009 si svolgerà nei comuni di Ischitella e Vico del Gargano (FG) è ora reperibile sul n. 50-51/2009 della rivista Periferie (http://www.poetidelparco.it/2006/50.pdf ), insieme con notizie sui vincitori dei Premi Città di Vico (Romanzo breve e Poesia sulla Donazione) e Città di Ischitella-Pietro Giannone (raccolta di poesie in dialetto). Allo scopo di agevolare la partecipazione alla rassegna letteraria, gli organizzatori hanno concordato un pacchetto turistico con alcuni importanti alberghi delle due località. Sarà possibile, ad esempio, da parte degli appassionati di letteratura che ne vorranno usufruire, ottenere trattamenti di 40 euro per la mezza pensione e 45 euro per la pensione completa. A disposizione dei partecipanti un servizio per raggiungere i luoghi dove si svolgono gli eventi ed escursioni nei territori delle due cittadine garganiche. Per prenotare e per saperne di più è possibile telefonare al 331-8927977 (per Ischitella- Foce e Isola Varano) e al 338-6340290 (per Vico del Gargano e San Menaio) Il programma di Gargano Letteratura: - 5 settembre a Vico: Premiazione del Concorso ‘Sezione Poesia Fratres-Città di Vico del Gargano’ sulla Donazione. Partecipano: la vincitrice del Premio Margherita Neri, associazioni e dirigenti volontariato del Gargano e dell’Italia. - Presentazione del libro Puglia in versi di Daniele M. Pegorari con partecipazione dell’Autore, il prof. Domenico Cofano e il poeta Lino Angiuli - 6 settembre a Vico: assegnazione del ‘Premio della critica letteraria Città di Vico del Gargano 2009’ allo scrittore Raffaele Nigro. Premiazione del Concorso ‘Città di Vico del Gargano – sezione romanzi brevi’. Intervengono la vincitrice del Premio Maricla Di Dio Morgano e la Giuria: Daniele M. Pegorari (Presidente), Achille Serrao, Rino Caputo, Domenico Cofano, Giuseppe Massara, Grazia D’Altilia, Vincenzo Luciani. Conduce: Attilio Romita, giornalista Rai Uno; - 7 settembre a Vico: conferenza su figura e opera di Alfredo Petrucci (poeta, scrittore, giornalista). Partecipano: il sindaco di Sannicandro Costantino Squeo, l’editrice Falina Marasca, lo scrittore Francesco Giuliani; - 8 settembre a Vico “La straordinaria vicenda dell’autore teatrale Vincent Jim Longhi tra Carpino e New York” con Cosma Siani, Mariantonietta Di Sabato e il sindaco di Carpino Rocco Manzo. Partecipano i Cantori di Carpino; - 9 settembre a Vico: “Me so sunnate la Madonne”, religiosità popolare a Cagnano Varano, con Leonarda Crisetti, il sindaco Nicola Tavaglione e il Gruppo Gemme del Gargano; - 10 settembre a Ischitella: ‘Ricordo di Giuseppe Cassieri’ con Cosma Siani. Partecipano i figli dello scrittore: Nicoletta e Alessandro (giornalista Tv Rai Uno) ed il sindaco di Rodi G. Carmine D’Anelli; - 11 settembre a Ischitella: Conferenza su Pietro Giannone con i prof. Sergio Bertelli e Marina Formica e la partecipazione dell’avv. Franzo Grande Stevens; - 12 settembre a Ischitella: reading con i poeti Franco Loi (Lombardia), Anna Maria Farabbi (Umbria), Achille Serrao (Campania) e Franco Pinto (Puglia); - 13 settembre a Ischitella: assegnazione del Premio di poesia dialettale “Città di Ischitella-Pietro Giannone” con il reading dei tre poeti vincitori: Benito Galilea, Ombretta Ciurnelli e Anna E. De Gregorio. Partecipano i membri della Giuria: Dante Della Terza, Rino Caputo, Giuseppe G. Castorina, Franco Trequadrini, Francesco Bellino, Cosma Siani, Franca Pinto Minerva, Achille Serrao, Vincenzo Luciani. Conduce la serata il giornalista Attilio Romita. Per info August 12 TERZA EDIZIONE DEL CAGNANO LIVING FESTIVAL: I BLACK ILLUSIONIl primo agosto 2009 a Cagnano Varano in piazza Giannone ha avuto luogo la terza edizione del Cagnano Living Festival, che ha portato in scena giovani “incazzati” e performance singolari. Chitarre impazzite, voci dure, quasi mostruose. Non ho potuto fare a meno di notare la grinta di ciascun gruppo, la durezza dell’espressione, “la rabbia” . Una teatralità che in qualche passaggio faceva accapponare la pelle:- Ma cosa abbiamo fatto a questi giovani! Cagnano Living Festival, di cui “Schiamazzi”, il gruppo organizzatore, formato da giornalisti in erba audaci e tenaci, ha dato grande prova di sé, superando i “piccoli – grandi” ostacoli, da quelli economici e quelli organizzativi. Al Cagnano Living Festival hanno partecipato dieci gruppi musicali provenienti in gran parte dalla regione Puglia: 1. CAROLINA DA SIENA (Bisceglie) con Libera si fa di aria (e io cammino); 2. i SILVER BLOOM (cagnanesi e ischitellani) con Immagine; 3. i MISTERY (di Ischitella) con A convincted innocent; 4. gli UNDERSOIL (Sannicandro Garganico) con The dreamer; 5. i THE LOOK (Foggia) con Come cambiano le cose; 6. i Terremoto (Vico del Gargano) con Fottiti; 7. gli HEATHEAD (Sannicandro Garganico) con Fatality; 8. i THEM PHILOSOPHY (Roma) con Ultimo viene il ponte corvo; 9. gli ALTER EGO (Foggia) con Una risposta; 10. i BLACK ILLUSION (Cagnano Varano) che hanno presentato L’essenza.
Ciascun gruppo era tenuto a presentare due brani, di cui uno inedito – come voleva il Regolamento. La giuria, di tanto in tanto interpellata da Emanuele Sanzone – presentatore del Festival – ha espresso che si trovava in serie difficoltà, perché i brani e le interpretazioni erano tutti interessanti. Una decisione, in ogni caso andava presa. Ed ecco i primi tre classificati:
CAROLINA DA SIENA (1° posto), i SILVER BLOOM e i MISTERY (2° posto ex aequo); i THEM PHILOSOPHY (3°). È stato conferito anche un premio per il testo più interessante. La scelta è caduta si “L’essenza”. Ai BLACK ILLUSION, perciò, la redazione di Schiamazzi ha assegnato il premio della critica in memoria di “Francesco Bocale”. Di questo poeta e narratore cagnanese recentemente scomparso, il giovane Tommaso ha letto i versi Ho camminato per sentieri infiniti, che hanno dato il titolo all’ultima raccolta. De L’essenza vi propongo il testo. L’interpretazione de “L’essenza” mi ha emozionata molto, anche per la familiarità del cantautore. Ho quindi deciso di contattare l’autore del testo per capirne di più sul senso di quel “ Dimmi se tu /di questa rabbia hai capito il perché,/Dimmi se, … ”. Volevo, inoltre, conoscere meglio il gruppo e i modelli di riferimento, qualora li avessero. A rispondermi è Antonio Crisetti uno dei fondatori del team. “I BLACK ILLUSION sono nati nel 2005. Eravamo solo in due: io e Massimo D’Antuono. Abbiamo a vuto cambiamenti line-up. Il gruppo si è, quindi, allargato e oggi è formato da Massimo D’Antuono alla batteria, Giannazzario Tenace e Tony Stefania ai bassi, Giorgio Giannetta alla chitarra, antonio Crisetti (che sono io), voce e chitarra. Ora siamo alla ricerca di un addetto alla tastiera.” “Il nostro genere musicale è l’INDUSTRIAL una diramazione del METAL, meno duro, però, e più melodico, con testi in chiave DARK (dai toni romantico-decadente e pessimistico). Il più grande interprete è Marilyn Manson. Ci sono poi anche i Korn, i Rammstein. Gli INDUSTRIAL fanno una canzone di denuncia dei problemi sociali, politici, economici e religiosi, anche se non prendono una posizione “contro”. Dicono solo ciò che non va. Ce l’hanno in particolare contro l’ “americanizzazione” e la “globalizzazione”. Per me questi discorsi parlano un’altra lingua. Mi sforzo comunque di capire, perché sono curiosa si conoscere cosa c’è nella testa dei giovani. I black illusion stanno pensando alla registrazione del loro primo album, quasi sicuramente omonimo. Contano già oltre trenta canzoni che vedono autori Antonio Crisetti e Giannazzario Tenace, scritte quasi tutte in inglese. Il gruppo ha partecipato alle precedenti edizioni del Cagnano Living Festival: al 2007 con sei brani [allora non c’erano premi] e al 2008 conseguendo il terzo posto con il brano “ Different World”, titolo significativo, emblematico di quel “mondo diverso” dai giovani tanto agognato.
L’ESSENZA [parole e musica di Antonio Crisetti]
Intro Perderai l’essenza di quei giorni qui con me. Non rimarrà niente, neanche questo, dentro te. Neanche questo testo scritto dalle lacrime. Rimanere inerme, no, non è mai facile.
Rit. Dimmi se tu, di questa rabbia hai capito il perché, Dimmi se, dimmi se, ormai, riesci a sentire il dolore che è in me, dimmi se … .
Dimmi quanto tempo ancora, dovrò sopportare E per quante volte dovrò immaginare Di non essere più qui e di sognare Di non aver vissuto mai, per non ricordare.
Rit. …
Parlerai di quelle storie, che non hai vissuto Piangerai per quelle cose che non hai mai avuto E per un futuro che tu non hai voluto Al falso delle tue realtà non ho mai creduto.
Intro … Rit. Dimmi se tu, di questa rabbia hai capito il perché, dimmi se, dimmi se, ormai, riesci a sentire il dolore che è in me dimmi se … . August 03 Francesco Romano Ferrante non è più con noi.
Ci ha lasciati il primo agosto 2009 all’età di sessantanove anni. Pare che sia stato colto da malore mentre era in auto lungo la SP 43 che conduce a San giovanni Rotondo. Alcuni riferiscono di aver visto la sua macchina presso la contrada Rivolta, territorio di Cagnano Varano. Aggiungono che Francesco ha chiamato il 118 e che, purtroppo, non ce l’ha fatta. I funerali hanno avuto luogo a San Severo il due agosto alle ore 17.00 nella chiesa di Cristo Re. Pare che sia giunto a Cagnano dietro invito della Pegaso, associazione che nella serata de 31 ha realizzato la sagra delle orecchiette [li recchjetélle], dove le anziane del luogo hanno insegnato ai giovani come si fa questa pasta casereccia, e che Francesco avrebbe promesso di documentare questa “arte”. Cagnanese di origine, Francesco Romano Ferrante, dopo aver trascorso a Roma gli anni dell’adolescenza, ha fissato la sua residenza a San Severo, dove viveva insieme alla sua famiglia. Durante il tempo libero svolgeva le attività di giornalista e di storico. Nella sua mente sono rimasti indelebili i ricordi del paese che ha registrato i suoi natali: Cagnano Varano. Ne sono testimonianza le sue visite ricorrenti e soprattutto i suoi scritti. Gli interessi storici e antropologici di Francesco Ferrante hanno comunque spaziato, estendendosi a tutto il Gargano e alla Capitanata. Ogni volta che giungeva in paese credo avesse in mente di effettuare qualche riscontro. Ed eccolo impegnato a salutare persone, a fare domande, a perlustrare luoghi, a verificare le ipotesi che aveva in mente, come fa lo storico.
Ha pubblicato 1. Manifestazioni in onore del chirurgo Nicola D’Apolito (Edizioni Centro Grafico Francescano – Foggia 2002); 2. Il Centro Storico – Le Nostre Radici (Grafiche A. Iaconeta – Vieste 2003); 3. Uomini, Luoghi, Memorie – Dal Gargano all’Alto Tavoliere (Edizioni Centro Grafico Francescano – Foggia 2005). Insieme a V. Russi ha dato alla stampa: 1. Dalla Preistoria al Tardo Antico – Vestigia di antiche culture nel territorio di Cagnano Varano ( F. Ferrante – V. Russi) - Edizioni Centro Grafico Francescano, Foggia 1999. Ha scritto, inoltre, diversi articoli pubblicati su La Gazzetta del Mezzogiorno; Protagonisti; Il Quotidiano di Foggia. Il Gargano Nuovo; Il Giornale di San Severo; La Gazzetta di San Severo; Il Frizzo; Il Provenzale e L’Attacco. Riservato e rispettoso, quando venne a sapere che stavo effettuando ricerche sull’Onciario, mi ha contattato per comunicarmi che anche lui stava indagando sui questo catasto voluto da Carlo III di Borbone. Penso, perciò, che i risultati di altre sue ricerche siano ancora da pubblicare. È stato studioso meticoloso e cultore della lingua scrittura, espressa in modo forbito e nobile come pochi sanno fare. Non ha trascurato la fotografia, con la quale ha documentato i suoi lavori di ricerca. Cagnano è addolorata per la sua scomparsa e si unisce alla famiglia per condividerne il dolore. July 21 Alla grotta di San Michele per la Sagra della capraLA PROLOCO VI INVITA SABATO 25 LUGLIO ORE 18.00 ALLA 7 EDIZIONE DELLA "SAGRA DELLA CAPRA" NEL PIAZZALE ANTISTANTE LA GROTTA DI SAN MICHELE DI CAGNANO VARANO. IL PIATTO DELLA SERATA SARà LA "CAPRA ACQUA E SALE".
PROGRAMMA
VISITA AL SANTUARIO
SANTA MESSA CELEBRATA DA DON SALVATORE RANIERI
DEGUSTAZIONE PRODOTTI LOCALI
CANTI E BALLI POPOLARI
NON MANCARE July 16 4 luglio: Il progetto "Gargano letteratura" parte a Vico del Gargano
Introduce VINCENZO LUCIANI (Dir. art. Gargano Letteratura)Intervengono: LUIGI DAMIANI (Sindaco di Vico del Gargano)ANNA MARIA AGRICOLA (Assessore alla Cultura di Ischitella)J. Tusiani, nato a San Marco in Lamis nel 1924 ed emigrato in America nell’immediato dopoguerra, ha svolto carriera universitaria a New York come docente di Letteratura italiana. È autore di traduzioni poetiche italo-inglesi (Dante, Petrarca, Tasso, Leopardi, Manzoni, Pascoli), di numerose raccolte di poesia creativa in quattro lingue, di un’autobiografia in tre volumi e di numerosi interventi saggistici e critici. Comune Vico del Gargano Comune Ischitella Reading del poeta JOSEPH TUSIANI SABATO 4 LUGLIO 2009 - ore 18,30 presso la Corte federiciana del Castello via della Chiesa Madre (Centro Storico) VICO DEL GARGANO (FG) Nell’occasione verrà presentato in anteprima il programma di Gargano Letteratura (Ischitella-Vico 5-13 settembre 2009)
il 9 settembre 2009 a Vico del gargano è prevista la partecipazione del gruppo di Cagnano con il tema La letteratura nella religiosità popolare, intervento di Leonarda Crisetti Seguirà la proiezione del DVD, "Me so sunnate la Madonna", che vede protagonista il gruppo folkloristico "Le Gemme del Gargano junior", direttore artistico Gianni Cerrone.
June 28 Esame di stato 2009- Seconda prova- Scienze sociali
Le tracce e il commento Tutte accessibili le quattro tracce della prova di scienze sociali, con tematiche socio-antropologiche che riflettono lo scenario dei nostri tempi, aspetti culturali, sociali e valoriali della nostra società. La prima traccia indugia sul rapporto tra etnocentrismo e relativismo culturale in un mondo in cui il “traffico delle culture” si fa sempre più intenso; la seconda sui “prodotti culturali” di successo e sul ruolo della pubblicità; la terza sul rapporto genitori-figli, mediato dalle tecnologie che avrebbero allargato la forbice tra le generazioni; la quarta sulla miseria nel mondo contemporaneo ancora stratificato, che vede crescere il livello di povertà di chi vive soprattutto negli slum dei Paesi in via si sviluppo, senza lasciare del tutto fuori le nostre realtà geografiche. Proviamo a commentare queste tracce.
PRIMA TRACCIA La prima traccia, che apre con un testo di T. Torodov, dal titolo emblematico e moderno “La paura dei barbari” [Milano 2009], affronta il problema delle “differenze” culturali, oggi accentuate a causa dell’intensificarsi dei flussi migratori e della società globalizzata. # # # # ## # # # #
Nel testo si pongono a confronto due teorie: quella universalistica- etnocentrica e quella localistica del relativismo culturale. In base alla prima, sono possibili giudizi di valore estensibili a tutto l’universo umano; in base alla seconda, ogni fenomeno culturale è funzionale al gruppo in cui nasce e di cui è espressione. Entrambi i modi di pensare sono difettosi, secondo l’autore del testo, dal momento che l’universalismo può alimentare l’etnocentrismo, ponendo in primo piano i valori e le scelte della cultura dominante. L’universalismo, inoltre, può avere come conseguenza il dogmatismo e assumere la pretesa che il buono e il giusto siano presenti solo nella propria cultura, arrogandosi quindi il diritto di estenderla - imponendola- alle culture “altre”. È la logica dell’assimilazione. Il concetto di “relativismo culturale” è riconducibile a Boas e a Malinowski , secondo i quali ogni cultura va studiata e compresa in relazione allo specifico ambiente in cui si sviluppa e alle difficoltà che deve superare. Non esistono, dunque, culture superiori che meritano di estendersi all’universo e culture inferiori da reprimere. Tutte le culture hanno validità e non meritano di essere valutate secondo parametri esterni, che in definitiva coincidono con quelli prodotti da una cultura che si ritiene superiore, promuovendo l’etnocentrismo. Il relativismo culturale potrebbe, però, produrre come effetto il nichilismo, lasciando ciascun popolo al proprio destino, così legittimando, ad esempio, schiavitù e tortura per il fatto che tali fenomeni in quel determinato gruppo sociale esistono da sempre. Bisognerebbe uscire dal bivio. È possibile? Come fare? La complessa questione del multiculturalismo nella società del cambiamento deve impegnare le democrazie occidentali a rivedere alcuni principi fondamentali, e, al contempo, le scienze sociali ad interrogarsi sui difficili problemi dell’identità personale e sociale di ciascuno. Con la globalizzazione si è avviato un processo che ha rivoluzionalto le coordinate fondamentali di spazio e tempo, i rapporti città-campagna, i concetti di cultura regionale e di economia nazionale, dal momento che anche chi vive nei piccoli spazi – collegandosi a Internet - può essere messo a parte di tutto, fare acquisti, intervenire ai dibattiti internazionali, partecipare a movimenti, …, così modificando di fatto la propria cultura e influenzando quella degli altri. La sociologia deve affrontare il difficile compito di comprendere il tipo di società in atto, decisamente diversa da quella fondata sul modello industriale. Si deve chiedere se stiamo andando incontro ad una società planetaria o, al contrario, verso una concorrenza spietata tra culture ed economie, da cui l’Occidente sa già che dovrà fare la parte del leone. Si deve domandare se l’abbattimento delle barriere porterà ad un rinnovamento delle culture, alla valorizzazione delle “diversità”, oppure costituità il veicolo delle società capitalistiche per acuire la distanza tra le aree geografiche ricche e quelle povere. A. Salza (traccia n. 4), vedendo all’orizzonte l’Homo nihil, l’ultimo anello della evoluzione umana, sembra propendere per quest’ultima ipotesi. Dunque, universalismo-etnocentrismo o relativismo-nichilismo? In altri termini: è possibile creare una nuova umanità che non cancelli le identità e al contempo creda nei valori universali? Esistono valori universali? Rispetto a quale universo: a quello degli Occidentali o dei paesi in via di sviluppo? Oppure ad una umanità “costituenda”? La moderna sociologia è impegnata proprio in questa sfida.
SECONDA TRACCIA La seconda consegna fa il punto sull’industria culturale della società dei consumi e sul potere della pubblicità. Invita il candidato ad esaminare il rapporto tra prodotto culturale e successo, individuando quanto è riconducibile alle operazioni di marketing e alla pubblicità, quanto invece alla “creazione”culturale. Il testo è tratto da “Vita liquida”, del sociologo Z. Bauman, da sempre critico verso la società globale e consumistica. Il candidato è quindi invitato a sviluppare i seguenti quesiti: 1. Il significato di “prodotto culturale” nel nostro tempo; 2. la relazione tra “indagini di mercato” e “prodotti culturali” di successo; 3. Il ruolo della “pubblicità” nel costruire il successo di un prodotto culturale. # # # # ## # # # #
Il destino delle creazioni culturali, sempre più numerose, variegate, sofisticate nella società del nostro tempo - detta post-industriale proprio perché si fonda sul consumo, sull’informazione e sulla comunicazone -, è decretato dai clienti potenziali, di cui l’industria culturale promuove la conoscenza. Per produrre e vendere prodotti culturali, le aziende ralizzano ricerche di mercato, volte a percepire tendenze e a far nascere nuovi gusti, e pubblicità, finalizzata a persuadere e a far acquistare il prodotto. Perché un prodotto culturale abbia successo, si realizzano le indagini di mercato, utili in fase preliminare, orientate a conoscere i gusti, le opinioni, il target, gli stili di vita, la psicologia di chi acquista, ma anche le resistenze del probabile acquirente, che è meno sprovveduto di quanto si pensi. A segnare al differenza tra un prodotto culturale (un libro, un film, .. ogni creazione della mente umana) di successo e uno che resta nell’anonimato sarebbero, pertanto, le strategie messe in opera dall’industria culturale. I critici d’arte – considera Bauman - non sono riusciti ad individuare il nesso esistente tra “creazione culturale” e “livello di celebrità”, ma tra “celebrità” e “potere del marchio”. nel testo si legge, infatti: “Se correlazione si trova, è piuttosto tra celebrità e il potere del marchio”. È, dunque, il linguaggio della pubblicità, “il potere del marchio, il logo che eleva l’incipiente objet d’art dall’oscurità alle luci della ribalta”. Un marchio non casuale, ma che è frutto dell’incontro tra psicologi della scelta e meccanismi della percezione, tra arte della persuasione e scienza della comunicazione. Un logo che trasmette messaggi condivisibili dall’universo degli uomini, che comunica l’idea della “simmetria”, infondendo stabilità, affidabilità e sicurezza, e, al contempo, della “rottura della simmetria”, incitando all’acquisto, alla voglia di cambiamento. Il venditore, dovrà condurre l’interlocutore dall’incertezza iniziale alla decisione finale dell’acquisto, utilizzando ogni strategia opportunamente studiata. La pubblicità si avvale a tale scopo di una struttura complessa e organizzata, costituita da soggetti che si dividono il lavoro: c’è chi cura le relazioni con i clienti, chi pianifica la strategia della campagna pubblicitaria, chi produce i messaggi, chi cura la grafica. Ci sono, inoltre, soggetti sociali che compiono indagini di mercato, case di produzione video e audio, archivi fotografici, fotografi, concessionari di pubblicità. La pubblicità, con il suo linguaggio, fatto di visual, headline, body copy, logo, payhoff, musiche, colori … , con le sue strutture e l’organizzazione, conferisce in definitiva realtà ad un prodotto o a una marca, promuove e legittima la civiltà dei consumi, promuove e veicola valori, concorre alla costruzione sociale della realtà. Pur non dicendo falsità, essa è, tuttavia, ingannevole per le suggestioni che mette in atto nei confronti del consumatore, per la potenza allusiva del suo linguaggio, per il fatto che genera aspettative che non potrà soddisfare.
TERZA TRACCIA La terza traccia presenta un testo di M. N. De Luca, tratto da Repubblica [21.01.2009], dal titolo: “Internet, sms e troppa Tv. Un muro del silenzio divide i padri dai figli”. La consegna chiede di 1. analizzare il rapporto genitori-figli, una relazione che ora si fa più complicata perché tra gli uni e gli altri s’interpongono le tecnologie, verso le quali i grandi in genere non hanno familiarità; 2. illustrare l’importanza del computer nella formazione delle nuove generazioni; 3. esprimere il proprio parere in merito al valore educativo delle tecnologie multimediali. # # # # ## # # # # Il rapporto genitori-figli da sempre conflittuale per il fatto che la comunicazione tra i soggetti coinvolti nella relazione è per natura asimmetrica, ponendo da una parte padri e madri, che sono adulti e hanno il compito di educare, e dall’altra soggetti in crescita che hanno il diritto di crescere nelle migliori condizioni, camminando con le proprie gambe, ma anche il dovere di rispettare e aiutare i genitori. In una società sempre più complessa come l’attuale dove sono cresciuti i diritti dei figli – ad essere amato, istruito e a vedere soddifatti anche i bisogni indotti -, come pure quelli dei genitori – non più disposti a intendere la vita come un “calvario”, tanto meno a sacrificarsi sia pure a favore dei figli -, in una società che non offre spazi adeguati e tempi rilassati come una volta, in una società dove tutti vogliono tutto altrimenti si sentono emarginati, in una società dove il lavoro impegna papà e mamme a stare fuori casa tutto il tempo perché tutto costa di più, … il rapporto si complica. Se tra genitrori e figli si frappongono le tecnologie, verso le quali i grandi in non hanno in genere familiarità, pare che la relazione si faccia ancora più intricata. I figli, di fronte a situazioni conflittuali, non si chiudono più in camera a meditare, non scappano dalla finestra per incontrarsi con gli amici, non si confidano con i fratelli [perché spesso figli unici], non trovano più la figura del nonno o della nonna, non leggono un buon libro, ma si rifugiano nel mondo virtuale utilizzando Internet, la rete tra le reti. In questo mondo fatto di “minacce” e di “opportunità” si possono fare incontri utili, positivi, favorevoli alla crescita, e incontri spiacevoli, che lasciano segni indelebili soprattutto nelle fasce dei ragazzi più sensibili, deboli e sprovveduti, visitando, ad esempio, siti web poco decenti, oppure chattando con sconosciuti. Il testo parla di “muro”, fatto di “codici incomprensibili, di nascondigli virtuali, di incontri pericolosi” e di “linguaggi ermetici”. La personalità del soggetto in crescita potrebbe essere compromessa, qualora trascorresse tutto il tempo davanti alla macchina elettronica, perché ciò significherebbe tagliare i ponti con la vera realtà, che è quella fatta di persone in “carne ed ossa”: mamme e papà, fratelli e sorelle, amiche ed amici, docenti, istruttori, parroci. Le tecnologie, pertanto, hanno punti di forza e punti di debolezza. Esse vanno adoperate quando serve e per il fine per il quale sono state create: aiutare l’uomo, semplificargli il reperimentro di dati, facilitare l’attività lavorativa, risolvere i problemi della quotidianità. Per il resto, ogni individuo ha bisogno di muoversi, di ascoltare le “narrazioni”, di piangere sulla spalla dell’amico, di vedere le reazioni di chi gli sta di fronte, mentre informa, si confida, discute o si arrabbia. Ogni persona ha bisogno del contatto umano. Se per educazione s’intende quel processo che si attiva dalla culla alla bara, che coinvolge ogni aspetto della personalità individuale (cognitiva, sociale, affettiva e morale); se le tecnologie hanno facoltà di agevolare detto processo, mettendo a disposizione di ciascuno l’informazione, personalizzandola, persino semplificandola con opportuni software, incidendo soprattutto sulla dimensione cognitiva; credo di poter concludere affermando che gli strumenti multimediali possono agevolare il processo educativo. Il loro utlizzo, però non dovrà essere esaustivo ed esclusivo, ma integrato con le altre strategie e pratiche educative consegnate dalla tradizione. Nel caso della relazione genitori-figli, inoltre, al contrario dell’autore, sarei portata a credere che lungi dal creare un abisso tra le due generazioni, le tecnologie possano accorciare le distanze tra gli uni e gli altri, ad esempio, portando in genitori a chiedere ai figli “come si fa” … ad aprire in file, a inviare un messaggio di posta elettronica, a trovare un sito che interessa il papà o la mamma. Le tecnologie consentono in questro caso ai figli di essere utili ai padri e alle madri, attivando la socializzazione “alla rovescia”, dato che sono i giovani ad insegnare agli adulti e agli anziani. Scambiando i ruoli, i figli si sentono, inoltre, importanti.
QUARTA TRACCIA Il candidato è invitato a commentare un testo di A. Salza, tratto da Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà, Milano 2009, che mette in risalto il tema della povertà pei Paesi in via di sviluppo. Esordisce constatando la presenza di milioni di persone “accalcate negli slum”, luoghi di povertà, di esclusione, di degrado, di criminalità. Un pretesto per entrare nel tema della povertà, invitando il candidato ad interrogarsi sulla nuova tipologia di miseria. L’autore adotta la metafora poco edificante del “sifone” per introdurre il concetto delle “stratificazione” sociale, collocando i benestanti a livello più alto e i più poveri al di sotto della curva del sifone, senza avere facoltà di risalire a galla, nonostante gli sforzi. Tutta la società, in ogni caso, è dall’autore collocata in un “sifone”. Vorrà dire qualcosa? Problemi e carenze si registrano ovunque nel mondo, ma soprattutto nei paesi in via di sviluppo, tanto da indurlo ad ipotizzare la nascita del più povero di tutti gli uomini finora esistiti: l’“Homo nihil”. Il candidato è chiamato ad effettuare riscontri, individuando se nella nostra società occidentale esistono realtà con simili situazioni di precarietà, d'inquinamento e di violenza, a valutare l’ipotesi dell’Homo nihil come ultimo anello della catena sociale [nel testo si legge, però: Ci prepariamo ad assistere alla nascita di una nuova specie? Homo nihil, il povero più povero, sarà il prossimo della catena sociale?], a pensare se sia possibile un mondo senza povertà. # # # # ## # # # #
Sulla definizione di povertà si sono versati fiumi d’inchiostro, senza riuscire ad accontentare tutti. Si è parlato di povertà assoluta (teoria della sussistenza), di chi non riesce a soddisfare i bisogni primari, escludendo molti deprivati, e di povertà relativa (approccio di chi lega la condizione dell’individuo al tenore della società in cui vive). Si è giunti ad una teoria di sintesi che collega i termini di povertà assoluta e relativa. Il fatto è che la povertà non è solo un fatto economico legato a fattori esterni. Essa è condizionata anche da fattori riconducibili all’individuo (aspettative) e all’ambiente (più o meno stimolante); produce conseguenze fisiche (dalla malnutrizione alla vita breve), psichiche (basso livello di autostima), sociali (a livello di percezione dei poveri e di reazione ad essi). La povertà in generale è da sempre esistita e se nel mondo antico e nel medioevo era tollerata da parte dei ricchi e degli stessi miseri, dall’epoca dell’industrializzazione si pone invece il problema sociale della povertà. Tra gli indicatori della povertà ricordiamo la durata della vita, la salute, l’accesso all’istruzione, ai servizi, la disponibilità economica. Dalla tabella dell’IPU 1999 (indicatore di povertà umana) si evince che stanno peggio i paesi in via di sviluppo (Niger e Ciad in testa rispettivamente con il 65,5% e il 52,1% ), che alcuni stati avanzati non godono di ottima salute (Usa 16,5%). Detto questo credo si possa aggiungere che situazioni di precarietà e miseria si registrano anche nelle nostre realtà geografiche, nei piccoli centri, che si continuano a spopolarsi alla ricerca di un posto di lavoro, come nelle grandi città, dove lo sfruttamento si fa sempre più palese, nei centri delle megalopoli come nelle periferie. La miseria, a seguito della crisi finanziaria, si sta estendendo anche in Italia, interessando nuove fasce della popolazione. Ciò a causa dei licenziamenti, della cassa integrazione, della disoccupazione. A soffrire di più sono i giovani, le donne, gli anziani del posto, quindi gli immigrati. Anche il problema sicurezza sta allertando i governi, predendolo pretesto per emanare leggi più restrittive sull’immigrazione e porre freno alle migliaia e migliaia di persone che fuggono dalla miseria. Realtà preoccupanti anche le nostre, dunque, ma non credo ai livelli denunciati nel testo di Salza. Non sarei portata a sposare l’idea che l’homo nihil sarà l’ultimo della evoluzione umana, ritenendo che prevarrà infine l’istinto alla conservazione della specie, che i poveri saranno aiutati dai governi in nome del principio dell'equità, come non credo che la miseria umana alla fine scomparirà dalla terra, probabilmente per lo stesso motivo riconducibile soprattutto alla natura umana, che fa di alcuni uomini dei “lupi” e di altri degli “agnelli”. June 25 maturità seconda prova: 5 consigli utiliMessaggio ai maturandi licei di scienze sociali e sociopsicopedagogia.
June 24 Kàlena: un po' di storia
Kàlena è una località legata inizialmente ad una chiesa abbandonata. Ad un certo punto la storia di questa abbazia s’intreccia con quella dei monastero di Montecassino e di Tremiti. Accade, poi, che Tremiti la fagocita, assorbendola nel suo seno, insieme alle sue proprietà. A fine Settecento, in ogni caso, anche il ciclo dell’abazia tremitese si chiude, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine di storia. Corre l’anno 1023 quando l’arcivescovo di Siponto, con il consenso del clero diocesano, dona al monastero [cenobio] di Santa Maria delle isole Tremiti, nella persona dell’abate Roccio, “la chiesa non più officiata [ecclesia deserta] di Santa Maria di Calena con le sue pertinenze, quattro appezzamenti di terreno appositamente acquistati e i boschi siti nella medesima zona”.[1] Ecco la motivazione: "molte terre di proprietà della mensa vescovile restano incolte per la lontananza della sede”. Leggiamo testualmente: En ego Leo divina concedente grazia sancte Sipontine sedis arcgiepiscopus, testamentum declarationis facio qualiter plurimis terris abuntantibus de episcopio nostro pertinentibus, plurima inculta remanent propter sui diversitatem, in diversis enim locis consistunt, intre que plurima que laborare nequimus, est una ecclesia deserta in loco que vocatur calena, cuius vocabulum est Sancta Maria; anc ecclesiam cum ipsa terricella parva in circuitu de ipsa ecclesia cum ipso pastinello, placuit mich[i] et omnibis sacerdotis et levitis, cunto clero nostre sedis, omnibus in unum pro hac causa ad consilium ollectis, offerre ij cenobio Beate Marie in insula que Tremiti dicitur, in qua preesse videtur domnus Roccius abbas; [ …].[2] Sulla data non sembra esservi dubbio, poiché il documento dice espressamente che la donazione è rogata “sexagesino secundo anno imperii domini Basilii et domini Costantini sanctissimi imperatoribus nostris”.[3] Pare che sia costume dei tremitesi acquistare appezzamenti di terreno coltivati a grano o a vigne, anche in piccole chiese rurali di origine privata, con l’impegno di fondarvi una cella benedettina. Nel 1053, anno della battaglia di Civitate [giugno 1053], che segna la vittoria dei Normanni sui bizantini, Sancte Marie in loco Calena è tra i beni tremitesi. Lo conferma il Privilegium di Leone IX. È Guisenolfo, abate tremitese filobizantino, a chiedere tale conferma al papa, temendo i Normanni. Insieme ai possedimenti, la prima autorità della chiesa di Roma concede all’abate l’immunità dalla giurisdizione vescovile.[5] Nel 1059 si assiste al tentativo di Desiderio, abate di Montecassino, di annettere a Cassino le isole di Tremiti e tutti i loro beni. Quando, nell’estate del 1059, papa Niccolò II scende a Melfi per il concilio, Desiderio si fa donare da Riccardo d’Aversa anche il monastero di Santa Maria di Calena. Il monaco tremitese Adam, però, interviene prontamente per dimostrare le ragioni di Tremiti e, due giorni dopo, esibendo gli antichi prvilegi, ottiene sentenza favorevole. Il privilegium del 1061 riconferma, quindi, al monastero di Santa Maria di Tremiti, retto dal monaco Adam, tutti i possessi e i diritti che gli spettano. Ciò soprattutto dopo le pretese dell’abate di Desiderio. Anche qui troviamo in elenco Santa Maria di Calena.[6] L’ecclesia Sanctae Mariae de Calena è poi citata nel Privilegium del papa Alessandro III, datato 25 luglio 1172, ed è compresa nel territorio Montis Sancti Angeli de Gargano.[7] Il privilegio più importante, che testimonia la grandezza dell’abbazia di Càlena, è del 7 maggio 1176. È emanato a Palermo da Guglielmo II. I suoi beni comprendono il luogo in cui insiste il monastero di Kàlena, i terreni, le chiese, le celle, le case, i castelli, gli orti, i vigneti, gli oliveti, i mulini, i casali, le saline, le pertinenze ubicate un po’ ovunque, soprattutto lungo la fascia che dal Gargano nord giunge fino a Campomarino.
“cellam beati Pauli, cum terris et aliis pertinentiis suis; cellam Sancte Trinitatis de Monte sacro com terris et pertinentiis suis; cellam Sancti Nicoli de Marino cum pertinentiis suis; cellam Ss. Cosmi et Damiani cum pertinentiis suis; cellam Sancti Nicolay de Montenigro cum ipso casali, molindinis et aliis pertinentiis suis; cellam San Petri de Schitela cum pertinentis suis; cellam S. Iohannis de fauce Sparviperga cum pertinentis suis; cellam Nicolai de Imbuto cum pertinentis suis; et castrum ipsum imbutum cum silvis, terris et vineis suis; cellam S. Petri de Casa veteri cum pertinentis suis; cellam S. Salvatoris sita in territorio civitatis vestan (e) cum pertinentis suis; in loco qui dicitur Pesclice cellam S. Andree, cellam S. Barbare, cum baptisterio et casali et cellam S. Petri cum earum pertinentiis; in civitate Siponto cellam S. Lucie et cellam S. Giorgii cum earum pertinentiis; cellam S. Stephani de Cannis cum salinis et terris suis, cellam S. Giorgii in territorio Rignani cum pertinentis suis ; et ibidem terras et olivas; in Casali novo ecclesiam S. Basilii cum domibus, vineis et olivis; iuxsta castrum Cagnariii ecclesiam S. Giorgii, ecclesiam S. Marci et ecclesiam S. Barbare cum earum pertinentis; in pertinentis Caprilis ecclesiam S. Marine, sancti Helie et S. Bartolomei cum pertinentiis earum, in territorio Rodi eccelsiam S. Agate, S. Teodori, S. Martini e S. Menne cum molendinis et earum pertinentiis; in Barano piscatores ad piscandum in Pantano et flumine; in territorio Vici ecclesiam S. Blasii, S. Nicolai Pancratii Sancli Angeli de gaio et S. Stephani cum molendinis et earum pertinentiis; item in castro Peschlice homines cum possesionibus, dominio districto et omni iure ipsorum et iuxsta ipsum castrum ecclesias S. Nicolai monachorum et S. Maria de Calenela cum hominibus et pertinentiis earum; item in praedicta civitate vestane domos et extra civitate vineas et olivas et ecclesias S. Iohannis, S. Marci et S. Felicis cum pertinentiis earum; in Campomarino ecclesia S. Thome cum domibus, vineis, olivis et terris et aliis pertinentiis suis”.[8] Alle dipendenze dell’abazia di Kàlena sono dunque ben 16 celle, obbedienti alla regola di San Benedetto da Norcia, variamente distribuite in terra garganica, dove uno, dove due e dove tre: a Ischitella, a Carpino, a Cagnano, a Vico, a Vieste, a Rignano, a Peschici.[9] Nel tenimento di San Nicola Imbuti – territorio di Cagnano Varano - Kàlena possiede la cella omonima con le pertinenze, il castello dell’Imbuto, boschi, terre e vigneti. Esercita, inoltre, i diritti di pesca sul lago di Varano e sul fiume.[10]
L'abazia Calena per un certo tempo conduce una vita indipendente e gode di buona salute sul piano economico. Lo conferma il succitato Privilegium e quello sottoscritto da Innocenzo III nel 1208.[11] Per il monastero tremitese inizia intanto una fase di declino. Per uscirne fuori, nel XIII secolo il governo di Tremiti passa all’ordine dei Cistercensi e nel XV ai Canonici regolari di Sant’Agostino, che, pensano di recuperare il patrimonio, rivendicando anche il possesso di Calena.[12] In queste pretese i priori di Tremiti hanno l’appoggio di papa Eugenio IV e alla fine vi riescono, dato che il 7 marzo 1445 il papa ordina che Kàlena sia restituita ai Canonici. Il provvedimento consente, intanto, al monastero tremitese di rifiorire, ampliando i territori anche con altre donazioni. La vita a Tremiti non è semplice perché bisogna contrastare il potere dei feudatari e dei vescovi locali. I tremitesi, però, hanno dalla loro sovrani e papi, per cui non affrontano da soli le difficoltà. Al tempo degli aragonesi è soprattutto re Ferdinando a proteggerli. Nel Gargano, ad esempio, nel 1451 Giovanni Dentice, signore di Ischitella, è condannato a restituire al monastero la barra dell’isola Varano; nel 1467, il priore di Tremiti riesce a spuntarla sul signore di Vico, Ettore Bulgarelli, che pretende i diritti di pesca sul lago. Dal 1464, inoltre, re Ferdinando obbliga detti signori garganici a far macinare il grano nei molini tremitensi di Calena e di Montenero (Vico). I priori di Tremiti ora sanno che non possono vivere isolati, che hanno bisogno dell’appoggio delle massime autorità. Si fanno sempre più furbi. Basti pensare che nel 1462 tentano di corrompere l’abate di Ripalta, al fine di barattare Kàlena, esentasse, con la chiesa di Ripalta - altro possedimento benedettino in terra garganica molto appetitoso. Il tentativo non si traduce in realtà, probabilmente perché i cistercensi sono messi a parte del piano. I canonici di Tremiti, in ogni caso, ottengono diversi privilegi: dal re Ferdinando, che nel 1475 li esenta dalla gabelle su ogni prodotto importato dalla terraferma, dal papa Sisto V, che nel 1483 li esonera da ogni imposizione. Lo stesso fa papa Innocenzo VIII (1482). Grazie a queste agevolazioni fiscali, l’economia del monastero di Tremiti si fa sempre più robusta, consentendo ai priori di investire in opere di pubbliche utilità, mettendo in primo piano la ricostruzione della chiesa di Santa Maria, la fortificazione dell’isola di san Nicola, la sistemazione delle zone agricole possedute in terraferma. Il monastero di Tremiti riesce finalmente ad ottenere la chiesa di Santa Maria della Carità di Ripalta. Accade anche che da priorato diviene abazia: primo abate Savino da Mortara. Sin dal XIII secolo il monastero di Tremiti attira lungo le sue coste un pubblico eterogeneo, spinto da motivi diversi: dai mercanti, contrabbandieri e pirati, ai pellegrini che giungono dal Molise e dai centri garganici perché denoti alla Vergine. Se quest’ultima ragione giustifica l’ampliamento della chiesa, la presenza e le incursioni turche lungo le coste legittima la costruzione delle mura di cinta e delle torri. All’inizio del secolo decimo sesto, mentre Tremiti vive gli ultimi momenti di gloria, l’abazia di Kàlena è in declino ma nelle sue mani, ancora con un interessante patrimonio posseduto sulle coste garganiche: estesi uliveti intorno a Kàlena, frutteti e vigneti intorno alla chiesa di San Nicola di Montenero, la chiesa di San Nicola Imbuti sulle rive del Varano, con terreni e boschi per sette miglia, tutta l’isola Varano adibita a pascolo invernale degli animali grossi. Molto più allettante è un’altra ex dipendenza di Kàlena: il grande complesso agricolo di Sant’Agata, che si estende per 27 miglia alla foce del Fortore, con colture cerealicole, viticole, boschi e pascoli dove si alimentano ovini, bovini, suini e cavalli. L’abazia tremitese e quella di Kàlena svolgono, in definitiva, ruoli diversi e importanti, sui piani economico, culturale e religioso. Gli abati insegnano a coltivare i campi, a praticare le colture specializzate della vite e dell’olivo, l’allevamento, a coltivare il rapporto con Dio e con i Santi, consentendo al Gargano di procedere in qualche modo verso il progresso. Dopo l’attacco dei turchi (1567), nonostante si sia ben difesa, per l’abazia inizia l’agonia. Con il tempo, i suoi interessi cominciano a confliggere anche con quelli della chiesa e dei sovrani. Il colpo di grazia le viene inferto dalla politica anticlericale di Carlo III di Borbone, che nel 1737 dichiara le isole di “real dominio” e decide di presidiarle. Nel 1872 l’abazia è soppressa e i suoi beni vengono incamerati nel regio demanio, affidati ad un amministratore di nomina regia. Dopo di che la storia continua, assegnando ad altri attori sociali il compito di scrivere nuove pagine. [1] Nel sessantaduesimo anno dal dominio di Basilio e di Costantino, cfr. ARMANDO PETRUCCI [a cura di], Codice diplomatico del monastero benedettino di Santa Maria di Tremiti (1005-1235), Roma 1940. [2] Ibidem, Chartula offertionis, n. 8, pag. 25 [3] Ibidem, pag 25. [4] Ibidem, Chartula offertionis, n. 18. [5] Ibidem, Leonis papae IX Privilegium, n. 49 [6] Ibidem, Nicolai papae privilegium, pag. 214. [7] Ibidem, , doc. n. 11, pp. 316-322. [8] A. PETRUCCI, cit., Introduzione, pag. LXXXVI. [9] Anni fa in un articolo su Il Gargano nuovo lanciai l’idea di ricostruire un percorso turistico culturale alternativo da intitolare “Per cellas casinates”. Rilancio l’idea, affermando che sarebbe interessante individuare e censire le cellas elencate in questo documento [o per lomeno quelle di cui è rimasto un brandello di muro], progettare la loro ristrutturazione, disegnare un percorso che conduca i visitatori dal monastero madre alle piccole celle. E per chiudere, una visita alla laguna. [10] Ciascun lettore garganico (Vico, Ischitella, Peschci, Carpino, Rodi, Rignano, Siponto …) e molisano, leggendo il documento, troverà almeno un toponimo familiare. [11] Ibidem, pp. LXXXV-VI. [12] Ricordo che la prima contesa tra Montecassino e Tremiti per il possesso di Calena e suoi beni risale all’XI secolo. June 16 Aung San Suu Kyi libera … Kàlena fruibile!
In difesa dei diritti umani
La proposta d’invito “Dina? Pronto! Sono Teresa. Ciao, … . Abbiamo organizzato per domani a Kàlena una dimostrazione simbolica per la libertà di Aung San Suu Kyi, la birmana tenuta per molti anni alle carceri domiciliari e attualmente in prigione, perché non condivide le scelte del regime. È una dimostrazione a sostegno dei diritti umani. Abbiamo scelto Kàlena per le sue vicissitudini che la portano ad essere reclusa, chiusa ai cittidini del luogo e del mondo, che invece vorrebbero fruire della sua storia. Sai, grazie, all’interessamento dell’assessore alla cultura, Leonardo Di Miscia, troveremo aperta l’antica abbazia di Kàlena e potremo visitarla. Vieni anche tu? “Verrò, anche per cogliere l’occasione di conoscere de visu l’abbazia, di cui ho tanto sentito parlare, nei convegni, di cui ho letto nei giornali e in altre pubblicazione a stampa e su internet, ma che non ho potuto visitare personalmente perché è chiusa al pubblico.” Questo grosso modo il contenuto della telefonata.
L’arrivo a Kàlena (Peschici) Il giorno successivo, 14 giugno 2009, ore 17,35, sono dunque a Kàlena, con 5 minuti di ritardo rispetto all’appuntamento prefissato. Noto che sono tra i primi arrivati. Scorgo, infatti, Maria Teresa Rauzino e il marito, la famiglia dell’amico Vincenzo Campobasso, Carla Di Nunzio presidente dell’ass. “Ideale Osservatorio” Torre di Belloluogo (Lecce) e il marito, i promotori dell’iniziativa. In pochi minuti giungono anche altre persone: amici di facebook, rappresentanti di istituzioni e associazioni, privati cittadini. Faccio un po’ di foto, per contestualizzare Kàlena, dalla SS 89, nel tratto che dal territorio di Vico conduce a Peschici, per proseguire poi verso Vieste. Faccio qualche domanda alla presidente giunta dal Salento e vengo a sapere che non è nuova a manifestazioni del genere, che grazie alla sua associazione, ad esempio, a Lecce sono riusciti a restaurare e consegnare al pubblico la Torre dei Durazzo,c he ora intendono realizzare intorno alla torre un parco attrezzato, coniugando storia e tradizione con modernità, che portano avanti altri progetti interessanti, come quello sui diritti umani, che fanno riflettere e invitano all’esercizio buone pratiche.
A proposito dei diritti umani Prima di entrare nel merito dei diritti umani, anteponendo il diritto alla libertà, mi sia consentita qualche riflessione sul concetto di libertà, di cui esistono diverse visioni. Tra le chiavi di lettura oggi più accreditate sono la teoria della libertà negativa, riconducibile a Locke e a Mill, intesa come assenza di costrizioni altrui,che pone in primo piano l’individuo, e quella di libertà positiva, afferibile a Kant e a Rousseau, intesa come possibilità di agire e, nel caso della politica, di partecipare al governo della repubblica, di integrarsi nella comunità di appartenenza e di garantire un minimo di giustizia a tutti, ponendo in primo piano la società e i suoi valori. C’è poi una terza corrente che cerca di conciliare le due posizioni, affermando che ogni libertà è al contempo negativa e positiva, che attraverso le scelte di politica estera, interna e assistenziale, è possibile incidere sullo sviluppo della libertà intesa come non- dominio e come partecipazione, come possibilità di contestare le decisioni del governo anche quando questo è legittima espressione della maggioranza. Sotto questo profilo, il riconoscimento e l’esercizio delle libertà individuali costituisce la premessa del consolidamento delle libertà del gruppo di appartenenza, garanzia della possibilità di avere istituzioni statali che esercitino il potere in modo non arbitrario. I diritti umani sono sanciti nel 1776 dalla Dichiarazione d’indipendenza americana, dove si legge: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano evidenti per se stesse: che gli uomini siano stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di taluni inalienabili diritti, che fra questi sono la Vita, la Libertà, la ricerca della felicità.” Essi sono stati ribaditi in Francia nel 1789, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: “Gli uomini nascono e vicono liberi ed eguali nei diritti. (art. 1) […] Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza dall’oppressione”. (art. 2). Il rispetto del “principio dell’uguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, a prendere misure atte a rafforzare la pace univesale”, è sancito dall’O.N.U. (Organizzazione delle Nazioni Unite), 1945, all’art. 1, punto 2. Il riconoscimento e la garanzia dei diritti dell’uomo, in quanto singolo e come soggetto inserito nei contesti sociali in cui si svolge la propria personalità, è alla base della Costituzione italiana. È posto alla base del documento, inserito tra i “Principi fondamentali” all’art. 2, dov’è specificato che i dirittti umani sono “ inviolabili” , per il fatto che nessuno può toccare. Essi sono anche inalienabili, nel senso che non si possono conferire ad altri. L’articolo successivo estende i diritti umani a tutti gli uomini, senza distinzione alcuna. Afferma, perciò: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione dis esso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. La Costituzione, però, ritiene di dover andare oltre la semplice elencazione dei diritti. Evidentemente alle spalle c’erano uomini consapevoli del fatto che non c’è libertà di, senza la liberta da… (dall’oppressione dai condizionamenti socio-economico-culturali). Il documento precisa, perciò: “È compito della repubblica rimuovee gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2) Entrando nel merito dei diritti fondamentali dell’uomo, nella Parte Prima, Titolo primo del testo base dell’educazione civica degli italiani, riguardante i rapporti civili, leggiamo: “La libertà personale è inviolabile … Il domicilio personale è inviolabile …. La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili … Ogni cittadino può soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale … . Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della repubblica e di rientrarvi, salvo … . I cittadini hanno diritto a riunirsi pacificamente […], di associarsi liberamente, di professare la propria fede religiosa, di manifestare il proprio pensiero con la parola con los critto, con altro mezzo di diffusione. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. … Peccato che in gran parte dei casi la nostra Costituzione resti un elenco di utopie! Ma, proprio perché c’è questo rischio, credo sia importante e utile ricordare a noi e ai giovani che bisogna vigilare affinché i principi fondamentali della Costituzione non siano disattesi e non subiscano attentati. Ciò, anche in considerazione del fatto che i nostri figli, al contrario di noi, non avendo vissuto il clima familiare e sociale di autorità e di mancato rispetto delle libertà, faticano a figurarsi realmente cosa significhi una vita senza diritti. Va considerato, inoltre, che i mezzi mass e multimediali, nel trasmettere messaggi pervasivi, riescono a mistificare la realtà e in molti casi a manipolare adolescenti e non, con l’arte della persuazione occulta.
Un merito alle tecnologie
Le tecnologie, odiate e amate, hanno comunque permesso in pochissimo tempo di organizzare questa manifestazione simbolica a difesa dei diritti umani e delle “raggioni” di Kàlena. Facebook, se da un lato mette a rischio la privacy individuale potendo monitorare costantemente le persone, dall’altra offre l’opportunità di contattare velocemente gli “amici” e di organizzare venti, come quello che andremo a commentare. Questa sorta di rivoluzione culturale consentita dalla globalizzazione cfa sì che uomini e donne, svissuti in modo separato, attivino il traffico delle culture, diffondendo nuove sensibilità e stili di vita. Dunque, grazie ai mezzi informatici e agli stimoli del mondo delle associazioni, ci siamo incontrati nella piana di Kàlena a perorarela causa dell’apertura di quest’abazia, nutrendo la convinzione che, oltre ai soggetti umani sono/dovrebbero essere liberi anche gli oggetti culturali dagli uomini prodotti. Che Kàlena e altri beni culturali debbano essere fruibili trova conferma nella nostra Costituzione, che all’art. 9 dei Principi fondamentali recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Il concetto è ribadito all’art. 33, che afferma la libertà dell’arte e della scienza.
Un lucchetto ha impedito l’accesso ma non la manifestazione simbolica in difesa dei diritti umani Nei locali dell’abazia purtroppo non siamo potuti entrare perché un lucchetto con una catena nuova di zecca ne bloccava il passaggio. È la vecchia storia/conflitto tra i Martucci, l’Amministrazione comunale e l’ufficio di Soprintendenza, che non riesce a risolversi. Una lotta portata avanti dal Centro Studi Martella da diversi anni nella persona di Maria Teresa Rauzino –da meritarsi un premio simbolico da parte dell’associazione leccese - senza soluzione di continuità. Il drappo bianco per la birmana senza libertà Siamo rimasti, pertanto, nel cortile della prestigiosa abazia a fare la dimostrazione per San SUU Kyi. Momenti toccanti durante l’apertura del lenzuolo bianco, simbolo di pace. Momenti commoventi durante l’esternazione delle riflessioni e la lettura di brani opportunamente scelti per l’occasione, proposti dal poeta filosofo Vincenzo Campobasso, il direttore di Punto di stella Piero Giannini, una giovane e graziosa turista, … . Momenti di coesione del gruppo, che alla fine ha applaudito e inneggiato “Per la libertà Aung San Suu Kyi!”.
June 08 i porticcioli del Varano fanno ancora parlare di séI pescatori non ci stanno, non vogliono che vengano realizzati porticcioli "scomodi", di difficile accesso, di non agevole condivisione, non funzionali come quelli già costruiti, che hanno distrutto già diversi sandali e motori.
"Prima rifate quelli già modificati, apportando le dovute correzioni. Se ci piaceranno, potrete procedere demolendo i nostri e ricostruendoli" - così mi hanno detto due pescatori "allarmati" domenica 7 giugno, chiedendo sostegno.
Da parte mia, devo dire che mi sono già espressa in merito, sostenendo l'ipotesi che ogni opera pubblica deve essere migliorativa e non peggiorativa della situazione esistente.
L'amministrazione sembra promettere dialogo. Speriamo che alle parole seguano i fatti, perché non è giusto, né opportuno alimentare lo stato di tensione, che sicuramente si eleverà mamo a mano che si procede nella realizzazione dell'opera, dato che coinvolgerà un numero maggiore di persone.
May 30 "No agli inciuci"A dirlo sono in tanti, da "destra" e da "sinistra":
Dal manifesto della Pd, è possibile, inoltre, inferire la presenza di enormi divergenze all'interno del gruppo, grossi nodi venuti al pettine già alcuni mesi orsono, richiamando l'attenzione dei rappresentanti provinciali, contrasti profondi evidenti nel passaggio " di fronte agli atteggiamenti sfascisti di chi ritiene di interpretare con azioni personali e illegittime la volontà del partito ... ".
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